Archivi del mese: gennaio 2011

The Arcore’s Nights

Eccezionale (grazie a Lu!).

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Servizio pubblico

L’autobus che mi ha riportato a casa venerdì pomeriggio mi ha visto stanco, troppo stanco per reagire a quello che ho visto e sentito.
Alla fermata successiva alla mia salgono due ragazzi e una ragazza. Io sono seduto vicino all’obliteratrice.
“Lo facciamo il biglietto?”, dice una ragazza. Ha più o meno venticinque anni, l’aria un po’ strafottente, un piercing sotto il labbro inferiore.
“Io non lo faccio mai”, risponde uno dei due ragazzi, poco più grande di lei, dall’apparenza assolutamente normale.
Bastano queste battute per farmi girare le scatole. I tre si spostano, senza fare il biglietto, facendosi strada a fatica su un autobus abbastanza pieno: ma non si spostano abbastanza perché io non li senta, sebbene a tratti.
I tre iniziano a conversare sull’aumento dei biglietti, in vigore da domani. E si lamentano.
“Che poi” aggiunge la ragazza, “io ti devo pagare per questo servizio? Cioè, in Olanda mica ci sono gli autobus pieni di gente”. Vorrei investirla con un fuoco di fila di parole, banali e non troppo ragionate,  sparate di seguito. Dirle “Che cazzo c’entra”, “Gli olandesi vanno in bicicletta” e fare anche degli appunti su come l’olandese medio possiede una forma di senso civico sufficientemente sviluppata. Ma sono stanco e non reagisco.
I tre continuano a dire banalità, a vantarsi di non avere pagato il biglietto in diverse città d’Italia: una specie di grand tour della violazione di regole, condito con salti del cancello della metro di Roma, evasioni da corriere lombarde e altro.
“Se le cose funzionassero”, continua la ragazza, “ecco, allora sarebbe un servizio pubblico.”
Ed eccola, la frase che mi fa capire che il problema di tutto è il modo in cui gli italiani vedono la cosa pubblica, in genere.
Prima che scendano, riesco a sentire uno di loro che chiede: “Ma è vero che un tempo a Bologna non si pagavano gli autobus?”

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Scoperte inaspettate

Capita, no, che uno aspetta tantissimo una cosa e poi venga in realtà stupito da qualcos’altro arrivato per caso. Si dice serendipità? Non lo so. Comunque, mercoledì sera sono arrivati in città in Godspeed You! Black Emperor: erano dieci anni che li attendevo, dopo averli visti per la prima e unica volta al vecchio Link. Prima di loro, però, è salito sul palco un uomo con un sassofono basso e ha iniziato a fare delle cose incredibili. Grazie a J. ho scoperto che si trattava di Colin Stetson, americano, dal curriculum impressionante, marito della violinista degli Arcade Fire (dove dà una mano anche lui), ma soprattutto dotato di poteri magici. Vedere (e sentire) per credere.

E poi alla fine i Godspeed sono stati meno emozionanti del previsto.

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Tutti i NIN minuto per minuto

Dopo il Golden Globe, ora Trent Reznor e Atticus Ross concorrono per l’Oscar come migliore colonna sonora. Qui si giubila solo all’idea, e nel frattempo segnalo un sito che è l’ulteriore conferma che la comunità di fan intorno ai NIN è calorosa, numerosa e tecnologicamente avanzata.
In Reflecting the Chrome ci sono centinaia di live dei NIN dal primo all’ultimo tour.
Da scaricare gratis, ovviamente.
E il giubilo aumenta.

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Correlazioni

Ieri ho cenato di corsa. Mangio quasi sempre di corsa, in questi giorni densissimi. Per fare prima ho riscaldato l’acqua della pasta nel bollitore. Quando questo ha iniziato a fischiare, ho spento il gas e versato l’acqua bollente in una pentola. Poi ho posato il bollitore che, dopo poco, ha emesso del vapore. Mi pareva che anche lui sbuffasse, esausto.

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Personae

Quando ho letto la notizia che nel PdL circola l’ideuzza di abbassare il limite della maggiore età, sono stato scosso da un brivido. Poi ho riso, istericamente. Poi mi sono ripreso e ho capito.

