Archivi del mese: luglio 2004

Referrers – Gente che cerca altro – 7

Dagli stessi produttori di Neighbours, in associazione con Google, Virgilio, Yahoo! e Shinystat
7. bon ton fischiettare

Continuava a guardare l’invito e non gli pareva vero. Il suo nome era stampato sulla busta e anche sul cartoncino all’interno. Era proprio lui che volevano. A cena dalla contessa Floris. Una delle donne più importanti del paese. “Del mondo, altro che.”
Era stato un anno magico, culminato con l’esibizione al Radio City Music Hall, solo un paio di settimane dopo la conclusione della tournèe italiana, davanti a cinquantamila persone, allo stadio Olimpico di Roma.
Poteva dire di essere il fischiatore più famoso del mondo. Riusciva ad eseguire di tutto, dalle sinfonie di Mahler ai pezzi dei Cannibal Corpse. Il pubblico batteva le mani, si alzava in piedi, lo invocava. Non fischiava, no, sarebbe stato un affronto.
Tra poco più di un’ora sarebbe stato in mezzo a chissà quali persone importanti, nella splendida residenza estiva della contessa. Sarebbe passata una macchina e l’avrebbe portato alla villa.
Era vestito come al concerto di New York, non se ne sarebbe accorto nessuno: gli stava bene quello smoking rosso. Non troppo fine, è vero, ma doveva distinguersi, in qualche modo. Ma aveva un dubbio: e se la contessa l’avesse invitato per prenderlo in giro? La sua musica era per il popolo, per la gente, mica per i nobili. Fu preso dal panico. Non doveva fare brutte figure. Ripassò tutto quello che sapeva sulle buone maniere a tavola. Si sentiva preparato per consumare alla perfezione una cena da dodici portate, e da dodici posate, anche. La cena sarebbe finita, avrebbero fatto due chiacchiere, o forse neanche quelle, poi se ne sarebbe andato. Si sarebbe congedato, cioè, si dice così.
E se gli avessero chiesto un’esibizione? Avrebbe fischiettato uno dei suoi cavalli di battaglia davanti a tutti? Il suo repertorio era pronto. Avrebbe eseguito il secondo movimento della sinfonia “Jupiter” di Mozart. Gli sembrava una scelta appropriata per quel pubblico.
E se fosse stato un tranello? Guardò l’orologio, c’era tempo. Doveva informarsi: si poteva fischiettare ad una cena? Internet. Un motore di ricerca. Guardò ancora l’orologio. C’era tempo. Si rilassò sulla sedia, attento a non spiegazzare la camicia con gli sbuffi.

Rimase a leggere un blog stupido. Nessuno gli suonò al citofono. Semplicemente, l’autista della contessa Floris, conosceva il bon-ton. Un quarto d’ora di attesa sotto casa del fenomeno da baraccone, come lo chiamava la contessa, era più che sufficiente. Evidentemente il grande fischiatore se la tirava, aveva pensato l’autista.
Il grande fischiatore, invece, quando si rese conto del tempo passato, imprecò ad altissima voce, infischiandosene delle buone maniere e di quello che potevano pensare i vicini. Puntualmente i vicini commentarono con un “Ma insomma!”, che risuonò nell’aria. Lui si vergognò, ma non gli venne da fischiettare per nascondere l’imbarazzo.

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Per grazia ricevuta – karaoke version

