Machine Gun

“Do we exchange cards?”, mi chiede la potentissima agente giapponese, alla fine della riunione.
Una riunione che mi ha visto – in quanto soggetto nuovo, inedito, sconosciuto, occidentale, italiano – oggetto di domande indiscrete nei contenuti tanto quanto impeccabili e gentili nella forma.
E io non ho un biglietto da visita con cui concludere degnamente la riunione.
Una riunione in cui l’agente e un suo collaboratore chiedevano, discutevano, confabulavano tra loro, mentre io cercavo di cavarmela. E mentre un’altra giapponese scriveva tutto quello che ci dicevamo, e un agente se possibile ancora più potente della mia interlocutrice ascoltava, suggeriva domande, commentava. In giapponese.
Vengo a sapere che il biglietto da visita viene dato con due mani. “È una questione zen, di ying e yang”, mi dice I. E io, che di zen non so nulla, e diffido senza sapere, non ho un biglietto da visita da porgere con due mani.
Usciamo.

Mi si chiede di essere una mitragliatrice, ultimamente. E allo stesso tempo di esserne il bersaglio, un omino-sempre-in-piedi.
Ed è forse per questo che mi sono completamente distaccato da tutto l’altroieri, a Firenze, quando sono andato a vedere i Portishead. Un concerto perfetto, impeccabile, con Beth Gibbons che pareva sollevare tutto il dolore del mondo ad ogni nota.
Mi viene richiesto di continuare, di non abbattermi, di non pensarci, di andare avanti, con o senza biglietti da visita. Di fare bene, fare tutto, sorridere, calcolare, rispondere, prendere decisioni, essere efficiente. È una guerra, ma se ne accorge qualcuno?
In questi momenti, in cui sembra di fare, fare, fare, avendo così poco (se non niente) indietro, è stato un piacere abbandonarmi alla band inglese, che ha suonato solo per me. Che sia stato un caso che l’unico brano che abbia ripreso, dopo decine di foto scattate, sia stato “Roads”?

5 commenti

Archiviato in I Me Mine, I'm Happy Just To Dance With You

5 risposte a “Machine Gun

  1. oh, caro, quanto ti capisco. pur non dovendo incontrare nessun agente giapponese. sempre dietro una scrivania mi pare di dover combattere una lotta impari, stringendo forte ogni poro per non venire risucchiata fuori di me.
    sigh.
    speriamo bene.

  2. Sì, fratellino, anch’io ti dico tinei duro, non mollare, eccetera eccetera. Ché sei bravo e ce le farai. Ecco. E poi pensa che non sei Luca Luciani. Oggi tale consapevolezza mi ha davvero confortato.

    Baci.

  3. avrei tanto voluto vedere i portishead.. “Beth Gibbons che pareva sollevare tutto il dolore del mondo ad ogni nota”: semplicemente perfetto… e roads è sempre bellissima.

  4. C’ero anch’io a FIRENZE dai portishead. insomma io e te andiamo agli stessi concerti. E’ dai tempi di Tori Amos che lo dico. Magari vale la pena che la prossima volta si vada insieme, no? Tra l’altro lavoro per 1 agenzia di pubblicità…. magari posso fare qualcosa per il tuo biglietto da visita. 🙂 Ciao, Matteo cornflakes_boy

  5. Pingback: L’antica arte del fare le liste musicali di fine anno | A Day in the Life

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