Archivi del mese: agosto 2006

Cartoline dalla Sardegna

Io non mando più cartoline, a nessuno. Le cartoline mi fanno tristezza. Mandavo, un tempo, quelle bruttissime, ad un’amica, ma sono poco costante. Ma la forma-cartolina mi affascina. Quindi, beccatevi queste. E non lamentatevi, poteva andarvi peggio con le diapositive, ingrati.

Lunedì 21 agosto 2006
Il primo pasto sardo è una pizza, tremenda. Fuori dal ristorante c’era scritto “forno a legna”, ma secondo me c’era un forno tipo quei caminetti inglesi, con la legna di plastica, con sotto una lampadina rossa, con effetto riverbero. Il cameriere, alla fine, non ha detto – come si usa – “tutto a posto?”, altrimenti gli avrei detto, semplicemente, “no”. Peccato.
Baci a tutti.

Martedì 22 agosto 2006
La casa che A. mi ha regalato per questi giorni a Santa Teresa di Gallura è splendida: ci sono i vetri colorati, il giardino interno. Ma soprattutto è pieno di fermaporte. Il vento è tremendo. Ancora una volta ho dei rimpianti a non essermi iscritto a “discipline dell’acqua” all’Università di Malibu Beach. Salutate la zia.

Mercoledì 23 agosto 2006
La spiaggia di Santa Teresa si chiama Rena Bianca, ed è uno splendido carnaio. Per contratto, quando posizioni il telo, devi essere circondato da persone di Forza Italia. Ma mi dicono che nella vicina Costa Smeralda sia peggio. In spiaggia ti offrono delle riduzioni per entrare allo Smaila’s: solo quaranta euro. Mi chiedo quanto sia il prezzo pieno.
Dite alla zia che Briatore ancora non si è visto. Al massimo, glielo saluto.

Giovedì 24 agosto 2006
Nella casa dai vetri colorati ieri è entrato un uccellino, spaventato da un gatto. Ho avuto una mezza crisi di panico, ma mi sono riscattato subito depositando nel cassonetto il cadavere di un topo, abbastanza grosso, con il quale il gatto ha giocato per un po’. Il gatto è diventato il mio mito: si chiama “Palle”, perché A. credeva che fosse una femmina, e poi l’ha girato.
Saluti.
P.S. Non fate leggere questa cartolina alla zia, ché secondo me si scandalizza per questa cosa delle palle.

Venerdì 25 agosto
I sardi sono ospitali, come da leggenda: quando vai nei negozi di alimentari ti fanno assaggiare tutto. Mi sono innamorato di una salsiccia al mirto. Lei mi provoca e io me la magno. Ieri ho comprato del pecorino al mercato: sono nel mezzo di un mènage a trois. Perverso e gustoso, come piace a me.
Baci.
P.S. Come sopra: la zia non capirebbe.

Sabato 26 agosto
Il mare è mosso, quindi le escursioni all’arcipelago della Maddalena sono sospese. Rimane quindi Rena Bianca, sulla quale ostento numeri di “Cronaca Vera”, una mia imprescindibile lettura estiva. I forzitalioti fanno finta di niente, ma li vedo leggere i titoli della prima e della quarta di copertina con interesse. Che mi sia ormai mimetizzato?
Cribbio!

Domenica 27 agosto
Ho lasciato per un pomeriggio Santa Teresa, e sono andato in un posto chiamato Valle della Luna. Meraviglioso, e occupato da freakkettoni e punkabbestia, che hanno infilato le loro tende ovunque. Una ragazza si è fatta un bidè tra due rocce, noncurante della mia presenza. Almeno credo.
Sto pensando di scrivere delle cartoline separate per la zia, dite che si offende?
Abbracci.

