Archivi del mese: novembre 2004

Referrers – Gente che cerca altro -10

Dagli stessi produttori di Neighbours, in associazione con Google, Virgilio, Yahoo! e Shinystat
10. frasi collega pensione

Gli dispiaceva che il Biraghi se ne andasse in pensione. Se lo meritava, eh, dopo trentacinque anni in quel posto, se lo meritava. Ma sentiva che gli sarebbe mancato, dopo quasi venticinque anni passati vicini. “A te non ti mancherà”, gli aveva detto pragmatica sua moglie. “A te ti scoccia che questo vuol dire che anche tu, dopo il Biraghi, te ne andrai in pensione.” E con un perfetto sillogismo, aveva aggiunto: “Il Biraghi se ne va in pensione perché è vecchio, tu senti che questo vuol dire che anche tu tra un po’ andrai in pensione, quindi anche tu sei vecchio.” “Tra un po’”, aveva aggiunto lui, sottovoce. Ma la frase fu coperta da un forte colpo di tosse della moglie, che proiettò delle goccioline di saliva nella minestra che gli stava mettendo nel piatto. “Comunque, se io sono vecchio, anche tu…”, disse, ma non riuscì a finire. “Ci siamo sposati che io avevo ventidue anni, e tu ventisei, ricordi? Bene, fanno quattro anni di differenza. Io avrò sempre quattro anni meno di te. Ah!”, concluse sua moglie, sedendosi davanti a lui con un sorriso di vittoria.
Mangiò la sua minestra e pensò a che regalo fare al Biraghi. “Un pensierino, un biglietto, qualcosa.”
Chiese a suo figlio di mostrargli come funzionava internet. “Ci trovi tutto in rete”, gli aveva detto con una strana espressione. Lui sapeva a cosa suo figlio si riferiva, ma per quello aveva le pubblicità erotiche di notte, che a volte riuscivano anche a risvegliargli qualcosa là. “Usa gugl” aveva aggiunto suo figlio, e, osservando l’espressione del padre, gli aveva pietosamente mostrato il funzionamento del motore di ricerca.  “Quando hai fatto, dimmelo”, gli disse. Poi uscì dalla stanza. Rimasto solo si sentì vecchio. Suo figlio gli aveva rivolto una frase che era più adatta per un anziano genitore che non poteva più badare a se stesso. O per un bambino piccolo che aveva bisogno di aiuto per il post vasino. Guardò per qualche secondo il monitor, poi digitò qualcosa.

Alla festicciola organizzata per il Biraghi, le persone si dividevano in due gruppi: quelli che pensavano “uno in meno”, e quelli che si dicevano “tra un po’ tocca a me”, con un senso di triste sollievo. Quando venne il suo turno, gli si avvicinò con un biglietto in una busta. Biraghi ringraziò e lesse il biglietto: era scritto fitto, con tantissime istruzioni e parole come “template”, “link” e cose del genere.
“Oh”, disse il Biraghi. “Ma che è sta roba?”. “Leggi, leggi, c’è scritto tutto. Apri un blog – me l’ha spiegato mio figlio – e scrivi quello che fai, così non ti annoi, io ti leggo dall’ufficio, magari commento, ci teniamo in contatto, insomma…”
Silenzio.
“Grazie”, disse il Biraghi. Ma si vedeva che non ci aveva capito nulla.

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Il treno dei desideri…

Svegliarsi relativamente presto anche la domenica mattina e prendere l’ennesimo treno non è il modo migliore per finire la settimana – se siete cristiani – o per iniziarla – se credete in Film TV o in qualsiasi rivista di programmi televisivi. Ma tant’è, mi preparo ad oltre quattro ore di viaggio.

Il treno è poco affollato, e, nonostante il rincoglionimento, riesco a sentire i discorsi dei miei vicini, tutti di una certa età. Non mi concentro sulle voci, per cui il loro chiacchiericcio diventa un magma indistinto.

