Relativismi

Qualche settimana fa ho visto, sull’autobus 92, due ragazzi ritardati vicino a me. Uno l’avevo già incrociato su quella linea. L’avevo sempre osservato mentre si guardava intorno stupito e rideva. Ogni tanto salutava la gente. Non mi ha mai salutato, però, ora che ci penso.
Seduto accanto a lui, c’era un ragazzo nelle sue stesse condizioni. Parlava appena meglio e sembrava un po’ più presente.
Si può dire che sembrava “meno ritardato” o mi date del nazista?
Insomma, c’era traffico e la vettura andava a rilento, ma non avevo voglia di musica nelle orecchie; quindi un po’ lasciavo che il mio sguardo si posasse fuori, perdendomi romanticissimamente nei miei pensieri, un po’ prestavo attenzione a quel che si dicevano i miei vicini di posto, cogliendo qualche parola qua e là.
Ad un tratto mi sono reso conto che quello meno ritardato stava parlando di continuo: dell’altro non si sentiva parola. Ho pensato che forse era perché ero più distante da lui, magari bisbigliava… Insomma, mi sono girato e ho notato che l’altro parlava al telefono. Il ragazzo più ritardato lo guardava. La sua espressione, solitamente, è abbastanza immutabile, eppure ho notato una sorta di nervosismo trasparire sul suo volto. Ma mi sono girato: tuttavia, guardando un po’ di fronte a me, un po’ fuori dal finestrino, ho continuato ad ascoltare.
Le conversazioni di quello meno ritardato erano informazioni di servizio: a voce piuttosto alta diceva sempre cose del tipo “l’autobus è in ritardo”, oppure “sì, sto arrivando in centro”, o anche “mi passi lo zio”. Pur ascoltando a intermittenza, però, mi pareva strano che continuasse a dire sempre le stesse cose. Forse, ho pensato, è parte del suo handicap.
Un’altra sequenza identica di informazioni. E un’altra ancora. “Sono in ritardo”. “Sì, arrivo”. “C’è Carlo? E Paolo?”. “Sono sul novantadue”. E ancora una terza.
Mi sono voltato e ho visto il meno ritardato con due telefoni in mano. Di uno consultava la rubrica, con l’altro digitava un numero. Ha fissato l’altro e gli ha detto: “Ecco, questa è l’ultima, poi te lo ridò.” E ho visto lo sguardo del ragazzo più ritardato: uno sguardo teso, terribilmente seccato, con una scocciatura che aveva valicato completamente l’immobilità abituale del suo volto. Era lo sguardo di uno che non voleva altro, in quel momento, che riavere il suo telefono.
Mi sono preparato per scendere, pensando che un giorno potrò dire ai miei nipoti: “Ai miei tempi, chi era meno ritardato vessava quelli più ritardati di lui.”

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