Archivi del mese: ottobre 2011

Adottare parole

Grazie alla benemerita Società Dante Alighieri, è possibile adottare una parola: l’adozione consiste nell’utilizzare la parola scelta, nel segnalarne usi errati e, in genere, a proteggerla, per così dire. Molte delle parole dei quattro principali vocabolari della lingua italiana sono state adottate, ma potete comunque diventarne sostenitori. Alcune, però, sono ancora libere. Io ho scelto “edicolante” per i motivi che potete leggere sul certificato che mi è stato mandato: per ingrandirlo, cliccate sull’immagine.

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Acido gr4sso

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Empatia su larga scala

Ieri è stata una giornata faticosissima e strana. Ho lavorato in casa di mattina, ma, quando sono uscito per andare in radio, ho visto alla fermata dell’autobus una ragazzina che piangeva. Anzi, aveva finito di piangere, il viso le si era ancora un po’ decongestionato, ma gli occhi erano ancora umidi, con le lacrime che hanno traboccato in rivoletti sul viso un paio di volte.
Sull’autobus mi sono guardato intorno e ho notato, ferma a un semaforo, una signora che piangeva in macchina. Era un pianto sommesso e continuo. Si è accorta che la fissavo e ha cercato di nascondersi come poteva, ferma al posto di guida nell’abitacolo.
Infine ho incrociato un uomo che usciva dal supermercato: anche lui in lacrime, che parevano uscire dalla stanchezza e dalla frustrazione, che, a loro volta, sembrava avessero superato di gran lunga il dolore. Mi è passato davanti e, a quel punto, non mi sentivo bene neanche io.

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Dilbert ci azzecca sempre

Ahinoi.

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La prova che esiste l’orgasmo “contro natura”

Uno spot di una banca ceca il cui slogan recita qualcosa come “Goditi la prima transazione”. Dimmi te se mi tocca fare il moralista.

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La farsa di una parodia di una commedia

Nella foto: la prova che Berlusconi non ha un cellulare. Ma che vorrebbe tanto averne uno.

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Lou, Lou!

Qualche settimana fa vi mettevo a parte (in maniera un po’ sadica) delle prime note che provenivano da Lulu, il disco di Metallica e Lou Reed (ancora fatico a scrivere queste parole insieme).
Ora il disco è ascoltabile in streaming, tutto.
Se lo volete ascoltare, potete farlo, ma a stomaco vuoto e non prima di intraprendere attività che richiedano calma e concentrazione.
Se dopo qualche ora la nausea non passa, provate queste due pillole qua sotto, prese ripetutamente, per cancellare l’effetto degli ultimi anni degli artisti in questione dal vostro organismo.

[http://youtu.be/z3wXqyRQZnA]

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Confondere il gesso con il porfido

Non riesco ancora bene a farmi un’opinione su quello che è accaduto a Roma sabato scorso: pensadoci, sono ancora pervaso dall’ansia che avevo mentre ascoltavo la diretta di Popolare Network (quanto sono bravi i miei colleghi?). Ma in rete pare che ognuno dica la sua, soprattutto quando a Roma non c’era, quel pomeriggio. Per capirci qualcosa, è bene ascoltare chi c’era, anche se si tratta di un estremista, come il “black block” che firma questo intervento. Leggetelo: probabilmente non sarete d’accordo con tutto quello che dice (e non lo sono neanche io), ma si tratta comunque di un punto di vista interessante che mostra, ancora una volta, come ciò che è risaltato di più dalla manifestazione (o meglio, da ciò che è derivato dalla stessa) sia un senso di disfatta.
Certo, passi che il black block in questione scriva “ubriaci” invece che “ubriachi”, ma passi meno quando dice:

No, seppur non cattolici non ci saremmo mai permessi di distruggere sampietrini offendendo credenze altrui.

