La gommapane

Ho fatto un sogno confuso, qualche notte fa, di cui mi è rimasta solo un’immagine: quella della gommapane.
Esiste ancora, la gommapane? Si usa tuttora nelle scuole?
La prima volta che la vidi ero alle medie: l’aveva portata il compagno di classe ripetente, quello che ne sapeva di più della vita; d’altro canto fumava sigarette e aveva sempre un nugolo di ragazzine intorno… La tirò fuori durante una lezione di disegno. Il prof. B., uno dei maggiori responsabili della mia totale incapacità di raffigurare alcunché con un foglio e una matita, parlava come sempre della maledizione delle Piramidi, di folletti e della prospettiva centrale (poi uno si meraviglia se non ho mai imparato a disegnare altro se non un folletto maledetto in prospettiva centrale, appunto): il mio compagno di classe estrasse dalla tasca una specie di pasta biancastra e la iniziò a modellare con le mani, attirando subito l’attenzione del resto della classe. Presto anche il prof. B. si accorse che c’era qualcosa che turbava i suoi racconti: si voltò verso il ragazzino e gli disse qualcosa che non avremmo mai creduto di sentire: “Quella non ti serve ora. Metila [con una t] via.”

I cervelli ormonati di una ventina di dodicenni compirono alcuni sgraziati passaggi logici grazie a provvidenziali quanto fortuite connessioni sinaptiche:
1. quella cosa era un oggetto conosciuto;
2. quella cosa serviva a qualcosa;
3. qualcosa era probabilmente legato al disegno.

Qualcuno si spinse più in là e pensò a una piramide fatta solo di… già, come si chiamava quella cosa?
“Gommapane”, disse il compagno di classe. E qui è il mio di cervello che fa strani scherzi, perché ogni volta che sento l’espressione “gomma pane” penso all’odore plastico e un po’ schifoso di quel giocattolo legittimato dal castrante sistema scolastico patrio. La odorai di certo, quel giorno, la gommapane, con i sensi aperti dalla seconda metà della parola, pronti a ricevere aromi di grano e forni. E inoltre riuscii, dopo disperati tentativi a toccarla e a giocarci. Il giorno dopo qualcuno in classe aveva la sua gommapane, e quella seconda media era già divisa in chi ce l’aveva e chi no. Sapevo di desiderarne anche io tanto quanto era impossibile che i miei me la comprassero, se non convinti da un preciso ordine del corpo docenti. Ma sembrava che non fosse ancora il momento di usarla: il prof. B. continuava imperterrito nel suo spiegarci il folklore esoterico-egizio. Tuttavia, proporzionalmente ai richiami dei docenti nei nostri confronti crescevano le capacità di modellazione della classe. C’erano molti pupazzi di gommapane, ma anche diverse palline: riuscire a fare una vera pallina di gommapane (qualcosa che rimbalzasse davvero, non che si accasciasse dopo un singulto sul pavimento di linoleum) richiedeva ore e ore di passaggi della palletta tra le mani. Alla fine diventava una sfera abbastanza dura e tonda da regalare soddisfazioni sulla fòrmica del banco (improvvisato campo da gioco) o anche sul pavimento della classe nelle ore di ricreazione.
Fatto sta che io non avevo una gommapane e non potevo neanche spiegare il motivo del necessario acquisto ai miei: tutto quello che la gommapane faceva su un foglio da disegno era sporcarlo. Eppure, secondo un altro compagno di classe, figlio di geometra, la gommapane doveva servire a pulire il foglio da eventuali residui di grafite. Niente: gommapane più foglio di carta dava sempre come risultato un bianco molto sporco, con il grigio che passava dalla mano zozza, alla gomma, al foglio fino a che il formarsi di un grigiolino uniforme decretava l’avvenuto processo osmotico.

La moda della gommapane passò, ma si ripresentò in forma “postmoderna” (ripensata, ri-intellettualizzata e un po’ cazzona) alle scuole superiori. Lì, con la tipica sfacciataggine adolescenziale, qualcuno la portò in classe e il giorno dopo ce l’avevano tutti. Ma qualcosa era cambiato: nessuno pensava alla gommapane se non come a una versione sdoganata dalla scuola del Pongo. Una volta, ricordo, qualcuno durante l’ora di disegno tentò di usarla per rimediare a un’impronta digitale o qualcosa del genere lasciata su un foglio. Guardammo il nostro compagno strabuzzando gli occhi, come se stesse tentando di prendere appunti usando una stecca di cioccolato. Prima che la sua impronta digitale diventasse il centro di un banco di nebbia insondabile il compagno di classe venne salvato da qualcosa che gli rimbalzò in testa, poi sul banco, quindi per terra e infine rotolò fino alla cattedra. Stupefatto, lui prese la gommapane che stava per usare, la strinse nel pugno e, lentamente e inesorabilmente, cominciò a lavorarla.

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