Archivi del mese: aprile 2010

L’inossidabile classe del 1935

Mentre leggevo, con gusto e passione, l’ultimo libro di David Lodge, Il prof è sordo, non ho potuto fare a meno di pensare al mio rapporto con i film di Woody Allen. Qualsiasi cosa faccia l’attore, regista, sceneggiatore e, ma sì, dai, musicista americano, io lo vado a vedere. E certo, posso uscire dal cinema più o meno contento, ma anche nelle sue prove peggiori, riconosco il mondo, il pensiero, il punto di vista di Allen.

Lo stesso vale per Lodge, del quale lessi Scambi una quindicina di anni fa e che, da allora, non ho più abbandonato. Certo, c’è da dire che Lodge è meno produttivo del suo quasi coetaneo e quindi si dà meno occasione di fallire, del tutto o in parte. Rimane però comune ai due il gusto e la maestria del racconto, inteso proprio come “arte della narrazione” (un’espressione che è molto simile al titolo di un bellissimo saggio dell’inglese).

Come in Allen, inoltre, è sempre facile riconoscere nei romanzi di David Lodge l’autore stesso, che viene nascosto con un garbo quasi vezzoso, molto britannico: non sta bene (ed è anche privo di senso) chiedersi “Ma il Desmond di Deaf Sentence (questo il geniale titolo originale del romanzo di cui vi parlo) sarà veramente lui?”. Con elegante savoir faire, Lodge ci dice nella postfazione che sì, la sordità di cui è afflitto il protagonista è effettivamente un’esperienza provata in prima persona, così come la figura del padre, solo e malato, ha a che fare con la vita reale dello scrittore. Ed è proprio il personaggio del padre ad essere importante nel libro: l’accademico in pensione ha una moglie più giovane di lui, figli, nipoti e una studentessa tanto fascinosa quanto pazza che tenta di invischiarlo in un progetto di ricerca sulle lettere dei suicidi, con tanto di risvolti sadomasochisti; Lodge si diverte un mondo a mostrarci quanto ne sa di linguistica, oltre che di narratologia; ma sono i momenti con il padre a dare un interesse maggiore al libro. Un padre sordo, ma per motivi geriatrici, più che altro, con la prostata mal funzionante, tirchio e cocciuto, nostalgico del suo passato di musicista per orchestre da sale da ballo (Radio Days, come fa a non venire in mente?), che il figlio si costringe a visitare di tanto in tanto, affrontando un viaggio dall’immaginaria cittadina del nord dove Desmond risiede, fino ad un sobborgo del sud-est londinese da cui il padre non vuole andarsene.

Non aspettatevi pietismi: Lodge sa fare divertire, e spesso riduce il lettore a sonore risate. Ma è come, esattamente come nei film di Allen degli ultimi dieci anni, che in questo Il prof è sordo, il brillante scrittore inglese, toccati i 75 anni, si renda conto che, per quanto ci si possa scherzare su, la morte è qualcosa di concreto, vicino, seppure non immediato. È pervaso da uno strano senso funereo, questo libro: o forse sarebbe meglio dire che tra le righe si sente la paura del rendersi conto che le cose non funzionano come prima. Le orecchie, l’apparato riproduttivo, la memoria. Ci si scherza sopra, certo, ma in un momento topico del libro, al quale non accennerò per preservarvi il piacere della lettura, l’inconfondibile humour di Lodge scompare, per dare vita a pagine inaspettatamente dense di sacra umanità, resa in maniera tangibile quanto, per sua stessa natura, sfuggente e fuggitiva.

Anything works, dice Woody Allen nel suo ultimo film: “basta che funzioni”. E nelle ultime prove dei due grandi del ’35, a mio avviso, tutto funziona, e bene. Speriamo solo che, fino all’ultimo, abbiano voglia di raccontarci le loro storie, a modo loro: io sarò là a bearmi delle loro parole.

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Una buona notizia

Sono tornate in Italia le spoglie di Enzo Baldoni (via Repubblica.it).

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I bei testimoni(al) di una volta

Ultimamente mi sono reso conto di avere ridotto del tutto la visione dei programmi tv, senza una volontà precisa di farlo. Quando mi capita di avere del tempo libero e accendo il televisore, semplicemente, mi annoio. Qualcuno dirà che è così perché non ho né Sky né il digitale terrestre, e può essere, ma tant’è. La mia attenzione è catturata solo dalle televisioni locali, dove i tempi, i modi, i ritmi dei programmi (e di tutto ciò che è tra un programma e l’altro) sono rimasti davvero quelli di 10 o anche 20 anni fa.

