Archivi del mese: marzo 2012

Cose che ho imparato sulla morte e le sue conseguenze

Venire a conoscenza che Tuono Pettinato era interessato come me a visitare Tanexpo, la fiera internazionale di arte funeraria e cimiteriale che si è tenuta a Bologna tra il 23 e il 25 marzo, è stata la spinta decisiva che mi ha portato a chiamare il caro amico fumettista e a varcare con lui la soglia del quartiere fieristico, lo scorso sabato pomeriggio.
Sarà stata la certezza di avere al mio fianco un personaggio come Tuono, intelligente, ironico e surreale (volevo mettere un quarto aggettivo, ma per venticinque euro non si possono fare miracoli), ma non ho pensato effettivamente a quello che a avrei potuto trovare nei padiglioni fino alla sera prima, quando sono stato preso da un senso di disagio. Quel senso inculcato da sempre nei nostri animi: quella forte sensazione di timore di fronte alla Fine, mischiato all’impressione della morte. “Ti immagini se ci prende male e ce ne andiamo?”, ho detto a Tuono mentre bevevo un caffè e versavo all’amico un'”acquina”. Non mi ricordo cos’ha detto lui. Ma siamo usciti di casa sereni, contenti di visitare Tanexpo 2012.

1. La morte è un business, gli affari vanno male. Ma la morte va sempre benissimo. O quasi.
L’impatto con la fiera è identico a quello che si ha in qualunque fiera: c’è gente che compra e vende. Che siano trattori, caschi per parrucchiera o lapidi, sempre di affari si tratta. Ma la crisi, signora nerovestita mia, si vede anche in quello che sembrerebbe l’unico campo di attività sicuro al 100%. “C’è meno roba dell’ultima volta che ci sono stato”, mi dice Tuono. E in effetti si respira un’aria dimessa, tra casse da morto, placche funerarie, bare, barine e barette. La merce non aiuta, certo, ma si percepisce che non ci sono i soldi per fare un bel funeralone come si faceva una volta. Compaiono infatti, qua e là, soluzioni scontate, ma in genere non si vede un prezzo manco a morire (era facile, questa). E la gente non è tantissima. Vediamo spesso commercianti di marmi seduti a tavolini, da soli; e rivenditori di attrezzi autoptici che passeggiano lentamente nei loro stessi stand, come bestie annoiate. Penso che se almeno venisse un coccolone a qualcuno, si muoverebbe qualcosa. Invece, come ci si può aspettare, è un po’ un mortorio. Mi immagino una famiglia chiedere, in momenti dolorosissimi, la bara più economica, una modesta sepoltura, “i fiori sì, ma pochi, ché era una persona semplice”. E invece magari il caro estinto, che ha tirato la cinghia fino all’ultimo, aveva il desiderio di una celebrazione hollywoodiana. Almeno un colore pastello, o una luminescenza. E invece, niente. Che mestizia.

Neon lights, shimmering neon lights...

2. La morte è il colpo di pistola che fa partire la decomposizione.
Una delle prime cose che vedo in fiera è il frigorifero da bara. Mi avvicino al catafalco, guardo, esamino, ma non capisco. Non capirò anche altre cose, ma è ovvio: si tratta di una fiera per addetti ai lavori, che conoscono fin troppo bene i problemi di un’attività peculiare come quella rappresentata (in tutte le sue sfaccettature) a Tanexpo. Già la morte è un argomento difficile, figuriamoci parlarne in senso tecnico. Ci sono sottintesi che non mi aiutano, ma un po’ alla volta comprendo sempre più ciò che vedo. Come, appunto, il frigorifero da bara: non si tratta d’altro se non di una placca, che va prima posizionata tra il cadavere e la bara, e poi collegata a un motore che raffredda la bara mantenendo il corpo senza congelarlo, ovviamente. Non ci avevo mai pensato. Come sempre, finché si vive, si impara.

