Archivi del mese: settembre 2010

Say the Word: manuale di difesa della lingua – 1

A quasi un anno di distanza, riprendo alcune considerazioni sull’uso sconsiderato della lingua italiana. Nell‘ottobre del 2009 ho parlato di “piuttosto che”, “quant’altro” e “importante”; oggi, invece, affrontiamo un termine che è buttato qua e là a cavolo: “esclusivo”.

Mi si è accapponata la pelle quando, qualche giorno fa, ho sentito alla televisione (ero girato di spalle) Antonella Clerici che magnificava le qualità di un dessert dicendo che il suo aroma alla vaniglia era “esclusivo”. La prima cosa che ho pensato è stata: “Hanno monopolizzato un gusto? La Ferrero e solo lei potrà fare cose alla nocciola, la Nestlè al cioccolato…”. Ma poi ho capito: era un uso decisamente improprio di un termine che deriva dal latino excludere, cioè “chiudere fuori”. Chi chiuderà mai fuori l’aroma alla vaniglia? Quello alla menta, per esempio. O al limone. Ma non divaghiamo.

Tutto, ormai, è esclusivo: non solo un ristorante o un club (che, notate bene, sono luoghi e quindi hanno in sé il senso proprio del termine), ma anche una macchina (soprattutto se ha la chiusura centralizzata, e io ho le chiavi, no?), un colore e, appunto, un aroma. E invece no: escludere vuol dire una cosa ben precisa ed esclusivo è semplicemente un suo derivato. Come “importante”, anche “esclusivo” ormai viene usato come accrescitivo, o come magnificatore di positività. Una sorta di “additivo” che ha perso ogni contenuto per diventare un “più” da appiccicare qua e là, come una marca fasulla su un abito contraffatto.

E difatti mi sa che quella cosa alla vaniglia fa pure schifo.

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Mani in pasta

Sarà paranoia o estrema attenzione, quella che mi fa notare certe piccole cose? Ho trovato nella buca delle lettere il volantino qui a fianco: il mercato delle pizze a domicilio è tremendo, la concorrenza è atroce, e ognuno cerca di conquistare o mantenere una posizione come può. Con offerte, magari. O consegnando il cibo fino a tarda ora. O dicendo che ha il forno a legna.

Però questa cosa dei pizzaioli italiani non l’avevo mai vista. E non ha, per me, un buon sapore. È davvero impensabile permettere a pakistani, cingalesi, magrebini di mettere le mani sul cibo italico per eccellenza? Sono sempre più deluso, quasi da tutto e tutti.

Ma come “bonus track”, ecco il racconto (curiosamente a tema) della mia amica Luisa Catanese: lo trovate su Carmilla On Line.

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All’armi post-icce, siam post-fascisti!

Ah, le circolari della Gelmini: sono la croce e la delizia degli insegnanti, che probabilmente, ogni volta che il bidello bussa alla porta, sono attraversati da un brivido di terrore. L’ultima trovata del ministro è “Allenati alla vita” (o forse “Allenàti alla vita”? Chissà). Si tratta di un corso teorico e pratico, che dà crediti formativi, in cui gli alunni sono divisi in pattuglie e si esercitano al tiro con la pistola ad aria compressa, nuoto, salvataggio e orienteering. Ne parla anche “Famiglia Cristiana” (ormai una delle voci più autorevoli dell’opposizione, il che è tutto dire).

Non so perché, ma quando ho pensato a come ‘sta roba potrà essere attuata in Italia, (perché ci sarà qualche insegnante deficiente che ci penserà) mi è venuto in mente Noi uomini duri, dimenticabilissimo film di Enrico Oldoini con Pozzetto, Montesano e (uh!) Alessandra Mussolini…

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Sali anche tu sul trenino dell’amore (ma ti metti in testa)

Ah, l’Italia. Recentemente Trenitalia ha rinnovato le biglietterie automatiche: nuovo design, veloci, belle, superpiù. E voi direte: bene, era ora. Eh già, ma non ha rinnovato il sistema computerizzato che ci sta dietro. Come capita sul sito, le opzioni che vi vengono date per un tragitto sono sempre e comunque le più costose. Per andare da Bologna a Gorizia, per dire, ci sarebbero due interregionali, che prendo da tre lustri. Ma le biglietterie fanno finta che questi treni non esistano e quindi, comunque, ti “costringono” a comprare un biglietto per l’alta velocità, cercando di farti spendere più del doppio per risparmiare quindici minuti di tempo.

Ma perché siamo così mariuoli, sempre, comunque e dovunque?

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La prima persona plurale

Se c’è una cosa che il PD fa è spendere soldi in campagne di comunicazione: compaiono spesso, sui muri delle città, manifesti del PD, di solito contro qualcosa (il Governo), con payoff abbastanza banali, tutto sommato. L’ultimo cartellone che ho visto mi ha fatto da un lato perdere le speranze e dall’altro incazzare come una bestia.

Avete presente il PD, no? Quei partito che di solito agisce come Fantozzi quando viene chiamato: cerca di mimetizzarsi con la tappezzeria e fa finta di niente, qualsiasi cosa accada. Il PD è l’amico che fa orecchie da mercante, che quando c’è da lavorare si sloga un polso (per poi guarire miracolosamente quando c’è da prendere al volo una birra), che quando viene interpellato la prima cosa che dice è “Ma chi, io?”

