Archivi del mese: giugno 2005

Referrers – Gente che cerca altro – 14

Dagli stessi produttori di Neighbours, in associazione con Google, Virgilio, Yahoo! e Shinystat
14. al concerto ho mostrato le mie tette

“L’italiano è una lingua di perifrasi.” Questo fu il suo primo pensiero compiuto di quella mattina, pensiero che faceva fatica a farsi sentire, sommerso dal fischio continuo che le rimbombava nelle orecchie. “Non esiste un equivalente italiano di hangover. Una parola sola, cioè. Lingua meravigliosa, l’inglese.” Poi sentì una fitta allo stomaco, pensò che forse doveva mangiare, le venne da vomitare. Si riprese e si mise a sedere sul letto. Respirò. E iniziò il processo di recupero nella memoria, per rispondere ad una semplice domanda: “Che cosa ho fatto ieri sera?”, domanda che aveva diversi corollari, corrispondenti, più o meno, alle cinque “W” del giornalista. “Who, what, when, where e…” Non si ricordava l’ultima, la più importante. “Why. Perché?”
La sua memoria sbuffò, crepitò e regalò una sensazione al suo cervello: aria sul petto.
Andò in bagno, si chinò sulla tazza, ebbe un déjà-vu poco prima di vomitare le ultime cose che aveva nello stomaco. Liquidi, per lo più. Alcolici.
Aveva abbracciato il cesso anche appena era tornata a casa, quella notte. Il fischio nelle orecchie non diminuì. Qualcuno la stava pensando? No. Era stata ad un concerto.
Ecco, sì. Un concerto. Tentò di focalizzare su quel brandello di ricordo, togliendo tutto ciò che poteva peggiorare il suo stato di post-ubriacatura, concisamente detto “hangover”. Eliminò le luci violente del palco, la calca della gente, il fiato caldo di qualcuno dietro di lei. Si passò una mano sul collo, era sudata. Anche la notte prima era sudata, faceva caldo, ondeggiava la testa, forse anche senza muoverla. Si ricordò di un barista, della sua mano raffreddata dalla birra nel bicchiere di plastica, di una sua amica che le diceva “ancora?”, di lei ipnotizzata dai movimenti del batterista, di lei che sentiva caldo e rideva.
Aveva sollevato la maglietta, mostrando il seno al gruppo.
E anche a qualcuno al suo fianco.
Poi aveva riabbassato la maglietta.
Rivomitò. Evidentemente c’era ancora qualcosa nello stomaco.
Ebbe un’altro flash, di un flash. Cioè rivide proprio il lampo di una macchina fotografica negli occhi. E se qualcuno le avesse fotografato le tette? “Oddio”, pensò. Stavolta la lingua italiana era vantaggiosamente sintetica almeno quanto l’inglese.
Tornò nella sua camera e vide il computer acceso. Aveva scritto un post sul concerto, su tutto. Si affrettò a cancellarlo, senza neanche rileggerlo. Tutto era chiaro, adesso, e anche il fischio nelle orecchie stava diminuendo. Tutto tranne una cosa.
“Why?” La domanda era stampata nella sua mente, e la risposta “ero ubriaca marcia” non la soddisfaceva. E se qualche motore di ricerca avesse memorizzato già quel post?
Digitò in fretta alcune parole e cliccò sul pulsante dei risultati.
Altri blog, altri concerti, altre tette. E si sentì per la prima volta parte di una comunità.

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Come il maiale: un post dove non si butta via niente

Del concerto di ieri dei Sonic Youth e Fantômas a Ferrara non vi dico molto, non ho voglia. Ma, lo ammetto, è stato un concerto strano. I Fantômas sono stati meno bravi della loro apparizione a Bologna. I Sonic Youth, beh, che dire: hanno iniziato nervosetti e hanno concluso alla grande, con un pubblico esaltato come non mai. Un concerto più sporco e meno precisino dell’ultimo che ho visto. Non so se più bello, difficile a dirsi.
Ma la città delle biciclette in questi giorni mi vede di continuo: anche domani, infatti, sarò a Ferrara, al Mel Book Store alle 1830 per presentare l’ultima fatica di quel bel guaglione di Gianluca Morozzi, L’era del porco. Poi andremo a cena, spero, e quindi ci godremo il concerto gratuito di The Faint e Bright Eyes.
Morozzi sarà anche ospite (telefonico) dell’ultima puntata di Monolocane, in onda come al solito giovedì dalle 2230 sui 96.3 e 94.7 MHz bolognesi e provinciali, o se no in streaming qui e qui.
Sulle stesse frequenze, invece, va in onda tra cinquanta minuti circa l’ultima puntata di Seconda visione, in attesa del Gran Galà di martedì prossimo.