Che peccato che un pensiero così importante e profondo incappi in un curiosissimo fraintendimento: possibile che un esperto di guerriglia urbana non sappia cosa siano i sampietrini e, anzi, li confonda con quella Madonna di gesso la cui rottura ha riempito orrendamente le pagine on line dei quotidiani nella giornata di sabato? E così l’ombra del fallimento pende anche sull’ennesima tessera del puzzle di sabato scorso.

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Paul, arrivo

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Commercial(s)

Lo so che non ha senso fare paragoni, ma dopo avere visto quello che ha fatto Tornatore per Esselunga, il pensiero corre a quello che Woody Allen aveva fatto per la Coop, producendo – peraltro – una delle sue poche campagne pubblicitarie veramente originali.

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San Coupon

 Come molti, sono anche io iscritto a quei servizi di offerte commerciali via mail che permettono (tramite coupon) di avere sconti su una gamma ormai vastissima di beni e servizi. Dalla pulizia della caldaia al PAP test, dalla cena alla tuta da ginnastica, tutto è in offerta. Chiaramente spesso ci sono anche delle offerte di viaggi, in una forma che mescola il “last minute” alla gita fuori porta, ecco. Come il “soggiorno di coppia di due notti con colazione e ingresso al museo delle cere di S. Giovanni Rotondo”.
L’offerta per questo imperdibile fine settimana (accidenti, non sfruttabile durante le vacanze di Natale…) mi è arrivata qualche giorno fa: la prima cosa che mi ha colpito è stata l’apprendere che a S. Giovanni Rotondo esiste anche un museo delle cere, come se l’orrore diffuso in quel paesino non fosse sufficiente. Guardando però in maniera più approfondita il comunicato ho notato l’astuta strategia che la ditta G. ha escogitato per acchiappare tutto il pubblico possibile e tentare di interessarlo a questa due giorni: un colpo al cerchio (il credente) e un colpo alla botte (il non credente), il tutto mischiato con lessico da viaggio, con risultati comici che, se fossero volontari, mi farebbero pensare al talento sprecato dello schiavo (o schiava) che verga probabilmente per pochissimi euro questi testi. Eccone due estratti.

In posti dall’anima sacra, come a San Giovanni Rotondo, al tradizionale bagaglio a mano si aggiunge quel bagaglio interiore fatto di richieste, preghiere e speranze da realizzare.

La prossima volta che volo con una compagnia low cost dovrò dimenticarmi tutto: sai mai che scoprano che ho un bagaglio interiore pesante… Ma andiamo avanti, perché qua c’è il vero genio.

I motivi spirituali per cui si va in visita nella città di Padre Pio sono tanti, ma a questi si aggiunge di certo un po’ di sana curiosità e la voglia di sapere di più di quei fenomeni collettivi che colpiscono da sempre l’immaginario della gente.

Della serie: non te ne frega una mazza di Padre Pio? Ma vieni lo stesso a vedere questi pazzi fanatici allo stato brado, fotografali, toccali e, se hai coraggio (o un bagaglio interiore rilevante) parla con loro. Un approccio “mondo movie” a un luogo di pellegrinaggio è, forse, l’unico possibile. Tant’è che questo geniale paragrafo mi avrebbe quasi convinto a prenotare il viaggio, armato di cinepresa e cappello da safari, se solo ci fosse stato nel pacchetto (oltre al pernottamento, il cocktail di benvenuto e i due biglietti per il museo) una bella scorta di Maalox.

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Chi non viene stasera fa una scelta sbagliata

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L’ennui della Canalis

Supponiamo, care lettrici e cari lettori, che George Clooney sia omosessuale. Supponiamo, quindi, che la storia con Elisabetta Canalis fosse una copertura ritenuta necessaria (mah) per preservare l’immagine mascolina di Clooney e che la fine della suddetta storia supporti la maschialità dell’attore, che deve per forza cambiare una donna ogni tot.
Supponiamo che Clooney abbia un sacco di soldi e che quindi abbia ricompensato la Canalis con vitto e alloggio fino a che sono stati “insieme”. E, probabilmente, con dei soldi per le piccole spese. Tipo buste con dentro contante a sufficienza per comprarsi un’isola greca. Anche due, mi sa, coi tempi che corrono. E supponiamo anche che la Canalis non se li sia sputtanati proprio tutti, questi soldi, che si sia accontentata di una sola isola, e/o che Clooney continui a darle qualche centone ogni tanto. Un vitalizio.

