Archivi del mese: maggio 2008

“Noi siamo le esplosioni nel cielo”

So Long, Lonesome

Gli Explosions in the Sky fanno dischi che tu metti nel lettore mp3, o nello stereo, premi play, e ti fai gli affari tuoi. E poi, ad un certo punto, ti fermi immobile ad ascoltare, interrompendo qualsiasi cosa tu stia facendo, senza che abbiano detto una parola.
Gli Explosions in the Sky fanno concerti, come quello di ieri all’Estragon, in cui iniziano piano, e tu sei con loro, teso a percepire ogni più lieve nota, e poi ti portano su, su, su, fino (ad esplodere) nel cielo.

Non so quanto sia ampio il cielo del Texas da cui viene la band, ma so che i quattro sfruttano ogni possibilità dinamica dei loro strumenti, che diventano piccole gocce di pioggia o squassanti tuoni, dal pianissimo al fortissimo, gradualmente o all’improvviso.
E gli Explosions in the Sky emozionano come ogni fenomeno naturale che ci si mostra con possenza e come ogni manifestazione della delicatezza.

“Buonasera a tutti, grazie di essere venuti”, ha detto uno di loro in italiano. “Noi siamo le esplosioni nel cielo, e questa sera ci metteremo il cuore.”
Ed è iniziato uno dei concerti più belli a cui abbia mai assistito.

P.S. Scaricatevi qua il loro album The Rescue, gratuitamente, se avete problemi di coscienza.
P.P.S. Se la mia settimana di concerti ininterrotti inizia così… Tra poco Vampire Weekend, domani Why?, giovedì Cesare Basile, venerdì Spiritualized, sabato Campbell&Lanegan, lunedì Malkmus & the Jicks…

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Missa Est

Sono andato alla festa ieri pomeriggio. Sono arrivato a casa di F. alle otto e mezzo di sera. E ho cantato, ballato, suonato. Più altre cosette che potete immaginarvi.
Per dieci ore di seguito.
Poi siamo rimasti davvero solo noi, gli amici di vecchia data. Distrutti, ma entusiasti.
“Andiamo sul Po”, ho proposto biasciando verso le sette del mattino.
“Sul Po si deve andare in macchina, e non è il caso. Ma andiamo a fare una passeggiata fino ad un castello. C’è il fossato. Acqua. Anche lì”, ha detto F.
E così, in sei, siamo usciti da casa e siamo andati a passeggiare in mezzo alla campagna, nel silenzio assoluto. Sarebbe stato bello vedersi da fuori: sei trentenni barcollanti che vanno non si sa dove, come in un film di Buñuel.
Siamo arrivati al fossato, siamo tornati indietro.
Uno di noi ha abbandonato.
Quattro hanno iniziato una partita a calcetto, nel giardino di casa di F.
Il quinto un po’ faceva l’arbitro, un po’ il raccattapalle, un po’ dormiva.
Ho ripreso un treno alle 10 del mattino, e sono arrivato nella strada di casa mia, nelle condizioni che potete benissimo figurarvi, verso le 12.
E ho sentito una voce provenire da un altoparlante vicino a casa.
“Beppe Grillo?”, ho ipotizzato, sentendo il tono pontificante. (Ero distrutto, dai.)
Mi sono reso conto che non era Beppe Grillo, quello che parlava a volume altissimo, ma il prete della chiesa sotto casa. E mi sono chiesto perché. Perché io devo essere costretto a sentire la predica di un prete, perché devo essere invaso dalle sue parole, perché i suoi pensieri devono essere diffusi da altoparlanti per strada.
Ho quasi trent’anni, e da quasi trent’anni vivo in un Paese che dovrebbe essere laico, ma che ultimamente non finge neanche di esserlo.

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Cazzo ridi?

Sono in giro da qualche mese, ma non ne avevo sentito parlare fino a poco fa, quando ho letto l’editoriale di Gianni Canova su duellanti. Esistono diversi modelli di macchine fotografiche digitali che hanno il sistema “Smile Shot”: si tratta di un metodo di riconoscimento automatico del sorriso. Tu punti la macchina su un soggetto, inquadri il viso nel display, e la macchina scatta automaticamente solo quando il soggetto sorride.
E le macchine con questa tecnologia non sono così costose, anzi.
Ma esiste anche l'”Happy Face Retouch”: tu scatti la foto di una persona triste, e il software ritocca automaticamente la foto, facendo sorridere il soggetto inquadrato.

Non ci credete? Leggete qua e qua.

