Archivi del mese: maggio 2011

L’infantile malattia

La schermata che vedete qua sopra (cliccate se la volete più grande) era quella che campeggiava sul sito del quotidiano Libero nel tardo pomeriggio di ieri, con la sconfitta del centrodestra nelle amministrative che ormai era certa. L’errore che ho sottolineato in rosso non è stato corretto per molto tempo, ma il refuso freudiano, la serrata delle sala stampa del PdL di ieri pomeriggio e la nenia ormai continua sui comunisti, indicano davvero un grado di infantilisimo preoccupante tra le fila di una serie di organizzazioni politiche che rappresentano (diciamo così) una buona metà degli italiani. La destra pare essere un bambino che non accetta rimproveri, castighi e giudizi negativi, che sputazza e scalcia fino all’esaurimento delle forze e che vuole avere sempre l’ultima (brutta) parola.

Non se ne andrà nessuno, dal PdL: prova di questo è che Bondi abbia dato le dimissioni. Oh, così come non se n’è mai andato nessuno dal Pd, che pure perde confronti elettorali a grappolo.

La classe politica più vecchia d’Europa dovrebbe fare tutta un passo indietro: e lo dico a costo di rovinare la festa meritata a due delle più importanti città d’Italia.

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Integrazione

L’altra mattina il supermercato dove ho fatto la spesa era pieno: le code alle casse si intrufolava nelle corsie, tant’è che qualcuno ha deciso di finire le compere mentre era in fila. Dietro di me c’era una signora piuttosto anziana, piccolina e tondetta. Mentre finivo di mettere le cose nei sacchetti, ho visto che una donna sulla trentina, dalle labbra turgide e gli occhi di ghiaccio, insisteva nel chiedere alla signora di passarle davanti. “Ho solo queste”, le ha detto, indicando le tre bottiglie di bibite analcoliche che aveva tra le braccia.
La signora ha negato, la donna ha insistito, ma, una volta che la cassiera ha iniziato a fare passare sul nastro i prodotti della signora, la donna si è arrabbiata.
“Ma cosa succede, a voi italiani”, dicevano le labbrone turgide con tono secco e nervoso. “Non vi riconosco più, siete tristi, mai un sorriso!”.
Ho pensato che quella donna, che voleva probabilmente portare le bibite in ufficio per un rinfresco organizzato all’ultimo momento (si erano tutti dimenticati che quello era l’ultimo giorno di lavoro di qualcuno), incazzosa e, soprattutto, serissima si fosse quindi perfettamente integrata.

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Un altro offMaps

Domani a Bologna dovevano esserci gli Happy Mondays, ma niente, il concerto è stato annullato. Siamo però qui pronti a darvi un’alternativa: a Leggere Strutture, in via Ferrarese, con la complicità dell’Officina Letteraria Ultima Sigaretta, ci sarà un nuovo appuntamento con offMaps. Si tratta di una “trasferta” della trasmissione radiofonica che conduco ogni pomeriggio: rimane la formula della chiacchiera libera e del minilive, ma tutto viene fatto dal vivo, e non irradiato. Insomma, o siete là presenti, dalle 21 circa, o ciccia.

L’ospite di offMaps@Leggere Strutture sarà Marco Parente, che da qualche mese ha pubblicato il suo disco La riproduzione dei fiori. Chiacchiererò con lui del suddetto disco e di altre amenità, e lui suonerà dei brani del disco in una speciale versione acustica, con voce, chitarra e piano. Marco sarà ospite di Maps domani pomeriggio.

Insomma, siateci. Gli Happy Mondays, comunque, non vi meritavano.

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Il silenzio come arte d’élite

E quindi niente più depliant al Museo della Memoria di Ustica: pare che un ex-alto-papavero dell’Aeronautica abbia querelato il Comune. La prima immagine che ho avuto è quella di un museo (che non ho colpevolmente mai visitato, ma che in qualche modo conosco) silenzioso, che mostri solo i reperti, su cui troneggiano i resti riscostruiti della carlinga dell’aereo precipitato quella notte. “Che immagine imponente!”, ho pensato sulle prime.