Scusate la scarsa fantasia, ma oggi toccherò le undici ore di lavoro. Per ora scrivo queste righe, perché sono a sei, circa.

Ecco l’intervista a Gianluca Morozzi!

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Il tempo degli occhiali (verdi)

Mi sono deciso a cambiare gli occhiali, dopo tanto tempo. E, incredibilmente, ho anche le idee chiare su come li voglio. Verdi. Possibilmente non grandi quanto un campo da polo. Possibilmente di plastica (cellulosa) non di metallo. Pronti? Via.
Vado dal primo ottico, completamente a caso.
“Salve, vorrei una montatura per…”
“Primo piano ascensore”, dice la commessa. Poi sorride.
Il primo piano è completamente deserto. Di occhiali verdi non c’è traccia. Ce ne sono di tutti i tipi: grandi, piccoli, da bambini, tondi, quadrati, esagonali, di metallo, carta riciclata, blu, neri, gialli, rossi. Ma verdi no. Scoprirò solo dopo perché.
Secondo ottico. Commessa bionda e stronzissima, ma molto affabile. Sorride anche lei, ma probabilmente per una forma di paresi. Le chiedo degli occhiali verdi. Me ne mostra due. E, sempre sorridendo, dice: “C’è un’offerta: ogni montatura ha lo sconto di quaranta euro.” E qui faccio il primo errore, non facendo un triplo salto mortale e donandole la mia carta di credito urlando “E’ fichissimo!”. Semplicemente, dico “Ah, bene”. E questo mi segna definitivamente agli occhi gelidi della rigida commessa. Che inizia a mostrarmi altri occhiali, ma di altri colori, in maniera graduale. Parte da un grigio verde, continua con un modello grigio, poi si gioca il tutto per tutto e mi mostra una montatura blu. Quando le faccio notare l’incoerenza cromatica, mi rivela il segreto: gli occhiali verdi escono tutti a settembre. E mi immagino piantagioni di occhiali, e la festa del raccolto, il ballo della diottria, scene bucoliche e oftalmiche, un oculista che dice “Abbiamo avuto un buon raccolto” e, come l’uomo del Monte, dice sì. A quel punto decido di cambiare strategia, e chiedo un preventivo delle lenti: che costano abbastanza da cancellare completamente il vantaggio dello sconto incredibile sulla montatura. Mi fa quindi il preventivo, io ancora non dimostro entusiasmo, e lei mi ripete, con varie formule, che ci sono quaranta euro di sconto sulle montature. Poco convinto del preventivo dico che vedrò, ripasserò, e lei mi congeda con un lapidario “Non so se li ritroverà, sa, con questo sconto…” Me ne vado, e immagino la commessa che, finalmente, si scioglie in lacrime urlando che, in realtà, il suo sogno è sempre stato fare la telefonista.
Terzo ottico. Un’altra donna, che mi confessa subito che di occhiali verdi non ne ha. Anche lei me ne mostra di tutti i colori, tirando fuori una decina di cassetti pieni i occhiali, continuando a ripetere che gli occhiali verdi escono a settembre-ottobre. “Tornerò”, dico. “Buona estate”, fa lei.
L’ultimo ottico ha un negozio scalcagnatissimo. In tutto credo abbia due o tre modelli di montatura. Ovviamente me li mostra. Nessuno di loro è verde, ma quest’ultimo negoziante non conosce il mistero della crescita ottica e non mi parla di raccolti settembrini. Già che ci sono gli chiedo quanto mi costerebbero le lenti: quaranta euro in meno di quanto le avrei pagate dalla commessa col rigor mortis. “Moh shenta”, dice lui quando gli rivelo della differenza di costo, “lei può benishimo comprare là la montatura e venir da me a fare le lenti. Oh, shono optometrishta, io, miszuro vishte e fazzo lenti ogni zorno.”
Mi immagino di tornare dalla donna dagli occhi di ghiaccio e di comprare solo la montatura. Mi sento già come se l’avessi uccisa. “Ripasserò a settembre”, dico all’optometrishta, “in tempo per il nuovo raccolto.”