Lunedì 28 agosto
La vacanza sta finendo, accidenti, un anno se ne va. Ma ho risentito, dopo tanto tempo, “Curre curre guagliò”, diffusa da un baracchino in un posto che si chiama “Valle dell’Erica”. Meraviglioso anch’esso. Quasi quasi lo rilevo e mi sistemo qua. Zia, mi finanzi?
Carissimi abbracci, zia ti penso sempre, il tuo nipote preferito.

Martedì 29 agosto
Sono tornato a casa, dopo un volo un po’ turbolento: a causa del vento rischiavamo di dover atterrare a Bologna, invece che a Firenze. Già mi immaginavo, unico tra i passeggeri, a urlare “Mitico” come Homer Simpson, per il cambio di rotta. Invece il prode capitano ce l’ha fatta, e i passeggeri hanno applaudito, come da copione. Dai discorsi che ho sentito non appena si sono aperte le porte, ho capito che il nostro non è solo un popolo di santi, poeti, navigatori e commissari tecnici: siamo anche dei provetti piloti, che parlano di flap e altitudini come niente. Ciò mi rassicura in caso di prossimi eventuali malori dei comandanti: un paio di ore al giorno a giocare a Flight Simulator e passa la paura.
Baci.

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Agosto(s)

Sono passati, dunque, tre anni, da quell’agosto fatto di Bacardi Breezer, caldo e zanzare tigre. Se ci penso adesso, al momento in cui ho aperto il blog, non ricordo nulla, o quasi, a parte quello che c’è scritto in queste pagine. È un bene? È un male? È un così così? Non lo so.

Sono passati, dunque, due anni, da quell’agosto di ansia e dolore, che si è concluso con una telefonata nella notte e i miei occhi che vagavano da un sito internet all’altro, ché tanto parevano sempre gli stessi: cambiava solo la grandezza del titolo e la foto scelta per annunciare la morte di Enzo Baldoni.

È passato un anno dall’ultimo agosto, e mi sembrano quattro anni, o quattrocento. Le pareti intorno a me sono mie, per la prima volta, e diverse, bianche come non lo sono mai state (e leggeteci pure, voi che potete, sapete, volete, tutte le simbologie che vi pare: probabilmente saranno tutte valide). Di quel che c’è dentro di me è impossibile parlare qua: quando mi capita di farlo, devo accoccolarmi  sul divano, e fare come quando, nella casa dei miei, rimettevo a posto la libreria della mia stanza. Buttavo tutto per terra, per poi rimettere tutto a posto, lentamente, magari nello stesso ordine di prima, ma trovando sempre qualcosa di cui mi ero dimenticato l’esistenza, e buttando qualcos’altro.

Quest’anno vado in vacanza il 21 agosto. Anche questo, credo, è significativo. Farò che il mio settembre (mese di cominciamenti da sempre) inizi da lunedì prossimo, con un trucco tanto semplice quanto spudoratamente esplicito. Rilasserò il corpo e la mente, farò sguazzare nel mar di Sardegna le mie braccia, le mie gambe, e le mie parole. Tornerò qui alla fine del mese, con i capelli bagnati e, speriamo, un ritmo placido del respiro.

P.S. Un’ultima cosa: grazie a tutti voi, che leggete da tre anni queste pagine. In fondo queste parole esistono anche perché centinaia di migliaia di paia d’occhi (senza offesa per eventuali lettori ipovedenti, che giustamente si lamenteranno del carattere extrasmall di questo post scriptum) si sono posati su di esse. Grazie, quindi. E a tra un po’.

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I padri del rock

Aspettavo la serata di ieri da un paio di settimane. Dopo la passeggiata, infatti, mi ero dato appuntamento con E. per andare insieme al Boca Barranca di Marina Romea dove ci sarebbe stato il concerto di John Parish. Ma, oltre al concerto, E. mi diceva da mesi che voleva assolutamente farmi conoscere anche “Marta, Jean-Marc e Giorgia”, di cui mi parlava come fossero amici suoi. Io non sapevo chi fossero, e di Parish conoscevo solo il lavoro come produttore, toh, avevo sentito molto Dance Hall at Louse Point, quando era uscito, ma poi basta. Degli altri, sapevo solo che suonavano con lui. Mi immaginavo, quindi, una cena di pesce con E. e poi, al massimo, una birretta “con” gli altri, della serie io guardo e ascolto e sorseggio una media e basta.

