1994

Jar of Flies degli Alice in Chains, Ill Communication dei Beastie Boys, One Foot in the Grave, ma anche Mellow Gold, entrambi di Beck, Parklife dei Blur, il primo disco omonimo dei Future Sound of London e dei Korn, il disco omonimo (ma non primo) dei Kyuss, il primo disco di Marilyn Manson, Far Beyond Driven dei Pantera, Crooked Rain Crooked Rain dei Pavement e poi Dummy dei Portishead, Superunknown dei Soundgarden e Experimental Jet Set, Trash and No Stars dei Sonic Youth. E, ovviamente, come dimenticare lo “sdoganamento” “punk” di NOFX e Green Day (Punk in Drublic e Dookie) e il viaggio nel corpo umano di Vitalogy dei Pearl Jam. Il primo disco dei Weezer. L’ultimo concerto dei Nirvana. La nuova edizione di Woodstock.
Basterebbero questi titoli e questi eventi, e chissà quanti me ne sono dimenticati, per stabilire l’importanza del 1994 per la musica e la sua influenza sulla società e la cultura. Ma ne aggiungiamo un altro, The Downward Spiral, il capolavoro dei Nine Inch Nails.
Trent Reznor ha fatto uscire alla fine dello scorso novembre una versione deluxe del suo TDS dieci anni dopo la sua pubblicazione. A guardare bene, però, Reznor non celebra soltanto il decennale del disco, ma del suo 1994. Nel secondo cd della confezione, infatti, troviamo tracce pubblicate in quell’anno dai NIN con demo, remix, b-sides e pezzi scritti per o finiti nella colonna sonora de Il corvo e di Natural Born Killers (se dovessimo parlare anche dell’importanza sociale di alcuni film di quell’anno non la finiremmo più). Quindi non solo una celebrazione di un disco, ma proprio di un momento nella musica popolare in senso lato.
Si dovrebbe fare un discorso lungo e articolato sulla forma di remixing che Reznor ha dei suoi pezzi: si tratta spesso, anche se non sempre, di vere e proprie seconde lavorazioni, come se il pezzo “normale” fosse materiale grezzo, e il mix (o il remix) sia il prodotto finito. Il remix a cui è stato sottoposto TDS per questa nuova versione deluxe non è stato assolutamente invasivo (visto che l’album del 1995 dei NIN, Further Down the Spiral, è già un remix di TDS), ma ha sfruttato le possibilità tecniche per fare del disco ancora di più un’esperienza sonora.
Molti, infatti, hanno definito TDS un concept album sulla follia, o meglio, sugli ultimi momenti della vita di un pazzo. I testi, in effetti, lasciano poco spazio ad altre interpretazioni. Già dalla prima “Mr Self Destruct” (che riprende un campionamento di un pestaggio del film THX 1138), non c’è dubbio che la struttura doppia (“I am the voice inside your head / And I control you”) sta tutta nella testa di una persona. Ma la spirale la percorriamo anche noi che ascoltiamo il disco: Reznor ha un senso cinematografico piuttosto spiccato, e grazie alla musica (cinematograficamente remixata in un surround 5.1) riusciamo ad addentrarci nella mente del protagonista, tra momenti quasi sognanti, e altri più riflessivi. Ma qualunque sia il tema e la sensazione, non è mai possibile uscire dalla testa di Mr Self Destruct. Al massimo lo si può seguire in qualche delirio pseudo onirico (“Piggy” e “March of the Pigs”), per piombare poi in spietate autoanalisi (“Ruiner” e “The Becoming”). C’è un tema musicale ricorrente (ovviamente discendente, che mima la struttura narrativa dell’album) e delle parole che compaiono più volte nel disco. “Nothing can stop me now” è l’espressione più presente, e pare un presagio continuo della fine, una fine annunciata già dal titolo della prima traccia (“Mr Self Destruct”), ma anche una liberazione. Se ogni canzone, infatti, vede il protagonista che agisce o subisce qualcosa in senso violento e assoluto (la differenza è di poco conto, visto il solipsismo imperante), il “niente può fermarmi, ora” dà un senso di libertà di percorrere la spirale discendente fino in fondo, senza costrizioni e impedimenti.
“Eraser” è preceduta da “A warm place”, l’unica traccia strumentale del disco, ed è una canzone rilassata e tremenda: “ho bisogno di te / ti sogno / ti trovo / ti assaggio / ti scopo / ti uso / ti taglio / ti rompo / lasciami / odiami / sbattimi / cancellami” e nel libretto non è riportato l’ultimo “kill me”, urlato tra i rumori. Ma l’ultimo pensiero prima del suicidio, che avviene “fuori campo”, è per una donna (“Reptile”), che la mente del protagonista, ovviamente, vede come dolce e infetta allo stesso tempo. L’ultima frase del testo è “I am so impure”, e poi si passa alla title track, in cui sembra che ci sia qualcuno che parli della scena del suicidio dal di fuori, con un brusco cambio prospettico e di focalizzazione. La canzone si conclude con quello che potrebbe essere un nuovo accenno di follia (“The deepest shade of mushroom blue / All fuzzy / Spilling out of my head”), ma il disco non è finito. “Hurt” è l’ultima canzone di TDS, e credo che sia una delle più belle canzoni degli ultimi vent’anni (non credo assolutamente di fare un’affermazione rivoluzionaria, sia chiaro): ma a chi attribuirla? Al suicida, come fosse un ultimo pensiero? Alla voce della traccia precedente, ormai presa anch’essa dalla spirale discendente? A Trent Reznor stesso?
Chi è che muore, alla fine di TDS? Non credo si possa evitare di pensare a Kurt Cobain (il disco esce un mese prima del suo suicidio): “Non riusciva a credere quanto fosse facile / Si è messo la pistola in faccia / Bang / (Così tanto sangue per un buchino del genere) / I problemi hanno una soluzione / Una vita di cazzate messa a posto in un lampo preciso” (“The Downward Spiral”), ma questo non vuol dire assolutamente che ci sia un riferimento diretto, anzi, è piuttosto improbabile. Non credo si possa evitare di pensare a Trent Reznor stesso, che si è reso conto, per sua stessa ammissione, di avere fatto un album definitivo, dal quale sarebbe stato difficile tornare indietro.
Il 1994 ha segnato il climax della diffusione ampia e “popolare” di una musica “altra” (alternativa?), iniziata con Nevermind. Nonostante Reznor fosse chiuso in una villa di Bel Air (sì, quella di Charles Manson) a lavorare a TDS, credo che non se ne fosse accorto. Nonostante questo ha voluto fare uscire un disco difficile e complesso nei temi, ma che è rimasto il più grande successo dei NIN, sia dal punto di vista del pubblico che della critica. TDS rimane un disco duro, che Reznor ha sempre proposto a tratti nei live, compreso quello di Woodstock del 1994, dove su quindici pezzi solo tre venivano da TDS. Ma, estrapolati dal contesto, questi pezzi hanno una forza che si esaurisce nella loro stessa durata, pur rimanendo dei gioielli. Ascoltare e leggere con attenzione la spirale discendente dall’inizio alla fine è tutt’altra cosa. Non credo che Trent Reznor avrà mai il coraggio di ripercorrerla tutta dal vivo: molti dicono che una volta arrivato in fondo alla spirale (e nel secondo disco c’è anche un pezzo che si chiama “TDS: the Bottom”), per Trent non sia stato facile risalire. Ci sono infatti voluti cinque anni per il suo disco successivo, non per niente intitolato The Fragile.
Se si potesse intuire qualcosa della vita di un musicista dai titoli dei dischi che scrive, però, dovremmo dire che Trent è rinato, o che comunque la sua rabbia è di nuovo rivolta all’esterno: With Teeth, il prossimo album dei NIN, è in uscita tra poco più di due mesi.

