Andar di là – seconda parte

Sono stati i miei a farmi assaggiare per la prima volta la Radenska. Ne ho parlato anche qua, ma insomma, la Radenska è una delle acque minerali più naturalmente gassate del mondo. Diuretica, aiuta la digestione (e vorrei vedere), ha un leggero gusto salino: una meraviglia che ancora in Italia non si trova facilmente: d’altro canto siamo il paese delle acque minerali. Fidelizzo subito i miei compagni di viaggio all’acqua miracolosa e quindi, vista la pioggia, andiamo a vedere la fabbrica della Radenska. Dopo qualche domanda per eliminare il sospetto che fossimo delle spie industriali, ci accompagnano a vedere una delle linee di produzione. Sfortunatamente alla fine non ci danno neanche un gadget. E nemmeno una bottiglietta omaggio. Io mi sento come fossi alla gita d’istruzione delle elementari.

Mi sono chiesto perché non mi abbiano mai portato in gita in Slovenia, mai. Forse perché la mia maestra era una di quelle che non considerava molto l’esistenza di quel paese, o perché pensava che il comunismo si contraesse respirandone l’aria, non so. Quindi ho girato un po’ da bambino, grazie ai miei e ad una loro amica di origini slovene. Mi affascinava quando parlava con le persone del posto, e non vedevo l’ora che mi spiegasse il significato delle parole. Poi, un inverno, siamo andati a Kranijska Gora. Non l’avevo mai visto scritto prima, forse per questo non ho mai sbagliato a pronunciarlo, e, forse per questo non sono mai diventato un commentatore sportivo, non so. Un giorno siamo andati al lago di Bohinj e al lago di Bled: erano ghiacciati e bellissimi. Il loro scongelamento sarebbe durato quasi quindici anni, per me.

La differenza che passa tra il lago di Bohinj e quello di Bled è lo stesso che passa tra le grotte di San Canziano e quelle di Postumia (Postoijne, se lo volete sapere). Anche per questo non troviamo posto a Bled, neanche a pagarlo, o forse a pagarlo sì, ma insomma, e stiamo in una “penzion” privata a Bohinjska Bistrica, un paese a qualche chilometro dal lago. In questo caso credo che bastino le foto.
La signora della pensione parla solo lo sloveno: appena arrivati le mie due parole due la illuminano e ci spiega tutta la questione stanze-doccia-chiave-colazione in sloveno. Per fortuna gesticola abbastanza perché i miei “ja” siano a tempo.
L’ultima tappa del viaggio prevede la discesa della valle dell’Isonzo-Soča, ma il tempo è brutto. Decidiamo quindi di andare in un museo, quello di Kobarid. Il nome, forse, non vi dice niente.

Quando andavo in vacanza da piccolo e dicevo che ero di Gorizia, pochi sapevano dove fosse. Quei pochi che lo sapevano erano adulti e, a seconda dell’età, ricordavano i tempi della “naja”, passati in qualche caserma dell’isontino, oppure intonavano “Gorizia tu sei maledetta”. La maestra delle elementari ci parlava della Grande Guerra. Ungaretti anche, con uno stile un po’ diverso, a dire il vero, ma il legame c’è, visto che la mia scuola elementare è intitolata al poeta. I miei compagni di classe, ogni tanto, tornavano da gite solitarie e domenicali con pallini di granate. Qualcuno anche pezzi di elmo. Le ossa, no. Quelle marciscono. “Sacra terra”, “Isonzo fiume sacro alla patria”, il “Sacrario di Oslavia”. Manca solo l’odore di incenso. Dopo, solo dopo, Caporetto, Kobarid, una cittadina nella valle dell’Isonzo, tra le montagne. Ottobre del 1917. La più grande battaglia montana della storia dell’uomo. Una delle più grandi disfatte mai subite da un esercito. Il fronte che arretra, in una settimana di un centinaio di chilometri, in una guerra che era combattuta a metri.

Il museo è un casino dal punto di vista storico, diciamolo subito. Ma, com’è ovvio, colpisce allo stomaco. Il macello della prima guerra mondiale in scala “ridotta”. Il solito esercito italiano comandato da quel Cadorna che ha ancora vie, monumenti e stazioni a lui dedicate: sbaglia tutto quello che si può sbagliare.
I cartellini esplicativi sono, oltre che in inglese, in italiano, tedesco e sloveno, così come i documenti, i reperti, i diari dei soldati, i manifesti, i giornali In una stanza, lungo la parte superiore della parete, sfilano le bandiere sotto le quali è stata Kobarid: sono decine, a volte si ripetono, e finiscono con quella slovena, e la data dell’indipendenza.
Il fiume sacro alla patria scorre in una patria per la quale credo non sia sacro. Ma se ne sbatte e ci dona il suo colore cobalto per me tuttora inspiegabile.