Ha ragione lui: la gente è invidiosa, tutti vorremmo essere come lui, soprattutto chi non sta bene. Perché lui ci sta benissimo, in questo Paese: sta facendo dell’Italia il posto adatto per lui (ad personam, no?), non importa se ci sono altri cinquanta milioni di individui. Berlusconi non sta trattando lo Stato come un’azienda (vi ricordate il 1994? “Se è così bravo con le sue attività, lasciamolo fare!”), ma come il suo salotto da arredare. Non importa se quella stanza dovranno viverla altre persone: a lui piace che in tal angolo ci sia un caminetto di marmo nero con rifiniture in oro e radica? Così è. Punto. E di queste finezze d’arredo stiamo parlando, perché Berlusconi ha i gusti di un cafone arricchito. La maschera (dramatis persona) è caduta in terra, ma la rappresentazione non si ferma comunque, anche se l’attore principale esce dal ruolo. Perché? Questo è il nostro problema, tanto quanto l’ormai palese delirio (inteso in termini medici) è il suo.

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E per fortuna che c’è Berlusconi

Perché già così Repubblica.it, talvolta, si ripete.

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Eloquenza politica

Anna Bredice, giornalista di Popolare Network, fa una domanda a Bossi. E lui risponde in maniera onomatopeica.
Abbiamo la certezza che la pernacchia che sentite sotto sia stata fatta con la bocca: non vi è quindi alcuno spazio per una citazione dantesca. (Ecco qua).

(Grazie ai colleghi di PopNet)

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Troie

Mercoledì ero sull’autobus che mi riportava a casa, quando è salito dalle porte centrali un uomo piuttosto basso e molto grasso. Aveva due stampelle e un oggetto che era una via di mezzo tra un trolley e un carrellino per la spesa. Con estrema fatica si è arrampicato sul pianale dell’autobus ed è avanzato, spingendo se stesso con le stampelle e il carrellino.
Mi sono offerto di aiutarlo e almeno ho trascinato io il carrellino per un metro fino alle prossimità del sedile che l’uomo stava per conquistare. Ovviamente, non appena si è seduto, mi ha iniziato a raccontare la sua storia, dopo avermi ringraziato ed essersi lamentato che non lo aiuta nessuno.
“Mi hanno preso sulle strisce e mi hanno ridotto così. Le placche, con le placche sono tornato a casa. Il dottore mi ha detto Si riprenderà, ma…” e ha concluso la frase con un eloquente gesto dell’ombrello. “E i dolori, di notte… Da piangere”, ha aggiunto sbuffando rabbioso e lisciandosi i pantaloni sformati.
Io annuivo.
“E poi le troie con gli stronzi nel carrello…”
Io ho fatto una faccia a punto di domanda.
“Quelle che salgono con lo stronzo nel carrello e non ti fanno passare”
Inizio a capire: mamma con passeggino. Possibile?
“Una volta ero con questa troia con lo stronzo nel carrello e vedeva che dovevo scendere, ma…”
“Non c’è bisogno di chiamarle troie”, ho detto.
Le teste degli altri passeggeri si sono voltate, come se fosse venuto un suono da una fonte inattesa, come se una pietra avesse deciso di mettersi a fischiettare di punto in bianco. Anche l’uomo ha espresso dello smarrimento.
“Le troie”, ha ribadito con minor convinzione. “Le… Io, insomma…”. Poi si è ripreso. “Le troie!”
“Sì, ma non c’è bisogno di chiamarle troie. Nessuno dev’essere chiamato in quel modo”, ho ripetuto.
In quel momento un’altra voce si introduce nella conversazione. Io non faccio in tempo a girarmi che sento qualcuno dire: “Ma sì, lo dice per… nervosismo”.
È una donna che parla.
“Sì, ma…”
“Per nervosismo, così”, ribatte lei un po’ debolmente.
Il pensiero e le parole giuste sono arrivate troppo tardi, e quindi non ho detto: “E speriamo che lei non lo incontri mai in un momento di nervosismo, anche se mi sembra pronta a giustificare un uomo che le dà della troia.” Inteso con o senza stronzo nel carrello.

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Tornare a ballare e fare i diggei

Ne è passato di tempo, da quella serata di luglio, il cui resoconto è stato molto apprezzato e commentato. Ma domani sera torno a mettere un po’ di dischi. Sarà mia compagna la coconduttrice di Maps, la cara Eleonora. Volete vedere che faccia abbiamo? Volete sputarci forte? Cogliete l’occasione di farlo e di vedere dal vivo Uochi Toki e Bachi da Pietra.