“(…) non ci si dica più che l’immagine fotografica è un “documento” della realtà. Non lo è mai stato, e le nuove tecnologie lo rendono evidente in modo incontrovertibile. Del resto, riuscite anche ad immaginare un Berlusconi, o un Sarkozy, o un Bush, ritratti mentre piangono? No, il pianto del Potere appartiene alla sfera o del Tragico (ma il Potere oggi non conosce che il Grottesco) o dell’Impossibile. Quindi, sorrisi obbligatori per tutti. Dal Re al Buffone. E avanti con la Grande Rimozione: quella con cui il Potere cerca di illuderci che sia possibile rinunciare a fare i conti con la realtà.”
Gianni Canova, duellanti n. 42, maggio 2008, p. 1

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My N.Y.C. from A to Z – 3

Ristoranti. L’ostello dell’anno scorso aveva una cucina, quello di quest’anno era attrezzatissimo per la colazione, ma per il resto non andava oltre il microonde. Quindi mi sono buttato nell’enorme panorama culinario nuiorchese. Ho mangiato giapponese (e dei giapponesi pazzi al tavolo a fianco mi hanno obbligato a finire una damigiana di sakè), etiope (favoloso, ma anche qui torna la battuta di Harry ti presento Sally – che non ricordavo: “Andiamo a mangiare etiope? Ci daranno dei piatti vuoti, finiremo presto”), italiano (oh sì, in un posto talmente fantastico che linko: si chiama Bread), messicano (solo delle empanadas, a dire il vero). E poi in milioni di altri posti a caso, per strada, in giro. E’ divertente solo scegliere dove e cosa mangiare.

Singer. Era un concerto non previsto, ma non ero mai stato alla Knitting Factory. La serata è iniziata male, con un certo Daniel Higgs che ha letteralmente salmodiato per mezz’ora sull’amore, facendosi accompagnare da uno scacciapensieri e da uno strumento a corde poggiato sul grembo, che pizzicava con noncuranza. Se avessi saputo che presentava un disco chiamato Metempsychotic Melodies… Poi per fortuna sono arrivati i Cloudland Canyon, robusti ed eterei al tempo stesso, su Kranky Records. E infine, Singer. Semplicemente fantastici: tra il math rock e il be bop, precisi come macchine, perfetti per suoni e armonie: uno dei concerti più belli visti quest’anno. Compratevi il loro disco Unhistories, in attesa di vederli in Italia in autunno. Meravigliosi!

Trains. La metropolitana di New York è enorme, rumorosa, incasinata: ma costa pochissimo ed è un modo meraviglioso per scorrazzare da una parte all’altra della città. Piena di ratti, di musicisti spesso bravissimi, di persone che sbraitano, si lamentano, ti parlano del loro amore e odio per NY. “Dobbiamo andare uptown o downtown?” “Dov’è la fermata giusta?” E poi nel fine settimana, per lavori o altro, et voilà, saltano fermate, cambiano le linee, ti trovi ad aspettare l’A Train alla fermata della linea 3 e invece arriva il Q. Ma prima o poi si arriva, e la voce registrata che dice prima di ogni partenza “Stay clear from the closing doors, please”, diventa una specie di bordone per tutta la giornata.

Union Square. Tra una cosa e l’altra è stato il posto da cui sono passato di più, la fermata della metropolitana di riferimento (non quella più vicina all’ostello), il luogo in cui mi sono incontrato con altri, in cui mi sono seduto, riposato. Il luogo dove ho comprato dischi e visto che i mercatini biologici ci sono anche a NYC, non solo a Princeton (vedi post precedente). A Union Square ho iniziato un giro bellissimo di mercatini dell’usato, che in realtà, secondo Time Out, sarebbe dovuto finire là. A Union Square, l’anno scorso, non ero neanche passato.

Village. East, West, Greenwich, andate dove vi pare, ma è ancora adesso il luogo in cui è più facile divertirsi a New York. Certo, Williamsburg è più hype, il So.Bo. (South Bronx) sta diventando cool, le case di Astoria iniziano ad essere bellissime. Ma quando non si sa cosa fare, nel giro di una quindicina di isolati c’è tutto. Dalla trappola per turisti al Cake Shop, dai take away thailandesi di St. Mark’s Place al ristorante etiope dove sono stato, dall’ormai sputtanatissimo Cafè Wha? a deliziosi locali con i tavoli fatti di lavagna. E il gessetto per scriverci e disegnarci sopra è omaggio.

