Archivi del mese: giugno 2008

Il postino

Me lo trovo davanti, appena fuori dal portone di casa, che scartabella tra le buste e i pacchetti che ha in mano. Quando mi saluta sento immediatamente un accento familiare.
“Ho una raccomandata per lei”, mi dice. E rallenta lo sfogliare delle cose che ha in mano. Mi passa un pacchetto.
“Ah, no, aspetti…”, dice riprendendoselo. Apre una bustina di plastica sul retro della confezione e tenta di tirare fuori dei fogli. “C’è un’altra camurria, qua…”.
Erano anni che non sentivo quella parola.
Camurria“, ripeto sorridendo. Lui mi guarda, pronto a spiegarmi il significato di quell’espressione.
“No, no, so cosa vuol dire.”
Gli occhi del postino si illuminano: “Sei siciliano?”
“Mia madre.”
“Di dove?”
“Di Messina.”
“Ah, io della provincia di Ragusa. Ma sono molto legato alla provincia di Messina.”
Mi guarda.
“Ho fatto il postino alle Eolie. A Stromboli, per sei mesi.”
Ecco dove vorrei essere, penso. Alle isole Eolie, adesso, proprio ora. E vorrei che ci fosse il postino dell’isola a portarmi qualcosa.
“Il postino a Stromboli…”
“Per sei mesi, da gennaio a giugno dell’anno scorso.”
“Che meraviglia”, dico io.
“Poi mi hanno trasferito qua.”
E in quel momento passa un auto, che riscalda ancor di più l’aria, che si fa per qualche secondo pesante di gas.
“Da Stromboli a Bologna…”
“Sì, adesso ho il tempo indeterminato.”
“Che meraviglia, Stromboli. Fare il postino alle Eolie…”
Il postino mi guarda, poi abbassa improvvisamente gli occhi.
“Dai, dai, non me ne parlare, ché mi viene da piangere”, dice, e io noto davvero che i suoi occhi luccicano. Firmo e gli lascio la porta aperta. Quando esco di nuovo, c’è un’altra lettera per me. Stavolta, però, nessuna camurria.

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Anch’io accecato (dalla luce)

From the screenIl sospetto deve venire: perché tutti (tutti: fan, appassionati, gente capitata lì per caso, uomini, donne, bambini) ti dicono che assistere a un concerto di Springsteen è un’esperienza che va oltre il concerto, avvicinandosi a qualcos’altro di più totale e magnifico?
Eppure sono andato a Milano, ieri, cercando di non avere aspettative, di non pensare all’amico Morozzi e alle migliaia di persone nel mondo che, come lui, investono immani quantità di tempo e soldi per seguire il Boss in tutte o quasi le tappe dei tour europei. Non ho pensato al mito, ai dischi, alle immagini che lo ritraggono. Sono entrato a San Siro cercando – più che altro – di non svenire per il caldo. Poi ho visto quante persone c’erano e ho vacillato.

Alle otto e cinquanta di ieri sera è successo qualcosa: Bruce Springsteen e la E Street Band sono saliti sul palco dello Stadio Mezza di Milano, hanno suonato una cover (“Summertime Blues” di Eddie Cochran, per la cronaca) e si è aperto un squarcio temporale che è durato tre ore esatte, praticamente senza pause. Senza. Pause.
Part of the audience (a very little part)Oggi mi è arrivata una mail da un ascoltatore che sapeva sarei andato al concerto, che mi chiedeva con che parole avrei descritto in onda la serata di ieri. Figuratevi qua, che posso fare, mettendo passo dopo passo le parole nero su bianco…
È stato incredibile. Non ho mai visto nessuno, e dico nessuno, spendersi sul palco in quel modo, essere disponibile col pubblico, prendere richieste, stravolgere scalette per essere vicino alla folla che è venuta apposta per vedere e sentire lui e la sua band. Ma soprattutto – e qui sta il segreto, miei piccoli lettori – non ho mai visto nessuno divertirsi così sul palco.
Eravamo 65000, ieri. Anche secondo la Questura (il Boss unisce gli animi e i conteggi). E abbiamo letteralmente vibrato a tempo. Avete mai visto 130000 braccia agitarsi in sincronia? Avete mai sentito come 65000 persone cantano “Born to Run”? Avete mai visto un sessantenne buttarsi per terra, urlare, suonare, incitare pubblico e band per centottanta minuti, risultando sempre sincero e credibile? Avete mai visto lo stesso sessantenne finire il concerto, uscire di nuovo, prendere una tinozza e una spugna, bagnare tutte le prime file del pubblico, risalire sul palco e fare un bis di otto canzoni, finendo con “Twist and Shout”?
Io, fino a ieri, no.

The BossNon è stato un concerto, è stato decisamente qualcosa di più. Tanto che vorrei comprarmi una Smemoranda apposta per segnare la data di ieri. E basta.
Mi unisco agli accecati. E anche io vi dico, o voi che non siete mai andati ad un concerto di Springsteen: andateci. Andateci. Non vi pentirete assolutamente, perché, una volta tanto, “quello che si dice” è vero, ma in più c’è la musica.