Il tutto al Locomotiv Club, domani sera.

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Refuso freudiano

Clicca sull’immagine e capisc’ammè.

(da Repubblica.it)

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Tornare a leggere e a scrivere

È un po’ che non si parla, da queste parti, della mia scrittura e di conseguenza delle mie eventuali letture in giro per il mondo. Be’, si ricomincia. I giovini della Casa Lettrice Malicuvata, infatti, hanno scelto un mio racconto per il loro prossimo Annuario (ne vedete la copertina in anteprima, ma non è ancora pronto fisicamente). Per presentarlo, domani da Zammù, in via Saragozza 32/a, a Bologna, dalle 2130 in poi c’è Circus delire: attraverso passaggi di periferie, con letture da Racconti di periferie (l’antologia di Malicuvata del 2010) e Attraverso passaggi (di cui vi ho parlato sopra).

Insomma, siateci domani. Insieme a me Simone Rossi, Dario Falconi, Alfio Génitron, Marta Casarini, Elena Marinelli, Chiara Reali.

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Residui di Liverpool

È uscito il nuovo numero di Jam, una rivista mensile di musica ben fatta e scevra da entusiasmi dell’ultimo minuto per una o l’altra band a caso. Nelle prime pagine c’è un mio pezzo, con tanto di foto, del concerto in memoria di John Lennon: insomma, il motivo originario per cui sono andato a Liverpool lo scorso mese.
Se volete, l’articolo è qua.
Se invece vi siete persi il resoconto liverpudlian, ecco le tre comode puntate.

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B/N

Qualche giorno fa il tema del giorno a Maps era l’indicare i segni del declino in atto. Be’, ieri sono andato al cinema a vedere un film uscito da pochissimo, che ha avuto successo alla Festa di Roma. Fuori dal cinema un cartello avvisava che il film era in bianco e nero, come per dire “E non dite che non vi abbiamo avvisati”. Ecco, io credo che se un cinema riceve lamentele perché proietta un film in bianco e nero, tanto da essere costretto a specificare il tipo di fotografia dello stesso fuori dalla sala, è uno dei tanti segni di quanto siamo ancora lontanissimi da una forma qualsiasi di civiltà in questo Paese.

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Pura Accademia

Alla mail del blog mi è arrivata una lettera che dice:

Cari Colleghi e Bloggers,
sperando di fare cosa gradita, invio in calce le informazioni relative al Corso on-line “Come trovare o cambiare lavoro”, attivato dall’Accademia del Tempovissuto. Se avete bisogno di altre informazioni o per proporre collaborazioni, non esitate a contattarci.

Con viva preghiera di diffusione.
Un cordiale saluto
Ufficio Stampa Accademia del Tempovissuto


La cosa mi affascina da subito. In allegato alla mail ci sono le immagini che pubblicate qua e il programma del corso citato, che scopro è a cura del professor Giacomo Papasidero. Oltre ai punti didattici fondamentali, che sono quelli dell’immagine, c’è una bibliografia di cinque volumi tutti sulla linea del “Conosci te stesso” e “Sii più figo in dieci minuti”. Oh, il self-help magari funziona.
La valutazione del corso è “la riuscita o meno degli allievi nella ricerca di un lavoro: ottenere più colloqui sarà un parametro utile per monitore l’intero processo, fermo restando che l’ambizione finale del corso è di consentire agli allievi di trovare un’occupazione.” Oh, magari Lapalisse è un genio incompreso.
Il costo del corso è 200 euro esente IVA. Oh, hanno sicuramente bisogno di soldi.
Sempre più curioso vado al sito dell’Accademia del Tempovissuto. Le sezioni sono quelle di un sito accademico vero e proprio. Dalla home page. Eh già, perché entrando nelle singole pagine si ha un’idea più precisa di cosa sia l’Accademia: anzi, partendo proprio dalla pagina dell’Accademia si scopre che questo ente on-line ha come scopo un fine culturale Alto (la maiuscola è loro) che consiste nella trasmissione di sapere.
Ah, ecco.
Il metodo, invece è… una serie di lezioni, con dispense, appunti, aree riservate agli studenti. Sì, ma che corsi posso frequentare?
Uno: “Come trovare o cambiare lavoro”, tenuto dal docente già citato. Ma i docenti quanti sono?
Due: Giacomo Papasidero. E Marco Papasidero. Curioso caso di omonimia.
Alla sezione Bandi e concorsi si vede che le selezioni per i nuovi docenti sono terminate. Selezione dura: non hanno preso nessuno, come si evince dalla pagina dei docenti.
Alla sezione Contatti ci sono mail, nome Skype, cellulare e l’organigramma. Se vi dico che il responsabile è Giacomo Papasidero scommetto che indovinerete il nome del Responsabile didattico e amministratore.