Whitney Museum of American Art. Perso l’anno scorso, recuperato quest’anno. Il Whitney raccoglie una collezione permanente pregevole, ma a New York è noto soprattutto per la biennale di arte contemporanea. Non so, sarà stato che di vedere enormi tavole grigie o nere e pensare ad altro oltre “Non era una buona giornata per chi le ha dipinte”, e cose del genere, non ne posso più. Sarà stato che ero stanco e avevo mal di testa. Ma insomma, ho dato un calcetto ad un’opera. Ed è caduto un cartello-che-faceva-parte-dell’opera-stessa. Con perfetto aplomb ho detto “sorry” e ho rimesso il cartello (pesantissimo, di legno) a posto. Avrò mutato la volontà artistica dell’opera? Sarà, ma l’unica reazione che ho sentito è stata una risatina. Liberatorina.

X. Di incognite, in questo viaggio, non ce ne sono state. A parte il misterioso ospite del bizzarro ostello dov’eravamo alloggiati. La prima volta che lo vediamo, pensiamo: è un disgraziato che non ha casa e sta qua, curando la sua innocua follia. La seconda volta iniziamo a parlarci e sembra a posto. Ma cosa sono quei calcoli che fa sempre sul tavolo della stanza comune? La terza volta scopriamo (vedi “American Dream Hostel”) che conosce mezza università dell’Oregon, e ci sono dei testimoni al tavolo con noi. Poi ci dice che è stato un matematico a Heisenberg, nel frattempo ci segnala il Terra Blues, e dice che sa il danese, perché ha vissuto in Danimarca. E che vorrebbe comprarsi una casa nel Chianti. Non so se ti rivedrò mai, L.C., ma mi hai segnato. E una delle cose che mi mancano di più sono i tuoi “Oook, oook, aaalright.”

Yuppi! Cos’altro si dovrebbe dire quando si sale sull’enorme ruota panoramica del Luna Park di Coney Island? L’anno scorso il parco era deserto, struggente. Quest’anno vedeva i suoi primi visitatori, ed è stato magnifico comunque. Coney Island è magnifica. Non diresti mai di essere a New York, eppure con mezz’ora di metro ritorni a Manhattan, più o meno. Ah, se volete fare anche voi il giretto sulla ruota, cliccate qua.

Zoo. Concludo questo abbecedario con una delle prime cose fatte a New York quest’anno. Visitare lo zoo di Central Park. Sì, lo so, gli animali dovrebbero stare liberi, scorrazzare felici nella natura. E’ vero. Ma lo zoo di Central Park è bellissimo lo stesso. La parte dedicata alla foresta pluviale è una struttura enorme e umidissima in cui uccelli tropicali ti svolazzano letteralmente tra i piedi, per dire. Se no, come avrei fatto a fare una foto come questa? E poi ci sono i pinguini: ecco, concludo quest’ultimo post con il video dei pinguini dello zoo. Perché mi sono sentito un po’ come loro: guizzante, rapido, eccitante e buffo. A presto, NYC.

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My N.Y.C. from A to Z – 2

iPod. Il lettore mp3 più popolare del mondo è più diffuso dei semafori, a New York: se l’anno scorso tutti avevano il modello “video”, quest’anno – ovviamente – hanno tutti il “touch” o l’iPhone. Ma quando dico tutti, intendo tutti: ho visto signori nel pieno della terza età smanettare sullo schermo, scegliendo – chissà – tra standard di Tony Bennett e sinfonie di Mahler. Ci sono altri sintomi legati alla popolarità dell’aggeggio: negli Apple Store in cui sono stato, quello “storico” di Soho, ma anche quello nuovissimo e aperto 24 ore su 24 della 5th Avenue, gli iPod vengono venduti come bruscolini, ad una velocità impressionante. E anche al concerto di Feist, per carità, tutti contenti e partecipi ad ogni brano suonato, ma mai quanto è stato per “1234”, canzone usata per uno spot del lettore. E se siete curiosi, sì, me ne sono comprato uno: costa 100 euro in meno che in Italia, e il mio non so a quante “manovre di Fonzie” potrà resistere ancora…

Job. Mi sa che nel post precedente alla mia partenza vi ho tratti in inganno involontariamente: non sono andato a New York a fare dei colloqui di lavoro, ma degli incontri di lavoro, cioè legati ad uno dei lavori che già faccio. Questo mi ha permesso di entrare nel Flatiron e nel palazzo della Random House. La cosa più difficile dello stare in posti del genere è non perdersi. Io, che come noto ho il senso dell’orientamento di un lombrico morto, spesso mi trovavo a prendere l’ascensore, salire al piano che mi serviva e… rimanere immobile in una lobby bianca, senza indicazioni sulle porte che vi si affacciavano, aspettando che qualcuno entrasse da qualche parte per seguirlo. Molto umiliante, ve l’assicuro…