3. La morte talvolta arriva dopo millenni, ma arriva, fidati.
In ogni stand della fiera c’è una forma di garbo. Anche nel caso di rivenditori di lapidi di certo pensate da un arredatore di interni, o da un forte consumatore di MDMA (e non oso pensare cosa possa succedere a unire le figure), ci vuole distacco dall’Atto Finale. E quindi la cosa che Tuono e io notiamo spesso, aggirandoci tra i padiglioni, è che le date di nascita e di morte esposte sono quasi sempre completamente surreali. C’è un Mario Bianchi nato nel 3456 e morto nel 9123 e, accanto, sua moglie Anna che però, essendo nata nel 2345 per lasciarci solo 667 anni dopo, non ha mai conosciuto il consorte. Ma perché la maggior parte delle foto incorniciate, inceramicate, stampate sono di giovani donne? L’ipotesi gotica si scontra con quella pecoreccia: la Bellezza della Morte o il “comunque è meglio se bona?”. Ai posteri l’ardua sentenza.

Morire il giorno dopo la fine del mondo è sopravvivere.

4. Mortoshow.
Dimenticate quello che ho scritto nel paragrafo precedente: perché va bene il garbo e l’estraniamento brechtiano delle date incise sulle lapidi, ma quando si parla di motori (nel caso specifico di carri funebri) niente frena la naturale associazione. Sì, quella. Cioè questa.

La gente si fa fotografare abbracciata alle modelle davanti ai carri da morto. Davvero. Oh, siamo a Bologna, ci sono le macchine lucide e nuove, ci sono le modelle, lucide e nuove anch’esse… Per un attimo si bara sulle bare e si pensa di essere Altrove.

5. La casa della morte.
Volete l’ennesimo indizio del fatto che non siamo un Paese laico? Provate a organizzare un funerale non religioso. Se negli Stati Uniti, in Gran Bretagna e in tanti altri Stati le cosiddette funeral houses sono la norma, in Italia se ne parla solo da poco. Al Tanexpo c’era lo stand dedicato alla progettazione di una casa funeraria, ma era desolato più di altri. Costruito come una sorta di abitazione, sui muri presentava delle scritte come “Perché la casa funeraria?” e altre, più motivazionali, che hanno convinto subito il mio sodale.

Tuono Pettinato è un professionista esigente, che sa quello che vuole.

6. Second Death.
Potevano i nuovi media non essere presenti alla Fiera dell’arte funeraria? Quello delle onoranze funebri, l’avete capito, è un mondo a sé, quindi si direbbe un altro mondo, con tutte le sue caratteristiche, compresa una televisione via web. FunerTv è un incrocio tra YouTube e una sorta di televisione informativa on demand, con la possibilità di avere pubblicità e notizie. Il palinsesto è un bel po’ scarno, ma c’è tutto il tempo del mondo perché il servizio ingrani…
TheyShine, invece, è davvero incredibile: installate il plugin richiesto e iniziate a esplorare questo cimitero virtuale nel quale ci si muove come nei videogiochi, “in terza persona” e usando le frecce direzionali. Per correre tra vialetti e salici piangenti, basta premere anche shift. Sì, come nei videogiochi, ve l’ho detto. Per ora le tombe virtuali sono più difficili da trovare degli oggetti magici di un’avventura fantasy, ma prima, mentre mi facevo una passeggiatina circondato dal rumore del vento e dal cinguettio degli uccelli, ha cominciato a piovere. Proprio non poteva andare peggio…

Papere volanti in cimiteri virtuali!

7. Toccare la morte con mano.
Al netto di ogni ironia, care lettrici e cari lettori, avere a che fare con la morte è difficile, da ogni punto di vista. Perché, per esempio, potete immaginarvi come non tutti muoiano sereni nel proprio letto. Le mie reazioni a tavoli autoptici, tutone sanitarie con tanto di maschere antigas, nonché manichini pronti per una dimostrazione di tanatoestetica, mi hanno fatto capire che, più della morte, mi fa impressione il dolore e la violenza. Eppure c’è chi, per lavoro, ricompone, pulisce, veste e trucca i morti. Per non parlare di chi ha sempre come clienti  persone quanto meno provate emotivamente. Scopriamo quindi che proprio a Bologna c’è la Scuola Superiore di Formazione Funeraria, dove si insegna tutto ciò che c’è da sapere sul postmortem. Io e Tuono rimaniamo per un po’ nel grande stand dove, insieme alla postazione della rivista di settore Oltre, e a maschere-modello per ricomposizione e trucco, ci sono anche delle specie di workshop, incontri e laboratori a tema. Captiamo alcuni discorsi: una signora spiega a delle persone sedute in circolo quando usare la parola “corpo” o “cadavere”, un uomo conclude la sua esposizione sulle procedure estetiche dedicandola (coerentemente) a una persona vittima di un recente incidente stradale. Anche qui c’è un po’ di noia, ma questa sensazione è mischiata con l’impegno e un senso di dedizione. È proprio vero che gli esami non finiscono (quasi) mai.