Capita venerdì scorso di essere in piazza Santo Stefano intorno all’ora dell’aperitivo. Un palco davanti alla chiesa, e sopra, a fare il soundcheck, i P.G.R. Sigla che starebbe per “Per grazia ricevuta”. Adesso però si chiamano P.G.G.G.R. “Però Giovanni, Giorgio, Gianni Resistono”. Il numero dei componenti di quelli che erano i C.S.I. diminuiscono, che manco in Dieci piccoli indiani, però il nome diventa più lungo. Misteri.
Non ho alcuna intenzione di vedere il concerto dei P.G.R., la sera di quel venerdì. Credo di essere stato già abbastanza fortunato a vederli a Montesole il 29 giugno 2001. Avevo appena dato un esame tremendo e pesantissimo, era andato bene. E la sera le stelle, il fresco e un concerto che ho sentito e risentito, ma che non riesco a staccare dal senso di pace e beatitudine interiore che stavo provando. Poi avevo sentito il disco in studio. Qualcosa di tremendo.
E dire che, ai tempi dell’uscita di Tabula Rasa Elettrificata, ho visto i C.S.I. dal vivo quattro volte in pochi mesi.
E dire che, ai tempi dei C.C.C.P., ascoltavo decisamente altro, tipo le sigle dei cartoni animati e True Blue di Madonna.
Non mi interessa più ciò che fa Giovanni Lindo Ferretti, perché non trovo più una briciola di ironia. Loro, tanto per fare un esempio, non si prendevano sul serio, anzi. Quando hanno iniziato a farlo, le cose sono andate male, e infatti hanno smesso di suonare insieme.

Insomma, sono lì che bevo una birra con C. e intanto ascolto quello che fanno sul palco. Abbozzi di taranta (orrore!), una ragazza che si dimena goffamente su un palo sullo sfondo: non so se faccia parte della coreografia, oppure se si tratti di uno sfogo personale suo.
Ci avviciniamo, curiosi. E inizia un pezzo che credo faccia parte del disco nuovo. Credo. Perché mi ritrovo a cantare il ritornello di “Fuochi nella notte”, e ci sta benissimo. Io canto “Chi c’è c’è e chi non c’è non c’è” sulla musica, mentre Ferretti canta tutt’altro. Funziona.
Il sorriso che ho quando me ne vado dalla piazza, ciondolando la testa, è amaro, non ironico. A che servono i P.G.R., o come si chiamano, oggi? Non tutto ciò che deve accadere accade.

P.S. Questo blog, ultimamente, parla molto di musica. Ma presto ci saranno post sulle diete estive, sulle attività per gli anziani in città, su quando e come prendere il sole.
Ah, non c’entra nulla, ma è una cosa curiosa e divertente. È nato H.

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Càpita

Mi capita, a volte, di mandare degli scritti in giro.
Mi capita spesso che questi scritti non vengano considerati.
A volte capita che vengano pubblicati.

Ma spero che ciò che mi è accaduto ieri capiti una tantum.
Tempo fa mando delle mie poesie ad una rivista letteraria, o sedicente tale. Non ricevo alcuna risposta, fino a che, qualche giorno fa, trovo una mail intitolata: “E’ uscito il primo numero di Rivista”. Il testo della mail è formattato malissimo: al posto di ogni accento e ogni apostrofo, un punto interrogativo. “Curioso”, pensai. “Simbolico”, penso ora. Ma andiamo con ordine. Leggo il testo della mail e trovo il mio nome tra gli autori pubblicati. “Però almeno una mail personale per avvisarmi…” In fondo alla selva di “?” ci sono le indicazioni per avere la rivista. “Manco gratis?”, mi chiedo. Costa cinque euro a copia. Scrivo per chiedergli come mandare i soldi e se ci sono spese di spedizione. La risposta è breve e concisa, come un comunicato dell’Anonima Sarda.
Nessuna spesa di spedizione. Appena arriva l’ordine spediamo. Nascondi il dinero (sic) e scrivi il motivo della spedizione.
E poi una firma, con il solo cognome di uno dei redattori della rivista.
Metto i cinque euro in una busta e aspetto.
La rivista arriva ieri. Ha un’impaginazione, una carta e una qualità di stampa pessima. Ma passino, queste cose. Hanno pubblicato due poesie tra quelle che più mi piacciono, ma:
– di una hanno tagliato l’epigrafe, senza ovviamente chiedermi niente né avvisandomi;
– dell’altra hanno stampato l’ultimo verso nella pagina successiva;
– hanno sbagliato a scrivere il mio cognome.

Mi capita, a volte, di incazzarmi come una bestia.