Katz’s. Forse questo posto non vi dice niente. E se guardate questo? A parte il richiamo cinefilo, da Katz’s si mangia benissimo. Ho ordinato il famoso “pastrami sandwich”: immaginatevi due sottili fette di pane di segala (spesse circa mezzo centimetro l’una) con in mezzo una dozzina di fette di carne pastrami (spesse circa un centimetro l’una). Davvero. Un’esperienza quasi mistica. O dovrei dire orgasmica? Inoltre, come vedete nella foto, i salami di Katz sono lì apposta per risollevare il morale delle truppe…

Libri. Quest’anno sono andato in tantissime librerie, con la scusa di cercare un libro per un’amica. E mi sono reso conto che (come accade con la musica) a New York si possono acquistare ottimi volumi per pochissimi soldi. Non c’è solo Strand, che comunque è impressionante in quanto a spazi e quantità di libri in vendita, ma anche tantissime librerie di usato, disseminate ovunque per la città. Gli acquisti di cui vado più fiero? La prima edizione inglese, del 1925, delle novelle di Verga tradotte da D. H. Lawrence, regalate all’amico a Princeton (vedi più avanti), e la prima edizione di A New Path to the Waterfall, l’ultimo libro del sempre adorato Carver. In tutto, per i due volumi, ho speso 35 dollari, poco più di 20 euro.

Metropolitan Museum. Uno dei luoghi che non sono riuscito a vedere l’anno scorso, quest’anno non mi è sfuggito. Il Metropolitan è una città-stato, una specie di macchina del tempo e dello spazio talmente enorme che anche se è piena di gente sembra poco affollata. Il problema che un luogo del genere ha in comune con altri musei nel mondo è che, dopo un po’, tutte le bellezze che si vedono confondono e si confondono tra loro: una via di mezzo tra la sindrome di Stendhal e l’indigestione di cannoli. Comunque tutto è stupendo, bellissimo, emozionante, gigantesco. Una versione museale dei sentimenti che dà la città.

New Museum. Il nome completo sarebbe “New Museum of Contemporary Art”, ma viene chiamato soltanto “il museo nuovo” un po’ per la mania di abbreviare e condensare tipica newyorchese, un po’ perché effettivamente è la grande novità di Manhattan: siccome il MoMA e il Guggenheim non bastavano, e il Whitney (vedi il prossimo post), neanche, ecco prendere piede, nelle ultime due decine d’anni, il progetto di un museo dedicato solo all’arte contemporanea. Una struttura bianca e sbilenca, sulla quale campeggia una scritta colorata che dice “Hell, Yes!”. Questo dovrebbe farvi capire, ancora una volta, quanto questa città sia dinamica in tutto e per tutto. Per quello che c’è dentro adesso, vi rimando al sito.

Obama. Uno dei due candidati democratici per le presidenziali di novembre è dappertutto: o meglio, in negozi e banchetti ci sono le sue spille e magliette, in grande quantità (la migliore che ho visto era dedicata alla “minoranza” ispanica e diceva “Sì, se puede”: meravigliosa), ma ho visto poche effigi dell’omino sulla gente. Questo potrebbe farci riflettere. O anche no. Il clima che si respira riguardo alla sfida con la Clinton (che è vista alla stregua di una repubblicana), è che questa tenzone non sia volta a scegliere il candidato che dovrà sfidare McCain, ma che sia la campagna elettorale presidenziale vera e propria. Sperando che, tra i due litiganti, il terzo non goda, per evitare di beccarci un repubblicano, ancora, alla guida degli USA.

Princeton. Se l’anno scorso la “gita fuori porta” era stata a Boston, quest’anno abbiamo passato una mezza giornata a Princeton, per andare a trovare un amico dei miei che insegna italiano là da vent’anni e passa. Avete presente, no, Princeton? Dove ha lavorato Einstein e dove stanno premi Nobel, futuri premi Nobel, probabili premi Nobel che insegnano a prossimi premi Nobel? Ecco, lì. A Princeton tutto è verde e tranquillo. A Princeton c’è il laghetto con le paperelle. A Princeton c’è il mercato dei produttori biologici. A Princeton i saluti sono “Ciao, profesori“. Alla mensa di Princeton si mangia benissimo. A Princeton ci sono praticamente solo bianchi. A Princeton si arriva con un trenino grande da qui a lì. Bella, Princeton, per carità. Ma ridatemi lo smog, il casino, l’eccitazione di NYC, please.

