Archivi del mese: maggio 2005

Automatismi

Forse non tutti sanno che© qui a Bologna è entrata in vigore da un po’ un’ordinanza comunale che vieta, solo nel centro storico, la vendita di alcolici per asporto di qualsiasi tipo dopo le nove e il loro consumo all’esterno dei locali. Questo per evitare il degrado, parola che in questa città sta assumendo una valenza ultraterrena, e si sta spiritualizzando giorno dopo giorno. Come funziona la legge? Facciamo due esempi.
Entro in un locale, mi faccio dare una birra, esco con la birra, per stare fuori dal locale, fumarmi una sigaretta, o solo prendere un po’ d’aria. Multa. Compro una birra in un negozio dopo le ventuno. Multa al negoziante.
Ora, considerando che una delle alternative ai costosi locali che questa città offre è lo stare in una piazza a bere una bottiglia di birra, e che siamo un popolo latino, che spesso esce dopo cena, e il “dopo cena” è di solito verso le nove, l’unica soluzione è portarsi le birre da casa, avendole preventivamente comprate prima delle ore ventuno.
Certo, a meno che uno decida di non godere delle bellezze del centro storico (infatti il degrado riguarda solo il centro storico, ché non si è mai sentito parlare di “degrado della periferia”, no?).
Comunque, l’ordinanza è in vigore, ci sono state delle multe, soprattutto agli indiani e pakistani che hanno negozi di alimentari aperti fino a tardi, e delle proteste, ma per ora niente birra in piazza, ecco.

Ieri sera sono andato a farmi una passeggiata verso piazza Santo Stefano, uno dei posti più belli di questa cara città. A una ventina di metri dalla piazza sento su di me lo sguardo di una persona che sta nell’ombra, e aspetta, evidentemente, qualcuno o qualcosa. Quando mi avvicino, sento che mi dice qualcosa. Penso tra me e me che non ci sono mai stati spacciatori in quella zona, e che quest’uomo ha caratteri somatici indiani, non nordafricani.
“Scusi?” gli chiedo.
“Bira fresca. Vuoi bira fresca?”
“No grazie”, dico.
Se ce ne fosse stato il bisogno, ecco la prova che l’ordinanza comunale crei proibizionismo, o sia proibizionista. Una sua causa, come successe negli anni trenta negli Stati Uniti o come succede adesso con le droghe è la creazione di un mercato nero senza controlli. Ed è proprio per questo che non ho comprato la birra. Perché, ne sono sicuro, avrei pagato tre euro per una lattina di Hollandia appena fresca e tagliata male.