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Time Safari

Katzenberger prima dell'alopecia

P. mi ha detto “Andiamo a Ferrara in Vespa” con lo stesso entusiasmo adolescenziale con cui, due anni fa, abbiamo deciso, così su due piedi, di andare a Berlino. Berlino significava anche il periodo berlinese di Bowie, nonché mostre ed installazioni di Wilhelm Katzenberger ovunque, tra cui come non ricordare lo “Studio per una parallasse in blu”.
Ferrara voleva dire solo una cosa: il concerto degli Air, uno dei gruppi più splendidamente e meravigliosamente inutili della storia della musica. E così abbiamo tradito i Telefon Tel Aviv e la Macchia per l’amore sconfinato per i suoni vintage uniti alla spocchia transalpina.
Insomma, alle sei di pomeriggio siamo partiti. E ci siamo sentiti giovani e belli e liberi sulla porrettana. A metà strada P. mi ha detto: “Ma com’è che ci superano tutti?” Non ho risposto, per non rompere la magia del viaggio. Mi sono guardato intorno: campi e frutteti a vista d’occhio, strade che si snodano lungo la pianura. Sembrava di stare in America, se non ci fossero stati dei cartelli pubblicitari di un salumificio che raffiguravano un maiale alla guida di un carro che frusta le salsicce che lo trainano. Veramente, esistono.

Su Rokia Traore che ha aperto il concerto, non faccio commenti. La musica etnica proprio non mi piace. Anche se ho visto cose bellissime, come un ragazzone che ballava ritmi afro indossando una maglietta dei Metallica. Ah, siamo veramente senza confini e pregiudizi, noi giovani.

Durante il cambio do un’occhiata alla strumentazione degli Air. Continuo a perdere il conto delle tastiere che ci sono, e mi arrendo.
Finalmente i due salgono sul palco. Sono vestiti uguali, pettinati uguali, non salutano e iniziano a cantare “Io potrei venire da Marte, tu potresti venire da Venere, potremmo stare insieme e amarci per sempre.”
Li osservo. Hanno un’età indefinibile, intorno alla trentina, ma non riesco ad immaginarli giovani, che provano in un garage. Sembra che siano nati con quei vestiti, quei capelli e quelle facce. E che abbiano da sempre avuto quegli strumenti sotto mano. Dopo la prima canzone, mi accorgo che i miei jeans sono diventati a zampa di elefante. Penso sia l’effetto della canna e sollevo di nuovo lo sguardo verso il palco.
E dopo il secondo pezzo, avviene il miracolo. Gli Air salutano, abbozzano qualcosa in italiano, sorridono, ringraziano. Il pubblico è in delirio totale. Intorno a noi solo voci che dicono “Ma allora non sono stronzi!” e giù applausi e urla. Se lo scopo degli Air è quello di suonare bene, il nostro, ormai si è capito, è quello di farli sorridere.

La prima canzone tratta da “Moon Safari” è “Talisman”. Quando inizia, P. si gira verso di me e afferma: “Questa canzone mi farà passare le doppie punte.” Poi aggiunge: “Fra, ti stanno bene quelle basette. Da quando le hai?” Io mi tocco la faccia e noto il cambiamento, ma gli Air mi travolgono con una doppietta meravigliosa: “High School Lover” e “Le Soleil est près de Moi”.
Quello che aspetto, in realtà, è “Kelly Watch the Stars”, che puntualmente arriva e viene suonata in maniera tiratissima. Pubblico impazzito, gli Air sorridono, pubblico – quindi – in delirio, gli Air ringraziano per ben due volte, sorridendo, il pubblico orgasma, gli Air se ne vanno.
Come, se ne vanno?
Cinquanta minuti di concerto e se ne vanno?
Eccola là, la spocchia maledetta. Il pubblico pagante, ovviamente, si incazza e inizia a battere le mani e a fischiare. Una parte del pubblico, invece, continua a cantare una canzone da stadio in francese, come ha fatto durante ogni pausa tra una canzone e l’altra.

