Una fine qualunque, per tutti

Quel libro dalla copertina nera era nella mia libreria da quattro anni: stava lì, mi fissava col suo dorso nero e le scritte bianche: Philip Roth. Everyman. Ho un rapporto strano con Roth: ho tre suoi libri, ma non ne ho comprato nessuno. Mi sono stati regalati o semplicemente dati. Non lo cerco, Roth. Arriva. Questo libro, finito di leggere un mese prima del compimento del mio trentatreesimo anno di età, è scritto benissimo, ma sembra quasi uno sfogo: dà l’impressione che la storia di questo uomo del New Jersey, che ha le stesse origini e la stessa età dell’autore, e che inizia e finisce con la morte del protagonista, sia stata scritta di getto. Con ogni probabilità non è così, ma la sensazione che si ha è che Roth abbia voluto liberarsi del peso della morte, per concludere che questo non accade mai perché (per riprendere il pensiero di Epicuro) si vive con questo peso per lasciarlo solo quando si smette di respirare.
Ora capite la copertina nera.
Come il morality play omonimo, anche in questo caso il protagonista è costretto a dei bilanci, nel momento in cui (come è accaduto all’autore) è sottoposto a una serie continue di ricoveri e interventi chirurgici, dopo una vita passata più o meno in salute, almeno fino alla mezza età. Ripensa quindi alle sue tre mogli, ai suoi figli, alle sue passioni, al suo lavoro. Ciò che gli rimane, a differenza dei compagni dell’Everyman tardomedievale, sono rimpianti e senso di vuoto, che lo accompagnano fino a una fine banale, descritta quasi come ingloriosa e, ovviamente, repentina.
Nelle scene ambientate ai funerali, sino allo splendido dialogo con il becchino, alla fine del romanzo, Roth racconta la morte come qualcosa di violento e crudele, da un lato, ma naturale e “terreno” dall’altro. Per qualcuno, come la allieva del corso di pittura, è una liberazione. Per altri, come il becchino, è un lavoro.
Banalizzo, o meglio, riassumo: d’altro canto è un libro di un centinaio abbondante di pagine e, per quanto vi sia una storia, la profondità del romanzo è nello stile di Roth e nel raccontare una storia universale, tremendamente alla portata del vissuto di tutti, innalzandola ad esemplare.
Sarebbe stato troppo facile raccontare la vita e la morte di un uomo glorioso: la cosa agghiacciante è che Everyman parla davvero di uno qualsiasi di noi: per quanto vogliamo rifuggire la normalità di questa persona, essa è nostra e inevitabile. Esattamente come la morte.

La imbarazza ciò che è diventata, pensò lui, è imbarazzata, umiliata, mortificata, a tal punto da ritenersi irriconoscibile. Ma chi di loro non lo era? Erano tutti imbarazzati da ciò che erano diventati. Non era così anche per lui? Dai cambiamenti fisici. Dall’affievolimento della sua virilità. Dagli errori che lo avevano contorto e dai colpi – sia quelli autoinferti sia quelli venuti dall’esterno – che lo deformavano. (…) Non esisteva più nulla tranne il dolore.
Philip Roth – Everyman – Einaudi, Torino, 2007, pag. 64, trad. di Vincenzo Mantovani.

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