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Il dottor Kildasl

Sapete, ci sono gli ipocondriaci. E ci sono anche le persone che vanno dal medico per ogni minimo sentore di un’eventuale possibiltà che esso sia segnale di malanno, probabilmente incurabile.
Io ho una sola perversione: il medico di base.
Da quando ce l’ho qui a Bologna, l’ho sempre scelto attraverso un unico criterio: la prossimità al domicilio. Avendo recentemente traslocato, come i miei piccoli lettori sanno, ho superato me stesso. Ho cambiato medico di base, nonostante il fatto che il dottore che avevo prima distava qualche metro dalla mia vecchia casa: adesso il mio medico di base abita davanti a casa mia. La prossima mossa sarà trasferirmi a casa di un medico di base.
Ma insomma, ieri sono andato per la prima volta dal dottor F. La scusa era la prescrizione di alcuni antistaminici, visto che quelli che prendo adesso non mi fanno niente, anche se non li taglio. In realtà la mia idea era quella di farmi conoscere dal mio nuovo medico, e di conoscere lui.
Esco di casa baldanzoso, faccio due passi due e sono di fronte alla porta del medico. “Mitico”, penso. Mi giro e vedo un’altra persona già in fila in strada. “Doh”, penso. “È in fila per il dottore?”, chiedo. “Sì”, dice l’omino. E rimane praticamente immobile sul posto, ma muovendosi continuamente in uno spazio di un metro quadro. Spero che non marchi il territorio con una pisciatina, quand’ecco che arriva il medico.
Un bel medico, sapete, di quelli che ti danno fiducia appena li vedi, una di quelle facce che non ti dispiacerebbe fosse l’ultima cosa da vedere prima che l’anestesista combini un casino e ti mandi all’altro mondo. Uno di quelli che sicuramente hanno molte donne belle tra la clientela. Donne belle, ipocondriache e con tendenze alla ninfomania. Un mix perfetto per un Dottore. Dottore che saluta, e ci apre la porta dello studio.
Ora, ogni studio medico ha le sue particolarità. Quello del mio medico ha le poltrone comodissime, e diverse prove da superare. Intanto il dottore dice di prendere un numerino. Io sono il due, subito dopo i signore già in coda che, ovviamente, rimane in piedi. E continua a muoversi. Arrivano altre persone, e qualcuna inizia a sfogliare un misterioso quaderno verde, appeso ad un muro. Mi chiedo cosa ci sia. Altri strani sistemi di prenotazione? La collezione privata di radiografie dei pazienti del dottore? Ricette?
Intanto pare che nessuno sappia dei numerini da prendere. Non si scatena una rissa grazie ad un signore che prende il comando e dà gli ordini, distribuendo e ridistribuendo i cartoncini. Io decido di tenere il mio tra la gengiva e la guancia. Immune da perquisizioni.
Finalmente tocca a me. Sono emozionato. Incontrerò il mio nuovo Dottore, l’uomo che mi prescriverà fantasiose medicine inutili, che mi ausculterà e che mi farà andare a fare le terme. Se mai ne avessi bisogno.
Entro, mi siedo, buongiorno, no, sono nuovo, ecco perché non mi ha mai visto. Noto che è giovane e ha una perfetta barba da medico. Terrorizzato gli chiedo come funzioni il quaderno verde. Già mi immagino di essere sbattuto fuori, con una voce che riecheggia nella sala d’attesa “Non ha guardato il quaderno verde”, e i pazienti abituali del medico che mi indicano e ridono di me. Invece mi spiega che è “per i fornitori”. Sul momento penso di dover rispondere come “Sono stato anche io un fornitore, a Lubecca, nel ’46”, di ricevere la merce in una ventiquattrore e andarmene, invece sto zitto.
E arriva la domanda.
“Dove abita?”
“Proprio qui di fronte”, faccio io, accendendomi un sigaro cubano e ondeggiando le sopracciglia.
Non sembra particolarmente colpito. Mi chiede il numero preciso, inserisce i miei dati nel computer e mi chiede: “Beh, mi dica.”
Ma come mi dica. Ma come? E una visita? Un’anamnesina? E se avessi una gamba di legno? Incidenti gravi, malattie in famiglia, niente? Niente. Non mi chiede neanche l’età, ha visto tutto sulla mia tessera sanitaria. Penso che se me la dovesse chiedere, con una mossa repentina mi solleverei la maglietta sulla schiena e direi trentatré. Ma non succede nulla.

Alla fine mi prescrive un antistaminico nuovo. Tenta di sollevare la mia evidente delusione descrivendomi la molecola della medicina che prenderò. Me ne parla con voce ferma e sicura. Ma si vede che, fondamentalmente, il dottor Kildasl se ne fotte.

P.S. Non c’entra nulla, ma stasera a Monolocane ci sono in premio dei pass per il Biografilmfestival. Ascoltatevill’.

