Archivi del mese: settembre 2005

Crisi? Quale crisi?

Leggo questo post del pur sempre valido Inkiostro. Alle sue parole vorrei aggiungere che il concorso non è sponsorizzato, che ne so, dalle Cartiere Pigna, dal comune di Baricella o da una ACLI, bensì da MTV, una televisione che, come praticamente tutte le altre, ha sempre mostrato la ricchezza (degli altri) come qualcosa di raggiungibile e quasi tangibile. Il primo premio del prossimo concorso, probabilmente, sarà una pensione di invalidità truccata.

Poi vado al bancomat. Di solito accoppio al viaggio verso il bancomat la giocata al Superenalotto: le possibilità di vincere al gioco, infatti, stanno diventando preoccupantemente uguali a quelle che mi paghino per delle cose fatte o scritte mesi fa. Non so se ve ne siete accorti, ma ormai le schermate di attesa dei bancomat hanno delle pubblicità, che di solito riguardano particolari promozioni o vantaggi offerti dalla banca stessa. Beh, sullo schermo del bancomat dove sono andato un paio di ora fa è comparsa una scritta che diceva, più o meno:

Ricomincia la scuola! Chiedi i prestiti agevolati per i libri di testo!

Ora, ho comprato gli ultimi libri scolastici esattamente dieci anni fa. Oh, mica era una spesa fatta a cuor leggero, ma andare in banca a chiedere i soldi per comprarli, beh, sarebbe stato quanto meno bizzarro. (E lo so che c’è qualcuno tra di voi, cuore candido, che pensa a quanto sono generose le banche ad offrire questa opportunità…)

Torno a casa, controllo l’e-mail. Appena dopo la laurea mi sono iscritto ad un paio di siti che offrono lavori vari, di solito sottopagati, interinali, sodomy-friendly, eccetera. Di solito ci si iscrive a questi servizi compilando una scheda personale, una specie di curriculum, con ciò che si ha fatto e ciò che si vorrebbe fare, quanto meno approssimato ad una serie di campi di interesse.
In una mail mi offrono un posto da portiere condominiale in zona centro, a Roma. Richiesta esperienza precedente, laurea o diploma, età tra i venticinque e i trenta.
Il lavoro è per due settimane.
Non ci credete? Volevo mettere il link, ma mi sono accorto che l’offerta non è più presente sul sito.
E penso che, da qualche parte, a Roma, adesso un giovane portiere sta lì, smista la posta, saluta gli abitanti del palazzo e pensa, come tanti di noi, che così davvero non va più.

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In(dig)nazione

La vera impotenza, secondo me, c’è quando non si riesce, metaforicamente, ad arrestare o a controllare la più bastarda delle dimensioni: il tempo. Mi spiego.
Se devo risalire, dal punto di vista temporale, appunto, all’inizio, a quando ho sentito per la prima volta il sentimento misto di schifo e paura che governa spesso la mia vita, mi trovo in difficoltà. Uno a zero per il tempo. Il 1994? Forse. Ma la “scesa in campo” non è abbastanza. Per capire, allora, mi attacco ad un libro che ho appena letto, Teledittatura, opinabile, forse, per alcuni meccanicismi e per uno sguardo troppo immediatamente rivolto a teorizzazioni che si rifanno alla Scuola di Francoforte, ma prezioso per le cronologie che contiene. Se il 1994 segna uno scarto forte tra il prima (gli affari) e il dopo (la vita politica, chiamiamola così), è dall’inizio che il nostro si è appoggiato alla politica, e questa non è una novità, per consolidare i suoi affari. L’hanno fatto in molti, si dirà. Sì, ma lui, ammettiamolo, è stato molto più efficace di altri.
Prendiamo allora il 1976: due anni prima della mia nascita tutto (molto) era già stabilito. Dal “Piano di rinascita democratica”, alle prime campagne elettorali sulla piccola Telemilano, a favore della destra DC e dei socialisti craxiani.
Saltiamo in avanti di vent’anni, cercando di distrarre il nostro avversario, il tempo, con un tunnel, temporale ovviamente. Si credeva che tutto fosse finito. E invece no. Perché, quando si sarebbe dovuto fare qualcosa, non lo si è fatto, mantenendo in vita uno stato di illegalità che c’è ancora adesso.
Immaginate una macchina parcheggiata in un posto dove non dovrebbe stare. Nonostante le multe, la macchina non si sposta. E, ancora più grave, non viene spostata.
Stiamo arrivando a tracciare le linee di parcheggio ad hoc intorno alla macchina. Dove non c’era un parcheggio, adesso c’è.
Le strisce sono praticamente tracciate. Protestare, ormai, è tardi.
Due a zero per il tempo.
Due, come gli anni passati senza satira in televisione: lo ricorda molto bene Gabriele. La satira di cui parla la Guzzanti in Viva Zapatero!. Non stiamo parlando di stragi, omicidi, calunnie. Direi anche di furti, ma ormai… Stiamo parlando di satira, qualcosa che c’è da sempre e ovunque, e in termini ben più pesanti che da noi, anche nella vituperata America (da noi, per esempio, sarebbe possibile fare un “sito civetta” del governo come questo?). Bene: guardiamoci indietro, e vediamo due anni, cento settimane, settecento giorni senza satira. Quei due anni, ormai, sono andati.
Tre a zero.
E quando avevano cancellato Raiot? Tutti in piazza, nei teatri, solidarietà, movimento e movimentismo. Tanta indignazione. “Siamo indignati”, dicevamo. Oh. “E’ indegno che…” Sì, cazzo, siamo indignati! E poi?
Non mi ricordo quando tutto è finito, non mi ricordo perché è finito, perché non si andava più nei teatri, perché non si manifestava più. Sarà stato l’arrivo dell’estate, non ricordo, ma ormai è andata.
Quattro a zero.
Nel frattempo passano le leggi, e ci mancherebbe, no, se uno andasse a discutere il lavoro del Parlamento… Però passano le leggi che ci facevano orrore, per le quali abbiamo fatto marce e girotondi, e che vanno a toccare le basi dell’ordinamento: giustizia, fisco, codice penale. Anzi, molte di queste leggi sono già passate.
Cinque a zero.