Degne di nota sono le televendite: scordatevi le luci smarmellate e i sorrisi sfavillanti delle reti nazionali: nei piccoli canali si vende con le stesse facce e con le stesse parole dei mercati rionali, ed è ovvio che sia così, visto che il pubblico di acquirenti è pressappoco lo stesso. Le televisioni locali continuano a pensare che l’attenzione può essere catturata lentamente, che non c’è bisogno di giocarsi tutto nei primi secondi, pena il cambio di canale. E anche quando gli investimenti sono più sostanziosi, il risultato concreto non cambia. Che spettacolo, quindi, qualche sera fa, vedere tutta la pubblicità di Egorex: non si tratta di altro che di un simil-Viagra “del tutto naturale”, come avrete intuito dal nome. La testimonial è “Miss Chirurgia Estetica 2009″ (giuro) ed è ammirevole sia come si parli di sesso senza nominarlo per dieci minuti, sia la sfrontatezza con cui gli “autori” hanno costruito le “vere testimonianze” che garantirebbero l’efficacia del prodotto. Il tutto, nel video qua sotto. Non siate pigri, state ai tempi di una televisione onestamente vecchia e sgangherata e premete play: la musichetta “Egorex, e ti senti sempre pronto / Egorex, e le donne impazziran” non vi lascerà più.

Purtroppo anche i link muoiono. La vecchia pubblicità non c’è più, ma è stata sostituita da una televendita di quindici minuti con… Andrea Roncato.

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Parliamo un po’ su di noi

A volte, miei piccoli lettori, lo spam è fantastico. Siamo a dei livelli sempre più raffinati di comunicazione, roba che “Enlarge your penis” sembra preistoria. Guardate qua che mail ha invaso quasi tutti gli indirizzi della radio (e non solo) nei giorni scorsi.

La mail, che arriva da tale Zemfira (mi ha anche allegato una foto, qua a destra), ha come oggetto: “Ma ora voglio solo parlare un po’ su te stesso”.
L’apostrofo, capite? Questa non è cosa da poco. Ecco il testo.

Ciao! Mi fa molto piacere che ti ho trovato. Sarebbe molto bello se ci conosciamo meglio. Voglio dirvi molto su me stesso.
Uhm, ok. Dimmi.

Ma ora voglio solo parlare un po ‘su te stesso!
Allora, mi chiamo Francesco e…

Il mio nome Zemfira io vivo nel paese di Azerbaigian. La mia citta si chiama Askeran. Non e grande, ci sono circa 2000 abitanti.
E vabbè, parlami di te, allora. Sei precisa. Città, stato, abitanti…

Ma in questa citta di quasi tutti si conoscono e sono amici. Nella nostra citta le persone non chiudono la porta, perche ci fidiamo a vicenda.
Ah, capito, come quello che Michael Moore dice del Canada in Bowling for Columbine. Be’, bello, no?

In Azerbaigian, se una persona parla inganno, o tenta di rubare qualcosa che che puo essere molto severamente puniti severamente, o addirittura espulsi dalla citta. Qui abbiamo un Askeran tutti molto rigorosa e non si puo parlare si trova tra di loro o chiunque altro.
Ah vedi! E per forza che la gente si fida: non ci si parla, pena l’espulsione… Ma cos’è Askeran? Una città stato? Un Comune medievale? Vige il regime di Savonarola? E il nome della città sta anche per il regolamento che la ordina? Mi inizio a spaventare, Zemfira…

Quindi abbiamo un sacco di tradizioni diverse, io ti scrivo su di loro in seguito alla lettere.
Mi immagino: impalamenti, sacrifizi di vergini, tiro al villico… Aspetterò il seguito delle lettere (?).

Ti ho scritto per cercare di trovare in voi il mio secondo semestre.
E qui andiamo nell’esoterico. O nell’eccessivamente simbolico. Mi preferisci da giugno a dicembre? E’ un annuncio ufficiale, con l’estate vieni a trovarmi? O vuoi trovare in me il tuo completamento? Tu sei il primo semestre, io sarò il secondo…

Saro molto felice se si scrive e dimmi di piu su di te.
Va bene, anche io vivo in una città, commissariata… No, non vieni espulso se parli con un altro, ma se bevi in giro sì…

Quindi vi invito a non tentare di scrivere parole oscene. Sto solo non ti scrivera una merda e non cercare di insultare voi nelle sue lettere. Se non si desidera rispondere a me questa lettera, per favore non contattarmi cattiveria meglio non semplicemente rispondere a questa lettera.
No, vabbè, ma figurati. Nessun insulto. E cercherò di non scrivere una merda. Ops. Parola oscena, scusa.