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Free

Tra tutte le parole importanti, care e cari, “free” ha un posto particolare. Comprensibile a chiunque, spesso legato al sostantivo “freedom”, questo aggettivo è una ventata d’aria  per il dissidente imprigionato, per il consumatore squattrinato, per il pensiero oppresso. E anche per il lavoratore atipico.
Ne inizio a comprendere i diversi significati con il passare del tempo, e con l’esperienza. Eccone alcuni.
Letteralmente “stampa libera”, in realtà il “free press” è un giornale o giornalino o giornaletto che viene diffuso gratuitamente per strada o nei locali. Può essere informativo (City, Leggo, Metro), con tendenze di costume (Urban) o semplicemente pieno di appuntamenti ed eventi che si svolgono nella città in cui viene distribuito. Un paio di mesi fa mi contatta un free press di quest’ultimo tipo, con sede a Bologna, e mi chiede di scrivere di cinema per loro. Nella mail si intende chiaramente che non potrò essere pagato. Ed ecco il duplice significato della parola gratis. Non paghi per prenderlo, non paghi per scriverci sopra. Siccome è una vita che lavoro gratis, tento al primo colloquio che ho con il direttore di ottenere qualche vantaggio materiale dalla mia eventuale collaborazione con il giornale. Dopo avere scartato un pagamento in termini di “visibilità” (visto che, sebbene la mia firma in fondo all’articolo sia in grassetto, sempre di carattere in corpo tre si tratta), dopo avere rifiutato un compenso in forma di caciotta venuta direttamente dalla Sicilia, fatta con le pecore della prozia della redattrice, riesco a piegare i vertici del free press per farmi avere una tessera che mi permetterebbe di andare a vedere tutte le proiezioni di un noto multisala cittadino gratis, free. E quindi accetto.
Per scoprire che la tessera è sospesa durante i primi dieci giorni di programmazione di qualsiasi film. Qualsiasi. Ora, dovendo guardare i film al massimo entro una settimana dall’uscita, per assolvere i miei doveri radiofonici, la tessera si rivela fondamentalmente inutile.
Rimane, quindi, il problema di fare dei soldini da qualche parte, per sfruttare il tempo libero che il lavoro part time mi lascia. Scartando alcune attività a me poco consone (tipo carpentiere, maestro d’asilo, fisico nucleare e, soprattutto, capo del mondo, che richiederebbe – ne sono certo – un full time che non mi posso permettere), penso ad un’altra tessera che ho e mi butto verso il giornalismo free-lance.
Il giornalista free-lance, spesso, è un piazzista. Tenta di vendere a chiunque qualsiasi cosa che ha scritto in vita sua, dalla lista della spesa ai dossier segreti del KGB (in questo caso, ovviamente, non appare la sua firma in calce). Fondamentalmente tutti cercano un giornalista free lance. O meglio, tutti sono disposti ad avere servizi incredibili, magari da zone delle quali gli inviati dei giornali non frequentano neanche gli alberghi. Io, al massimo, potrei fare un servizio dal Pilastro*, ma comunque mando lo stesso il mio curriculum qua e là, dovunque si richiedano delle collaborazioni di qualche tipo. Ed ecco la mail che ho ricevuto stamattina.

Gentile Utente,

la ringraziamo per averci contattato e per averci inviato il suo curriculum via mail, l’annuncio pubblicato nelle offerte di lavoro di XXX, in realtà riguarda la nostra ricerca di collaboratori free lance disposti a scrivere recensioni a titolo gratuito e volontaristico, naturalmente tutti i collaboratori usufruiranno degli accrediti stampa per seguire gli eventi da recensire, se questa offerta dovrebbe essere di suo gradimento e le interesserebbe collaborare con la nostra testata giornalistica, la invitiamo a contattare il nostro direttore responsabile, drt. YYY che le spiegherà tutte le modalità per l’inizio della collaborazione.

Ringraziandola ancora per la sua disponibilità e complimendomi con lei per il suo brillante curriculum, le porgo i nostri più cordiali saluti.

Quello che mi ha comunicato questa lettera, di nuovo, è il senso di libertà. Di un mercato del lavoro flessibile, mobile, elastico, volontaristico, libero da costrizioni, sindacalismi, burocrazie contrattuali. E, soprattutto, libero da regole grammaticali.

* Quartiere periferico di Bologna, dotato di fama sinistra e malavitosa (ma secondo me non è male).

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Siamo alla frutta che però, talvolta, aiuta a digerire e rinfresca

Un po’ come “tua Prinz chiuso” e Roger Rabbit quando inizia a sentire “Ammazza la vecchia…”, non resisto al tremendo stimolo. Perdono.

1. Volume di file musicali sul mio portatile
Una decina di giga. Ma è tutta robba legale, eh, marescià?

2. L’ultimo CD che ho comprato
Sono cinque, perché anche io ho saccheggiato il negozio morente di recente:
Monster – REM
Good Morning, Vietnam! – OST
Lenny – OST
Nashville – OST
Alice in Chains – ST
… e anche il doppio vinile del Best Of dei Sisters of Mercy. Vale?

3. Canzone che sta suonando ora Enzo in diretta
Lucksmiths – Young and Dumb

4. Cinque canzoni che ascolto spesso ultimamente
È che io ascolto i dischi, non mi viene quasi mai di mettere una particolare canzone.
Spesso e ultimamente, ahivoi, continuo ad ascoltare compulsivamente il tanto bistrattato With Teeth. Tutto? Eh, oh. Tutto.

5. Cinque persone a cui passo il testimone
Perdonatemi. Ehm, dunque:
Simak, Iri, Latifah, Cicc&Soft, Mattonella. Quando potete, eh. Se potete. Ma anche no. ‘Nsomma, vedete voi. Basta che quando mi vedete non mi sputate in faccia.