Parish, appena ha visto E., l’ha abbracciata, poi si è presentato a me, e, così, abbiamo iniziato a parlare. Immediatamente siamo stati invitati a cena con loro, e quindi io mi sono trovato a cena di fianco a John Parish, a parlare di lavoro, del tempo, di musica, mentre le sue splendide bambine (una, in particolare, è davvero la bambina più bella che abbia mai visto, un incrocio perfetto di Tori Amos e Bryce Dallas Howard) mangiavano fritto misto e facevano disegni.
Durante la cena ho conosciuto gli altri membri del gruppo, il fonico, il chitarrista dei MiceVice. E. continuava a presentarmi a tutti, fino a che io, in preda alla frenesia, mi sono presentato allo scampo che troneggiava sulla mia pasta allo scoglio, e poi l’ho mangiato.
Tutti erano un po’ preoccupati di dover suonare (visto il tempo pessimo) all’interno del locale: insomma, suonare in una pizzeria mentre la gente mangia mi faceva venire in mente la scena de “I Blues Brothers”, quando si trovano ad esibirsi nel locale western al posto dei Good Ole Boys. Mi immaginavo lanci di rucola e olive. Oltre che di birra. E senza rete di protezione.

E invece il concerto è stato magnifico, la gente ha smesso di mangiare e ha seguito tutta l’esibizione, lottando (come il gruppo e noi altri) contro il caldo e il forte odore di grigliata di pesce, cose che, capirete, un po’ distraggono. Nessuna scena da “Taverna di Boe”, insomma, a parte una. Avete presente quando nel film, dopo l’inizio difficile, i Blues Brothers intonano “Stand by your man” e tutti si commuovono? Beh, ad un certo punto la piccola bimba Parish è salita sul palco: immaginatevi un esserino con i capelli rossi alto meno di un metro, con il pollice di ordinanza in bocca, la maglietta con la copertina di “Led Zeppelin II”, che ondeggia, un po’ stanca, al ritmo delle canzoni del padre, accanto a lui. Beh, si sono commosse anche le orate nei vassoi.

Poi è arrivato anche Howe Gelb e famiglia e i Giant Sand. Forse l’immagine più bella della serata che mi è rimasta impressa è quella di John e Howe, con le loro ultimogenite sulle spalle, che vanno verso il mare, sulla spiaggia buia.

Epilogo 1. E. ed io ci avviciniamo a Marta, per salutarla, e vediamo che parla con una bionda e un altro uomo. Quando se ne vanno, dice a me ed E. “Ma sapete chi è quella? Isobel Campbell”. Dopo un attimo di silenzio, in cui abbiamo pensato “Quella cicciona?!”, abbiamo solo detto “Ma va’?”
Epilogo 2. In macchina, al ritorno, parlando di quello che fanno Giorgia, Marta e Jean-Marc, E. mi dice con nonchalance che Jean-Marc (con cui ho chiacchierato per un po’) è il batterista dei Venus, un gruppo belga pressochè sconosciuto, ma che ha fatto un disco bellissimo 
Welcome to the dance floor. Io ci rimango di sasso, un po’ la insulto perché non me l’ha detto prima, ma lei, sorridendo, mi ha rassicurato che lo rivedrò presto, lui e tutti gli altri. Perché non crederle?

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Anche Freud era un barbudo, del resto

Tiziana Ferrario al TG1, pochi minuti fa: “Fidel Castro ha finalmente ceduto le redini del potere, dandolo al fratello Raul.”
Dopo il servizio, la correzione: “Volevo dire formalmente”.

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