Ma no, tutto calcolato. Gli Air tornano sul palco, ovviamente. Altri due pezzi, concludendo con “Sexy Boy”. Un’altra canzone da Moon Safari, pubblico impazzito, solito circolo virtuoso di “grazie”, sorrisi, applausi. Vicino a me uno mi guarda e dice “C’è una bellissima atmosfera di pace, fratello, vieni ad un collettivo?”, e mi passa un volantino ciclostilato. Me lo metto in tasca.
Gli Air se ne vanno, salutano, ringraziano, il pubblico dice “De rien”, la curva sud di piazza Castello continua imperterrita a cantare la canzoncina da stadio. Qualcuno se ne va, ma si sentono delle voci dietro di noi che con tono esperto affermano che non si sono riaccese le luci, quindi torneranno.

E infatti per la terza volta gli Air salgono sul palco, e concludono il secondo bis con una versione torrenziale de “La femme d’argent”, canzone alla quale sono particolarmente legato. Stavolta il protagonista assoluto è il batterista. Stare dietro ai due francesi, tutti lounge e tempi morbidi, può non essere appagante. Quindi, alla fine dell’ultima canzone, l’omone dietro le pelli sclera e, tenendo il tempo, fa un assolo lunghissimo di batteria, in cui sembra che, alla fine, debba esplodere tutto. Guardo P. e noto che gli sono cresciuti i capelli e i baffi. Io, d’improvviso, indosso una camicia con un colletto enorme.
“Molte grazie”, dicono gli Air alla fine e, stavolta, se ne vanno veramente.
“Grande, grandissimo concerto. E chi se li aspettava così? Sorridevano!” ci diciamo io e Paolo tornando verso la Vespa e mangiando un ghiacciolo all’amarena.

Dopo un’ora eravamo a Bologna. Ci siamo tolti il casco e abbiamo visto che basette, capelli e baffi erano come al solito. Anche i miei jeans avevano perso la scampanatura.

Ho vissuto negli anni settanta per i primi due anni della mia vita, e poi stanotte, per tre ore. Ed è stato bellissimo.

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Neighbours 6

Qualche notte fa sono stato svegliato da un rumore strano. Mezzo addormentato ho pensato: “Un pianto. Un forte pianto. Che succede?”. Mi sono tirato su sul letto, e ho capito che quello non era un pianto, ma un gemito proveniente dall’ultimo piano. Un po’ sorridendo, un po’ incazzato perché svegliato ancora una volta dagli amplessi dei miei vicini di casa, mi sono addormentato. Non prima di avere sentito distintamente i due orgasmi, separati. “Abbattiamo il mito dell’orgasmo simultaneo”, ho pensato, rifiutando di partecipare in alcun modo al loro piacere da lontano.
Il giorno dopo, verso l’ora di pranzo, ero nella mia stanza che controllavo la posta elettronica. Dall’ultimo piano provengono delle urla, ma di tipo diverso. Una voce femminile dice, lamentandosi: “Ma mi avevi promesso che avrei lavorato con te anche l’anno prossimo” (per evitare facili incomprensioni: il vicino dell’ultimo piano fa il barista, e anche che le sue partner occasionali: portarsi il lavoro a casa. Bah.). Silenzio. Ancora silenzio. Io tendo l’orecchio.
“E NON MI TOCCARE, CAZZO!”, urla lei.
Ancora silenzio, poi una risatina maschile. Una porta sbattuta. E poi della musica tamarra, sparata a palla.

La musica. Il vero problema del vicino dell’ultimo piano è la musica che ascolta. Stamattina mi ha svegliato verso le dieci. Il problema, ripeto, non è l’ora, ma la musica. Io non so dove prenda i dischi che ascolta, ma vi dico che Los Cuarenta, in confronto, potrebbe essere definita una raffinata collezione di musica da camera.
Stamattina il vicino dell’ultimo piano ha ascoltato una canzone sola, cantata in inglese da un uomo che non conosco. Intendiamoci: dopo averla ascoltata una volta ho pensato di regalargli tutti i dischi di Michael Bolton, meno dannoso. Solo che, ad un certo punto, completamente fuori ritmo, fuori dalla melodia, fuori da tutto, il vicino barista ha urlato uno straziante “Goodbye”. E basta. Ha spento lo stereo. Quest’uomo sta soffrendo. E, di riflesso, frantuma anche le mie, di palle. Aiutatelo, aiutatemi.

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That’s All, Folks!