Non ho mai considerato l’Isonzo, non ho mai considerato il confine, l’entità del confine, fino a quando non me ne sono andato da Gorizia. Non riuscivo ad avere la prospettiva sulle cose, solo adesso, dopo quasi dieci anni che sono a Bologna, riesco a sentirle. Quello che per gli altri era un altro stato, comunista, per giunta, per me era solo qualche metro più in là. Quello che era un confine era una sbarra, doganieri, poliziotti e finanzieri a cui mostrare la prepustnica o, molto più raramente, la carta d’identità. Documenti che non venivano quasi mai guardati, soprattutto se la macchina aveva una targa GO, uguale per le due città divise arbitrariamente tracciando dei segni sulla carta.

La lingua, mano a mano che si va verso ovest, sfuma verso suoni conosciuti, fino al cameriere del caffè di Štanijel che parla un italiano perfetto, e il vecchio vinaio che ci vende il terrano che produce che parla lo stesso italiano con accento sloveno che parlano alcuni anziani a Gorizia. Sto tornando verso dove sono nato.

Sono nato a qualche metro da una riga tracciata sulla carta.

“Guardate”, dico ai miei compagni di viaggio poco prima di tornare in Italia, “l’ospedale di Gorizia è quello là.” Del confine, neanche l’ombra.

9 commenti

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9 risposte a “Andar di là – seconda parte

  1. qualche tempo fa mi sono riletta le tue prime cose scritte su questo blog. è stato divertente, ti ho sentito più piccolino, com’è giusto, nei post di un paio di anni fa…
    questi due ultimi sono bellissimi, davvero.
    je t’aime, amor, and you know it.
    ora parto, finalmente, verso il luogo dove spero arriverete presto anche tu e C.
    ti bacio
    E.

  2. ‘Ngiorno Giorno, ti sto scoprendo adesso, partendo dalle tue scorribande biografiche su Pierino il Pelupo e la Ela. Davvero geniale, credo che a poco a poco mi sollazzerò con tutte le tue opere. Grazie per oni ristaa che mi hai strappato di bocca.

  3. emozionante. ho sempre desiderato visitare quei luoghi.
    max

  4. utente anonimo

    oh ma che meraviglia.
    hai sempre una delicatezza incredibile nell’esprimere le tue sensazioni e le tue impressioni.
    è davvero piacevole leggerti…

    🙂 mara.

  5. Grazie per la gita virtuale in posti che mi ricordano una vita precedente…ah la Yugo! Adesso, su suggerimento di looper, vado a leggere di Pieropelù.

  6. Ciao,
    un amico mi ha segnalato il tuo blog…non posso che farti i miei complimenti. Se passi dalle mie parti sii indulgente..non vorrei finire tra gli “ho visitato e avrei fatto meglio a starmene a casa”.
    Pinocchio

  7. e.: sì, ero un pischelletto. adesso sono passato alla qualifica di pischello. (avevo scritto “psichello”, uhm.)looper: grazie anche per la pubblicità che mi fai. sono stupefatto di come ancora adesso ci siano commenti e letture dei post che citi. speriamo che all’emanuelona e al pieroa non vengano in mente di leggerli. non vorrei mai altri tipi di citazioni, sai com’è.max: vacci, davvero. non so dove abiti, ma non è distante ed è tutto economicamente piuttosto abbordabile.mara: grazie grazie grazie. di cuore.miraggi: anche tu hai avuto a che fare con quei posti. incredibile. anzi: incredibilea.pinocchio: grazie dei complimenti. non ti preoccupare di eventuali giudizi. dei miei, poi… 🙂

  8. utente anonimo

    Io vivo »di qua«. Leggere queste memorie d’infanzia di un quasi-coetaneo cresciuto dall’altra parte del confine e’ stata un’esperienza molto singolare. Cosa assai strana, visto che tuttora vado spesso a Gorizia e che parlo l’italiano.

    Quando penso alla Gorizia di quegli anni ’80 mi vengono in mente i jeans nascosti sotto il sedile della nostra Yugo, le Big Bubble alla fragola e »Cioe’« con i maxi poster, la fiera di Sant’Andrea con le giostre e il torrone… Cose banali, ma per noi Gorizia era soprattutto questo – il luccichio del capitalismo. Per un bambino, poi.

    Fa uno strano effetto ricordarlo, ma forse e’ anche il rendermi conto che sono grande (non mi ci abituero’ mai 😉 e che la mia infanzia ormai appartiene ad un altro periodo storico.

    Qualche tempo fa e’ venuta a trovarmi un’amica americana e siamo andati a Gorizia. Per lei, abituata alle distese omogeneizzate del suo Paese, ritrovarsi in pochi minuti in un posto da un flair cosi’ diverso e’ stato uno shock. E non e’ soltanto per i 50 anni in due sistemi politici ed economici diversi. Sono tante cose. Due sensi estetici diversi, per esempio: io un autobus arancione a Nova Gorica non riesco proprio ad immaginarmelo.

    borut, Ajdovscina

  9. …mi è venuto in mente una amico che sta a Gorizia ma che ha la mamma slovena ed ogni tanto, tanto x non farmi capire niente, mi tirava fuori delle parole incomprensibili…deve essere bello stare da quelle parti, forse nn è come stare a Bologna (la mia città adottiva), forse un’altra angolazione di bellezza…mi è venuta voglia di andare a trovare sto mio amico…mi accompagni?!

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