– Dove va, signora?
– A Mestre.
– E com’è?
– Bellissima. Poco traffico.
– Ma signora, dove c’è traffico? Ormai…
– Certo che Venezia…
– Ah, sì, Venezia. Mi piacerebbe viverci.
– A chi non piacerebbe… Ci viveva mio cognato, sa.
– Ci viveva? Non c’è più?
– No, se n’è andato, è morto ormai un anno fa.
– Mi dispiace.
– Macchè, uno stronzo tremendo.
– Sa che a Venezia ho mangiato veramente male, l’ultima volta che ci sono andata.
– Signora mia, in Italia si mangia male. Meglio andare all’estero, guardi.
– Ha ragione da vendere.
– Guardi, guardi fuori dal finestrino. Ai miei tempi era tutto identico, Facevo questa strada per andare al lavoro.
– Lei che cosa fa?
– Sono in pensione.
– Ha una bella pensione?
– Sì, non mi posso lamentare. Poi, con questi prezzi bassi… Ieri ho comprato dodici chili di zucchine: sa, costavano così poco.
– Le zucchine costano sempre pochissimo. Anche quando sono fuori stagione.
– A proposito, stiamo proprio vivendo un bell’autunno, no?
– Già, un autunno proprio autunnale, come ogni autunno, del resto.
– Guardi che sole, guardi. Tutto merito di questo governo.

Mi sono svegliato di soprassalto, ansimando.

… coi miei pensieri all’incontrario va.

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Comodo, accogliente, gratuito

Anche stasera siete invitati nel mio Monolocane, dalle 2230 alle 0030, in onda sulle frequenze di Città del Capo – Radio Metropolitana, se siete a Bologna o provincia. Se no in streaming tramite il sito della radio o via Radionation.
Non ci sono ospiti previsti, anche se magari qualcuno mi fa una sorpresa.
Non ci sono interviste a capi marketing.
Per una sera, musica e chiacchiere. Anche se, probabilmente, parleremo anche di questo.

Aggiornamenti vari. Prima di tutto, ho trovato questo. Bene, sappiate che non sono in vendita. Anche se si può trattare. Poi, avrò come ospite e co-conduttore Paolo, che scrive qui e qui. Con lui discuteremo della figura di Jonathan del Grande Fratello, con il loro insostituibile contributo in diretta.

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Bella de paella!

L’ultimo arrivato tra i miei coinquilini è basco. No, non aspettatevi un rivoluzionario che parla di politica e di autonomia: ho affrontato con lui l’argomento solo una volta, e non mi è sembrato particolarmente interessato. Magari lo fa per dissimulare e domani arriva l’Interpol sezione antiterrorismo. Comunque, per quello che appare, B. potrebbe essere basco, andaluso, o galiziano. Spagnolo lo è di sicuro, non tanto per la lingua che parla, quanto per la musica che ascolta. Dalla sua camera provengono continuamente canzoni ritmate da battiti di mani e schitarrate, il cui testo è riassumibile in una parola: “Maria”. Certo, che mi capitasse in casa lo spagnolo rockettaro, con un passato dolorosamente ammesso di militanza nel fan club degli Heroes del silencio e con un fulgido presente tra i sostenitori degli Standstill, era abbastanza improbabile. Ma comunque.

B. fondamentalmente ha due passioni. La prima è il ciclismo, nel senso che è un semiprofessionista, ma in questa stagione non si pratica, quindi va solo in palestra (forse a fare spinning?). La seconda sono le ragazze, parola che lui pronuncia “ragacce”. E che ripete all’infinito, come un mantra. “Ragacceragacceragacceragacceragacce”. Penso che da quando sta a Bologna, tre mesi, B. abbia scopato un paio di volte. Non è che mi faccia gli affari degli altri. E’ proprio che lo dice. Lo si vede entrare in cucina raggiante, passano i minuti e non dice neanche una volta “ragacce”. Allora capisci. Gli fai mezza domanda e lui vuota il sacco. “Ragaccia”.