Però poi ho riflettuto un po’, e ho pensato che in questo modo si perderebbe molto del potere di quello che è un monumento all’oscurità del Paese, il segno di una verità ancora nascosta e della forza di chi resiste per svelarla. Questo perché l’Italia è un Paese in cui, come in molti altri, la gente riflette sempre meno e, soprattutto, ha bisogno di stimoli immediati, chiari, diretti e concisi. Altrimenti la gente non capisce. Chi ha compreso (e in parte ha favoreggiato) questo carattere del nostro popolo, vince le elezioni da anni e anni, riempiendo di sue parole e immagini tutto il riempibile; e, quando gli viene fatto notare che ci sono delle regole per cui non si può agire in tal modo, dice che “gli impediscono di parlare”.

Quindi quella arrivata ieri è una brutta notizia: perché i resti di quell’aereo per molti, per quanto incredibile sia, non credo che dicano abbastanza.

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La prossima arma pro-Moratti

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Cattività

Ultimamente mi rendo sempre più conto di quanto le persone, a volte anche quelle vicine, siano diventate scorbutiche, scortesi, ringhianti, non riconoscenti. Persone a cui chiedi al telefono, di persona o in chat “Come va?” e hai una mezza risposta che non comprende quasi mai un “E tu?”. Persone che si sembrano vantarsi di essere cattive, di rimproverare in maniera aspra la gente, di essere dure.

Be’, andate dolcemente a quel paese. Perché non credo che sia questo tipo di atteggiamento a migliorare le cose. Si può avere un riscontro immediato, una reazione di timore (reverenziale?), un problema che momentaneamente viene spazzato via da un tono di voce scortese o aggressivo. Ma ciò che si immette nella giornata propria e degli altri non è qualcosa di positivo. Ora, non prendetemi per buonista, né per buddista, sarebbe un errore: tuttavia affermo fieramente di credere nella cortesia, nell’attenzione verso gli altri e quindi, in buona sostanza, nel fare un passo indietro, nel togliersi dai riflettori per osservare, umilmente e al buio, tutto il resto. Probabilmente questo mio modo di fare non mi renderà mai ricco, potente o importante, ma statene certi: morirò felice e libero. Libero, sì, perché credo che parte di questi atteggiamenti siano imputabili a un malessere, a una costrizione, che sia sociale, psicologica, personale o lavorativa. La bontà è la virtù dei forti, perché per dare bisogna avere. Chi non ha, ruggisce, e il rumore provocato dalla sua stessa voce gli impedisce di ascoltare gli altri.

Sono forse allegorico (ma non barocco), vecchio (ma non vintage), ingenuo (ma non naif)? Pazienza. D’altro canto, credere nella bontà, nella riconoscenza e nel prossimo nel 2011 fa di me istantaneamente un illuso o addirittura un emarginato, o quasi, sebbene io non cerchi per nulla di raggiungere questo stato. Mi ci trovo, talvolta, e quando tutto si fa troppo duro, ricerco nella memoria (recente o remota) i sorrisi, gli attestati di stima e d’amore che ho ricevuto. Forse non sono migliaia, ma sono certo che non siano stati estorti con urla reali o metaforiche: sono stati spontanei. E, proprio per questo, valgono moltissimo.

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Nuovi metodi per dimenticare l’Alice di Tim Burton

Scoprire per puro caso un film per la televisione del 1966, diretto da Jonathan Miller, con Peter Sellers e Alan Bennett. Una puntata di “The Wednesday Plays”, serie che andava in onda sulla BBC ogni mercoledì, nella seconda metà degli anni ’60. Questa versione di Alice è realmente impregnata di quell’epoca: musica indiana (composta da Ravi Shankar, mica uno a caso), richiami al cinema europeo d’autore e uno stralunato umorismo che diventa l’ennesimo semino dal quale è nata la pianta dei Monty Python.
Scusate la metafora.
Insomma, se lo volete vedere per intero è qua.