“No, non vedo il rischio di una dittatura vera e propria, vedo però il rischio di un regime a libertà fortemente limitata, conforme agli interessi economici, istituzionali e culturali del partito-azienda e dei suoi alleati, con conseguenze reversibili solo con enormi difficoltà e in tempi non brevi (…).” (Paolo Sylos Labini, “Il Cavaliere ineleggibile e il D’Alema smemorato”, in Micromega dicembre 2000)

Sei a zero.

Cappotto.

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Alfieri

Mi ero preparato per bene un programmino per la Notte Bianca di quest’anno: mi sarebbe piaciuto andare a sentire Benigni al Campidoglio, ma ne avrei anche potuto fare a meno, a dire il vero. Mi sarebbe piaciuto andare a vedere l’esposizione della testa colossale di Costantino (l’imperatore, non il tronista, e in questa parentesi mi rendo conto di come siamo messi), così come l’antologica di Pazienza.
Non avrei perso per nulla al mondo il concerto di Elio e le storie tese a San Lorenzo. Perché, poi. Ho visto il simpatico gruppetto quasi una decina di volte, quasi sempre gratis, vestito da Zorro, in quattro regioni diverse. Ma è più forte di me: quando sono nei paraggi, non resisto.
Nonostante tutto questo, la pioggia che è caduta continuamente durante la notte bianca mi stava facendo desistere, lo ammetto. Starò invecchiando, starò diventando idrosolubile, non so, insomma, stavo per andarmene, dopo una lunghissima introduzione fatta di finti stornelli romani, dopo la mia solita maledizione-da-concerto, per cui mi ritrovo sempre dei tifosi dell’Andria dietro che urlano e urlacchiano alle mie spalle.
Invece sono rimasto, e ho visto il più bel concerto di EELST della mia breve vita.
Vi basti la scaletta, che ha compreso “A.T.A.T.V.U.M.D.B.” (confesso che ho sperato si materializzasse Giorgia e che, dopo aver cantato, facesse un catartico harakiri), seguita da una bellissima canzone degli Area, “Hommage à Violette Nozières”. E poi “Caro 2000”, durante il quale delle ragazze (giuro) mi hanno offerto del Vov (e non dello Zabov) e “Litfiba tornate insieme”, che è stata fatta in anteprima in un concerto a Bologna qualche anno fa, e che aveva lasciato tutti a bocca aperta. E poi ancora un pezzo che non avevo mai sentito dal vivo, “Nella vecchia azienda agricola”, che mi ha fatto venire in mente la mia cassettina registrata, la prima cosa di Elio che ho sentito, il loro primo disco. “Giocatore mondiale”, hanno fatto anche quella, cari i miei rosiconi. E dopo? “Acido lattico”, rendiamoci conto.
Avevo già deciso di comprare il cd brulè, e mi stavo recando verso il banchetto apposito, quando…
Quando, sotto la pioggia battente, è iniziata “Alfieri”.
A questo punto, miei piccoli lettori, so che vi siete già divisi in due gruppi. Qualcuno di voi si sta continuando a chiedere: “Ma di che cazzo sta parlando, questo?” Ma altri tra voi stanno piangendo e si stanno maledicendo per non essere stati a Roma ieri.
“Alfieri” non è nel cd, non rientra nella registrazione. Sulle prime me la sono presa, ma poi ho pensato che è stato veramente un regalo a quelli che, come me, sono rimasti a prendersi la pioggia.
Adesso qui, nel mio letto d’ospedale, con un respiro che neanche Mimì de La Bohème, ripasso mentalmente il testo della canzone, cantato con sguardo fiero e pieno di gratitudine per l’uomo del Giappone.
(L’ultima frase, ovviamente, è comprensibile solo a quelli che sono riusciti ad arrivare fino a qua, con gli occhi pieni di lacrime).