Bruce Springsteen and the E Street Band – Milano 25.06.08. Tracklist: Summertime Blues (cover) – Out In The Street – Radio Nowhere – Prove It All Night – The Promised Land – Spirit In The Night – None But The Brave – Hungry Heart [Tour Premiere] – Candy’s Room – Darkness On The Edge Of Town – Darlington County – Because The Night – She’s The One – Livin’ In The Future – Mary’s Place – I’m On Fire – Racing In The Street – The Rising – Last To Die – Long Walk Home – Badlands
Girls In Their Summer Clothes – Detroit Medley – Born To Run – Rosalita – Bobby Jean – Dancing In The Dark – American Land – Twist And Shout (cover) [Tour Premiere]

Ancora non ci credete? Toh, allora, vedere per credere. Due pezzi minori, “Because the Night” e “I’m on Fire”, freschi freschi da ieri…

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Coming Out (parte prima)

Tempo fa avevo parlato di novità editoriali in uscita che mi riguardavano, una volta tanto, come autore.
Beh, intanto la prima. È uscito, per Manni editori, Quello che c’è tra di noi, una raccolta di racconti di vari autori – tra cui ci sono anche io, ma dai – che trattano di amore omosessuale. È un volume che esce in occasione del Pride di Bologna, e che verrà presentato domani alle 1830 al Cassero della città felsinea nella quale risiedo ormai da dodici anni (la casa nuova compie invece, in questi giorni, 2 anni, io ne ho fatti trenta da una decina – di giorni).

Venite, accorrete numerosi, comprate il libro, se vi va. E se leggete il mio racconto, sono sinceramente curioso di sapere cosa ne pensate: non solo da etero ho scritto di amori omosessuali, ma ho parlato di donne. Triplo salto mortale.

P.S. Per le prossime novità, controllate qua, nei prossimi giorni. Ma vi farò sapere.

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Hey, DJ

Non faccio spesso il dj, a meno che uno non consideri la trasmissione quotidiana che faccio in questo modo. Non è così.
Ma ho messo i dischi, recentemente, alla festa finale del Biografilm Festival, insieme a P. Ora, io e P., soprattutto lui, siamo persone serie. Ma quando ci fomentiamo a vicenda non ci tiene nessuno. Quindi siamo entrati in scena in Vespa, vestiti da donna, tirando polli di gomma sulla gente, con in mano un piumino rotante. Il fatto che quella serata fosse dedicata ai Monty Python è stata un’induzione a delinquere, più che una causa fondante del nostro comportamento.

Comunque, è stata una serata memorabile: non credo di avere messo dischi per fare ballare così tanta gente. Quanta ce n’era? Cinquecento? Seicento persone? Non lo so, io dalla consolle non vedevo la fine delle teste.
E come ogni volta che faccio il dj, ho rivissuto (di persona o con la memoria) i tipi di personaggi che incontrano tutti quelli che-mettono-dischi-per-fare-ballare-la-gente:

il critico: ti si avvicina con aria normale, sorride. Poi lei (spesso è una donna) ti dice: “Ma ci sarà questa musica di merda per tutta la sera?”. Soluzione uno, fare i vaghi: “Quale musica?” (dire “quale merda” non funziona). Soluzione due, essere secchi: “Sì, problemi?”. Questa soluzione è da adottare, vigliaccamente, quando si valuta che, nel caso di scontro fisico, si avrà la supremazia, seppur a fatica. Nota: controllare che la signorina non sia accompagnata da un uomo grande quanto la Basilicata;

il sordo: ce ne sono di due tipi, il cinico e il timido. Usano toni diversi, ma entrambi ti si avvicinano e dicono: “Ma qualcosa anni ’80?”. In quel momento, di solito, stai mettendo l’unica canzone dei Duran Duran che concedi al pubblico, ben contento di farlo, peraltro. Soluzione unica: alzare il master del mixer e fare notare i tipici suoni sintetici della musica del decennio citato;

l’aspirante dj: vorrebbe farlo lui, il dj, ma fisicamente non può, non vuole o non ha il coraggio di oltrepassare la linea immaginaria o reale che divide il dj dal pubblico. Si avvicina con un cd masterizzato in mano, te lo passa e – come se foste al bar – ti dice: “Metti la due?”. Alla domanda “Ma che è?”, l’aspirante dj, che la sa lunga, dice “Metti, metti.” Soluzione uno (da adottare in caso non si verifichino le condizioni elencate alla fine de “il critico”): mettere la traccia, sperare che vada bene e che duri poco. Meglio la soluzione due (se le condizioni si verificano): fare cadere accidentalmente il cd per terra o nella birra; scambiarlo per un frisbee, lanciarlo tra la folla e addurre lo stato di ebbrezza come scusa;