Torno alla mail. In fondo a tutto, oltre a un link per iscriversi, c’è anche un collegamento indicato come “Non sei ancora convinto?”. Ci ho cliccato sopra, sperando di andare a un sito neoevangelico o alla pagina iniziale di Google. E invece no, c’è un modulo da compilare.
In conclusione: forse non troverete lavoro, ma ora sapete che fare dei dati del vostro peggior nemico.

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Come un pappagallo

(Se riuscite a sincronizzare i due video e a vederli contemporanamente è ancora più esilarante che vederli uno dopo l’altro.)

Grazie a B. Che sta per Blues, ovvio.

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Seconda legge di Forster o dell’equilibrio apparente

Quando c’è una previsione d’entrata in un tempo t una somma X, considerata extra e capitalizzabile, si verificherà l’imprevisto Y la cui risoluzione costerà Z, uguale o maggiore di X, da pagarsi in un tempo t-1.

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It’s easy if you try…

Probabilmente la notizia che Brad Pitt si stia impegnando per interpretare John Lennon in un film biografico concentrato sugli ultimi anni di vita del nostro è una palla. Qua, più che altro, lo si spera ardentemente. Ciononostante, questa voce mi ha fatto immaginare come potesse essere nata la malsana idea nella mente di Pitt e del suo entourage. Potrebbe essere successa una cosa così.

Casa Pitt-Jolie, interno giorno. Brad fa esercizi di concentrazione, fissando il muro con aria spenta, Angelina è al computer, naviga su internet. Ogni tanto dei bambini scorrazzano attraverso la stanza, inseguiti da tate sempre diverse. Dalla radio proviene “Imagine”.

BRAD. Ma che è? Oggi solo canzoni dei Beatles alla radio?
ANGELINA. Non è una canzone dei Beatles, è di John Lennon, amore.
B. Vabbè, solo canzoni dei Lennon alla radio?
A. È per ricordare la sua scomparsa. E’ morto l’otto dicembre.
B (agitato). Cosa? Mi vuoi dire che John Lennon è morto?
A. Trent’anni fa, tesoro.
B. E io dov’ero?
A. A fare marchette a West Hollywood, va’ a sapere…
B. E Yoko Ono è viva?
A. Sì, lei è viva. Per tua informazione sono vivi anche Ringo Starr e Paul McCartney. Anche se su quest’ultimo… George Harrison, invece…
B. Chi?
A. Lascia perdere…

Un bambino corre brandendo una mazza da baseball; una ragazza di una ventina di anni lo tallona. Brad tenta di redarguirlo.

B. Ehi, ehi! Tu, come ti chiami, ehi!
A. Brad, è sangue del tuo sangue!
B. La ragazza? Ma dai? Oh-oh.
A. No, quello piccolo con la mazza da baseball in mano. Cioè, l’hai adottato.
B. L’ho adottato per conto mio o da te?
A. Poi controllo i documenti. Comunque è figlio nostro. O almeno credo.
B. Lennon ha dei figli? Chissà quanto gli manca il loro papà.
A. Aspetta un attimo… (Controlla su internet) Sì, due. Sono musicisti anche loro!
B. Anche i nostri figli faranno gli attori, allora.
A. Se prendono da me, sì. Sono figlia d’arte. A proposito, è un po’ che non sento papà.
B. Billy Bob?
A. Spiritoso.
B. Senti, ma com’è morto John Lennon?
A. Mi sa di overdose. No, no, quello era Jimi, o Jim, o Janis, o Knox.
B. Ma Knox non è uno dei due gemelli?
A. Hai ragione.
B. Oddio, Knox è morto di overdose? Ma quello non era Phoenix?
A. Lascia perdere, gli hanno sparato. Vicino a Central Park.