Sono anche molto per favore non mi chiedete per aver insultato me le foto. Io non ti daro foto del genere. Perche io sono una ragazza onesta.
Nessuno lo metteva in dubbio. Anche lo sguardo è onesto, davvero. Nessun insulto. Ma che foto vorresti darmi, oltre a quella che mi hai mandato?

Vi scrivo questa lettera perche sono molto seriamente a cominciare il vostro rapporto. Spero che questa lettera sara un inizio meraviglioso per la nostra corrispondenza.
Benissimo… Cioè, come inizio mi sembra un po’ sulla difensiva, ma ti scrivo. Mi piaci, Zemfira.

Attendo con impazienza la vostra risposta. Tutti i migliori al tuo amico Zemfira
Ma come al mio amico? Manco ci conosciamo che già… Ma tanto sono sicuro: hai scritto anche a lui.

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Abbiamo fatto il trenino – Express Festival 2010

A differenza dell’anno scorso, dove ho fatto l’en plein o quasi, quest’anno ho partecipato a tre concerti su cinque dell’Express Festival, anticipato di un mese e tenuto per lo più dentro al Locomotiv. Se cliccate sulle foto andate al set, per i primi due concerti. Ieri avevo la macchina fotografica ma senza pile. Genio. Ah, nei prossimi giorni sul sito di Maps trovate le interviste ai protagonisti del Festival.

Efrim MenuckSpirito Collettivo – Thee Silver Mt. Zion Memorial Orchestra (8 aprile). Sono stato sempre un grandissimo fan dei Godspeed You! Black Emperor, e ho ascoltato ogni volta con attenzione i lavori della band capitanata da Efrim Menuck. Non sempre mi hanno convinto, ma l’ultimo Kollaps Tradixionales è davvero un ottimo disco. Sentendo Menuck in radio nel pomeriggio prima del concerto, mi ha stupito la sua loquacia e quello che ha raccontato del modo che ha la band di prendere i live: il dialogo col pubblico, la “deromanticizzazione” dello status di band, mi ha detto, sono importanti quanto la musica. E così è stato. Un set lungo e impegnativo, di quasi due ore, per brani che principalmente sono stati presi dall’ultimo disco, cinque persone sul palco (voce e chitarra, batteria e tastiere, due violini e contrabbasso) per un concerto davvero meraviglioso, che ha sfruttato tutta la lineup, coinvolgendo i cinque, ad un certo punto, in un canone da brividi. E l’alternanza tra i maestosi crescendo della band su Constellation e le chiacchierate col pubblico (Menuck ha ironizzato su tutto: dalla non esistenza del Canada, al presentare il suo gruppo prima come Foo Fighters e poi come Death Cab for Cutie) sono state spiazzanti e stimolanti al tempo stesso. Uno dei concerti della stagione.

Hayden Thorpe

Buoni e cattivi – Wild Beasts + These New Puritans (9 aprile). Sono andato al Locomotiv venerdì per i TNPS: il loro ultimo Hidden è bellissimo, e segna davvero un passo avanti rispetto alle spigolosità, talvolta pretenziose, di Beat Pyramid. Avevo ascoltato distrattamente, invece, il pur bello Two Dancers dei Wild Beasts, ma la sensazione che ho avuto dalle due band della Domino Records si è rivelata all’opposto delle aspettative. I Wild Beasts sono stati carichi e eccellenti. Le canzoni, non tutte indimenticabili, sono state suonate con passione e precisione, dando spazio alla musica, e costringendo i due vocalist della band a scambiarsi basso e chitarra con una rapidità fin troppo esagerata. Ma si percepiva che le luci, i cambi di strumento, l’annunciare le canzoni, erano elementi secondari: la band britannica ama la musica che fa, e ama il pubblico. Risultato? Una bellissima sorpresa.
I These New Puritans si sono fatti attendere: dopo il primo set, il Locomotiv ha visto il sipario chiudersi, per chissà quale allestimento di palco, pensavamo noi là sotto. E invece, davvero poca roba: set preso quasi tutto da Hidden, con uno scialbo (e unico) bis con “Elvis” hit del primo disco suonata con una poca voglia e un’energia scarsa da mettere in imbarazzo. Ma l’approccio dei TNP è stato questo anche al Covo due anni fa: non confondiamo, però, l’afflato “punk” con la mancanza di voce o lo scazzo sul palco, per favore. Dimenticabilissimi.