I miei non hanno mai voluto che io tenessi animali. O meglio, non hanno mai voluto che io tenessi cani o gatti in casa, visto che vivevamo (e madre e padre tuttora vivono) in un piccolo appartamento. Però, in qualche modo, ho avuto compagnia animale.
“Posso avere un animale piccolo, per favore, per piacere?”
“Niente topi. E niente colture batteriche”
Scartati gli organismi unicellulari, comodi da portare in giro, ma non molto comunicativi (si lamentavano: “Ohè, ho una cellula sola, eh, come cazzo vuoi che ti riporti il bastoncino?”), ripiegai su altro. Nell’ordine: una cavalletta zoppa, che chiamai ironicamente “Zomp”. Lei non capì mai lo spirito onomastico e se ne andò per sempre in un caldo mattino d’estate. Senza neanche salutare. Un vermino bianco, senza nome (o forse lo chiamavo “Verme”). Si nutriva di terra, defecava terra. Grandi esseri, i vermi. Domineranno il mondo, un giorno. Non lui. I vermi sono grandi esseri se i dieci centimetri quadrati di terriccio dove vivono vengono bagnati. Se no, si seccano. Nel vero senso della parola. Insomma, si seppellì vivo da solo.

Una delle coverfish di una rivista di Golia

Ma ho avuto anche due pesci. Prima Golia. Cicciotto, con la coda lunga lunga e molto vanitoso. Ogni volta che si muoveva, pareva dicesse “Veh, che coda. Che bellezza che sono”. Una notte lo sorpresi che si masturbava. Aveva la vaschetta davanti al televisore, ma non riuscì a cambiare canale in tempo. C’era un documentario sui pesci pagliaccio.
“Mi sono addormentato davanti alla televisione” disse lui sbiancando (un pesce rosso che arrossisce? Ma andiamo).
“Seh”, dissi io.
Capii che aveva bisogno di qualcuno, di compagnia. I pesci pagliaccio costavano troppo, gli comprai un altro pesce rosso, Abramo (in onore del pesce di Arnold). Non un gran che di pesce. Magrino, colore smunto, senza particolari forme. Un po’ il corrispondente ittico domestico della signora Pina Fantozzi. Ma insomma.
Un giorno passai davanti alla vasca.
“Mamma, i pesci rossi nuotano a dorso?”
Così morì Golia.
Abramo se ne stava in un angolo fischiettando. L’ho sgamato perché uscivano le bolle.
“Non c’entro niente, io, mi dispiace, se ne vanno sempre i migliori, come farò, un momento fa era lì immobile, adesso è lassù immobile, che disgrazia.” Dopo pochissimo Abramo cambiò l’arredamento della vaschetta. Dopo un altro po’ morì anche lui. Non chiesi niente a mia mamma, avevo capito che i pesci preferiscono lo stile libero.

Tutta ‘sta pippa inutile per che cosa? Per questo. Me l’ha segnalato P. “Il paradiso di Tom e Jerry”. Ma vi rendete conto? Una specie di rinuncia totale: il gatto e il topo che sempre si corrono dietro che ad un certo punto vengono fulminati da un infarto. Tom che cade dal tetto e gli si spacca la testa. Jerry schiacciato da una trappola. Un definitivo “That’s all Folks” (lo so, erano i Looney Tunes, non Tom e Jerry, non rompete le palle, ché il discorso è serio). Dicevo. “Il paradiso di Tom e Jerry”, con i cani sagomati sulle nuvolette, con il cimitero virtuale, con lo sconto agli iscritti al sindacato.

Caro Golia, se mi senti, attento a quello che ti dico. Sei stato veramente il mio unico animale domestico. Abramo ti ha attaccato qualcosa, lo so. Non gliene faccio una colpa. Non sia mai. Non so neanche che fine hai fatto, forse mia madre ti ha solo buttato nel cesso, non lo so. Non hai avuto nulla: niente cerimonia, niente funerale, niente banda. Niente lapide in marmo di Carrara, niente di niente. Perdonami, se puoi. Avresti potuto essere il primo pesce rosso sepolto nel Paradiso di Tom e Jerry.
Forse è stato meglio il caro vecchio cesso.

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