Quinta Avenue. L’anno scorso, paradossalmente, avevo girato poco per Manhattan: avevo visto il Bronx, il Queens e Brooklyn, ma solo negli ultimi giorni avevo passeggiato senza meta nel cuore della città. Quest’anno ho vagato un sacco, e camminare lungo la 5th Avenue, partendo da Central Park e risalendo fino all’Upper East Side, è stata una delle esperienze più divertenti in assoluto. Lo so, scritta così sembra una sciocchezza, ma chi di voi è stato a New York capisce di cosa parlo. Se la città è davvero una raccolta di palcoscenici a cielo aperto, beh, immaginate che la Quinta sia il mainstage e avrete colto la cosa.

continua, ancora…

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My N.Y.C. from A to Z – 1

American Dream Hostel. Un nome che è tutto un programma, quello del posto dove ho alloggiato stavolta. Un posto simile alla casa di Elwood ne I Blues Brothers, con ospiti che si incontrano nella sala da pranzo e scoprono per caso di avere vissuto per venticinque anni a due strade di distanza dall’altra parte degli Stati Uniti. E il proprietario che si commuove quando ce ne andiamo e, come un papà, ci dà la busta coi soldi per pagarci la navetta fino all’aeroporto.

Blues. Sono stato due volte al Terra Blues: avete presenti i locali con i tavolini davanti al palco, la gente improbabile, schitarrate e canzoni che dicono “I’m so lonely”, eccetera eccetera? Ecco: tutto questo è quel locale del Village, dove ho visto un grandissimo concerto di James Armstrong (video qua). Uno che ad un certo punto si è messo a suonare sul bancone e in mezzo alla gente. Per dire.

Cinema. Ci sono stato tre volte: per caso i film che ho visto erano in due delle sale più “in” della New York alternativa, l’Angelika Film Center e l’IFC Center. Dei film ne ho parlato altrove (qua e qua), ma devo dire che questa semplice attività mi ha fatto sentire a casa, visto che vado al cinema di continuo. E fare la fila per il biglietto mi ha fatto tanto sentire Charlie Brown e i suoi amici. “Uno, prego”.

Destroyer. Il mio primo concerto di questo viaggio è del signore canadese. Concerto un po’ deludente, devo dire. Band di spalla una inutile (Colossal Yes), una buona (Andre Ethier). Sale sul palco Destroyer e non mi sta simpatico. Inoltre assomiglia un sacco a Pino Daniele, e quindi, da quando inizia cantare a quando smette di farlo, sono tesissimo perché temo attacchi “Napul’è”. Se volete, le foto del concerto sono qua (e noterete la somiglianza co’ Ddanie’).

Elaine’s. Da quando Woody Allen me l’ha mostrato, dopo i titoli di testa di Manhattan, non me lo sono più tirato via dalla testa. “Quante persone interessanti ci saranno da Elaine’s, quanti discorsi meravigliosi, quanti Woody Allen ci mangeranno!”. Per carità, Elaine’s è un ristorante molto bello e “al’europea” nell’Upper East Side (ma va?), dove si mangia bene. Ma dove non dovevamo andare alla fine del viaggio, perché, dopo avere visto i prezzi, la tentazione di ordinare un brodino e un bicchiere d’acqua di rubinetto è stata grande. Ma alla fine è andata bene.

Feist. Il concerto più atteso, diciamolo, visto nella magnifica Hammerstein Ballroom. Un concerto all’insegna del dolce&tenero, ma che ha mostrato la signorina (canadese anch’essa) molto più grintosa e meno timida di quanto pensassi. La cosa più bella della serata sono stati i visual creati al momento da una coppia di artisti (presumo canadesi pure loro), mischiando tecniche di collage, silhouettes, disegni e riprese video. Stupendo. (Qui ci sono i video di tre canzoni, qui le foto: lo dico per completezza)

Guggenheim. L’anno scorso era impacchettato, quest’anno pure, quindi tanto vale andarci, mi sono detto. E ho visto una mostra molto bella di un tale Cai Guo-Qiang, potente, di impatto fortissimo e, per una volta, comprensibile ed emozionante anche per i non addetti ai lavori. E salire e scendere le spiralone del museo è comunque una bella esperienza.

Hotel Gansevoort. Me l’aveva scritto un amico. “Vai al Plunge, il bar all’ultimo piano dell’Hotel Gansevoort, nel Meatpacking district.” E io ci sono andato, facendomi largo tra modelli e modelle, casualmente all’ora del tramonto. Quello che ho visto dalla terrazza del bar è questo.

continua, ahivoi

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