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Questa sera tutti da Beck, è festa ye-ye* (Considerazioni sparse e frammentarie, come sempre dopo le feste ben riuscite)

La rassegna “Ferrara sotto le stelle” dà sempre gioie infinite, ma il concerto di ieri di Beck è stato qualcosa di più.
Hanno aperto i Raveonettes, ma non me li sono filati più di tanto: la mia attenzione è stata presa da tre cose, infatti. La prima è stata rendermi conto di quanto il batterista assomigliasse a Micheal Stipe. La seconda, capire se la cantante mi piacesse o meno (alla fine ho capito che non mi piaceva). La terza, capire a che animale assomigliasse un’americana che stava vicino a me: ancora non sono giunto a conclusione.

E poi è arrivato Beck.

Mancava solo il piffero che suonavo alle medie. Beck ha un approccio totale verso la musica: il palco è stracolmo di strumenti, almeno due set di percussioni attive, ma anche diamoniche, sintetizzatori e tastiere, bidoni di latta, ogni possibile variante delle maracas, bassi, chitarre, banjo (suonati per finta), rumori fatti con la bocca, na na nannannanna na na, tamburelli, tutto. E anche i generi toccati sono moltissimi, ma questo, di Beck, già si sa. Egli (adoro scrivere “egli”) rappa, canta, parla, salta, danza. Tutto. Si diverte e fa spettacolo, uno spettacolo totale.

Quanti Losers. Quando iniziano gli accordazzi slide, penso che, allora, la fa. La canzone che l’ha fatto conoscere nel mondo intiero è accompagnata da una foto dell’epoca di Mellow Gold (e non è che il signor Hansen sia cambiato molto, poi). Ovviamente tutto il pubblico canta a squarciagola il ritornello. O, sigh, qualcos’altro…

Intermezzo. Sono vittima di una persecuzione, da tempo: a qualsiasi concerto io vada, dietro di me ci sono sempre degli ubriachi, piuttosto imponenti fisicamente e di solito di origine veneta, che riescono in alcune imprese:
1. tenere a voce altissima un discorso che fondamentalmente prevede una persona A che dice “la conosci questa?” e una persona B che dice “no”: beh, riconosco loro una certa capacità dialettica e polmonare, visto che un dialogo del genere dura almeno venti minuti e riesce ad essere perfettamente udito nel raggio di cento metri, senza badare ai watt emessi dagli amplificatori;
2. usare le canzoni che sono suonate al momento per intonarci su cori da stadio o, più semplicemente, insulti di vario tipo, a caso o verso qualche particolare nemico del gruppo di alcolizzati: il tutto sempre ai toni indicati al punto uno;
3. nel momento in cui qualcuno fa notare loro che, insomma, vorrebbero sentire il concerto e non “daimoruzzifacciilgol, facciilgooooooool”, diventano educatissimi, chiedono scusa e stanno zitti: per un minuto esatto, per poi ricominciare esattamente come prima.

Heart. Beck ama la chitarra acustica, e tocca la vetta più alta del concerto quando riprende la sua cover di “Everybody’s gotta learn sometimes”, in maniera ancora più intima che nella colonna sonora di Eternal Sunshine. E io ho già gli occhi lucidi. Niente in confronto ad uno al mio fianco che, quando si passa al pezzo successivo, e poi a “The Golden Age”, scoppia in lacrime. Appena però gli altri componenti del gruppo, seduti ad una tavola apparecchiata, iniziano ad usare piatti, bicchieri e posate per accompagnare il brano, urla tra le lacrime “Stronzi” e si copre il viso con le mani. Mah. Secondo me è uno che è stato traumatizzato dal concerto del 1980 degli Skiantos**, e appena vede delle stoviglie su un palco impazzisce.

All Tomorrow’s Parties. Alla fine del concerto, salgono una ventina di persone del pubblico e, finalmente, mentre tutti ballano intorno a me, e sul palco, e tutti suonano qualcosa o percuotono qualcos’altro, capisco di essere ad una delle feste più divertenti della mia vita. Uscendo, effettivamente, nessuno usa la parola “concerto” e nessuno si preoccupa di avere fatto casino a casa Beck. Non vedo l’ora che mi inviti di nuovo. Magnifico.

* Il titolo è un omaggio ad una trasmissione radiofonica meravigliosa, che però non c’è più.
** Freak Antoni parlerà dei Beatles proprio stasera, dalle 2230, nella penultima puntata di Monolocane, una trasmissione radiofonica un po’ meno meravigliosa, che potrà essere ascoltata qui o qui. Perché dei Beatles? Perché esattamente quarant’anni fa facevano la loro prima e unica comparsa in Italia. Sì, ogni occasione è buona, ‘mbè?

