Archivi del mese: marzo 2011

Sette gelatine di frutta

Non so voi, ma a me piacciono moltissimo le gelatine di frutta, ma non me le compro mai. Un po’ perché sono appena meno care del tartufo (quelle buone) e un po’ perché le finirei subito, appunto.

I video dell’intenso concerto di Cristina Donà di lunedì scorso sono come gelatine, per me, autoprodotte.
Un post melenso? Zuccherino, direi.

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Come Facebook uccise i blog (e altre forme di vita) – 3

(Continua dal post precedente)

4. Facebook ha stravolto il concetto di “privato”
Il discorso non riguarda solo la privacy dei dati degli utenti, che Facebook, si sa, affronta in maniera del tutto sbarazzina, ma il senso di “privato”, stravolto dalle disposizioni di base che vengono associate al nostro profilo quando ci iscriviamo, ma anche dei meccanismi “sociali” ormai condivisi. Facebook nasce per farsi i cavoli degli altri e per mettere in piazza i propri: questo è un dato. Ma, ripeto, non si tratta solo del fatto che se io sono iscritto a Facebook e mi fotografano alle spalle di Giovanna, ecco che la mia foto col mio nome compare nell’album di Giovanna senza che io possa, in prima battuta, impedirlo. Qui parlo del fatto che le bacheche degli utenti, cioè i luoghi in cui compaiono le cose che l’utente scrive, ma anche gli oggetti inseriti da altri in cui è “inserito” il nome dell’utente stesso, sono ormai usate come mezzi per comunicare cose private, sebbene siano visibili da tutti gli amici dell’utente in questione. Per cui non è difficile imbattersi in scambi di commenti pubblici che riguardano appuntamenti tra due persone in un dato luogo, sollecitazioni a studiare, lavorare, eccetera, proposte di cene, cinema o aperitivi, fino a (visto con i miei occhi) inviti a rispondere al telefono: davvero, ho visto uno scambio di messaggi tra l’utente A e l’utente B, sulla bacheca dell’utente A, in cui B scriveva “A, rispondi al cellulare, ti sto chiamando”.
Di nuovo: è la natura tecnica del mezzo che obbliga gli utenti a questo tipo di scambi? No, perché, come in tutti i social network, anche in Facebook esistono i messaggi privati, che però spessissimo non vengono usati per comunicare cose come quelle sopra riportate. Il risultato è l’ulteriore aumento del “rumore” di cui abbiamo parlato prima.

Conclusioni
Queste osservazioni non hanno pretesa di essere esaustive, ma erano per me necessarie. Facebook, come ogni strumento di comunicazione, non è il male, ma secondo me tende a essere utilizzato male. La sua diffusione, le sue caratteristiche tecniche, i suoi modi d’uso portano inevitabilmente a una scarsa propensione all’approfondimento e alla riflessione: nonostante questo, i modi minimi di partecipazione che sta imponendo sono gratificanti per l’utente che, pur non dando davvero un’opinione articolata su un determinato evento, oggetto o altro, si sente parte della comunità, del social network, in maniera completa e soddisfacente, poiché la partecipazione minima ha la stessa valenza di altre, anzi, viene spesso preferita ad altre che, quando esistono, vengono comunque meno considerate. Alla superficialità della proposta (post) corrisponde sovente una partecipazione minima in qualità ma numericamente elevata degli utenti: per intenderci, se io su Facebook posto un video, avrò più “mi piace” di quanti commenti possa avere su una nota, indipendentemente dal contenuto del video o della nota.
Tutto questo influenza il resto della comunicazione in rete, in particolare le forme di comunicazione più articolate e complesse, quali quelle dei blog, mica dei trattati scientifici!, che subiscono un declino di lettori e commentatori, a prescindere dalla loro qualità.
Se volete vedere tutto questo come un piangermi addosso siete fuori strada, ma liberi di farlo, anzi: siete invitati a commentare questi post. Un “mi piace”, questa volta, non vi salverà.

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Come Facebook uccise i blog (e altre forme di vita) – 2

(Continua dal post precedente)