Che fa quindi la Canalis, senza avere pensieri economici e priva del pesante fardello, costituito da presenzialismi, tappeti rossi e cene di gala, che grava ora sulla nuova compagna di Clooney?
Elisabetta Canalis si annoia a morte. Gioca alla Wii, va a fare footing, fa i pigiama party con le sue amiche, va al cinema (ma si scoccia).
Il problema è che non la guarda nessuno: prima era sempre sotto le luci della ribalta. “Ma anche quando ho smesso di fare la velina, mica le cose andavano male…”, pensa lei. Insomma, sta sinceramente per deprimersi, ma arriva una telefonata mentre sistema i suoi armadi delle mutande. La sua agente le offre di partecipare alla versione USA di “Ballando sotto le stelle”.
Lei non perde l’occasione e, già che c’è, mostra-e-non-mostra le tette, anche in un’altra trasmissione.
Viene eliminata dallo show, è vero, la sua agente le lascia un messaggio criptico (“U R hopeless”), e su quelle due misteriose lettere lei pensa di potere imbastire una storia alla Lost; è proprio nel mezzo della scrittura dei titoli di testa dell’episodio pilota quando un servizio alla televisione la menziona per cinque secondi. Nonostante il titolo odiosamente fazioso del servizio (“Quante se n’è fatte George!”), si rende conto che, in fondo, la gente è tornata a guardarla. È bastato passare qualche serata a ballare male seminuda in tv. “Un ritorno alle origini…”, pensa lei. La Canalis ha quindi un’idea geniale: fare intravedere le tette, sempre e comunque. FIschietta, ricordando il detto popolare “Capello che vince non si cambia”, e prepara il suo piano, mentre disdice con un sms l’appuntamento con la parrucchiera.

La mattina successiva va dal benzinaio come ci andreste tutte, mie care lettrici, indossando solo una canottierina e i pantaloni della tuta. Scende dalla macchina, dice “Rifornimento, KITT!”, non accade niente. Allora comprende appieno l’espressione “self service”, e l’accetta, nonostante le faccia tanto villaggio vacanze di quarta categoria. Osservate le foto: il perenne sguardo smarrito di fronte ai temibili marchingegni della stazione di servizio è dovuto all’effettiva difficoltà che la Canalis prova nell’azionamento degli stessi. L’espressione circospetta, invece, non deriva dall’ipotesi che stia rubando del carburante, bensì dall’idea che si possa manifestare da un momento all’altro David Hasselhoff, peraltro eventuale ottimo compagno di bevute da carriera-in-declino. In ogni caso, sebbene Michael Knight non si palesi, la missione è compiuta.
Il giorno dopo decide di aumentare la posta ed entra in un piccolo emporio per comprare un pacchetto di gomme da masticare, non prima di avere cambiato i pantaloni della tuta per degli shorts inguinali. Sfortunatamente quel giorno la macchina fotografica del paparazzo (Gavino Canalis, un puro caso di omonimia: LA è grande, eh) ha le batterie scariche e l’unico a vedere la Canalis in tali vesti è il proprietario del negozio, a quell’ora deserto, Desmond Callego. L’ottantaquattrenne viene trovato morto d’infarto qualche ora dopo dalla nipote, che dichiarerà alla polizia: “Prima d’oggi non avevo mai visto il nonno così felice. Per non parlare del sorriso che ha sul volto.”
Il fallimento dell'”Operazione Cingomma” non fa demordere la nostra, che decide di buttarsi su Twitter, nonostante l’increscioso incidente di qualche mese prima. Accede all’account, cancella i mille messaggi di Jennifer Aniston (che la minacciano in seicentoquindici modi diversi: ogni tanto la Aniston si ripete) e il messaggio di Iggy Pop (“I’ll kill U”, e quella U le fa pensare a un complotto sulla sua agente) e si butta come una pazza a commentare, disquisire, raccontare di sé.

