Archivi del mese: aprile 2008

Back in the New York Groove

Oh, yeah. Torno a NY, stavolta per due settimane. Concerti, un paio di appuntamenti di lavoro, passeggiate, musei, caffè, incontri, forse qualche proiezione al Tribeca Film Festival, un pranzo alla Princeton University (pure!).
Insomma, rispetto all’anno scorso, un po’ meno turista, un po’ più qualcosa che si avvicina al vivere la città.
Maps continua grazie ai prodigi della registrazione digitale, Seconda Visione è affidata alle braccia robuste dei miei colleghi Pape e Tom.
Statemi bbuono, ché poi, quando torno – se tutto va bene – ci saranno cartacee novità.

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They will survive (?)

Lo sapete: la maggior parte delle band nuove, secondo me, hanno vita breve, per quanto le loro canzoni possano essere divertenti, suonate bene, orecchiabili.
Ho sempre sospettato che i Vampire Weekend avessero qualcosa in più: le splendide esecuzioni live di tre dei brani del loro disco d’esordio, con trio d’archi, sono la prova che hanno qualcosa in più delle varie next big things che affollano i nostri hard disk, lettori mp3 e (talvolta) playlist radiofoniche.

E i link muoiono…

(da Pitchfork.tv: un sito, una dipendenza)

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In picchiata

Che Alitalia stia precipitando, e vabbè, si sa. L’ho capito ogni volta che, negli ultimi dieci anni, ho tentato di volare con “la compagnia di bandiera”: prezzi quanto meno raddoppiati rispetto alla migliore offerta per un volo simile (non sto parlando solo di low-cost).

Ma adesso siamo al colmo: aumentano anche i giorni ai mesi. O sbagliano di scriverne il nome. Roba da niente per chi deve prenotare un soggiorno… Ancora una volta: pixel rubati all’agricoltura.

30 ne ha novembre, con april, giugno e settembre…

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Machine Gun

“Do we exchange cards?”, mi chiede la potentissima agente giapponese, alla fine della riunione.
Una riunione che mi ha visto – in quanto soggetto nuovo, inedito, sconosciuto, occidentale, italiano – oggetto di domande indiscrete nei contenuti tanto quanto impeccabili e gentili nella forma.
E io non ho un biglietto da visita con cui concludere degnamente la riunione.
Una riunione in cui l’agente e un suo collaboratore chiedevano, discutevano, confabulavano tra loro, mentre io cercavo di cavarmela. E mentre un’altra giapponese scriveva tutto quello che ci dicevamo, e un agente se possibile ancora più potente della mia interlocutrice ascoltava, suggeriva domande, commentava. In giapponese.
Vengo a sapere che il biglietto da visita viene dato con due mani. “È una questione zen, di ying e yang”, mi dice I. E io, che di zen non so nulla, e diffido senza sapere, non ho un biglietto da visita da porgere con due mani.
Usciamo.

Mi si chiede di essere una mitragliatrice, ultimamente. E allo stesso tempo di esserne il bersaglio, un omino-sempre-in-piedi.
Ed è forse per questo che mi sono completamente distaccato da tutto l’altroieri, a Firenze, quando sono andato a vedere i Portishead. Un concerto perfetto, impeccabile, con Beth Gibbons che pareva sollevare tutto il dolore del mondo ad ogni nota.
Mi viene richiesto di continuare, di non abbattermi, di non pensarci, di andare avanti, con o senza biglietti da visita. Di fare bene, fare tutto, sorridere, calcolare, rispondere, prendere decisioni, essere efficiente. È una guerra, ma se ne accorge qualcuno?
In questi momenti, in cui sembra di fare, fare, fare, avendo così poco (se non niente) indietro, è stato un piacere abbandonarmi alla band inglese, che ha suonato solo per me. Che sia stato un caso che l’unico brano che abbia ripreso, dopo decine di foto scattate, sia stato “Roads”?

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