Ma le cose si capivano già alla Prima Festa Nazionale del PD: io c’ero. Il PD aveva appena perso le elezioni, ma, fiero, aveva allestito alla Fortezza Da Basso di Firenze la sua bella Festa. C., che era con me, mi diceva, girando per gli stand: “Ma quando c’erano le altre Feste, quelle provinciali e quelle regionali, c’erano molti più stand”. Con ogni probabilità all’epoca il PD aveva offerto degli spazi a prezzi iperbolici. Risultato? Una festa con stand di trattori, arredamenti e niente di davvero piccolo e vicino alla “ggente”. Non solo: a quella Festa c’era una raccolta firme. A pochi mesi dal voto, il PD chiedeva ai suoi simpatizzanti, iscritti, votanti una firma per salvare l’Italia. Ma come? Vi ho votato e volete avere un altro mandato ancora?

La prassi continua: l’ultimo manifesto vede Bersani in camicia, con le maniche arrotolate. Slogan? “Per giorni migliori, rimbocchiamoci le maniche”. Eh, no, cari: io ho fatto quello che dovevo fare. Ora dovere muovervi voi. E che cazzo.

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Cronaca Vera alla televisione

Venerdì scorso, 9 settembre. Anzi, il 10, perché era mezzanotte e mezza. La televisione è accesa su RaiUno: c’è un servizio su un uomo che abita a Padova, in una zona malfamata vicino alla stazione. Dice di non essere razzista, e forse non lo è veramente: è solo esasperato dalla delinquenza in strada. Nella noia del venerdì sera non si cambia canale. La trasmissione prosegue, con una voce fuori campo che pare adotti dei temi da Mondo Movie, che ben si adattano al secondo servizio.
Da Padova ci si trasferisce in provincia di Benevento: “I battenti” parla della processione che si svolge ogni sette anni a Guardia Sanframondi, in cui un migliaio di incappucciati si battono il petto con degli spilli, bagnandolo col vino. La suadente voce femminile racconta il rito come Jacopetti parlava di popoli lontani. Abbondanza di primi piani sul petto dei battenti. Ho un ricordo: il tema (e il tono) è lo stesso di un articolo di “Cronaca Vera” di metà agosto. La gente sviene, canta, va in crisi mistica. La voce rimane suadente e morbosetta. All’uscita dei battenti parte una musica tribale.
Terzo servizio: veneti poveri che non possono fare le vacanze. Lo giuro. A questo punto sono completamente rapito. Vengono intervistati (in “Spirito del nord-est”) sempre con tono “esotico”, anziani che prendono il sole in un parcheggio, vigorosi padani che si bagnano nel Po e se la prendono con i meridionali, ciccione di Chioggia che non sono mai andate in altro luogo se non su quelle spiagge e anche delle persone che, oh!, vanno al mare in giornata con la corriera.
La trasmissione prosegue, e la mia incredulità aumenta quando, con tono davvero da “Cannibal Movie”, la voce femminile ci porta, pensate, in Sardegna dove, orrore!, c’è gente che mangia il formaggio coi vermi. Il titolo è “Il verme nel formaggio”, e la colonna sonora è ricolma di suoni gutturali. Ehi, ma la gente lo mangia davvero, il casu marzu, ed è un prodotto clandestino! “Il Guinness dei primati lo considera il prodotto alimentare più pericoloso al mondo”, dice la speaker con tono ammiccante. Verso la fine del servizio, un uomo di 104 anni parla con una di 108… in sardo, definito “incomprensibile dialetto arcaico”. Accidenti. E vivono in un paese con meno di venti persone! E mangiano le pecore “sacrificate ai loro appetiti insaziabili” (roba che neanche Joe D’Amato…).
Ma non è finita: in “Fatece largo” scopriamo che ci sono dei tifosi romanisti che se ne stanno una settimana a Brunico, a vedere la Roma in ritiro, con tanto di fumogeni giallorossi, porchetta, salsicce e l’elezione di Miss Roma a Brunico. “L’unica alternativa alla famiglia e al lavoro è la Roma”, dice qualcuno. E qualcun altro paragona la retrocessione della squadra alla morte di un caro. Per quasi tutti “questa è l’unica settimana di vacanza”. Il tutto sotto gli occhi dei biondissimi, compostissimi e altissimi indigeni. Colonna sonora “Mamma li italiani, mancu li cani”.
Il servizio seguente è su una piattaforma petrolifera: “Uomini in alto mare” è piuttosto sobrio, come contenuti, ma è la prova dello sputtanamento degli Arcade Fire, che vengono usati (nelle parti più corali) come commento musicale.
“Arsenico e vecchi bidoni” scopre il passato oscuro del lago di Vico, nei pressi del quale c’era uno stabilimento per la produzione di armi chimiche. Chi avrà ragione? Legambiente, che dice che l’arsenico nelle acque del lago è sei volte superiore alla norma, o i militari, che dicono “tutto bene”?
Il penultimo servizio è su Castel Volturno, e si intitola “L’Africa in casa”. Ecco, “Cronaca Vera” non avrebbe mai usato un titolo come questo per “quella che è stata definita la Gaza d’Italia”. Grazie al servizio scopriamo che gli africani “hanno paura dell’acqua”: ecco perché non fanno il bagno! Ma, alla fine, il calcio unisce, eh.
Il penultimo servizio, “Estate regale”, che ci porta a Cavallo, isoletta tra Sardegna e Corsica, dove trascorre le vacanze il principe Vittorio Emanuele. Come farne senza?
Dulcis in fundo, la “bonus track” è un fuori onda di una delle ultime interviste a Francesco Cossiga, definito (giuro) “L’italiano più presidente di chiunque”.

Non ci credete? Questa è la scaletta dell’ultima puntata di “E la chiamano estate”: la trovate qua.

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