B., come tutti gli spagnoli, impara in fretta la nostra lingua e i vocaboli italiani, soprattutto nelle aree semantiche che gli interessano di più. Grazie a G. detto Peppino, adesso sa descrivere con dovizia pornografica un rapporto sessuale, dai preliminari all’orgasmo, tutto in barese stretto. Solo che lui è convinto che quell’idioma sia nazionale, quindi va in giro a dire “ciola” (indovinate un po’ quello che vuol dire) a destra e a sinistra pensando che tutti lo capiscano. Quelli che lo capiscono gli rispondono in barese e lui racconta di amplessi e di “ragacce”.
B. è affascinato dalla televisione italiana. Dice che è la televisione più bella del mondo perché ci sono solo “belle ragacce”.
Ieri B. ha visto per la prima volta in televisione, di pomeriggio, Aida Yespica. Vi tralascio i commenti, anche perché se non siete di Bari vecchia non capireste. Poco dopo ha visto, sempre in televisione, anche DJ Francesco, e i miei coinquilini gli hanno spiegato dell’affaire tra loro due. Quando ha realizzato che DJ Francesco ha presumibilmente trombato con la Yespica, B. è impazzito totalmente. Ha iniziato a dire “Es increìble” o qualcosa del genere (quando è particolarmente colpito da qualcosa, B. smette di parlare barese e torna alla sua lingua nazionale). P. gli ha detto subito dopo che la Yespica parla spagnolo come lui. “Ah sì?”, ha detto B. Un lampo nei suoi occhi.
Io faccio due conti. B. è un simpatico cazzone come DJ Francesco, è carino, giovane, forte e determinato.

Se una simil-Yespica passa da queste parti, vi faccio un fischio.

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E.R. (medico d’a mutua)

Porto i risultati delle analisi al mio medico.
Ne avevamo già parlato“, mi dice. “Lei si deve rilassare.”
“Eh”, faccio io.
“E poi i valori qui”, continua, leggendo il foglio che gli ho dato, “non sono… Questa intolleranza…”, dice indicando una riga del referto. Fa una lunga pausa che tradisce uno sguardo perplesso. Sempre in silenzio scorre il foglio, non trova niente, lo gira, arriva in fondo “è molto bassi” conclude soddisfatto, ripetendo pedissequamente ciò che è scritto nella legenda delle analisi.
Che faccio, cambio medico o, semplicemente, mi rilasso?

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If you leave me I erase you

Una puntata coi frizzi, lazzi e cotillons, stasera. Qualcuno l’aveva chiesto, beh, io l’ho trovato. In esclusiva l’intervista con chi ha deciso di fare uscire nei cinema patri Eternal Sunshine of the Spotless Mind con il titolo-che-ben-conosciamo. Sì, avete capito bene, proprio con lui, direttamente dalla Eagle Pictures.
E con me in studio Magenta&Woland.
Che volete di più? Chiedetemelo. Sintonizzatevi questa sera dalle 2230 sui 96.3 o sui 94.7 MHz se siete a Bologna o provincia. Se siete altrove, cliccate qui per lo streaming.

Update. Da oggi e per ogni giovedì la mia trasmissioncina va in onda anche su RadioNation. Ma pensa. Devo subito chiamare mia mamma.
Ariupdate. Se proprio volete, l’intervista è ascoltabile qui.

Ecco l’intervista!

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Sangue

Venerdì mattina sono andato a fare le analisi del sangue, per la prima volta da quando sono a Bologna. Mi sono messo seduto in un corridoio, con altra gente, come me a digiuno. Una voce da un altoparlante chiamava le persone per l’accettazione, per nome e cognome. Quando è arrivato il mio turno sono entrato e mi sono messo di fronte ad un tipo seduto dietro ad una scrivania, che ha preso le mie carte e ha iniziato ad inserire i miei dati nel computer. Poco dopo è entrato nella stanza, senza bussare, un uomo che credo fosse pachistano
– Io otto e cinquanta, ma macchina rotta. Posso lo stesso?
L’uomo dietro la scrivania guarda l’ora.
– Sono le nove e cinquanta.
– Rotta macchina – ripete l’altro.
– La chiamiamo dopo – dice l’uomo, e gli fa segno di uscire. Poi si rivolge a me. – Ne hanno sempre una. Sono sempre in ritardo.
Tento di non reagire.
– Ne hanno sempre una – ripete l’uomo, mentre estrae dei fogli da una stampante e me li porge. – Non sono mai puntuali.
– Gli ariani, invece… – dico io.
L’uomo mi guarda, per la prima volta da quando sono entrato.
– Non è mica per. È che non hanno il senso del tempo.
Mi viene in mente l’immagine del selvaggio con la sveglia al collo. Non dico niente.
– Non è razzismo – continua l’uomo. – Sono loro che…
– Quando mi mandate i risultati delle analisi? – lo interrompo.
– Tra qualche giorno – mi risponde l’uomo. Prende una penna e cancella il mio nome da un elenco.

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