Due bambini irrompono nella sala, smontando un cellulare e sparpagliandone i pezzi in giro.

B. Bambini, giocate pure, ma… (si porta gli indici alle tempie e assume un’aria intensa) Memorizzate. Memorizzate dove spargete i pezzi. È questo il segreto di ogni grande attore. La memoria. Dicevamo?
A. Che gli hanno sparato a Central Park.
B. A chi? Quando?
A. Amore: a John Lennon, l’8 dicembre del 1980.
B. Sparato a Central Park. Che bella morte. Dolcezza, mi hanno mai sparato a Central Park in uno dei miei film?
A. Controllo sull’Internet Movie Database… Pitt più park più sparato… No. Nessun risultato.
B. Potrei farlo…
A. Amore, ne hanno fatti già un paio di film sui Beatles.
B. E chi ha parlato di un film sui Beatles? Sai che palle: dovrei trovare altri tre attori, sarebbero in scena quanto me: no. Voglio fare un film sugli ultimi momenti di John Lennon. Voglio essere sparato a Central Park.
A. Gli ultimi anni, intendi?
B. Qualsiasi cosa, basta che non ci siano gli altri tre in mezzo ai piedi. C’erano?
A. No, direi di no. Ma John non era da solo, c’era Yoko.
B. Lo so…

Brad si alza in piedi e si avvicina ad Angelina sorridendole. La bacia.

A. Amore, vuoi dire che… Oh, ma… Devo prendere lezioni di giapponese subito… Ma mi accetteranno come Yoko? E accetteranno mai te come John?
B. Studierò canto, tu studierai giapponese e… Cos’è che fa Yoko Ono?
A. È un’artista.
B. Allora studierai giapponese e artismo, e poi, senti: ho una canzone pronta. “All we are saying is give Brad a chance”. Non è un bellissimo titolo?
A (addolcita, quasi languida). Ti amo…
B. Ti amo anche io, baby.
A. Facciamo un altro bambino…
B. Sono stanco, adottiamolo…

Compaiono due bambini nella stanza.

Bambino. Mamma, papà: Mark può rimanere a giocare qua oggi pomeriggio?
Angelina e Brad, insieme. Ma certo. Può rimanere… quanto vuole.

Fine

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“Solo lo scrittore”

Esattamente cinque anni fa scrivevo di Lunar Park: era una svolta nella carriera di Bret Easton Ellis, ma nel senso di una sterzata che ti fa pensare “E ora?”. L'”ora” è uscito qualche mese fa, ma sono riuscito a leggere Imperial Bedrooms solo oggi: talvolta le influenze – intese come malanni stagionali – servono a qualcosa. Guardando il libro pare che la risposta alla domanda “E ora?” sia contenuta nella fascetta: “Meno di zero venticinque anni dopo”, recita, richiamando il romanzo d’esordio dell’allora ventunenne Ellis. E lo stesso autore ha definito questo ultimo romanzo un sequel. Ma possiamo essere certi delle dichiarazioni di uno dei più grandi (e manifestatamente pazzi) tra gli autori americani contemporanei? Certo, tanto quanto ci si può fidare della veridicità delle battute che fa pronunciare ai suoi personaggi.

Ci sono, nel nuovo romanzo, gli stessi protagonisti del primo: Clay, il narratore, è un mediocre sceneggiatore. Trent ha sposato Blair, Rip è completamente rifatto e predilige ragazze barely legal, Julian continua a pensare che soldi e sesso vadano a braccetto, sebbene si sia ripulito. Il panorama è la Los Angeles del mondo del cinema, tra residence di lusso, feste di produttori e provini. E già sfumano, o quantomeno non sono più così fondamentali, i legami con Meno di zero: si rafforzano, invece, quelli con Lunar Park, soprattutto nel momento in cui Clay parla dello scrittore del romanzo che, venticinque anni prima, vedeva lui e i suoi amici al centro dell’intreccio. Ecco che ritorna la molteplicità di strati del libro uscito cinque anni fa. Ma allora, cosa c’è sotto Imperial Bedrooms? Prima di tutto c’è la volontà di proseguire un discorso importante nella bibliografia di Ellis, ben evidente anche in Glamorama: la riflessione intorno alla paranoia. Attraverso le descrizioni dei deliri (“in contesto di lucidità e con capacità cognitive integre”, come dice la definizione del termine) dei protagonisti degli ultimi tre romanzi, Ellis fa emergere il vero tratto distintivo dell’inconscio collettivo americano. Anzi, lo rende quasi esplicito in un passaggio in cui descrive un comportamento di Rain, la ragazza di cui Clay a suo modo si invaghisce.