Materiali didattici.

8. Morte di famiglia
Volete sapere qual è stata una delle cose più bizzarre viste al Tanexpo? Voi direte le bare-portachiavi, i portacioccolatini a forma di cassa d’abete, i carri funebri-penna USB, o le urne a forma di pallone da calcio con i colori della squadra del cuore. No. Tuono e io ci siamo stupiti tantissimo della presenza di bambini che, annoiati come a una qualsiasi fiera, si aggiravano insieme ai genitori tra gli stand bolognesi, anelando alla promessa Coca-Cola e gelato. Chi saranno?, ci siamo chiesti. Probabilmente i figli degli impresari funebri, ci siamo risposti. Ma perché portarli a una fiera del genere? Forse, però, è bene che i piccini relativizzino la morte non solo attraverso le sue rappresentazioni, come si fa da millenni, ma anche mostrandone il lato più commerciale e concreto. Soprattutto se tuo padre, davanti al parco-bare della ditta di famiglia, ti ha detto: “Un giorno tutte queste saranno tue. Tranne quella bella, laggiù.”

9. La bara? È solo l’inizio (della fine).
Quando si pensa a dove si finirà quando moriremo, si pensa a una bara, di solito. Già, una bara. Sembra facile. Già, perché scegliere forma, dimensione, eventuali decorazioni, colore e tipo di legno è solo l’inizio. C’è l’imbottitura, il velo, il cuscino, il tipo di zincatura. E poi le decorazioni con croci, pomelli, maniglie, fregi. E il morto dev’essere vestito e, come si è detto, lavato e refrigerato, eventualmente. E poi ci sono i manifesti funebri, ma volendo anche le cartoline, le affiches, i biglietti, i drappi, le coccarde, gli striscioni, i fiori. E quindi, lapidaria alla fine di questo percorso, c’è la lapide e le mille possibilità che le moderne tecnologie possono combinare con una lastra di marmo. Alla fine della scoperta della filiera funebre, sempre più forte è in me la volontà di essere cremato e di avere le ceneri sparse da qualche parte. Con tutto il rispetto per chi campa di affari condotti in questo campo e in quello santo.

L'imbarazzo (della scelta).

10. Eros (conclusioni)
Non è la prima volta che visito una fiera a Bologna, ma per la prima volta mi vedo consegnare da due ragazze piuttosto appariscenti, appena fuori dall’uscita, i biglietti di un night club per scambisti in zona Stazione. L’associazione è immediata: sesso e morte, le due cose in cui dice di credere Woody Allen ne Il dormiglione e, diciamolo, due paletti che sono ben presenti nelle nostre vite. Non capisco se si tratti dell’ennesima forma di normalizzazione del tema dell’esposizione: mi immagino rappresentanti stanchi, dopo una giornata a parlare di tombe, urne e pratiche funerarie, che si rifugiano in un locale a tema erotico. Me li immagino buttati su un divanetto, mentre sorseggiano spumante pessimo pagato moltissimo, e occhieggiano le ragazze che camminano o ballano intorno a loro. Pensano a come è andata la giornata e forse si chiedono come mai hanno scelto quel lavoro, che magari li soddisfa, ma accidenti quanto è duro. Ecco che si avvicina una ragazza: sorride e il nostro rappresentante, un po’ per la stanchezza, un po’ per stare al gioco, finge che quel sorriso sia spontaneo e non una divisa. Forse perché è lo stesso che sfodera lui quando lei gli chiede che mestiere fa e come mai si trova in città.