Ecco l’intervista a Freak Antoni!

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MeDCna per l’anima

Come reazione alle varie ipotesi di una rinascita democristiana ho avuto una specie di dolore intenso, che però, poco dopo, ha lasciato spazio ad una strana e impalpabile sensazione di calore.
Ho tentato di capire che cosa fosse, razionalizzandola, cercando di circoscriverla, ma ho compreso tutto d’un tratto che cosa fosse.
In questo momento tremendo, in cui noi giovani adulti, nati verso la fine degli anni settanta, non abbiamo lavoro, o se ce l’abbiamo è precario, non abbiamo certezze, non abbiamo punti di riferimento né politici, né culturali, né sociali, una sola cosa ci può salvare: la Democrazia cristiana. Ma sì, vi ricordate? Eravamo piccoli, tutto sembrava meraviglioso, avevamo i giochi di società e le partite a pallone nel cortile sotto casa, e il telegiornale parlava di Pentapartito, e noi imparavamo che penta voleva dire cinque in greco, come Canale 5, e lo sapevamo dire anche in spagnolo e francese, cinque, cinq, la cinco!
E c’era la diccì, o di ci, o DC, e nessuno sapeva perché: c’era e basta, da sempre, e ci sarebbe sempre stata, immobile, paludata, l’immagine della politica sulla quale adagiarsi, o il simulacro del bersaglio di infinite crudeli battutine, l’imitazione di De Mita, facilissima da fare, bastava nasalizzare tutti suoni, e Andreotti e la sua gobba, e Fanfani è un nano. Il CAF, unico caso al mondo, credo, di sigla che unisce il nome di tre politici, ovviamente se escludiamo gli Abba, che però erano in quattro.
E poi Craxi, il benessere, la forma di edonismo meidinitali importato dagli Stati Uniti, David Hasselhoff ospite al Drive In, Arnold (alto quanto Fanfani, ah ah) ospite al Drive In, Piersilvio Berlusconi ospite al Drive In. Le tette, il grande centro, la destra e la sinistra, la falce e martello, lo scudo crociato, il garofano, il culo di Tinì Cansino, il sole che sorge, l’edera, il plì, Donat Cattin, che qualcuno pronunciava alla francese, qualcuno all’italiana, metallari da una parte, paninari dall’altra, Goria e Andreatta, Longo e Martelli. Tutti dicevano che tutti rubavano, sfiorando l’autodenuncia. Chi non rubava, prima o poi, era costretto ad adeguarsi, e chi parlava, parlava, ma non aveva le prove, e dopo un po’ smetteva. Ma grazie alle linee essenziali ed eleganti dettate nel dopoguerra, ancora attualissime, mai demodè, tutto il mondo era chiaro e semplice.
Facile, chiaro, limpido, Recoaro? Fiuggi e la sua svolta erano lontano, qualcuno chiamava l’emmeesseì “mis” e io non capivo perché, ma sapevo che quelli erano fascisti, senza ma e senza post, e io vivevo in un capoluogo di provincia democristiano, e il padre del mio compagno di banco era democristiano, e il nonno del mio compagno di banco era democristiano e bestemmiava, proprio come i miei vicini, democristiani, che andavano a messa, ma bestemmiavano prima o dopo, mai durante. Tutti abitanti di un paese democristiano, un paese che democristiano sarebbe sempre stato, qualunque cosa fosse successa.
Rivoglio la DC, mi dà sicurezza: una madeleine enorme nella quale vivere, protetti e al caldo, facendo opposizione rigorosamente dall’interno e mangiandone un pezzettino, di tanto in tanto, ma solo per pura golosità.

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Livin’ in a radio (show)

Certe volte mi diverto a cercare il nome della trasmissioncina su Google, e scopro cose buffe. Come, per esempio, il fatto che la cara Runrig vive nel mio programma radiofonico da un bel po’, ormai. Si nasconde bene, evidentemente.
Siamo alla puntata meno tre, ragazzi, a fine giugno si conclude la stagione e con i botti.
Questa puntata, al limite, potete anche perdervela, ma le prossime due, no. Se volete allenarvi, iniziate a farlo da stasera, sui 96.3 e 94.7 MHz di Bologna e provincia, oppure in streaming dal sito della radio o da Radionation.