11 commenti

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11 risposte a “1994

  1. se potessi, sarei ben felice di rivivere la scena musicale di quegli anni con la mia età attuale, in modo da potermi muovere un po’ più liberamente e poter apprezzare con il giusto spirito critico quello che c’era. Nel 1994 uscì anche Welcome to Sky Valley dei Kyuss. Anni luminosi.
    Ciao,
    Inf.

  2. grande, me lo sono dimenticato. ed è uno tra i miei dischi preferiti. ma come ho fatto? lo aggiungo subito.

  3. Bel post. d’accordissimo. anche se, il post-spiral c’è stato… e lo sterminio di macerie che è The Fragile non va sottovalutato.

    Salut!

    Psycoma

  4. jar of flies degli alice… uno di quei piccoli diari di bordo, acustici, personali, intimi. in effetti è di lì a qualche anno che poi layne si sarebbe smarrito sempre più…

  5. bello questo post nostalgico.
    io, che piaccia o meno, tirerei in ballo anche Grace di Buckley jr.
    TDS lo considero uno di quegli album immortali, perfetti. e hurt il vertice massimo di tutta la carriera NIN.

  6. Bello posto.

    Io preferisco “Blues for the red sun”, però.

  7. psycoma: non lo sottovaluto affatto, anzi. ritengo che sia un ottimo disco, tra l’altro decisamente complesso.noodles: eh già. grandissimo disco e grandissimo gruppo. qualcosa di decisamente diverso dal livello grunge dell’epoca.happywhenitrains: ma lo sai che buckley devo ancora digerirlo? se n’è sempre parlato troppo e mi è andato di traverso…simak: bello anche quello, ma non è del 1994.

  8. mi tocca scendere dall’alto della mia elite, cazzo.
    Credevo di essere il solo fan dei kyuss in tutta Italia.
    No vabbè, anche palikao. Uff. Avete sentito il promo dell’ultimo dei Qotsa?

  9. Bel post, complimenti, anche se l’idea del concept non mi ha mai pienamente convinto.

  10. utente anonimo

    Grande disco…
    Dopo purtroppo troppo poco elettronica.
    Perchè abbandonare l’elettronica per diventare una semplice rock band del cazzo?

  11. Pingback: Con le unghie e con i denti | A Day in the Life

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