Aggiornamento: il post (mortem) di Tuono Pettinato.

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Il riposo del guerriero

Torno, dopo due settimane, per comunicare una grande verità, riassumibile in tre parole: si-può-fare.
Certo, non è facile. Bisogna insistere, non arrendersi e mai pensare di gettare le armi. Suderete, sentirete i vostri denti stridere e vi sveglierete d’improvviso la notte. Per non parlare dei contatti diretti obbligatori al fine di perseguire il difficile scopo.

Una decina di e-mail, in replica a messaggi scritti automaticamente da un uomo o umanamente da un robot, ancora non so. Le telefonate a pagamento, in cui l’elenco dei costi costa perché lento, lentissimo, letto con accuratezza, dando il giusto valore (diversi centesimi) a ogni parola. E costano i “seleziona uno se vuoi…”, per non parlare degli infiniti “al momento i nostri operatori sono tutti occupati”, una litania che si è conclusa una prima volta con l’invito a mandare una mail e la seconda con una sorta di “ritenta, sarai più fortunato”, che non sentivo dai tempi dei concorsi sotto la linguetta delle lattine.

Ci vogliono fegato, costanza, coraggio, testardaggine. Ma si-può-fare.
Torno, dopo due settimane, per comunicarvi che sono riuscito ad avere un rimborso da una società di coupon.
Ora vado a riposarmi.

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Parliamo un po’ su di noi – 6. L’oracolo

Lo spam si sta evolvendo e noi non ce ne accorgiamo: altro che le solite cose! Ieri alle mail del lavoro sono arrivati messaggi sibillini e irridenti, profondi e sconcertanti. Come se venissero da una versione malamente copiata, imputridita e involgarita di Carmelo Bene. O dal migliore libro di Fabio Volo. Frasi che hanno un pizzico di trivialità, ma nessun accento. Ecco il primo esempio.

Tutte queste parole e trucchi impallidisce semplicemente contro l’oscenità in forma di linguaggio osceno.
Forse questo e perche queste parole evocano delle profondita dell’inconscio e animale qualcosa, qualcosa in quello che a volte non ammettere a se stessi, qualcosa che ha visto in uno dei porno e rimase per molti anni nel nostro subconscio.
Tra queste espressioni possono essere soddisfatte,

e segue un link che mi sono ben guardato dal cliccare.
Vi rendete conto della riflessione wittgensteiniana sul linguaggio, poi mischiata a un approccio freudiano, e infine decorata con una spruzzatina di Moana Pozzi? Geniale.
Ma voi direte: l’oracolo solitamente si esprime con frasi sì involute e profonde, ma brevi e secche. Infatti: ecco la seconda mail.

Il modo più breve e sicuro di rovinare i rapporti con molte persone – dire loro la verità su di loro.
Quante persone non hanno fiducia in ogni caso alla fine si scopre che non avevo a fidarsi ancora di più.
Labor ha fatto una scimmia dall’uomo. E dal trasporto cavallo.

Lo so, siete rimasti pietrificati di fronte al distico finale. Che scarto incredibile, eh, che mimesi stilistica! Uno pensa che sia incappato in una mail di appunti di Alberoni, invece scivola in uno status su Facebook di un utente a caso e poi, tac, piomba sul finale che dà una decisa spallata alle teorie evoluzioniste, il tutto in una manciata di parole. E lo chiamano spam…
Enlarge your thoughts.

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La gommapane

Ho fatto un sogno confuso, qualche notte fa, di cui mi è rimasta solo un’immagine: quella della gommapane.
Esiste ancora, la gommapane? Si usa tuttora nelle scuole?
La prima volta che la vidi ero alle medie: l’aveva portata il compagno di classe ripetente, quello che ne sapeva di più della vita; d’altro canto fumava sigarette e aveva sempre un nugolo di ragazzine intorno… La tirò fuori durante una lezione di disegno. Il prof. B., uno dei maggiori responsabili della mia totale incapacità di raffigurare alcunché con un foglio e una matita, parlava come sempre della maledizione delle Piramidi, di folletti e della prospettiva centrale (poi uno si meraviglia se non ho mai imparato a disegnare altro se non un folletto maledetto in prospettiva centrale, appunto): il mio compagno di classe estrasse dalla tasca una specie di pasta biancastra e la iniziò a modellare con le mani, attirando subito l’attenzione del resto della classe. Presto anche il prof. B. si accorse che c’era qualcosa che turbava i suoi racconti: si voltò verso il ragazzino e gli disse qualcosa che non avremmo mai creduto di sentire: “Quella non ti serve ora. Metila [con una t] via.”