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Nonolocane

Stasera la consueta trasmissioncina non va in onda. Perché… No, non è che non mi senta bene. È’ che… Le cavallette infestano gli studi della radio, che, occasionalmente, ospitano la camera ardente di una mia zia di Pinerolo, travolta da un’inondazione. No, non è proprio possibile. Mi dispiace, oh.
Quindi ne approfitto e vado al Covo al concerto degli I Am Kloot.

(Sì, lo so, sono assente e poco prolifico in questi giorni. Torno.)

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Aforismi stagionali

Ultimamente, le uniche reazioni che ho sono quelle allergiche.

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Lo scrittore che ride

Stamattina, andando al lavoro, mi è capitata sotto gli occhi l’ennesima intervista allo scrittore ggiovane. E ho solo aspettato il momento in cui, puntualmente, si manifestasse una qualsiasi fobia, psicosi, mania dell’intervistato. È arrivata, nel caso in questione, la claustrofobia.
E allora mi sono detto “basta”.
Basta con questo maledettismo d’accatto con i “demoni dentro che libero grazie alla mia scrittura”, scrittura che è sempre dolorosa, difficile, straziante, basta. Basta con claustrofobia, zoofilia, complessi d’Edipo/Elettra non superati, anoressie, bulimie, dipendenze varie, basta. Voglio scrittori normali. Gente che racconta storie e fa un mestiere. Un bel mestiere, per carità, ma che mestiere sia.
Insomma, avete mai sentito di un chirurgo che dice “No, sa, io per operare bene mi rinchiudo in una stanza d’albergo, sì, solo io, il paziente e l’anestesista”, oppure di un macellaio che scoppia in lacrime perché non sente bene la vibrazione del manzo per tagliare un perfetto controfiletto (il che ricorda molto le “braciole postmoderne” di alleniana memoria). O, che ne so, di un impiegato che confessa: “Sa, questa pratica proprio non riuscivo a finirla. Allora sono andato in India. Poi, sì, e guardi che bella pratica mi è venuta fuori!”
Vi immaginate che bello, ad un bar del centro, in pausa pranzo, si incontrano scrittori e altri lavoratori, e c’è chi si lamenta del capo, chi dell’editore, chi delle nuove normative europee, chi di quel passaggio del terzo capitolo che proprio non ne vuole sapere di risolversi?
Vi immaginate che bello uno scrittore che sta bene con se stesso, che gli unici demoni che conosce sono quelli di Dostoevskij, che dentro, al massimo, ha il fegato un po’ ingrossato, ma solo perché è andato di recente al matrimonio di una cugina e ha esagerato con il brasato e l’ammazzacaffè?
Vi immaginate che bello uno scrittore che ride?

P.S. Di scrittori così ce ne sono, e ne conosco anche qualcuno, eh. È solo che la tendenza deve diffondersi ancora, soprattutto tra le nuove e nuovissime generazioni.