3. Facebook ha ridotto ulteriormente l’unità minima di comunicazione
La Rete è stata vista, a ragione, come una grande opportunità per estendere la partecipazione a un pubblico idealmente infinito. La comunicazione condivisa e partecipata è stata una delle caratteristiche delle prime applicazioni in rete, dalle bbs degli inizi, alle chat, ai forum, ai blog. Queste forme hanno ovviamente stimolato il narcisismo degli utenti che hanno iniziato a pubblicare in rete qualsiasi cosa che li riguardasse, soprattutto nei blog a indirizzo personale (quale peraltro è questo che state leggendo). L’obiezione è stata spesso quella del “chi se ne frega”: anche io, a volte a ragione, a volte meno, ho ricevuto dei commenti che in pratica mi dicevano che certe cose della mia vita erano davvero di scarso interesse pubblico. A mia discolpa, però, posso dire che su questo blog ha spesso cercato di scrivere i fatti miei almeno in una forma accettabile, se non proprio esplicitamente narrativa: che ci sia riuscito o meno, è un altro paio di maniche.
Alcune nuove forme di comunicazione pubblica breve, Twitter e conseguentemente la compliazione di status di Facebook, da Twitter ispirata, hanno però portato all’estremo la personalizzazione dei contenuti . Insomma, tutti pubblicano tutto, senza filtri, scrivendolo male e con poche parole. Ricordando le premesse al post di ieri, pubblico qui in forma anonima dieci messaggi di status a caso di “amici” della pagina Facebook della trasmissione:
– “sono a letto con la febbre”;
– “long after tonight is all over”;
foto di gatto;
“Quando non ci sono gli ultrà avversari i tifosi dell’Hellas si scherniscono facendo anche le loro veci e intonando i cori di insulti che gli verrebbero altrimenti affibbiati… Perdonate la modestia ma siamo sempre i migliori, anche e a maggior ragione in serie C /=”;
– “‎(sono stata un po’ fuori di me per qualche giorno)”;
– “Amici miei.” con foto di amici dell’utente, presumo;
– “Melancholia Prima. In verità, di tutte le voragini fra cui ci muoviamo alla cieca, nessuna è tanto cupa, e per noi stessi inconoscibile, quanto il nostro proprio corpo. Lo si definì un sepolcro, che ci portiamo appresso; ma la tenebra del nostro corpo è più astrusa per noi delle tombe.“;
– “+” e basta;
– “Siamo tutti sotto processo, inevitabilmente” con video tratto da Il Processo di Welles;
“putrefazione”.
Frasi singole, citazioni, spesso solo parole o segni grafici, addirittura. Che cosa significa tutto ciò? Che cosa si vuole comunicare nella stragrande maggioranza dei casi, se non se stessi, in maniera, peraltro, criptica a tutti gli altri (e non credo che tutti gli “amici” veri o virtuali di questi utenti abbiano le idee chiare su cosa volessero dire)? Non ci sarebbe niente di male, se  questa modalità ormai adottata dalla stragrande maggioranza degli utenti di Facebook non portasse a due conseguenze.
La prima è che ognuno si sente legittimato a scrivere pubblicamente qualsiasi cosa: lo fanno tutti, del resto. Moltiplicate questa tendenza per i milioni di utenti di Facebook e quello che otterrete è la creazione di un “rumore di fondo” comunicativo che si innesta su un canale (esemplificato dal “rullo” degli status degli “amici”), tendendo a sommergere tutto il resto, compresi i contenuti interessanti, gli approfondimenti, le riflessioni anche minimamente articolate.
Voi direte: è la natura tecnica del mezzo. Eh no, perché il numero limitato di caratteri è nella natura di Twitter, non di Facebook, che ha uno strumento (le “note”) che permette di pubblicare post più lunghi. Be’, la percentuale di persone che usa le note di Facebook è minima, quasi infinitesimale rispetto al numero degli utenti, che preferiscono, quindi, comunicare in maniera per lo più breve e superficiale, affidando il loro messaggio a un video, una foto o una decina di parole. O anche meno.
Infatti un’altra mutazione portata da Facebook riguarda l’unità minima di partecipazione al discorso pubblico. Se nei blog c’era il commento (che comunque era formato da parole messe una in fila all’altra) la grande “rivoluzione” di Facebook è stata l’introduzione del pulsante “Mi piace”. Un clic e il gioco è fatto: si partecipa, esprimendo un’opinione (l’unica possibile: il tasto “non mi piace”, in Facebook, non esiste), si è all’interno del dibattito, si dà una sorta di “conferma di lettura” di un contenuto, si aderisce all’unità minima di partecipazione comunicativa, o di comunicazione tout court. Senza sprecare neanche una parola.

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Come Facebook uccise i blog (e altre forme di vita) – 1

Premesse
Non ho un mio profilo personale su Facebook, ma, per lavoro, gestisco da qualche mese quello della mia trasmissione. Questo mi ha costretto ad entrare in un mondo dal quale ho sempre preferito stare fuori. Per i due lettori che non mi conoscono: non sono contrario alle forme di socializzazione in rete, anzi. Ho frequentato forum, canali IRC, ho un account Skype, GMail, Messenger, MySpace, YouTube e LastFm: ma Facebook mi ha sempre respinto. Sarà che da subito si è parlato di problemi di privacy, peraltro subiti anche con Google e associati; sarà anche che ho una stupida e inconscia tendenza a rimanere in una minoranza. Fatto sta che solo da poco sono entrato nel social network più importante della storia della rete, anche solo numericamente parlando, almeno finora. E ho raccolto, osservando e leggendo, alcune considerazioni.