I cervelli ormonati di una ventina di dodicenni compirono alcuni sgraziati passaggi logici grazie a provvidenziali quanto fortuite connessioni sinaptiche:
1. quella cosa era un oggetto conosciuto;
2. quella cosa serviva a qualcosa;
3. qualcosa era probabilmente legato al disegno.

Qualcuno si spinse più in là e pensò a una piramide fatta solo di… già, come si chiamava quella cosa?
“Gommapane”, disse il compagno di classe. E qui è il mio di cervello che fa strani scherzi, perché ogni volta che sento l’espressione “gomma pane” penso all’odore plastico e un po’ schifoso di quel giocattolo legittimato dal castrante sistema scolastico patrio. La odorai di certo, quel giorno, la gommapane, con i sensi aperti dalla seconda metà della parola, pronti a ricevere aromi di grano e forni. E inoltre riuscii, dopo disperati tentativi a toccarla e a giocarci. Il giorno dopo qualcuno in classe aveva la sua gommapane, e quella seconda media era già divisa in chi ce l’aveva e chi no. Sapevo di desiderarne anche io tanto quanto era impossibile che i miei me la comprassero, se non convinti da un preciso ordine del corpo docenti. Ma sembrava che non fosse ancora il momento di usarla: il prof. B. continuava imperterrito nel suo spiegarci il folklore esoterico-egizio. Tuttavia, proporzionalmente ai richiami dei docenti nei nostri confronti crescevano le capacità di modellazione della classe. C’erano molti pupazzi di gommapane, ma anche diverse palline: riuscire a fare una vera pallina di gommapane (qualcosa che rimbalzasse davvero, non che si accasciasse dopo un singulto sul pavimento di linoleum) richiedeva ore e ore di passaggi della palletta tra le mani. Alla fine diventava una sfera abbastanza dura e tonda da regalare soddisfazioni sulla fòrmica del banco (improvvisato campo da gioco) o anche sul pavimento della classe nelle ore di ricreazione.
Fatto sta che io non avevo una gommapane e non potevo neanche spiegare il motivo del necessario acquisto ai miei: tutto quello che la gommapane faceva su un foglio da disegno era sporcarlo. Eppure, secondo un altro compagno di classe, figlio di geometra, la gommapane doveva servire a pulire il foglio da eventuali residui di grafite. Niente: gommapane più foglio di carta dava sempre come risultato un bianco molto sporco, con il grigio che passava dalla mano zozza, alla gomma, al foglio fino a che il formarsi di un grigiolino uniforme decretava l’avvenuto processo osmotico.

La moda della gommapane passò, ma si ripresentò in forma “postmoderna” (ripensata, ri-intellettualizzata e un po’ cazzona) alle scuole superiori. Lì, con la tipica sfacciataggine adolescenziale, qualcuno la portò in classe e il giorno dopo ce l’avevano tutti. Ma qualcosa era cambiato: nessuno pensava alla gommapane se non come a una versione sdoganata dalla scuola del Pongo. Una volta, ricordo, qualcuno durante l’ora di disegno tentò di usarla per rimediare a un’impronta digitale o qualcosa del genere lasciata su un foglio. Guardammo il nostro compagno strabuzzando gli occhi, come se stesse tentando di prendere appunti usando una stecca di cioccolato. Prima che la sua impronta digitale diventasse il centro di un banco di nebbia insondabile il compagno di classe venne salvato da qualcosa che gli rimbalzò in testa, poi sul banco, quindi per terra e infine rotolò fino alla cattedra. Stupefatto, lui prese la gommapane che stava per usare, la strinse nel pugno e, lentamente e inesorabilmente, cominciò a lavorarla.

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