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Con le unghie e con i denti

“Nine Inch Nails is Trent Reznor”. Questa era una delle frasi scritte sul libretto di Pretty Hate Machine, il primo disco dei NIN.
Anche l’ultimo With Teeth, in un certo senso, riporta questa frase. Nel senso che all’interno del cd, che manca di libretto (qui le considerazioni di Trent sul perché di questa scelta), c’è una foto di Trent Reznor, che sfuma riducendosi in linee, che a loro volta si rifanno all’artwork del disco. Immagine azzeccatissima.
Perché in questo lavoro più che in altri c’è Trent al centro di tutto, e il suo precario equilibrio. Nei sei anni passati dall’uscita di The Fragile, ultimo lavoro in studio dei NIN, Reznor non è stato bene per niente. Ha ammesso una dipendenza da alcol, ha avuto problemi seri con manager ed etichetta, è stato male. Speriamo che questa incertezza che trapela in tutte le tracce di WT sia un ricordo di quello che è stato, l’ultimo passaggio per liberarsi definitivamente di un periodo difficile.
In tutto il disco le parole che ricorrono più spesso riguardano il senso di appartenenza (“belong”), e l’amore, ma sono sempre altri che amano e sono amati, e l’appartenenza e la sicurezza del cammino sono degli insetti, o di altre persone. Il “you” che prevale nel disco è generico, ma non si tratta più del segnale di schizofrenia presente nel capolavoro The Downward Spiral. Con quel disco siamo dalle parti del romanzo in terza persona, questo è autobiografia, un’intima confessione di un’ora.
La struttura musicale ha due richiami forti: una parte più elettrica e violenta (“You Know What You Are”, “The Hand That Feeds”, “Getting Smaller”, tanto per fare degli esempi), e alcuni pezzi che si rifanno direttamente a Pretty Hate Machine, come “Only”, prossimo singolo. In verità, però, c’è anche un terzo richiamo, trasversale a tutto il disco, che coincide con la forma canzone in “Right Where It Belongs”, la traccia che chiude WT. Sono queste le parti in cui viene fuori Reznor stesso, senza filtri (metaforici e reali), senza unghie e senza denti. Debole in maniera commovente, come forse non lo era mai stato.
Come dicevo, Reznor è il centro di questo disco, in tutte le sue sfaccettature. In quella più politica (“The Hand That Feeds“), quella più solitaria e pensierosa (“All the Love in the World“), quella più rabbiosa, simile per suoni e testi all’accoppiata Broken/Fixed (“You Know What You Are“). Certo, ci ci si potrebbe chiedere chi sia il “tu” (“pieno di merda” e che “non ha mai sentito una mia parola”) a cui Trent si riferisce. E si potrebbe anche pensare che, in fondo, c’è una canzone dolce e quasi positiva quasi al termine dell’album, come “Beside You in Time“, che potrebbe ribaltare l’ossessione dei testi precedenti, e che dà anche una notevole apertura musicale, dolce e intima. Ma non è quello l’ultimo momento di WT.
Reznor, infatti, chiude il suo nuovo album con una delle canzoni più belle che abbia mai scritto, “Right Where It Belongs“, in cui tutte le supposizioni vanno a farsi benedire, ed emerge da testi e musica una rassegnazione ed un’angoscia di cui possiamo trovare un precedente solo nella chiusura di The Downward Spiral, cioè “Hurt”. Alla fine di With Teeth, Trent si rivela dubbioso di tutto, cantando sommessamente e chiudendo il suono. La voce e la musica riprendono corpo solo quando emerge, inquietante e pervasivo, l’urlo della folla ad un suo concerto. Un urlo che fa venire i brividi, e quasi copre il cantato, che recita:

What if everything around you,
Isn’t quite as it seems?
What if all the world you think you know,
Is an elaborate dream?

Un dubbio che non è, come hanno sostenuto in molti, capzioso e adolescenziale (lo dice in “The Line Begins To Blur“, canzone chiave e adulta come non mai), ma ontologico, che riguarda la vita più appariscente di Reznor, quella dei Nine Inch Nails, appunto, la massa urlante che copre il singolo sul palco. Una massa urlante necessaria. E quasi per dare forza ai suoi fan (mi verrebbe dire, esagerando, per sentirli più vicini), Trent Reznor ha regalato loro il suo singolo più facile, smontato (qui i pezzi per Mac, qui quelli per PC*) per poi essere remixato da chiunque a piacere, dando ad altri (me compreso, come potete ascoltare qua sotto) la possibilità di fare quello che lui ha reso una pratica attesa dei suoi dischi, visto che ogni lavoro in studio è stato seguito da un disco di remix e rielaborazioni.
Non posso definire With Teeth un capolavoro. Ma non importa. Quando si sente qualcuno parlare sinceramente, non si fa caso alle pause e agli errori. Si ascolta, e basta.

*grazie al prolifico lavoro dei membri del Nine Inch Nails Forum Italia.

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Trilocane (con servizi esterni)

Puntata ricca, quella di Monolocane di stasera. Intanto ci sarà un’intervista registrata a Paolo Nori, che ci parlerà del suo ultimo libro Ente nazionale della cinematografia popolare.
Poi parleremo anche delle elezioni britanniche, forse con in studio il diretùr della radio e fors’anche con un inviato da Londra. Quindi, state composti.
Ma la cosa più difficile sarà scegliere le due tracce da farvi sentire dall’ultimo bel disco dei Nine Inch Nails, With Teeth.

Stasera, dalle 2230 sui bolognesissimi 96.3 e 94.7 Mhz o in streaming su Città del Capo Radio Metropolitana (o anche su Radionation).

Aggiornamento: l’intervista a Paolo Nori è qua (vi serve, come al solito, Real Player).

L’intervista è anche qua!

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