il preciso: non ti fa una richiesta normale, no. Ti chiede una rara versione di “Friday I’m in Love” in cui Robert Smith scambia la prima strofa del testo con la seconda. Se non ce l’hai, ci rimane malissimo e se ne va mogio, per poi tornare all’attacco sperando che tu abbia quella nota cover in cui Modugno canta i Judas Priest. Soluzione: inesistente, bisogna solo sperare che chieda una canzone che hai (raro) o che si stufi della banalissima musica che stai mettendo e se ne vada via dalla festa;

il disinvolto: ti si avvicina come se foste in un prato di campo, e inizia a parlare. A voce moderata, tanto siete in campagna, che vi frega? Non si rende minimamente conto che quel tuo agitarsi sui piatti non dipende dalle convulsioni o dal fatto che hai smesso di fumare e non sai stare fermo, e che le cuffie che indossi non sono per proteggerti dal rumore. Quale rumore, poi? Siete in campagna, che vi frega. E il disinvolto parla, parla, parla. E voi non sentite una parola: a malapena riuscite a distinguere le asserzioni dalle domande. Soluzione: fare “sì” con la testa alle asserzioni e ridere appena appena alle domande. O viceversa.

il deciso: fa una richiesta, ma aggiunge che se non hai quello che desidera, non balla. Ora, amici, ascoltate bene: questo – che sembra un blando ricatto – è l’equivalente della kriptonite per il dj, il cui scopo non è rimorchiare o essere preso per una stagione a Ibiza, ma semplicemente vedere che tutti ballano alle canzoni che ha scelto. L’unica soluzione è trovare la canzone. E quando ce la fai, è gioia pura, e a volte il deciso viene a ringraziarti pure. Se non si ha la canzone, la soluzione è trattare come se foste al Gran Bazaar di Istanbul, scambiare un Depeche Mode per due Camerini, o un Sonic Youth per un Pavement più CCCP;

il vigile: ti si avvicina in divisa, ti chiede i documenti e ti impone di spegnere la musica. Soluzione: farlo, pur essendo preparati all’assalto della folla. Pericolosissimo non tanto perché ti menano, ma perché iniziano a lamentarsi che “Bologna proprio non è più come una volta.”

(Grazie anche da qua a tutti quelli che sono venuti: io e P. vi abbiamo fatto ballare una canzone russa sconosciuta di vent’anni fa, il tema di Tropa de Elite e un pezzo di Simonetti. Insomma, abbiamo stravinto.)

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Note a margine

“Mangino cavallette”. Concordo con il senso di disagio provato da Emmebi: che uno dei punti salienti del vertice FAO sulla fame nel mondo sia un cenone, fa un po’ specie. Ma non è tutto: quando si è aperto il summit, Repubblica.it ha pubblica un articolo in cui la FAO dice che è questione di tempo, ma che alla fine mangeremo insetti. “Buoni e saporiti, forniscono un elevato apporto nutriente”. Il problema rimane la mancanza di contorno.

Todt Cab for Cutie. Il nuovo disco dei Death Cab for Cutie si intitola Narrow Stairs, ed è uscito ufficialmente qualche settimana fa. Come accade da un bel po’ di tempo, il disco è finito nelle reti peer-to-peer alla fine di aprile. Stesso titolo, stesse canzoni, tag a posto. Solo che era il disco dei tedeschi Velveteen, molto simile come suoni e arrangiamenti, in realtà, a quello della band americana. Il punto è che una giornalista di “Rumore” ha fatto del disco dei Death Cab for Cutie il disco del mese… recensendo quello finto. Con un certo entusiasmo, anche. Apriti cielo: il dibattito si sviluppa sul blog di Inkiostro e ne parleremo domani a Maps. My two cents? Questo evento è sintomatico, terribilmente sintomatico del mondo musicale di oggi e della critica (spesso improvvisata) che gli ruota attorno. Trovare colpevoli e metterli alla gogna, però, è inutile e banale.

Volevo chiedere… Petunio ha incontrato lo Sbagliatore Professionale di Domande, cioè quella persona che interviene in un dibattito pubblico, spesso culturale come una presentazione di libro o di film, e fa delle domande inappropriate. Quando va bene. Infatti, alla fine dello scorso mese ho presentato un libro. Al momento delle domande una signora bizzarra ma intelligente (o viceversa) ha preso la parola, iniziato un preambolo lunghissimo, risposto al telefono che le suonava nella borsetta da qualche minuto, parlato un po’ alla cornetta, chiuso la chiamata e… “Ripreso la domanda”, direte voi, miei piccoli lettori. No. Ha ripreso il preambolo.

“Ho forgiato un amuleto che ti renderà invincibile…” A Seconda Visione era venuto ospite uno dei suoi attori, e conosco il blog di uno dei suoi autori. La curiosità per The Iron Pagoda, il primo film wuxiapian italiano, o foss’anche bolonnaise, è cresciuta a dismisura. Un film da non perdere, fidatevi: qua tutte le notizie e i modi per scaricarlo o vederlo direttamente.

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