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Purp Fiction

Leggo dal Corriere che in provincia di Caserta, a Bonea, è stato eletto sindaco un ragazzo di 19 anni, che va ancora a scuola. Salvatore Paradiso è figlio di Gennaro, il sindaco uscente che non ha potuto ripresentarsi dopo essere stato eletto per tre mandati. Il tutto sotto la lista civica “Continuità e progresso”.
Presupponendo che, da quello che leggo, la giunta Paradiso non ha fatto cose brutte e che non so da che parte politica tenda, non ho potuto evitare che mi venisse in mente il “pruppo” (o “purpo”, cioè “polpo”), figlio di Cetto La Qualunque. E poi, che genialata il nome della lista: cerchiobottista, un po’ di qua e un po’ di là, avanti e indrè, italico al 100%.
Siamo un Paese da film, governato con più grottesca immaginazione, però, di quante ve ne sia in molte sceneggiature che in Italia vengono scritte.

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Cose di cui non sentiamo la mancanza

Io, che penso di essere immune da processi di rimozione, ho continue prove che ciò non è vero. Non stiamo parlando di grossi traumi, ma di rotture di palle perpetuate per mesi, sia chiaro. Cose noiose e invadenti di cui mi ero completamente dimenticato. Come Clippy, una delle creazioni più inutili e noiose nella storia del software: e pensate che era stata creata per aiutare l’utente.
Sì, Clippy era un “assistente di Office”, l'”aiutante” dell’utente di Microsoft Word 97: nella sua forma di base era una fastidiosa graffetta animata, da cui il nome. Già, perché l’utente poteva essere “aiutato” anche da un cane, un robot o un delfino. Ma la bruttezza della graffetta animata, che ricorda per certe linee la mascotte orrenda di Italia ’90, era oltre ogni pensiero.
Come funzionava? Molto semplice: tu aprivi una bella pagina di Word, stendevi le dita, iniziavi a digitare qualcosa, perso nei tuoi pensieri di lavoro, creativi, amorosi, tutti e tre nel caso si dovesse stilare una richiesta che giustificasse un viaggio aziendale per stare in pace con la segretaria, e si sentiva un “tap tap”, come di nocca soffice su porta. Era Clippy, che bussava allo schermo e iniziava a importi il suo aiuto, qualsiasi cosa tu stessi facendo. Se scrivevi “cara”, ad esempio, ecco che Clippy intuiva che si trattava di una lettera e iniziava a darti consigli al riguardo. Questa era la sua modalità d’aiuto: talmente efficace che iniziarono a lamentarsene anche i dipendenti Microsoft. L’azienda di Redmond tenne in vita Clippy fino ai primi del 2000. Poi la eliminò definitivamente da programmi e aggiornamenti, ma non del tutto: come nei film horror, quando nel finale si scopre che il mostro è ancora vivo, il serial killer non è morto, e la spora assassina sta cominciando a riprodursi, Microsoft ha reso disponibili agli utenti queste tremende creature. Se volete, qua potete scaricarle tutte. Clippy 2 – Il Ritorno è a un passo.

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La prima volta di “Smells Like Teen Spirit”

Devo avere sentito la canzone cardine degli anni ’90, per la prima volta, intorno alla fine del 1992: i dischi arrivavano lentamente in provincia, come tartarughe spiaggiate. Ma, oltre ai Nirvana e al loro entourage, altri esseri umani la sentirono per la prima volta nell’aprile del 1991, il 17 per la precisione, in un concerto all’OK Theatre di Seattle, mesi prima dell’uscita di Nevermind. Se i miei ricordi rispetto al primo incontro con “Smells Like Teen Spirit” sono confusi, non penso possano esserli quelli degli spettatori che si vedono nel video qua sotto.
Sì, lo so che era meglio scrivere questo post il 17 di aprile, ma fate che sia lo stesso, eh.

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Sapete che vi dico?

Che, ogni volta che vado a votare, la sineddotica immutabilità del seggio elettorale (e ne ho cambiati quattro, da quando mi sono recato per la prima volta alle urne) mi fa pensare a Pasquale Ametrano, ovviamente nella sequenza qua sotto.

