Archivi del mese: giugno 2007

I’m in Haven

Non avevo mai letto niente di Daniel Clowes, ma a New York ho comprato senza batter ciglio Ghost World, da cui è stato tratto un buon film nel 2001. Mi è arrivato dalla Coconino, un po’ di tempo fa, il nuovo graphic novel di Clowes, Ice Haven. Si tratta di un oggetto particolarissimo: in ventinove storie brevi, ognuna scritta e disegnata con uno stile diverso (dal classico tratto anni ’30, alla strip modello Peanuts, dall’ipercolorato stile anni ’50 alle tendenze in bicromia più recenti), che ci portano nell’universo di Ice Haven, una piccola cittadina americana, e dei suoi abitanti.

Il ritmo di Clowes è perfetto, la narrazione non concede nulla alla soluzione facile, al colpo di scena, ma neanche all’eccesso di pathos. Tutto è brillantemente dosato, le singole storie sono perfettamente chiuse e allo stesso tempo portano avanti il racconto generale in maniera funzionale: il senso di comunità di Ice Haven fa sì che ogni singolo abitante della cittadina (ogni singola storia) sia organico rispetto alla vita della cittadina stessa (il graphic novel nel suo complesso).

Ma molto del gioco dell’autore sta nei registri, negli stili ripresi, che fanno sì che Ice Haven sia una specie di summa dei modi di raccontare americani, usati peraltro per descrivere e narrare una storia (o diverse storie) profondamente legate alla quotidianità statunitense. Compaiono quindi gli aspetti più tristi e nascosti della provincia, i minimarket gestiti dai coreani, le piccole riviste letterarie che nessuno compra, il caso di cronaca nera che compatta una città altrimenti disgregata (e di nuovo, come sopra, c’è un parallelo, visto che la vicenda del rapimento del bimbo è uno dei pochissimi eventi che lega diverse storie tra loro).

Un grandissimo libro, insomma. E magari, adesso, qualcuno di voi andrà in libreria per vederlo. Leggerà le prime pagine e, dopo tutto questo parlare di americanismi di qua e di là, scoprirà delle citazioni tanto involontarie (probabilmente) quanto precise di Amarcord. Anche lì un narratore ci introduceva in una città (di nuovo la città delle memorie dell’infanzia) e veniva tremendamente sbeffeggiato.
Adesso, davvero, correte a comprarlo.

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Il mistero del template

Visto che sono a casa febbricitante, mi sono detto: “Oh, adesso scrivo un bel post, dai”.
E invece, ogni volta che apro il blog e il pannello di controllo di Splinder, mi rendo conto che c’è qualcosa che non va. Che sono quegli spazi bianchi prima del primo post, che è quell’affollamento tra un post e l’altro? Splinder, che accidenti succede?

Ovviamente la domanda è rivolta retoricamente a Splinder, visto che non saprei come chiedere aiuto al Moloch che mi permette da qualche anno di pubblicare le mie cose, mentre è diretta molto più concretamente a voi, o smanettoni della rete.
Aiuto.

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Cinematografo musicale

Non è la prima volta che mi capita di vedere un film muto musicato dal vivo: l’attività della Cineteca di Bologna è ed è stata molto ricca da questo punto di vista. Ma il primo film concerto di Chapliniana di ieri, al Teatro Comunale, è stato davvero particolare. Non tanto per la qualità delle proiezioni: il restauro delle pellicole nel Progetto Chaplin è straordinario, e il bianco e nero di A Dog’s Life, Shoulder Arms e The Pilgrim era splendente come se i film fossero appena stati girati. E neanche per la qualità dell’orchestra del Comunale. Nonostante la bravura del direttore Timothy Brock, un uomo che potrebbe tranquillamente stare in un film di Chaplin, l’esecuzione non è stata perfetta (e lo scrivo con enorme rammarico).

No, la serata è stata particolare per il pubblico in sala. Persone eleganti e vestite sportive, giovani e vecchi, uomini e donne, che ridevano a crepapelle, con risucchi, singulti, singhiozzi e borbottii, senza il minimo pudore, come se le comiche fossero state lì solo per loro. E soprattutto i bambini: ne ho visti due in particolare, due bambine che sono entrate nel teatro e da come si guardavano intorno era evidente che fosse la prima volta. Ho pensato alla fortuna che avevano, di entrare per la prima volta in un teatro per vedere tre mediometraggi di Chaplin musicati dal vivo da un’orchestra sinfonica. Queste bambine hanno avuto un saggio di cos’era il cinema, e io l’ho capito dai loro occhi, enormi e curiosi, e dal loro sguardo sognante, che avrebbe commosso per primo Charlot.

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Note psichiatriche

L’industria musicale e i suoi esponenti maggiori stanno agonizzando, andando verso la pazzia più completa. Due esempi per dimostrarlo.

Antonello Venditti: basta rubare i titoli delle mie canzoni. Il popolare cantore romano si è lamentato, qualche giorno fa, che alcuni suoi titoli erano sfruttati senza che lui ricevesse i diritti per “Buona domenica”, “Notte prima degli esami”, “Ricordati di me”. (ANSA, che scrive nell’agenzia “Ricordati di te“)
Si apriranno presto i processi che vedono coinvolto Paolo Conte contro il cielo (“Azzurro”), l’Unione Dolciaria Italiana (“Gelato al limon”) e la FIAT (“La topolino amaranto”), l’atteso match di Pieroa Pelùa contro Capitan Uncino (“Pirata”) contro Edoardo Bennato contro Collodi contro Walt Disney contro le rappresentanze sindacali dei sorci.

