My N.Y.C. from A to Z – 3

Ristoranti. L’ostello dell’anno scorso aveva una cucina, quello di quest’anno era attrezzatissimo per la colazione, ma per il resto non andava oltre il microonde. Quindi mi sono buttato nell’enorme panorama culinario nuiorchese. Ho mangiato giapponese (e dei giapponesi pazzi al tavolo a fianco mi hanno obbligato a finire una damigiana di sakè), etiope (favoloso, ma anche qui torna la battuta di Harry ti presento Sally – che non ricordavo: “Andiamo a mangiare etiope? Ci daranno dei piatti vuoti, finiremo presto”), italiano (oh sì, in un posto talmente fantastico che linko: si chiama Bread), messicano (solo delle empanadas, a dire il vero). E poi in milioni di altri posti a caso, per strada, in giro. E’ divertente solo scegliere dove e cosa mangiare.

Singer. Era un concerto non previsto, ma non ero mai stato alla Knitting Factory. La serata è iniziata male, con un certo Daniel Higgs che ha letteralmente salmodiato per mezz’ora sull’amore, facendosi accompagnare da uno scacciapensieri e da uno strumento a corde poggiato sul grembo, che pizzicava con noncuranza. Se avessi saputo che presentava un disco chiamato Metempsychotic Melodies… Poi per fortuna sono arrivati i Cloudland Canyon, robusti ed eterei al tempo stesso, su Kranky Records. E infine, Singer. Semplicemente fantastici: tra il math rock e il be bop, precisi come macchine, perfetti per suoni e armonie: uno dei concerti più belli visti quest’anno. Compratevi il loro disco Unhistories, in attesa di vederli in Italia in autunno. Meravigliosi!

Trains. La metropolitana di New York è enorme, rumorosa, incasinata: ma costa pochissimo ed è un modo meraviglioso per scorrazzare da una parte all’altra della città. Piena di ratti, di musicisti spesso bravissimi, di persone che sbraitano, si lamentano, ti parlano del loro amore e odio per NY. “Dobbiamo andare uptown o downtown?” “Dov’è la fermata giusta?” E poi nel fine settimana, per lavori o altro, et voilà, saltano fermate, cambiano le linee, ti trovi ad aspettare l’A Train alla fermata della linea 3 e invece arriva il Q. Ma prima o poi si arriva, e la voce registrata che dice prima di ogni partenza “Stay clear from the closing doors, please”, diventa una specie di bordone per tutta la giornata.

Union Square. Tra una cosa e l’altra è stato il posto da cui sono passato di più, la fermata della metropolitana di riferimento (non quella più vicina all’ostello), il luogo in cui mi sono incontrato con altri, in cui mi sono seduto, riposato. Il luogo dove ho comprato dischi e visto che i mercatini biologici ci sono anche a NYC, non solo a Princeton (vedi post precedente). A Union Square ho iniziato un giro bellissimo di mercatini dell’usato, che in realtà, secondo Time Out, sarebbe dovuto finire là. A Union Square, l’anno scorso, non ero neanche passato.

Village. East, West, Greenwich, andate dove vi pare, ma è ancora adesso il luogo in cui è più facile divertirsi a New York. Certo, Williamsburg è più hype, il So.Bo. (South Bronx) sta diventando cool, le case di Astoria iniziano ad essere bellissime. Ma quando non si sa cosa fare, nel giro di una quindicina di isolati c’è tutto. Dalla trappola per turisti al Cake Shop, dai take away thailandesi di St. Mark’s Place al ristorante etiope dove sono stato, dall’ormai sputtanatissimo Cafè Wha? a deliziosi locali con i tavoli fatti di lavagna. E il gessetto per scriverci e disegnarci sopra è omaggio.

Whitney Museum of American Art. Perso l’anno scorso, recuperato quest’anno. Il Whitney raccoglie una collezione permanente pregevole, ma a New York è noto soprattutto per la biennale di arte contemporanea. Non so, sarà stato che di vedere enormi tavole grigie o nere e pensare ad altro oltre “Non era una buona giornata per chi le ha dipinte”, e cose del genere, non ne posso più. Sarà stato che ero stanco e avevo mal di testa. Ma insomma, ho dato un calcetto ad un’opera. Ed è caduto un cartello-che-faceva-parte-dell’opera-stessa. Con perfetto aplomb ho detto “sorry” e ho rimesso il cartello (pesantissimo, di legno) a posto. Avrò mutato la volontà artistica dell’opera? Sarà, ma l’unica reazione che ho sentito è stata una risatina. Liberatorina.

X. Di incognite, in questo viaggio, non ce ne sono state. A parte il misterioso ospite del bizzarro ostello dov’eravamo alloggiati. La prima volta che lo vediamo, pensiamo: è un disgraziato che non ha casa e sta qua, curando la sua innocua follia. La seconda volta iniziamo a parlarci e sembra a posto. Ma cosa sono quei calcoli che fa sempre sul tavolo della stanza comune? La terza volta scopriamo (vedi “American Dream Hostel”) che conosce mezza università dell’Oregon, e ci sono dei testimoni al tavolo con noi. Poi ci dice che è stato un matematico a Heisenberg, nel frattempo ci segnala il Terra Blues, e dice che sa il danese, perché ha vissuto in Danimarca. E che vorrebbe comprarsi una casa nel Chianti. Non so se ti rivedrò mai, L.C., ma mi hai segnato. E una delle cose che mi mancano di più sono i tuoi “Oook, oook, aaalright.”