Update. Mi sono ricordato che, come intermezzo tra “Il vitello dai piedi di balsa” e la reprise, è stata suonata… “Cateto”. Ca-te-to.

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+ latte, – cacao (x tutti)

Leggo sul sempre valido blog di Gago che la Ferrero ha intenzione di eliminare dalle confezioni di Kinder quella bella faccia sana e bionda del bimbo sorridente. Parte, quindi, la petizione per salvarlo. Sempre che questa cosa della Ferrero sia vera.
Voglio dire, io di solito dubito delle cose che si trovano su Internet. Ho imparato a mie spese che molte delle notizie che girano in rete sono delle bufale. A mie spese perché, quando mi è arrivata questa catena di Sant’Antonio via mail, sebbene non l’abbia spedita “atuttiimieiamici”, ho smesso di lavarmi i capelli per paura di accelerare il processo alopecizzante che comunque, visto che la genetica non è un’opinione, mi colpirà.
Allora perché scrivo questa cosa sul bambino Kinder?
Perché da piccolo mi sentivo una merda. Sì, ero un bambino un po’ depresso, tipo Marvin di Guida galattica per autostoppisti, e avevo anche un po’ le sue fattezze. Però mi tiravo su quando vedevo quella faccia di culo del bambino della Kinder. Lo guatavo, smangiucchiavo barrette e lo mandavo a fare in culo. Oh, sarà anche stato l’effetto euforizzante del cacao (meno) o quello del latte (più? Lattepiù?), ma stavo meglio.
E invece, adesso, potrebbero sostituire il bersaglio dei miei strali infantili con un giovinetto modellino fighetto che, a dieci anni, ha già scopato più di me e ha assunto anche notevoli dose di cocaina.
Firmate la petizione, su.

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Il giorno dopo la Mostra

La cosa più difficile, tornato a casa, è dover scegliere altro rispetto a che panino mangiare per pranzo, cena, colazione, merenda e che film vedere. E’ anche difficile rendersi conto che la vita qua necessita più del chilometro quadro calpestato ogni santo giorno al Lido. E’ anche difficile resistere alla tentazione di mettersi un pass al collo, uno qualsiasi, prima di uscire, per entrare qua o là.
Non credo di avere mai fatto un post a punti, ma volevo scrivere le dieci cose più belle della Mostra del Cinema di quest’anno, a parte i film, di cui trovate chiacchiere varie qua.

1. Arrivare al Lido e vedere subito David Cronenberg seguito da alcune ragazzine che sventolano un cartello su cui c’è scritto: “Mr Cronenberg, thank you for Spider, the best film in the world”. Penso che, allora, il cinema ha ancora qualche speranza.
2. Vedere, nei giorni successivi, le stesse ragazzine avere lo stesso atteggiamento adorante, completo di cartelli, per Orlando Bloom, Tim Burton, Riccardo Scamarcio e altri.
3. La sigla animata del festival, ironica, divertente e ritmata: e per fortuna, considerando che è la cosa che si vede ogni giorno, più volte al giorno, sempre.
4. Le scritte tracciate a pennarello sulla carta che ricopre la balaustra della passerella davanti al Palazzo del Cinema. Ne vedete qualche esempio, ma la più bella non sono riuscito a fotografarla. Diceva: “Johnny [Depp] se non vieni mi uccido. P.S. Molla Vanessa [Paradis, la moglie]” e, subito sotto, “Scherzo”.
5. Credere di avere visto Francis Ford Coppola: forse era un suo sosia, ma in fondo, chi se ne importa.
6. Sedersi allo stesso posto occupato nel 1999, quando, ventunenne, andai alla mia prima Mostra. Primo film: Eyes Wide Shut. Dietro di me, allora, Emir Kusturica.
7. Ordinare i panini del “Pecador” che hanno nomi come “Basil Instinct”, “Ham Cruise” e l’inarrivabile “Gregory Speck”.
8. Non avere visto, neanche una volta per sbaglio, Gigi Marzullo.
9. Incrociare lo sguardo di Emmanuelle Seigner, cinque minuti dopo avere visto l’orrendo film di cui era protagonista, Backstage.
10. Il momento esatto in cui si sono spente le luci prima del film più bello visto in tutti questi giorni, La sposa cadavere.

E da domani si torna alla vita normale, senza pass, mangiando normalmente panini al prosciutto che si chiamano, al massimo, “prosciutto”.

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