Tuttavia non è soddisfatta: sente che c’è un anello mancante. “Mica quello stronzo di George l’avrà voluto indietro?” Ma la Canalis soprattutto si chiede: come fare intravedere le tette anche su Twitter?
Scopre quindi che quella finestrella sul suo cellulare non è una presa d’aria, ma l’obiettivo di una macchina fotografica incorporata nel cellulare stesso: ragazzi, l’America. E si ricorda anche che è possibile mettere su Twitter le proprio fotografie, anzi, l’ha già fatto! Come dimenticare le foto del Piccione Aldo, o quelle di lei-in-macchina-con-un’-amica? Licenzia Gavino con professionalità e cortesia,  urlandogli dietro “Tu cugino mio più non sei”, poi, presa dal rimorso, chiama papà in Italia per mostrarsi pentita dello screzio familiare. Lo squillo del telefono di casa Canalis sveglia tutti alle cinque del mattino, allarmando anche il cane: il fuso orario non è un concetto così semplice da incorporare. Passa una notte infame, ma il giorno dopo decide di andare in spiaggia, per iniziare una nuova vita sotto i riflettori del suo cellulare.
Per ora la Canalis è felice, ma poi, che succederà? Datele da fare, perché la noia è una brutta cosa.

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Metropolitane superficiali

Sul Corriere della Sera on line, c’è una notizia intitolata “La rivincita delle ragazze”: si parla di un sito americano (SubwayCrush), dove gli utenti postano foto di ragazzi belli e aitanti (almeno, la maggior parte di loro) “rubate” in metropolitana. Quale sarebbe la rivincita? Che le ragazze, per una volta, fanno “le voyeuse”, giudicando gli scatti che loro stesse pubblicano. L’unica regola? “Niente foto di ragazze”. E ti credo: i nickname della maggior parte degli utenti (ben visibili in ogni post) sono maschili. Di questo, però, l’articolista del Corriere non si è accorta, continuando a declinare tutto l’articolo “al femminile”: e allora le dedico l’immortale brano degli Elio e le storie tese.

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L’antipastino

Entri in un ristorante: è presto perché quella sia considerata ora di cena nel fine settimana della metropoli. Ti accoglie un cameriere che accompagna te e lei a un tavolo. Non fai in tempo a sederti che lo stesso cameriere, sulla quarantina, con una certa rassomiglianza con Massimiliano Bruno, ti offre di portarti “un antipastino”. E, nel descriverlo riempie di prelibatezze con movimenti della dita un piatto immaginario tenuto con la mano sinistra. Dice “Un po’ di formaggio, salu…” e tu lo interrompi, ringraziandolo, per chiedere il menù. Lui si ferma e ti guarda offeso. “Gliel’avrei portato, eh”, replica, prendendo due liste in mano.
Scopri che l’antipastino è per minimo due persone, e costa 15 euro al piatto.
L’antipastino.
Da quando il cameriere prende l’ordinazione (due pizze, una birra media e una bottiglia d’acqua) a quando queste giungono al tuo tavolo, sono arrivate altre persone.
“Intanto vi porto qualcosa, un antipastino?”
Non è neanche bello a vedersi, ma, nel giro di quindici minuti l’antipastino è su ogni tavola del ristorante.