Avanguardie – Stefano Pilia + Massimo Volume che sonorizzano La caduta della casa Usher (11 aprile).  Ultima giornata del Festival con l’appuntamento più colto della cinque giorni. Stefano Pilia propone da solo sul palco la sua visione di musica, che sta diventando sempre più definita e personale. L’uso dell’arco sulla chitarra (una cosa che fanno decisamente in troppi, ormai) è giunto a raffinatezze tecniche e armoniche eccellenti. La seconda parte del breve set, invece, è più rumorista, e fa uso massiccio di feedback, registrazioni, masse sonore sovrapposte. Interessante, sebbene non facile.
I Massimo Volume, poi, hanno riproposto la “cosa” che li ha fatti tornare insieme, due anni fa. Il Museo del Cinema di Torino ha innanzitutto fatto un regalo alla band bolognese, assegnandole la sonorizzazione di uno dei film più belli della storia del cinema: sono passati più di ottant’anni dalla realizzazione di questo capolavoro, che, pur prendendo spunto principalmente dal racconto omonimo di Poe è, in realtà, una summa dell’opera dello scrittore di Baltimora, eppure La caduta della casa Usher riesce a sbalordire per l’ardire della messa in scena e per la freschezza del racconto. I Massimo Volume hanno creato intorno all’opera una musica che sfrutta benissimo il ritmo della narrazione, alternando momenti più rumorosi a (vivaddio) silenzi, ma non si sono limitati a un tappeto: le melodie, le strutture tematiche, le soluzioni talvolta quasi pop che la band ha scelto sono uno dei migliori esempi di sonorizzazione intelligente che si siano visti di recente. Eccezionale.

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Cialtroni anche nella censura

Ieri ho visto dei film pornografici con animali e minorenni.
No, vabbè, dai, lo ammetto: ieri ho visto due edizioni del TG1, quella delle 1330 e quella delle 20. I titoli di apertura di entrambi i notiziari erano dedicati al primo anniversario del terremoto in Abruzzo. In mezzo alle solite lodi sperticate all’opera del Governo e a Bertolaso, nell’edizione dell’ora di pranzo c’è stata un’anomalia. Una donna che faceva parte del corteo in memoria delle vittime, ai microfoni del telegiornale, si è lamentata della mancata ricostruzione, aggiungendo qualcosa come “Quale miracolo, qui di miracoli non se n’è visti”. Ho pensato a questa frase tutto il giorno: com’è possibile, mi sono chiesto, che a Minzolini sia sfuggita questa voce di dissenso? Dormiva? Gli è apparso in sogno qualcuno di più alto e meno pelato che gli ha indicato la via? Ho escluso che si fosse ravveduto da solo: Minzolini? Ma andiamo, su…

E infatti, nella seconda edizione, che ha riproposto un servizio pressoché identico, la donna, la sua rabbia e la sua frustrazione, sono scomparse. Questa è l’Italia, amici: un Paese che si può permettere di essere cazzone anche quando si applica in una cosa seria come dovrebbe essere una sana censura di regime.

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Cose per cui vale la pena di vivere

Sono passati quasi sei giorni e ancora non ci credo: Woody Allen a una manciata di metri da me, che suona. L’avevo mancato a New York, qualche anno fa, e (grazie ad un regalo, anzi, ad un Regalo) sono riuscito a vederlo a Roma, mercoledì scorso, nell’ultima data italiana della tournèe europea della sua New Orleans Jazz Band. Che dire?
Innanzitutto che è molto difficile rendersi conto che tra me, seduto in terza fila all’Auditorium della Musica, e lui, non c’è uno schermo, televisivo e cinematografico. Lui, uno dei miti della mia vita, è là, con i suoi pantaloni di velluto a coste che suona.
Poi, che è vero quello che si dice: è molto meglio come regista, scrittore, attore, che come musicista, ma chi se ne importa. Le uniche cose che ha detto sono state di mettersi seduti comodi e rilassarsi ascoltando dei vecchi brani che andavano per la maggiore nella New Orleans di quasi un secolo fa.
E l’impressione è quella di vedere un gruppo di vecchi amici che, invece che giocare a poker, a scacchi o a Monopoli, stanno lì e suonano: principalmente per loro e poi per chi vuole stare a sentirli. Il fatto che fossimo in tantissimi (tra noti e meno noti) il 31 marzo a Roma, be’, sono cose che capitano, quando in mezzo alla tua band c’è quello là che suona il clarinetto.
Per concludere, il finale (e come vogliamo concludere, se no?). Quel “Bella Ciao” riarrangiato in versione dixieland, suonato nella città simbolo dell’ennesima sconfitta elettorale della non destra, anche se me lo aspettavo, avendo letto le cronache dei concerti di Montecatini e Venezia, mi ha fatto venire la pelle d’oca. Per questo vi dono un video fatto malissimo, a causa dell’emozione e dei severi inservienti dell’Auditorium. È qua sotto.

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