1. Facebook è il primo sito che tende a sostituirsi alla rete, in toto
Diverso tempo fa EmmeBi intitolava un post “Facebook is the new www”. Niente di più vero, partendo dalla considerazione che entrare in Facebook è la prima cosa da fare se vuoi promuovere qualcuno o qualcosa: la tua azienda, il tuo film, la tua musica, te stesso. Tutto ha un profilo Facebook, esattamente come, un tempo, molte aziende, marchi, imprese iniziarono ad avere un sito. C’è differenza, però, tra Facebook e il World Wide Web.
Facebook, infatti, è contrario a uno dei parametri fondativi/filosofici del web, la condivisione, che avviene solo in un senso: Facebook importa, ma non lascia esportare facilmente tutto ciò che viene creato “in” esso, a partire da mail e messaggi. Direte che anche nei forum è così: è vero, ma non sono così estesi (come fruizione) quanto lo è Facebook, né hanno lo stesso senso tematico e semantico. Un forum sulle falciatrici raccoglie appassionati di giardinaggio e agricoltori; Facebook, invece, è una campionatura (enorme) del mondo: esattamente come lo è il web, ma in un altro senso, dall’interno, per così dire. Infatti, anche la condivisione del materiale presente in pagine e profili sottointende la creazione di un account su quel social network. E le innovazioni, o meglio i cambiamenti, che Zuckerberg sta apportando (di continuo, per disorientare e fare arrendere l’utente all’accettarli senza approfondire) continuano ad andare in questo senso. Ora c’è la mail di Facebook, con tanto di @facebook nell’indirizzo, che convoglia in un unica casella sms, mail, messaggi privati. Ma, a quanto ne so, non è possibile, per dire, scaricare la mail con un software di gestione come Thunderbird o Outlook o Mail, o quanto meno non è chiaro se, ancora una volta, io possa non solo ricevere mail da servizi esterni, ma anche leggere le nuove e-mail da questi servizi.
Insomma, Facebook sta facendo sì che la navigazione e l’esperienza in rete in genere sia gestita in maniera esclusiva attraverso quella piattaforma, sulla quale salvare foto, caricare e vedere video, ascoltare canzoni, scrivere mail, chattare (e presto fare delle videochiamate), eccetera. Facebook, insomma, come una sorta di potentissimo browser integrato con strumenti di socializzazione (interna) e condivisione (interna).

2. Facebook incrina la legge non scritta dell’integrazione tra media
Ogni volta che un nuovo mezzo di comunicazione di massa si è affacciato al mondo, c’è chi ha urlato al miracolo e chi, invece, ha previsto una sostituzione dei vecchi media. La storia ci ha insegnato che i media, in realtà, tendono per lo più a integrarsi l’un l’altro, non a sostituirsi. Facebook non può essere considerato un nuovo medium, è chiaro. Ma, dalle osservazioni al punto 1, è chiaro che lo è nella misura in cui fa rileggere (in maniera quasi obbligata) l’esperienza della navigazione in rete e della fruizione sulla stessa di altri oggetti di comunicazione. Prendendo quindi come orizzonte non tanto il panorama mediatico, quanto quello della rete, possiamo dire che Facebook non si integra, ma tende a inglobare tutti gli altri mezzi, facendosi sempre di più snodo centrale per il consumo multimediale. Come detto sopra, attraverso Facebook si guarda, ascolta, legge: qualcosa di simile è accaduto con la Rete, ma in quel caso il processo è stato più tendente all’integrazione che alla sostituzione. I giornali cartacei hanno iniziato ad avere la versione on-line, e così le radio e le televisioni. Con Facebook il processo avviene a un secondo livello: giornali, radio e televisioni non solo hanno un profilo su Facebook (“il nuovo www”), ma inseriscono nei loro stessi apparati dei pulsanti per interagire con quella piattaforma, più che con altre, modificandosi in funzione di una condivisione sì, ma mirata ed esclusiva.

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Sempre con ‘sta arancia, e lo so…

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Parliamo un po’ su di noi – 3. Le notti bianche

Scusate, non resisto: mi tocca ancora una volta raccontarvi di una bizzarra mail non uccisa (per fortuna) dal filtro antispam, che ha come oggetto, più che una frase, una scivolata sulla tastiera: “ghjfkg ciao”. Sentite qua.

KNDHS Ciao
KNDHS Ciao anche a te!

Il mio nik  nome Tata!
Ti presenti per soprannome? Quanta gioventù, Tata. Puoi chiamarmi Fra.

Penso che dovresti sapere che io vivo in Ucraina a Kiev! Sufficientemente grande e bella citta! 
Sì, è un’informazione utile, certo. E sono contento che la città non sia troppo piccola per te, Tata.

In generale, ci sono nato e vivo a oggi!
Sì, ma no, non volevo farmi gli affari tuoi.

Io non ti prende molto tempo! Da quando ha apprezzato il tempo e non lo trascorrono in bianco!
Be’, che profondità: hai apprezzato il tempo e… non lo trascorri in bianco? Quindi dormi?

Mi piacerebbe avere familiarita con questo uomo!
Ma come, anche tu mi usi come tramite? Che uomo?

Ho 27 anni e voglio avere un rapporto serio e forte! Come una persona normale!
Giusto! E che cavolo! Hai 27 anni, basta flirt adolescenziali! Ma che uomo?