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E noi veniamo tutti a casa con te…

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Denti bianchissimi


Forse avrete notato in molte città italiane alcuni manifesti in cui si pubblicizzano cure odontoiatriche in Romania. Queste affissioni, piuttosto grezze esteticamente, parlano di pacchetti che comprendono tutto, dal viaggio di andata e ritorno, all’alloggio, all’intervento dentistico vero e proprio.
Ora, non so quale sia la qualità dei dentisti romeni, ma per esperienza indiretta so che in Slovenia ci sono ottimi medici che danno prestazioni di ottima qualità a costi che sono circa la metà di quelli medi dei tariffari italiani. Insomma, è il mercato, no?
Bene.
L’ANDI (una delle associazioni di categoria dei medici dentisti) è recentemente insorta: nulla di strano né di male, ogni categoria difende i propri interessi, i prezzi che applica, e quindi lo status quo dei suoi iscritti, no? Il problema è che questa protesta ha preso la forma di manifesti come quello che vedete quassù (cliccatelo per ingrandirlo: ne ho trovato uno relativo alla Regione Marche, ma è lo stesso). “Vu curà”, un “calco” da “vu cumprà”, l’orrendo nomignolo con cui negli anni ’80 e ’90 si chiamavano i venditori ambulanti, per lo più africani, che iniziavano a vedersi nelle vie e spiagge italiane.
Ecco l’ennesimo segno del razzismo che prende sempre più piede in Italia: un tempo questo era il linguaggio deprecabile di una parte politica ben precisa, ora è diventato patrimonio comune. Oppure tutti i dentisti dell’ANDI sono tendenzialmente razzisti? Non credo proprio: anzi, se così fosse sarebbe meno preoccupante. Invece si tratta di una diffusione lenta e vischiosa, a macchia d’olio. La goccia la vidi personalmente a Milano una decina di anni fa, quando i miei cugini (meridionali) che vivevano nel capoluogo lombardo per motivi di studio, portarono a casa un volantino simile a questo. Le avete lette le scritte sotto i disegnini? Il meccanismo “linguistico” è lo stesso, solo che adesso è diventato “patrimonio comune”. E per ora (per quanto ne so) nessuno ha detto niente, fomentando ancora una volta quel pericolosissimo silenzio-assenso che è stato alla base, anzi, la base di innumerevoli drammi nella storia del Paese (dalle mafie al fascismo) e non solo.

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Scioperati

Dicevo, giusto un mese fa, che per dimostrare che la situazione in Italia è ormai davvero insostenibile, ci vorrebbe uno sciopero serio, che blocchi il Paese. Lunedì le USB hanno proclamato uno sciopero nazionale dei mezzi di trasporto: ciononostante quella mattina mi sono recato fiducioso alla fermata dell’autobus per andare al lavoro-della-mattina, pensando che i disagi sarebbero stati limitati. Ho aspettato un’ora prima che arrivasse un mezzo. Di certo non una cosa piacevole, ma se è necessario, appunto, che sia così. “Certo”, mi sono detto, “e quando mai le rappresentanze di base hanno avuto così adesioni a uno sciopero?”.
Ma poi mi sono reso conto di una cosa: che ieri, qui a Bologna, c’era la festa patronale. E che quindi le alte percentuali di scioperanti in città erano probabilmente dovute alla possibilità di fare un ponte, più che alla reale volontà di protesta.
E allora che questo Paese (e la maiuscola la metto solo per motivi ortografici) così egoista, gretto, ombelicale vada in malora. La colpa non è del Governo, no, ma di chi in Italia vive e lavora.

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L’undicesima stagione

Era l’ottobre del 2001 quando andava in onda la prima puntata di Seconda Visione: volevamo portare in radio un nuovo modo di parlare di cinema, con competenza sì, ma senza prenderci sul serio. In questi anni si sono avvicendati ai microfoni della trasmissione sei conduttori (che sono poi gli autori del blog), ma mi fa un certo effetto pensare che io sono quello che è rimasto, dalla prima puntata della prima stagione alla prima dell’undicesima, che va in onda questa sera alle 2230.
Sono là da tutto questo tempo, accidenti.
Poi uno dice che in Italia vige la gerontocrazia…
Comunque: qui sotto lo spot, che vi farà capire che occuparsi di cinema non è poi sempre tutto rosa e fiori. A questa sera!

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La vetrina dei dannati

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