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La prova della genialità dell’uomo

Sì, è una mongolfiera. No, probabilmente la bandiera è francese.
(via)

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Indirizzi

Ieri ho chiamato per l’ennesima volta la compagnia di consegne dalla quale dovevo ricevere un pacco: nonostante avessi chiamato il numero sull’avviso per la mancata consegna cambiando l’indirizzo di recapito da casa a lavoro, il pacco non arrivava mai.
La signorina del corriere mi ha quindi chiesto per l’ennesima volta l’indirizzo della radio.
“Via Berretta Rossa 61/5, 40133 Bologna”, ho detto.
“Via Brigate Rosse?” ha chiesto la signorina.
Sono rimasto in silenzio. Lei anche: la mia interlocutrice giudicava quindi la domanda valida, e aspettava una risposta.
Berretta Rossa” ho detto.
“Ah”, ha fatto lei ticchettando l’indirizzo al computer.
“Non mi sembra proprio il caso di intitolare una strada alle Brigate Rosse”, ho aggiunto.
Silenzio.
“Mm, sì”, ha detto lei.
Il pacco è arrivato ieri pomeriggio.

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Ha i baffi?

Da quando mi sono trasferito in questo appartamento, ho pensato che avrei avuto bisogno subito di alcune cose direttamente da casa dei miei, per sentirmi davvero a posto. Sono arrivato qua nel giugno 2006. Ad agosto è arrivato il mio pianoforte. Ma subito dopo è stata la volta di Indovina chi?
Non riesco ancora a capire cosa mi affascini del gioco-in-scatola che posseggo in un’orgogliosa edizione anni ’80, in cui le facce dei personaggi non hanno ombre. Dal punto di vista grafico, dico, perché – moralmente parlando – tutti i personaggi potrebbero avere qualcosa da nascondere.
Per questo non posso fare a meno di segnalare “La vera storia dei personaggi di Indovina chi?, una chicca, la reificazione di un gioco che anche io ho fatto tante volte, ipnotizzato dal suono secco delle tessere che cadevano quando, finalmente, si azzeccava la domanda giusta.

Grazie a E. per la dritta.

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Una fine qualunque, per tutti

Quel libro dalla copertina nera era nella mia libreria da quattro anni: stava lì, mi fissava col suo dorso nero e le scritte bianche: Philip Roth. Everyman. Ho un rapporto strano con Roth: ho tre suoi libri, ma non ne ho comprato nessuno. Mi sono stati regalati o semplicemente dati. Non lo cerco, Roth. Arriva. Questo libro, finito di leggere un mese prima del compimento del mio trentatreesimo anno di età, è scritto benissimo, ma sembra quasi uno sfogo: dà l’impressione che la storia di questo uomo del New Jersey, che ha le stesse origini e la stessa età dell’autore, e che inizia e finisce con la morte del protagonista, sia stata scritta di getto. Con ogni probabilità non è così, ma la sensazione che si ha è che Roth abbia voluto liberarsi del peso della morte, per concludere che questo non accade mai perché (per riprendere il pensiero di Epicuro) si vive con questo peso per lasciarlo solo quando si smette di respirare.
Ora capite la copertina nera.
Come il morality play omonimo, anche in questo caso il protagonista è costretto a dei bilanci, nel momento in cui (come è accaduto all’autore) è sottoposto a una serie continue di ricoveri e interventi chirurgici, dopo una vita passata più o meno in salute, almeno fino alla mezza età. Ripensa quindi alle sue tre mogli, ai suoi figli, alle sue passioni, al suo lavoro. Ciò che gli rimane, a differenza dei compagni dell’Everyman tardomedievale, sono rimpianti e senso di vuoto, che lo accompagnano fino a una fine banale, descritta quasi come ingloriosa e, ovviamente, repentina.
Nelle scene ambientate ai funerali, sino allo splendido dialogo con il becchino, alla fine del romanzo, Roth racconta la morte come qualcosa di violento e crudele, da un lato, ma naturale e “terreno” dall’altro. Per qualcuno, come la allieva del corso di pittura, è una liberazione. Per altri, come il becchino, è un lavoro.
Banalizzo, o meglio, riassumo: d’altro canto è un libro di un centinaio abbondante di pagine e, per quanto vi sia una storia, la profondità del romanzo è nello stile di Roth e nel raccontare una storia universale, tremendamente alla portata del vissuto di tutti, innalzandola ad esemplare.
Sarebbe stato troppo facile raccontare la vita e la morte di un uomo glorioso: la cosa agghiacciante è che Everyman parla davvero di uno qualsiasi di noi: per quanto vogliamo rifuggire la normalità di questa persona, essa è nostra e inevitabile. Esattamente come la morte.

