Archivi del mese: febbraio 2011

Neighbours 12

Qualche tempo fa la vicina dell’appartamento di sopra, N., se n’è andata cercar la fortuna in giro per il mondo. “Affitterò l’appartamento a qualcuno”, mi aveva detto. “Fammi sapere”, avevo replicato io, dimenticandomi poi della cosa. Qualche mese fa ho iniziato a sentire dei rumori provenire dal piano di sopra. Passi pesanti, che facevano scricchiolare lievemente anche alcune cose intorno a me.
“Sono i solai di legno: materiale elastico, e quindi con capacità ottime di trasmissione delle vibrazioni, senza incorrere in deformazioni”, pensavo aggrappandomi a brandelli di nozioni di educazione tecnica delle medie e fisica delle superiori. “Qualcuno c’è” concludevo, “ma non è detto che sia un ciccione: gli stessi tonfi li sentivo quando N. si muoveva nel suo appartamento, e N. non è di certo una cicciona.”
Poi ho scambiato due parole con N. su Skype.
“Sì, c’è un nuovo inquilino, ho affittato l’appartamento”, mi ha detto. “Non si è presentato?”
“Veramente no”, le ho scritto io, pensando che continuo a conoscere pochissime delle persone che vivono nel palazzo dove abito.
“Gli dirò di farsi vivo”, mi ha assicurato lei. Nessuno si è ancora presentato, almeno fisicamente alla mia porta. Perché ormai le abitudini del misterioso vicino del piano di sopra sono ormai assodate, soprattutto nelle ore notturne. Ama guardare la televisione, forse a letto, un tempo a volumi più alti di ora, sempre tra mezzanotte e l’una. Poi, presumo, spegne televisore e abat-jour e si mette a dormire. Per qualche minuto c’è silenzio. Poi, nella quiete della notte che ci può essere in una viuzza del centro storico di Bologna, si sente yyaaaaawwwwnnn. Uno sbadiglio quasi ferino, ma che ha in sè anche il godimento dell’aver raggiunto il riposo dopo una giornata faticosa. Lo sbadiglio che vorrei fare io, ma che non mi viene. “Perché?”, mi chiedo. Ma nel frattempo sento che il mio vicino si addormenta e anche io decido che posso assopirmi.

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Carver Country

Quando tenevo i miei corsi di scrittura, si finiva spesso per discutere della delusione che solitamente provoca la visione di un film tratto da un libro che abbiamo amato. L’immagine, si può dire, ri-inquadra l’immaginario evocato dalla semplice lettura o ascolto di un racconto, talvolta assecondandolo, talvolta tradendolo, ma comunque “inscatolandolo” per lungo tempo. Io, per esempio, non ho mai letto un libro di Harry Potter, ma mi risulta difficile immaginare che un lettore della saga della Rowling, dopo aver visto il primo film, abbia mantenuto la “sua” fisionomia per il maghetto.
Forse è per questo timore che, nonostante abbia tutto quello che ha scritto Carver, e anche di più, ho comprato solo la scorsa settimana Carver Country, uscito negli Stati Uniti vent’anni fa: si tratta, infatti, di un libro fotografico di Bob Adelman sui luoghi dove lo scrittore ha vissuto buona parte della sua vita, principalmente nello stato di Washington, accompagnato da suoi racconti e poesie (già pubblicate altrove).
Il libro è stato ristampato da poco dalla Contrasto e ha una brutta fascetta con frase ad hoc di Baricco e “La biografia fotografica di Raymond Carver” come “strillone”: per fortuna è altro.
Comincia tutto da una lettera dello stesso Carver ad Adelman: il via al lavoro del fotografo è una sorta di guida personale dell’area di Yakima, dove lo scrittore ha vissuto per i primi vent’anni, per poi iniziare una serie di americanissime girovagazioni per il Paese e tornare, infine, a morire duecento chilometri più a ovest, a Port Angeles. Adelman inizia a girare nei dintorni e scatta foto a torrenti e radure a cui si accenna in una poesia o un racconto, ma immortala anche abitazioni e strade: è strano vedere “come sia fatta” la casa di Chef o il tratto di un torrente immortalato in qualche racconto. E’ difficile riconoscere i luoghi, si sorride senza che nulla venga in realtà smosso.
Poi, però, compaiono i volti: non solo parenti e amici dello scrittore, ma anche passanti, meccanici, operai. Compare anche Carver stesso: quasi sempre da solo, spesso intento a scrivere (sarà stata una posa? E lui, si sarà divertito a mantenerla?), sorridente e con lo sguardo nell’obiettivo per la maggior parte delle volte. Così simile, nei tratti, ai volti di quei pensionati, infermieri, cameriere.
E si capisce che il Carver Country è tutto in quelle facce, spesso segnate dal tempo o dalla fatica: ma sembra che quelle rughe e pieghe della pelle servano ad orientarsi, che siano lì apposta per percorrerle e che, anzi, dettino l’unica strada possibile per scoprire quella persona: e subito vuoi conoscerne la storia.
Si innesta quindi un prezioso e raro cortocircuito: le parole rafforzano le immagini che, a loro volta, ti fanno tornare sulle parole. Una prova in più dell’incredibile potere della scrittura di Carver e, per me, la scopterta della bravura di Adelman: sembra che scatti con precisione ma, allo stesso tempo, guardando il mondo ad altezza d’uomo, senza porsi su un piedistallo, né tantomeno atteggiandosi in maniera servile nei confronti dei soggetti. C’è pudore e rispetto, negli scatti. C’è, insomma, tutto lo stile narrativo di Carver.