(…) noto come la guardano i colleghi, e anche parecchi altri uomini che vagano per i negozi, e anche lei se ne accorge e cammina svelta, tirandomi per mano, mentre fa finta di parlare del più e del meno al telefono, una forma di autodifesa, un modo per combattere quegli sguardi facendo finta che non esistono. Quegli sguardi sono il triste e continuo promemoria della vita di ogni bella ragazza di questa città (…) (pp. 48-49)

Essere al centro dell’attenzione, sempre e comunque: una condizione nella quale gli Stati Uniti, spesso per la loro stessa volontà, hanno vissuto da secoli. Questo porta a vulnerabilità, soprattutto quando si scopre di non essere invicibili, e che attacchi come quello di Pearl Harbor possono essere replicati in forma anche più distruttiva e subdola. Scatta immediatamente, quindi, la mancanza di fiducia (un’altra parola ricorrente in filigrana nelle pagine di Ellis) e, di conseguenza, un comportamento velatamente o esplicitamente paranoico, che dà luogo alla paura costante. In Imperial Bedrooms il protagonista è spesso fisicamente impaurito: gli tremano le mani, si piscia addosso, gli manca il respiro. Ma il suo primo istinto è quello di non sapere, di costringersi a fare finta di niente, o meglio di continuare a credere che le cose vadano come dovrebbero andare. E di annegarsi in droga e alcol per trovare una dimensione confortevole: un comportamento che, in effetti, lega i personaggi dello scrittore americano da venticinque anni a questa parte. “We know who you’re with and where you are”, recita “Imperial Bedroom”, di Elvis Costello (sua è anche una canzone che si intitola “Less Than Zero”). Quindi, Imperial Bedrooms è l’ennesimo trattato sulla paranoia di un Paese sull’orlo del collasso. O no?

Secondo un altro dei personaggi del romanzo, le persone si rivolgono a Clay perché “è uno che aiuta gli altri”. Che “gli altri” siano sempre delle giovanissime attrici, attraenti e disponibili, fa logicamente pensare che alla fine Clay pensi fondamentalmente ai fatti suoi. Un concetto che si esplicita anche alla fine del libro: “Le persone mi fanno paura”, dice il protagonista, concludendo il romanzo su una parola di cui abbiamo sottolineato l’importanza. Ma attenzione: Clay è uno sceneggiatore alle prese con i provini per un film che ha scritto e di cui sarà il produttore: il titolo è The Listeners. Torniamo al vero Bret Easton Ellis: due anni fa è uscito The Informers, un film tratto dalla raccolta di racconti omonima (tradotta in italiano con il demenziale titolo Acqua dal sole). Dopo avere lavorato con passione alla sceneggiatura, Ellis si è visto stravolgere il progetto da un cambio di regista: il risultato pare che sia catastrofico. Allora, forse, Imperial Bedrooms è molto più “egocentrico” di quanto potesse sembrare: esattamente come Ellis ha tentato di scrivere la sua storia per poi vederla danneggiata dalla produzione, Clay cerca disperatamente di seguire uno schema nella sua vita, di mantenere un ordine o quanto meno una logica degli eventi plausibile, mentre tutti gli altri personaggi rimaneggiano e rimodellano la trama di cui fa parte. Ellis, scontrandosi con il mondo del cinema, scopre che il suo ruolo è subordinato ad altri, nonostante sia lui, lo scrittore, a fornire la materia prima della narrazione, sia essa pur svolta per immagini. Ma gli altri, tutti gli altri, contano di più.

– Voglio stare con te, – dico.
– Non succederà mai, – dice, voltandosi dall’altra parte.
– Per favore, smettila di piangere.
– Non faceva parte dei piani.
– Perché no? – chiedo. Premo due dita su entrambi i lati della bocca e costringo le sue labbra a sorridere.
– Perché tu sei solo lo scrittore.
(p. 134)

Forse Ellis sta solo raccontando nuovamente se stesso, o ci sta solo dicendo che non ha fatto altro, oppure è davvero un fedele cantore del collasso degli Stati Uniti. O forse ci sta solo prendendo in giro, con buona probabilità di riuscirci. In fondo, noi siamo solo i lettori.