Per fare questo, e io mangio te ? non mi interessa flirtare e di socializzazione, sono molto stanco di questo!
Ehm, come? O Tata Mantide, ma, come “io mangio te”? Niente flirt, niente socializzazione: torridi amplessi domestici e basta? Se ti metti il tovagliolo prima di iniziare, però, urlo.

Voglio trovare un uomo serio!
Pensavo… buono.

Che egli mi sostenga nei momenti difficili e, soprattutto, ha voluto essere con me e apprezzare il nostro rapporto!
Giusto!

Cerco un uomo, che mi poteva amare per la mia pace interiore, per il mio personaggio, per i miei valori della vita! Per me, non importa come si guarda, la cosa principale che si erano buone, l’uomo simpatico!
Ehi, io ci ho fatto una fortuna sul “non bello ma simpatico”! Poi, noi italiani, si sa… Le matte risate. Ma com’è quella cosa del personaggio?

Per me, l’onesta e importante, il tuo mondo interiore, il tuo personaggio!
Anche il mio personaggio, eh. L’amore recitato.

Non so cosa mi ha spinto a corrispondenza via Internet! Ma ho deciso di provarlo! Se, tuttavia, mi piace comunicare con voi! E sarete agio con me! 
Eh, uno dei grandi vantaggi della Rete: avvicina le persone. Ma non è che se non va con me, molli tutto, disdici l’abbonamento a RuTelecom, eh.

Poi cercheremo di soddisfare. ?
Ma com’è ambigua quest’interpunzione! Soddisfare cosa, eh? Eh?

E saremo in grado di vedere in tempo reale!
La soddisfazione? Ah, ci spero. Di amoreggiamenti in differita…

Beh, forse si sono interessati alla domanda “perche sei tu?”
I lettori del blog? Sì. Perché io?

La mia ragazza ha conosciuto due anni fa con un uomo dall ‘Italia! Un anno fa, si e trasferita a vivere con lui a Roma! Hanno un grazioso appartamento e sono molto amichevoli in diretta!
La tua ragazza? Sempre più torbido. Congratulazioni ai due, comunque: l’ottuagenario pappone è contento? Ma soprattutto, Tata: che è ‘sta cosa della diretta? Vi mandate le cassette? Fate i collegamenti via satellite?

Al momento, mi chiama una visita! E forse presto faro il volo ad essa! Potremmo incontrare! Vi e un’altra opzione che si arrivera a me! E poi faremo il volo in It Together! 
Una visita a Matusalemme e alla tua amica? Insieme? In aereo? In it? E qual è l’altra opzione? Tata, te lo confesso: sono confuso.

Ma e il momento spettacolo. ?  Non dobbiamo guardare prima ?
Ancora l’interpunzione maliziosa! Spettacolo, uhm. Guardare, sì?

Ancora una volta, sto cercando un buono, buono, onesto. che ha bisogno di una relazione seria. Se sei cosi avanti alla vostra risposta. Se non sei pronto non sprecare il no non e il mio tempo. 
Cioè, se non sono buono, buono, onesto non ti scrivo neanche no? Neanche “no, grazie”?

Come ho detto, non ti distrarre! Mi auguro che non sia tolto molto tempo!
No, non mi distraggo, torno alle mie cose. Ma, come ti contatto?

Il mio conto irinkait@yahoo.com Cordiali saluti Tata
Il tuo conto, eh? Va bene. Ti mando qualche soldo. In diretta, sì.

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I Presidenti

Nell’ultimo numero di Segnocinema c’è un bellissimo approfondimento sull’idea di nazione e nazionalità nel cinema italiano, uno dei più interessanti che la rivista abbia ideato negli ultimi tempi, a mio avviso. In un articolo si citava uno dei protagonisti di Salò o le 120 giornate di Sodoma, l’ultimo agghiacciante film di Pasolini: viene chiamato il Presidente, ed è uno dei quattro simbolici uomini di potere che gestiscono le torture e le azioni del film. Una delle caratteristiche del personaggio che avevo completamente dimenticato, e che l’articolo mi ha fatto tornare alla mente, era la sua mania di raccontare barzellette.

E allora ho fatto un montaggio, un po’ raffazzonato.

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Prospettive

In questo fine settimana ho scritto un breve articolo su un documentario di produzione svedese che parla dei movimenti di emancipazione degli afroamericani tra la fine degli anni ’60 e la metà degli anni ’70: nel pezzo mi sono soffermato sull’importanza della distanza prospettica (culturale, sociale, storico, geografica, temporale) come mezzo per capire meglio determinati fenomeni.

Vi propongo, con lo stesso spirito, un servizio realizzato dalla maggiore rete televisiva australiana (più lontano di così) sulla concezione della donna nel nostro Paese. Il video non si può incorporare, quindi dovete vederlo nella sua pagina, qua.

Poi, se vi va, ne parliamo.

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Lacrime, pantere e pinguini

Nella foto: io mentre mi concentro.