La imbarazza ciò che è diventata, pensò lui, è imbarazzata, umiliata, mortificata, a tal punto da ritenersi irriconoscibile. Ma chi di loro non lo era? Erano tutti imbarazzati da ciò che erano diventati. Non era così anche per lui? Dai cambiamenti fisici. Dall’affievolimento della sua virilità. Dagli errori che lo avevano contorto e dai colpi – sia quelli autoinferti sia quelli venuti dall’esterno – che lo deformavano. (…) Non esisteva più nulla tranne il dolore.
Philip Roth – Everyman – Einaudi, Torino, 2007, pag. 64, trad. di Vincenzo Mantovani.

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Electroche?

Nella foto: il Roland TB-303, ciò da cui tutto (o quasi) ebbe inizio.

Frequento in vari modi la musica da quando ero piccolo, ma non posso di certo dire di saperne di musica. Conosco alcune cose bene, moltissime in maniera approssimativa e altrettanto sono a me quasi del tutto ignote. Per questo mi sono divertito molto (e ho imparato un sacco) da questo link che mi ha passato S.: si tratta di una “guida alla musica elettronica” dalle origini ad oggi. Ci sono canzoni da sentire, mappe da navigare, collegamenti interessanti e, se avete voglia di mettervi a leggere, un “tutorial” (che in realtà è un’introduzione all’argomento) a tratti spassoso.

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Il futuro del libro

Quale sarà il futuro del libro, tra costi crescenti per l’editoria, formati elettronici e e-publishing? È su questi temi che ruota una due giorni organizzata dal Laboratorio Crash qui a Bologna che inizia domani. Le giornate sono state create anche con la collaborazione della radio per cui lavoro, e avrò il piacere di moderare gli incontri di domenica pomeriggio insieme a Paola Papetti.
Secondo me sarà interessante: partecipatecivisi.

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Vita e viti

Un uomo deve svitare trentadue viti per aprire un pannello. Dice: “Non ha senso pensare a quante ne ho tolte o quante me ne rimangono da svitare. Quello che conta è la vite su cui lavoro ora.”
L’uomo, immortalato in Hubble, è a cinquecento chilometri dalla Terra, agganciato con dei cavi a una nave spaziale e lavora con una tuta che gli permetta di sopravvivere senza ossigeno a meno duecento gradi di temperatura per riparare una delle più grandi invenzioni dell’uomo, il famoso telescopio orbitante.
Da quando ho visto quella scena, penso alle viti che mi spettano, ma non giungo a una conclusione.

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WikiSoddisfazioni

 Maps è finito anche su Wikipedia, sulla pagina dei Black Lips, per essere precisi.
Basta, sì, ok.
Svolazzo, ma basso, con modestia e circospezione.

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Quarto viaggio di Maps negli USA

Se il post di ieri si chiudeva con “Signora mia, sono soddisfazioni”, questo si dovrebbe aprire allo stesso modo. Dopo la comparsa di Maps su Pitchfork nel dicembre 2007, marzo 2008 e marzo di quest’anno, ecco che qualche giorno fa la session registrata nei nostri studi a novembre con i Male Bonding è finita qua.
Ma la cosa che davvero mi e ci inorgoglisce è la definizione che l’articolo dà della radio nella quale lavoro da dieci anni: “one of the largest independent radio stations in Italy”.
Arrossisco.

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