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Say the Word: manuale di difesa della lingua – 3

Proprio l’altro giorno mi è arrivata un’e-mail di invito per una festa a Milano. A un certo punto del testo c’è scritto: “i posti sono limitati, quindi affrettatevi a rsvppare”.
Sono inorridito.
“Rsvppare”? Ma come, perché? Perché utilizzare questo orrendo neologismo (per chi non ci fosse arrivato, deriva dall’acronimo R.S.V.P., cioè
Répondez, s’il vous plaît)?
L’ignobile espressione è solo l’ultima nata (e spero subito morta) della serie di neologismi che derivano dall’inglese. Si parla di calco linguistico, per distinguerlo dal prestito linguistico, che è il prendere una parola straniera per usarla così com’è nella propria lingua: “film” o “consommé” sono esempi di calco tratti dal linguaggio comune. Essendo legati ad aree semantiche molto legate alla cultura d’appartenenza originaria (quella anglosassone per il cinema e quella francese per la gastronomia), i due esempi che ho riportato hanno senso. Ma che dire dell’odiato (da me e da altri cinque individui, ormai) “step” per definire la fase di un lavoro o di un progetto?
Si potrebbe obiettare che quest’ultimo prestito ha a che fare con il fatto che i termini dell’organizzazione del lavoro sono anch’essi relativi all’inglese: forse è vero. Ma “fase” fa così schifo? Perché usare “step”? Questa è la domanda da porsi, che credo abbia più a che fare con la sociolinguistica che con la linguistica pura.
Ma torniamo ai calchi: sempre in ambito lavorativo ho sentito spesso “briffare”, che deriva dal verbo “to brief”. Il significato, o meglio, uno dei significati di questo verbo inglese è “mettere al corrente”. Pare così brutto dire “aggiornare”? In fondo è una lettera in più: un’argomentazione banale, questa, ma che pare vada per la maggiore tra chi, per esempio, scrive “pò”, invece di “po’”. “Risparmio un carattere”, dicono spesso gli interessati, chiamando in causa le perfide tariffe degli sms imposte dagli operatori telefonici.
Insomma, come diceva una vecchia pubblicità (réclame?) di un corso di lingue: “English is important for your job”, ma non dimentichiamoci dell’italiano.

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È uscito il trailer di Habemus Papam!

Ma qualcuno non ama proprio quel film, e da tempo.

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Guardare e non parlar(n)e

Da dieci anni, ormai, per me vedere un film è legato, nella maggior parte dei casi, a doverne poi parlare o scrivere. Questa volta, però, non farò altro che consigliarvi questo film: si chiama L’uomo fiammifero, ed è diretto da Marco Chiarini, un giovane regista abruzzese. E’ una fiaba, un film dichiaratamente per ragazzi, che ti incanta dopo dieci minuti e di cui, alla fine, ami anche le imperfezioni. E’ un film finanziato dagli spettatori, che ha attratto anche Francesco Pannofino (interpreta uno dei ruoli principali), che trabocca di trovate e fantasia. E’ un film artigianale, senza essere post, avant, chic: è artigianale come una sedia o una mortadella. Roba, insomma, che esiste solo per lo scopo che ha.

Marco Chiarini, con L’uomo fiammifero, vuole raccontare bene una bella storia con i mezzi del cinema. E ci riesce alla grande. Anni fa, nove per la precisione, mi è capitato di condividere una stanza con Marco e altri, in occasione del Sulmona Film Festival. Mi dispiace di non ricordare alcuni momenti precisi: di Marco mi sovviene solo un umorismo surreale e continuo nei confronti del mio cognome, che venne infine scomposto e ridotto a pura sequenza di suoni tale che la sua ultima mail, di sei anni fa, eh, inizi con “Ciao Roland Garros, come stai?”. A Sulmona Marco ci è tornato l’anno scorso, e si è portato a casa il Premio della Giuria. Qualche mese prima era tra i candidati al David di Donatello come miglior esordiente.

Ricordi personali e riconoscimenti ufficiali a parte: vedetevelo. L’altra sera mi ha letteralmente risollevato da una giornata faticosissima. Anche solo per questo mi ci sono già affezionato.

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L’idiozia del lunedì

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Docente e discepolo

Mi è arrivata di recente una mail, che ha come oggetto “Insufficienze da recuperare per tuo figlio?”. Pur non avendo un figlio, l’ho aperta. Si trattava della pubblicità di un simil-CEPU, tanto per stare sul pezzo. La mail, sottoforma di newsletter, oltre a ribadire la domanda dell’oggetto, dice che “Con noi tuo figlio recupera in fretta”.
E, a giudicare dalla foto presente nella suddetta mail, si innamora anche del tutor.

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