Yuppi! Cos’altro si dovrebbe dire quando si sale sull’enorme ruota panoramica del Luna Park di Coney Island? L’anno scorso il parco era deserto, struggente. Quest’anno vedeva i suoi primi visitatori, ed è stato magnifico comunque. Coney Island è magnifica. Non diresti mai di essere a New York, eppure con mezz’ora di metro ritorni a Manhattan, più o meno. Ah, se volete fare anche voi il giretto sulla ruota, cliccate qua.

Zoo. Concludo questo abbecedario con una delle prime cose fatte a New York quest’anno. Visitare lo zoo di Central Park. Sì, lo so, gli animali dovrebbero stare liberi, scorrazzare felici nella natura. E’ vero. Ma lo zoo di Central Park è bellissimo lo stesso. La parte dedicata alla foresta pluviale è una struttura enorme e umidissima in cui uccelli tropicali ti svolazzano letteralmente tra i piedi, per dire. Se no, come avrei fatto a fare una foto come questa? E poi ci sono i pinguini: ecco, concludo quest’ultimo post con il video dei pinguini dello zoo. Perché mi sono sentito un po’ come loro: guizzante, rapido, eccitante e buffo. A presto, NYC.

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12 commenti

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12 risposte a “My N.Y.C. from A to Z – 3

  1. utente anonimo

    nessuno che faccia commenti….
    brutta bestia l’invidia…

  2. commento io, allora!
    fichissimo..
    che gran viaggio.
    ma i newyorkesi sono accoglienti?
    fre

  3. know you’re a serious lady
    Living off a teacup full of cherries
    Nobody knows where you are living
    Nobody knows where you are
    I’ll run through a million parties
    I’ve run through a thousand bars
    Now there’s no leaving New York
    Now there’s no leaving New York

  4. ci vediamo per strada, citizen lochein.

    dario

  5. utente anonimo

    con quanti amici sei partito, prezzo dei biglietti aerei e quale compagnia..

    si rosica..

    A.

  6. salgo sull’autobus e origlio una conversazione su NY, vado a cena con un’amica e mi porta un regalo da NY, arrivo qui chissà come e vedo e leggo di NY… e di Coney Island…! … qui come si fa a non essere invidiosi? è un crescendo di invidia… sempre più verde e rampicante come l’edera velenosa… : ) non mi rimane che implorare a gran voce: “foto, foto, foto!” – Sonic

  7. anonimo: ho pensato che, più che l’invidia, uccidesse la mia prolissità… chissà.franzulla: qualche newyorkese lo è, altri lo sono meno. in linea di massima (con la mia scarsissima esperienza) posso dirti disì.divinamimesis: eh, e invece sono tornato in itaglia… 🙂dario: yo, man.a.: eravamo in due, poi siamo diventati quattro. klm all’andata e air france al ritorno. sui 400 euro andata e ritorno. basta? 😉sonic: eh, è nell’aria, sì. trovi le foto qua.

  8. che sia nell’aria è ancora più frustrante… le vie (turistiche) del karma sono insondabili… grazie per il foraggiamento di foto, mi piacciono molto quelle dei palazzi e quelle di C. Island. Ma tu ti ricordi come si chiama quel fotografo famoso che fece i reportage sulle bande anni ’50 proprio a CI? ci sto pensando da quando ho letto il tuo commento e non mi viene in mente… Bruce… qualcosa… (forse). Odio questi momenti di gap mentale… mi sento uno dei nonnetti del Muppet Show…

  9. bruce gilden? qua.yeeeeeee. (alla kermit)

  10. “Pciù”, alla Paperina, tanto per prolungare la serie comics : ) Stavo diventando matta, non me lo ricordavo proprio, adesso da brava me lo linko. Felice che ti piaccia Cassandra Rhodin, ho un po’ di idee in testa ma devo pescare quelle buone e friggere quelle in eccesso. Buon sabato (grigio) e qui si attendono aggiornamenti : ) SG

  11. utente anonimo

    Entusiasmante! Sento ancora il frastuono della Metro, il groviglio di luci e di colori della Broadway, il sapore inconfondibile dei cioccolatini Harshey’s e il suono di un violino provenire dall’angolo della 32esima e Broadway. Anch’io mi sono perso tra i corridoi e gli ascensori di Macy’s mentre all’esterno fra le corse sfrenate di centinaia di cabs passa a tutta birra, seguito dal suo straziante urlo un mezzo dei Fire-fighters.
    I’ll be back very soon.

  12. Pingback: L’antica arte del fare le liste musicali di fine anno | A Day in the Life

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