Questa sera tutti al Locomotiv, per tre motivi.
Il primo è il release party di Lacrima/Pantera, il nuovo dico dei Death of Anna Karina.
Il secondo è che, prima di loro, suonano i Gazebo Penguins, che sono personcine amorevoli che, solo per la tua trasmissione, sono capaci di fare un video così.
Il terzo è che Eleonora, che conduce con me Maps, mette i dischi insieme al sottoscritto.
Ho due dischi che uso per i dj-set che si chiamano Daje de chitara: mi sa che me li porto dietro.

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Il regalo utile

Non so se TV Sorrisi e Canzoni sia tuttora il settimanale più venduto in Italia: se così fosse, non ne sarei stupito. Non l’ho mai comprato, ma l’ho spesso sfogliato, quand’ero piccolo, da amici o nelle sale d’attesa.
Dopo anni che non ne vedevo una copia, ho trovato l’ultimo numero della rivista nella buca delle lettere, qualche giorno fa. Ho subito pensato che ci fosse qualcosa su Berlusconi, dentro, non so perché. Conservo ancora gelosamente il suo magazine elettorale, spedito a tutti qualche anno fa. Invece no, niente Berlusconi, penso portandolo a casa.
No, niente Berlusconi, ma dopo aver letto:

– un editoriale di Alfonso Signorini che si indigna per la TV e il giornalismo spazzatura. Davvero;
– una lettera dai toni indignati di un telespettatore che denuncia una possibiità di brogli durante l’ultima puntata de “L’Isola dei Famosi” (lettera posizionata sotto l’editoriale);
– un articolo in cui Paolo Limiti rivela di avere i testi delle canzoni scritte da Giovanni Paolo II e che pensa a uno spettacolo sulle stesse con i più grandi interpreti della canzone italiana (cioè Al Bano, per dirne uno);
– e i testi delle canzoni del Papa,

mi sono sentito tanto, tanto, tanto triste, e sconsolato.
Poi ho visto Gerry Scotti, che per promuovere il suo prossimo programma si è vestito per un servizio fotografico da Jack Black che fa Gulliver. Ehi, ho pensato: la mia vita non è poi così male.

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Back to the USA

Considerando che non posso permettermi un nuovo viaggio negli Stati Uniti, mi riferisco al fatto che Maps, la trasmissione che conduco dal 2007, è di nuovo sbarcata in America, con l’intervista a Mark Stewart di cui ho parlato anche in questo blog. Il ringraziamento va ovviamente a J. (ora in tour proprio colà) e a P. che è stato al mio fianco, camera in mano, a sopportare tutto quanto.

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Viva V.E.R.D.I.

Sabato sera fuori da un locale iniziano a chiacchierare con me due signori sulla cinquantina. Mi hanno riconosciuto dalla voce, una cosa che mi è capitata tre volte in dieci anni di radio, e sono desiderosi di raccontarmi “l’episodio rinascimentale” avvenuto la sera stessa al Teatro Comunale. Io già m’immagino l’inizio di Senso di Visconti, apprestandomi ad ascoltarli.

La mattina dopo, in onda, riprendo per sommi capi l’episodio, invitando chi tra il pubblico fosse eventualmente presente al Teatro a raccontarmi in diretta ciò che era successo. Una giornalista de L’Informazione all’ascolto (e al lavoro) mi manda un’e-mail perché anche lei vuole saperne di più. Poco dopo chiama un’ascoltatrice e racconta ciò che era successo.

Prima del concerto ha preso la parola una corista che ha denunciato lo stato delle cose nel mondo della musica (e in quello culturale in genere) leggendo un breve comunicato che si è concluso con le seguenti parole (che copio dall’Informazione): «La tristezza è lo stato d’animo con cui l’orchestra e il coro del Teatro Comunale si rivolgono stasera, con le maestranze tutte, al gentile pubblico. Governanti stolti, insensibili e sordi alla musica, all’arte e alla cultura continuano ad accanirsi con ulteriori tagli al Fondo Unico per lo Spettacolo condannando di fatto tutti i teatri alla chiusura entro pochi mesi. “Io vi consolerò”, intona il coro con il soprano nel Deutsches Requiem. La musica, questa sera, è e resta per tutti noi l’ultima consolazione, l’unica dimora a noi congeniale, che ci protegga e ci difenda dalla barbarie dilagante nel nostro amato paese».

E pare che sia scoppiato un mezzo putiferio, con sostenitori e detrattori dello spirito del comunicato che lottavano a colpi di applausi e fischi. Sulle cifre che componevano le parti c’è dissenso.

Ma il punto è che ormai siamo arrivati a uno scenario che è una specie di imitazione della guerra civile: il Paese mi pare diviso, su tutto, con gli uni che stanno arrivando a odiare gli altri. C’è tensione nell’aria, anche in quella del Teatro Comunale di Bologna, e questo me l’hanno confermato di persona e al telefono.

Non so se sperare che questa cosa scoppi, finalmente, a guisa di bubbone, o se infine prevarrà il nostro spirito patrio buffone e da Commedia dell’arte (il nostro vero “testo” generativo) e che quindi da quest’imitazione di guerra civile ne discenda una parodia e, poi, tutto (come ormai accade spesso) si dissolva nel nulla.