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Sorrisi metallici

Sabato scorso sono stato, per la prima volta in vita mia, al Gods of Metal. Pensavo di raccontare qua alcune delle cose buffe che ci sono successe, ma ci ha già pensato Valido, quindi andatevi a leggere i suoi resoconti.
Parlerò invece di alcune sensazioni che ho provato. Intanto, la gente, la quantità strabordante di persone che si è riversata nell’Arena del Parco Nord qui a Bologna. Roba da ripetersi continuamente “Sono ad un raduno di metallari nel 2005”, chiudere gli occhi, strabuzzarli, ripetere dall’inizio. Qualcosa come trentamila persone almeno, ma probabilmente di più. Trentamila persone che hanno sborsato cinquanta euro a giornata. Ed ecco la prima considerazione.
Al metallaro non gliene importa nulla dei soldi, quello che conta è vedere il concerto, i suoi idoli che saltano da una parte all’altra del palco, le chitarre suonate a mille all’ora, circondato da sudatissime t-shirt nere. Non esiste la politica di prezzo, l’autoriduzione, si paga e basta. Orgogliosamente.
Attenzione, non crediate che guardi tutto dall’alto, eh no. Perché come molte persone di mia conoscenza, più o meno coetanee, il mio primo approccio con la musica è stato proprio con l’heavy metal. Ma non sto parlando delle prime canzoni ascoltate (altrimenti Cristina D’Avena andrebbe in rovina, e sarebbe in piazza Verdi a mendicare una birra), bensì della prima passione musicale. Per me, un nome: gli Iron Maiden, headliner della prima giornata del festival. Per una serie di motivi, quindi, ho visto gli Iron Maiden quasi quindici anni dopo avere sentito le loro prime cose, e, diciamo, quattro anni dopo avere smesso di sentirli.

Fede: Hai qualcosa degli Iron in cd?
Io: No, tutto in cassetta. Ma tutto.

Questo dialogo è esemplificativo di quando collocare gli Iron Maiden nella mia vita, fatta di walkman, cassette e disagio da provincia remota. Ma è stato un concerto bellissimo, ho cantato tutte le canzoni (breve considerazione: in quali accidenti di neuroni sono immagazzinati i testi delle canzoni degli Iron Maiden? Perché quelli e non – anche – la storia romana, che pure devo avere studiato, come da programma ministeriale?), e mi sono distratto solo durante gli assoli. Seconda considerazione.
L’assolo è il cancro che ha divorato il metal dall’interno. Sebbene, infatti, le scenografie siano spesso pacchiane, le mosse improponibili, per non parlare (talvolta) dei testi, tutto passa e va, basta crederci almeno per un po’. Ma gli assoli, cristo, gli assoli no. Perché esiste l’assolo heavy metal, che a volte si impersonifica, raggiungendo la corporeità (nel caso in questione, una grossa corporeità)? I riff rimangono, e vengono pesantemente sfruttati anche adesso (vedi l’ultimo singolo dei Daft Punk). Il discorso vale anche per gli Slayer, che hanno preceduto i Maiden (altro concerto decisamente emozionante). E vale per tutti i pezzi metal, almeno per chi ama questo genere. Insomma, inizia il pezzo, riff iniziale, si inizia a scuotere la testa, si batte il piedino, ci si getta nel pogo, ritornello cantato a squarciagola, e poi… Come il coitus interruptus, l’assolo (anche se i fan degli Iron Maiden si riconoscono per la caratteristica peculiare di cantare gli assoli: na nananaaaa naaa naaa, o con variante vocalica: oooo-ohohohooooo): si tenta di tenere il tempo per qualche secondo, il tempo di sentire dodici scale pentatoniche, ma poi basta, ci si guarda intorno, si fa o-oh, ma, fondamentalmente, si aspetta che tutto ricominci.
Ma mi sono divertito, eccome. È stato come piombare ai miei quindici anni, senza passare dal via, così. Mi è spuntato un brufolo, ho pensato ad una mia compagna di classe tettona ma inguardabile, e ho sorriso.
Eh, già, ho sorriso, perché la terza considerazione è che, a differenza di discotecari mascellati, indierocker attenti a non spettinarsi la frangetta, emoboys che si tingono la chioma di nero, b-boys che, alla fine, soffrono della scomodità di pantaloni troppo larghi, i metallari si divertono e sono veramente felici. E, soprattutto, se ne sbattono delle mode e della ricerca spasmodica e spesso insensata del nuovo-a-tutti-i-costi: le decine di migliaia di persone che erano sabato a cantare con Bruce Dickinson ne sono la prova. Anzi: la fottuta prova.

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