La traduzione del romanzo, edito da Einaudi, è di Giuseppe Culicchia.

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Un anno con la Polizia – 2

Ecco la seconda metà del Calendario della Polizia di Stato 2011 (qui trovate i mesi da gennaio a giugno).

Luglio. Vado dove c’è bisogno
La Polizia, come il clero e altre congregazioni di potere, ha una crisi delle vocazioni. Il mese di luglio è quindi dedicato ai giovini che, dopo la scuola, decidono di scegliere la legalità e dire no al crimine (cfr. il mese di gennaio), ed entrare in Polizia. La foto grande dimostra la crisi dell’istituzione: appena hanno saputo che c’era uno che voleva arruolarsi, sono andati in tre ad accoglierlo sulla porta. Nella foto in basso a sinistra il neopoliziotto viene messo a un computer che probabilmente risale ai primi anni ’90 (ma la semplicità di Tetris chi la batte?). Nella terza foto, invece, il giovane pensa che, male che vada, s’è fatto un vestito nuovo.

Agosto. Fatti una dose di speranza
Per parlare di droga, il calendario usa delle immagini inedite: un giovane accasciato su un muro pieno di degrado sotto forma di graffiti e, soprattutto, un messaggio che riprende il linguaggio delle persone a cui dovrebbe essere indirizzato. Scartate le soluzioni: “Il formaggio non è buono con le pere” e “L’aratro traccia il solco, la spada lo difende”.

Settembre. A scuola imparo le regole, con lui imparo la vita
Il padre del mese di febbraio è invecchiato: o forse si tratta di un’altra famiglia. In ogni caso la pagina dedicata a settembre ci mostra nella foto grande un poliziotto alle soglie della pensione (o forse l’ex-tutore ci è già andato, ma gli piace indossare la divisa che, con un’allargatina qua e una là, gli calza ancora) che va a prendere il nipotino a scuola. “Allora, che hai imparato, oggi?”, sembra chiedere il nonno, sperando che il bullismo subito dal nipote gli consenta di alzare le mani su qualcuno. Non poteva mancare il disegno in cui il poliziotto, però, ha un’inquietante contorno rosso (sarà forse sieropositivo?) e la cameretta del bambino, dove presumibilmente il nonno tiene numerose e pallosissime lezioni di vita.

Ottobre. Non subire in silenzio
“Donna, urla!”, sembra quindi dire il mese di ottobre: il cattivissimo di gennaio e marzo colpisce ancora. Per la precisione colpisce la donna che sta con lui, mentre i due sono in posti diversi di un parco (foto grande e foto in basso a sinistra). Al secondo schiaffone interviene la legalità, sotto forma di settimo cavalleggeri. Era ora. “Se urlavi, arrivavamo prima”.

Novembre. Un break in amicizia
I poliziotti fanno paura anche agli innocenti: oh, comunque sono persone armate. E invece no: il mese di novembre dice che, per esempio, con un poliziotto potete anche prendere il caffè (foto in basso a destra) e sollevargli il cappello, come fa la moretta sbarazzina nella foto grande. Finiti gli scherzi e bevuta ‘a tazzuliella, il poliziotto, però, rimane solo a pensare al bancone, come si vede dalla malinconica foto in basso a destra. Una desolazione da film di Tsai Ming-liang.

Dicembre. Insieme è meglio
Per una forma di correttezza politica, e per controbilanciare la forte presenza maschile del calendario, il mese di dicembre ci mostra due donne. Una è una donna normale che ascolta l’iPod, l’altra è una donna poliziotto che al massimo ascolta il walkie-talkie di servizio. Ma, miracolo! La poliziotta diventa più normale ascoltando l’iPod e la ragazza fa la civetta giocando a vedo-non vedo con una sensualissima paletta del Ministero dell’Interno. Rimane il mistero del messaggio: che vuol dire “Insieme è meglio”? È come “L’unione fa la forza”? In realtà sono due poliziotte, una in borghese e l’altra no, e il mese di dicembre svela in realtà la tattica di una squadra vincente? Non lo sapremo mai, a meno che la soluzione non ci aspetti nel calendario 2012.

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