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Compliments

Così si potrebbe riassumere la mia recensione del concerto dei Band of Horses dell’11 febbraio scorso. Se invece volete leggervela tutta è qua e su Jam di questo mese. Hanno pubblicato anche una delle mie foto scattate all’Estragon: so’ soddisfazioni!

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Daghe, amore e stregoneria

Era un po’ che non andavo a un concerto metal, ma non mi aspettavo che lo fosse quello degli Electric Wizard visto qualche ora fa. Probabilmente perché il concerto era ospitato al caro Locomotiv Club, che di solito non ha in programmazione live di questo tipo. Eppure, sarà che gli Electric Wizard hanno come ispirazione i Black Sabbath, producono suoni pesanti e sepolcrali, parlino di stregoneria, orrore e messe nere e suonino metal, ma insomma il Locomotiv era pieno di metallari, ieri.
Un panorama spiazzante solo all’inizio, considerando che c’è tutt’altra popolazione che frequenta solitamente il circolo. Comunque, è bastato guardarmi intorno, carpire alcuni discorsi, vedere la ressa ai banchetti di dischi,e delle piccole distribuzioni, e sentirmi dire “scusa” perché una persona mi aveva urtato per sbaglio per confermare, ancora una volta, quello che scrissi anni fa: il popolo dell’heavy metal è il migliore di tutti. Tutti gentili, tranquilli, fieri in maniera sincera delle loro giacche e toppe con teschi e spade (ne ho ancora un bel po’ anche io, da qualche parte).
E curiosando in rete, scopro Metalheads Against Racism. Quasi quasi formo una band solo per comparire nel chilometrico elenco delle adesioni: le magliette giuste, del resto, le ho già.

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Troppo facile, dai

Anche considerando che stiamo parlando del Trota.

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What’s Up, Mok?

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Mother Francesca comes to me…

Quando, tre anni fa, ci fu il via libera all’uso negli spot delle canzoni dei Beatles, ipotizzai delle applicazioni turpi delle stesse, a seconda del prodotto da commercializzare. Ma la pubblicità (firmata da Sam Mendes) della Telecom non ha nell’uso di una pessima cover di “Hello, Goodbye” il suo difetto peggiore.

Che noja (con la “j”) mortale: come si fa a creare uno spot da 50″ in cui dal primo istante sai di cosa parlerà, come lo farà e come andrà a finire?

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Words disobey me

Intorno alla metà del 2010 siamo venuti a conoscenza che il Pop Group era tornato e che avrebbe suonato una delle pochissime date di un mini-tour a Bologna. Con la redazione di Maps ci siamo, ovviamente, messi a caccia di Mark Stewart, uno dei personaggi più bizzarri e potenzialmente controversi della musica degli ultimi trent’anni.
Eravamo davvero emozionati dalla possibiità di vedere la band dal vivo e di realizzare una delle prime interviste con Stewart di nuovo alle prese con il Pop Group, una band che ha realmente avuto un effetto devastante sulla musica cosiddetta “post punk” relativamente ai due soli album prodotti, nel 1979 e 1980.