OLGA costretto a chiudere. L’Online Guitar Archive, un enorme sito in cui sono archiviati testi e accordi di milioni di canzoni, ha chiuso per la pressione delle case discografiche, che accusano i webmaster di violazione di diritto d’autore.
Nello stesso giorno Alberto Scafagna, un pensionato di Velletri, è stato arrestato per avere fischiettato una canzone di Mina senza avere pagato la SIAE. A nulla è valsa la difesa dello Scafagna, che, sotto suggerimento del suo avvocato, si è dichiarato stonato pur di sfuggire alla morsa della giustizia.

E vaffanculo: ecco una serie di siti interessanti, se non li conoscete:
Mp3Maniaco
Regnyouth Archives
Mp33pm
Tanto, in questo mondo di ladri… Ops. Vado a dare qualche centesimo ad Antonello.

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E poi dicono che non c’è lavoro…

Non ho mai smesso di guardarmi intorno, da quando ho iniziato a lavorare, per trovare eventualmente altre possibilità, impieghi aggiuntivi, collaborazioni, sfruttamenti. Tanto per raggiungere la cifra strabiliante di mille euro al mese (lordi), traguardo tuttora lontano. Anzi, ultimamente, purtroppo, questa ricerca è spinta da motivazioni sempre più reali e pressanti. Ogni giorno scartabello siti che offrono impieghi di vario tipo, compreso “MioJob” di Repubblica.
Qualche tempo fa, proprio su quel sito, noto un annuncio, un’offerta di lavoro dalla RAI. Incredibile, considerando che l’azienda è praticamente inespugnabile. Quindi vado a leggere quello di cui Mamma RAI ha bisogno, pronto ad accogliere le sue proposte, si trattasse anche di cambiare l’immagine su tutti i computer di Viale Mazzini, per evitare noia e abitudine, e per stimolare alla produzione i sottoposti con donne nude, tramonti, bradpitt, simpatici cuccioli di cane. Si tratta, però, di tutt’altro.

Leggete qua: cercano un produttore televisivo, che abbia maturato significative esperienze in grandi produzioni televisive (e non di altro tipo), al massimo di trent’anni d’età.

Insomma, come se l’Einaudi cercasse manoscritti di uno che abbia vinto il Pulitzer. Al massimo di quarant’anni d’età, però, che – si sa – si rimane giovani scrittori fino ai cinquanta.

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We do need (a classic) education

Arrivo dopo la puzza, come si usa dire, ma penso che molti dei lettori di questo blog non siano così attenti (giustamente) a tutti gruppi che si presentano ogni giorno sulla strabiliante scena dell’indie italiano e non solo, e che vengono continuamente accolti come the next big thing, definiti “miglior gruppo di sempre”, per essere (giustamente) dimenticati una manciata di mesi dopo. Quindi rilancio parole che già in molti hanno speso, immaginando che trovare qua un post su un gruppo che non ha ancora fatto uscire un proprio disco possa avere un “valore aggiunto”, vista il mio noto scetticismo sulla cosiddetta “scena indie”. Ovviamente, se mi considerate un idiota (giustamente), il disco avrà un “valore sottratto”. Rischio.

A classic education, rispetto alla stragrande maggioranza dei nuovi gruppi italiani “indipendenti”, è altra cosa. Come era capitato per gli altri beniamini Settlefish, ho avuto la fortuna di avere i pezzi di questo gruppo direttamente dalle mani di uno dei componenti della band (anni fa, quando sentii il demo del primo disco dei Settlefish si trattava di un cd masterizzato, qualche mese fa, quando ho sentito i pezzi di A classic education, era una cartella con degli mp3: segno dei tempi). E sono rimasto sbalordito dalla bellezza dei pezzi, degli arrangiamenti, dell’uso di tastiere e archi (per cui ho sempre avuto un debole), per l’approccio pop e colto al tempo stesso, per il godimento che i singoli membri hanno nel suonare, godimento che traspariva in maniera evidente dall’ascolto delle tracce.
A classic education, prima di tutto, ascolta musica, ama la musica senza pregiudizi, e ama suonarla. In questo periodo di superficialità e ignoranza musicale non è poco, anzi, è una delle cose che fa la differenza.
E tutto questo l’ho ritrovato live, quando A classic education ha aperto per i Modest Mouse, all’Estragon, lunedì scorso. (Saranno stati i suoni, confusi e impastati per metà concerto, ma non mi sono goduto tantissimo la band di Isaac Brock, non quanto il breve set che li ha anticipati, comunque: per il concerto dei Modest Mouse sono perfettamente d’accordo con quello che dice Enzo: sono rimasto affascinato da Johnny Marr, dalla sua scioltezza sul palco. Chi suona da trent’anni si vede, e per fortuna).

Insomma, A classic education ha tutte le carte per fare il botto, come tante altre band. Ma, a differenza di altre, ha ottime possibilità di rimanere in alto. E il fatto che, al terzo concerto si siano esibiti a Londra e che presto divideranno il palco con i Wilco è solo una prova che deriva dalla forza della loro musica. Il che, per una band è importante, smettiamola di dimenticarcelo.

A classic education: sito
A classic education: MySpace
(ascoltate i pezzi!)

Intervista agli A classic education: intervista su Polaroid Blog

P.S. Se proprio domani non avete niente da fare, venite al Toga Party del Biografilm Festival. Io e FedeMC vi faremo ballare il rocchenrol come se foste ad una festa dei Delta. Insomma, come compiere 29 anni e non sentirli.

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Sostitium Novis e altre amenità

Che sia vero o finto, questo video trovato al mio primo passaggio nel tantodiscussoblog di Scuola Zoo è fenomenale.
E ringraziate che sono stanco e vi risparmio un post chilometrico sulla scuola oggi, post che però avrebbe avuto il pregio di non utilizzare mai l’espressione “ai miei tempi”.

 

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