Settembre 2010: è il giorno prima del concerto e abbiamo appuntamento al Locomotiv, il club che ospiterà il live. L’appuntamento per l’intervista (richiesta e ottenuta come intervista video) salta. Panico. Arriva la telefonata da uno degli organizzatori: “Tra dieci minuti va bene?”. No, non ce la possiamo fare fisicamente. Chiediamo un posticipo e lo otteniamo. Ma l’incontro è da tenersi in una lavanderia a gettone. “Eh?”, dico io. “Eh”, dicono dall’altra parte e mi danno l’indirizzo del posto.
Arriva il fido P. e saltiamo in macchina, diretti al Locomotiv, quando arriva un’altra telefonata: Mark Stewart è ancora nel locale che fa le prove. Lo intervistiamo là. Il Pop Group è sul palco, ma mi costringo a non prestare troppa attenzione a quel che sento, perché non voglio rovinarmi la sorpresa della sera.
Mark Stewart è enorme: non come statura artistica, ma fisica. Sapevo che fosse imponente, ma non credevo lo fosse a tal punto. Un omone, che scende dal palco, non saluta nessuno, vede P. che fa prove di esposizione con la macchina digitale e gli dice molto bruscamente che non vuole scatti. P. dice che non sta facendo una foto, ma Stewart lo interrompe ancora e se ne va.
Arriva il fonico del concerto, un amico: “Simpatico, eh? Lo stavo mandando a quel paese, prima, per come mi ha risposto.”
Benissimo: questo primo approccio non è buono, per usare un eufemismo.
Gi organizzatori ci dicono che l’intervista si svolgerà fuori dal locale. Noi ci sediamo a un tavolino, aspettando Mark Stewart, che non si sa dove sia. Finalmente arriva, ordina un tè, sempre senza degnare nessuno di uno sguardo, capisce che l’intervista è video e dice di non poterla fare, perché non ha magliette pulite. Noi cerchiamo di ribattere, ma lui dice che lo possiamo portare in una lavanderia (quella del primo appuntamento, ecco perché!) e fare l’intervista là. Ci alziamo quando il povero organizzatore esce dal bar vicino al club con un vassoio e un tè. Stewart riesce a dire al tour manager “Pagalo” e poi ci guarda, come per ordinarci di affrettare il passo.
In macchina Stewart mi chiede di anticipargli delle domande. Sono domande normali, a mio avviso: mi sentivo preparato, poi, che c’entra, sono il giornalista che sono. Comunque: l’omone, seduto sul sedile posteriore, mi costringe a torsioni del collo per comunicargli le domande. Dopo la prima, mi dice “Rubbish”. Monnezza. Non risponde neanche. “Passa alla seconda”, dice, con aria di sufficienza.
Ma anche quella non gli va bene. Al terzo rifiuto, mi altero io. “Scusi”, gli chiedo, “ha intenzione di essere collaborativo o no? Perché quest’intervista non è obbligatoria.” Per la prima volta Stewart si ammorbidisce un po’, e, in pratica, mi spiega perché secondo lui le mie domande erano monnezza.
Il mio errore era stato usare termini a sproposito che identificavano la mia visione del mondo (sbagliata) come assai lontana dalla sua (giusta). In quel momento, sentendolo mentre esponeva le sue visioni, ho pensato ad alcuni articoli di “Lotta Comunista”: in confronto alle parole di Stewart mi sembravano pericolosamente riformisti. Mentre ci fa il bignami del pensiero leninista, Marx Stewart ci dice anche che percorso (stradale, oltre che politico) fare, scocciato perché secondo lui avevamo sbagliato strada. Io vivo a Bologna da quasi quindici anni e P., alla guida, la conosce in lungo e in largo, perché è nato poco fuori. Ma con noi c’era Maps Stewart: lui sapeva dove andare.
Arrivati nei pressi della lavanderia, ci ha chiesto di farlo scendere e di portargli un caffè, una volta che avessimo trovato parcheggio.
Quando è uscito dalla macchina, abbiamo pensato sinceramente di andarcene, di piantarlo lì. Tanto sarebbe tornato facilmente, no? E inoltre la voglia di assistere al concerto si era molto affievolita.
Invece abbiamo deciso di raggiungerlo in lavanderia (senza portagli il caffè) e, una volta accesa la camera digitale l’omone è diventato un altro: uno showman capace, tosto di carattere, a suo modo quasi affascinante. E il concerto è stato bellissimo.

Pubblichiamo oggi su Maps e SentireAscoltare la prima intervista mondiale sul nuovo corso del Pop Group. Lo dice lui alla fine del filmato, non io, che è la prima. Fatemi sapere se ne è valsa la pena. E soprattutto se sono irrimediabilmente diventato un lurido borghese conservatore anch’io.

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Società Italiana Anziani Emeriti

La SIAE: se la sola pronunzia di questo nome vi fa venire in mente qualcosa, miei piccoli lettori, si tratterà certamente di un’immagine cupa, foriera di dolore. Perché infrangete il diritto d’autore, perché avete messo dei dischi masterizzati a una festa, perché avete fotocopiato dei libri, perché dovete riscuotere diritti esigui, perché siete stati negli uffici della società e vi è parso di entrare in una scena di Le dodici fatiche di Asterix, perché avete ricevuto una visita di un ispettore della società stessa.
Be’, per chi non lo sapesse: è tutto vero.
Non solo. Chi di voi ha mai compilato un modulo SIAE per la ripartizione dei diritti musicali dei brani messi durante una serata danzante? Be’, sappiate che per ogni voce compilata male, cioè quando il nome dell’autore non è chiaro, o è sbagliato, il contributo relativo fa in un fondo comune. Questi soldi, alla fine dell’anno, sono distribuiti tra gli artisti che hanno più diritti. Quindi, tra quelli che hanno più successo, che vendono ancora dischi, quelli che campano di SIAE. Tipo, che ne so, i Pooh. Ah, toh: nel CdA della SIAE c’è Roby Facchinetti. Sembra una specie di premio di maggioranza. Una norma bizantina?
Del resto la SIAE ha 130 anni di storia e il suo modus operandi non è cambiato di una virgola, a parte quando, nel 1941, è stata approvata la Legge 633 sul Diritto d’autore, che tuttora disciplina la materia, in gran parte. E, soprattutto, i dirigenti della società sono legati all’anno di fondazione, il 1882, visto che sono nati intorno a quella data.
Per questo, forse, dobbiamo salutare con entusiasmo la nomina di Gian Luigi Rondi (su proposta di Bondi e Berlusconi) a commissario straordinario della Società. In fondo ha solo novantadue anni. Avanti così, geriatricamente.

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Première

Ho sempre cercato di andare alle anteprime stampa dei film che mi interessano, ma (per questioni di lavoro) era da molto che non riuscivo ad assistere ad una di esse. Ieri, finalmente, ce l’ho fatta. E ho osservato  la varia umanità presente. Ho già parlato di gente da festival, ma l’anteprima cinematografica è un’altra cosa, soprattutto in una città come Bologna, dove proiezioni di questo tipo non sono frequenti come a Milano o Roma. Non c’è una vera routine, per questo motivo. Cionostante, ci sono delle tipologie ben definite di personaggi, spesso orribilmente incrociate tra loro.

Il giornalista generico di cultura contrasta, in effetti, quello che ho detto. Già, perché il GGC, chiamiamolo così, è inserito nella routine quotidiana degli appuntamenti culturali da-non-perdere. Entra in sala mollemente un quarto d’ora dopo l’effettivo orario previsto per la proiezione, ma tutti stanno aspettando lui. Ha quel posto di lavoro da trentacinque anni: può fare ciò che vuole. Scorre sinuoso tra le file delle poltrone salutando tutti, ma facendo cenni di assenso più intimi e misteriosi agli altri GGC che, bah, sono arrivati meno in ritardo di lui. Il GGC non si è ancora seduto e gli altri iniziano a spazientirsi: lui, allora, fa un cenno all’addetta stampa, le ricorda che hanno una partita a burraco in sospeso, e finalmente inizia la proiezione.

Il giovane stagista fiuta l’aria come un cerbiatto in pericolo: e lo è. È una farfalla nella stagione degli amori, oppure una talpa depressa, a seconda di quanto sia distante la fine del contratto (fotodegradabile) che ha firmato rinunciando a ogni diritto umano e civile. È alla proiezione per due motivi: per sbaglio o perché il caporedattore cultura ha avuto un ictus fulminante. Ma è la sua grande occasione: ha letto tutto sul regista, conosce a menadito la filmografia di ogni singolo membro del cast e non dorme da due giorni per l’agitazione. Ha la penna, il bloc-notes e ogni altro mezzo di registrazione immaginabile. È pronto per l’Intervista, ma deve prima guadagnarsi la fiducia (o anche solo una minima attenzione) dell’addetta stampa.

L’addetta stampa è come nei film polizieschi: nel senso che di solito c’è l’addetta stampa buona e quella cattiva. L’addetta stampa buona lo è a tal punto che dà una cartella stampa anche al giovane stagista, pensate un po’. Promette interviste di un’ora e mezzo. Poi passa a rassicurare altri giornalisti. E lascia il campo alla sua gemella cattiva. L’addetta stampa cattiva ha rispetto solo per gli ospiti (attori, regista, o chi per loro) e per il giornalista generico di cultura con il quale, forse, ha anche avuto una storia, o ci sono questioni di soldi di mezzo, o entrambe le cose. Ha un particolare gusto sadico, sfogato ovviamente soprattutto sul giovane stagista. Talvolta, addirittura, lo iscrive alla lista, in fondo, però. Così trova l’intervistato stanco e spossato per la sequela di domande identiche e fuori tema alle quali ha dovuto rispondere: al primo segno evidente di stanchezza o rottura di balle che l’intervistato esprime, l’addetta stampa cattiva irrompe sulla scena e interrompe tutto, anche dopo la prima mezza risposta. Caccia via il giovane stagista, poi si volta verso l’intervistato e sorride, sorride al punto tale che i suoi lineamenti si modificano, accostandosi molto a quelli dell’addetta stampa buona.

Il giornalista-zerbino è la causa dell’unico rumore che si sente durante la proiezione. Come una pentola di zuppa sul fuoco, il giornalista-zerbino gorgoglia apprezzamenti, borbotta consensi e poi esplode in fragorose risate anche laddove d’ironia ve n’era solo una punta, così, tanto per alleggerire una scena violentissima e cruenta. Ma lui coglie il Film come fa la terra secca con l’acqua ed esprime questa comunione non appena può. Ovviamente è suo il primo intervento, quando l’addetta stampa dà il via alle domande. Ma lui non chiede, afferma, scandendo di solito complimenti talmente esagerati e fuori luogo da fare vergognare chiunque: il tutto dà luogo a ipotesi dietrologiche che sbocciano nella sala come gemme, nel tentativo di rispondere alla domanda: “Ma perché si spreca in sperticate lodi? Qual è il vantaggio?”. Nessuno lo sa. Forse il giornalista-zerbino ha sempre voluto intraprendere una carriera nell’ambito della settima arte: si spiega spesso, così, la sua scarsa riuscita nel campo della scrittura.

Quello capitato lì per caso ha due possibilità, a seconda dell’addetta stampa che incontra per prima. Se è quella buona, la sua ingenua domanda “Ma c’è un film gratis?” verrà accolta da un sorriso e da un invito a entrare. Se è quella cattiva, la risposta sarà glaciale al punto tale da lussare una vertebra del capitato lì per caso e, nello stesso tempo, fargli morire le piante del salotto. Talvolta quello capitato lì per caso, però, viene fatto entrare: in fondo è sempre una presenza utile, quando c’è il sentore che l’anteprima stampa possa venire disertata da molti.

Poi ci sono attori, registi, produttori, eccetera. Ma sono persone molto, molto meno divertenti, di solito.

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