Imagin(e)a(c)tion

Mi si perdoni il titolo bislacco. Andiamo con ordine.
Mi arriva una mail, ieri mattina, da Enzo G. Baldoni, giornalista di Diario e Linus, tra gli altri. Nella mail si ipotizza che forse l’esecuzione di Nick Berg possa non essere vera. Leggo la mail fino in fondo e mi vengono i brividi. Per prima cosa perché quello che c’è scritto è terribilmente plausibile: non posterò qua la mail, chi vuole può iscriversi alla mailing list di Baldoni, molto interessante. In secondo luogo rabbrividisco perché non posso rimanere con il dubbio e nonostante abbia evitato di farlo, adesso sento che devo vedere. Sì, ho visto il filmato della presunta esecuzione del presunto antennista americano. Sono stato male. Però poi l’ho rivisto, cercando di trattenere il fiato, superando l’istintivo orrore e cercando di essere analitico. E qualcosa non mi è tornato. Poi ho chiamato la mia amica Serena, che si sta laureando in medicina, e le ho chiesto alcune informazioni. Lei non fa che confermare delle banali intuizioni presenti nella mail. E rabbrividisce anche lei.
Personalmente non sono convinto che affermare che quel filmato mostri la decapitazione di Alan Berg da vivo corrisponda a verità.

Ma non è di questo che voglio parlare. Non voglio neanche invitarvi a guardare il filmato e farvi le vostre idee. Né ho voglia di rinviarvi ad altri link dove si sono accesi dibattiti lunghissimi e spesso ridicoli e crudeli sulla veridicità di quel filmato. La mia riflessione vorrebbe essere più ampia.
Nessuno degli organi ufficiali di informazione ha messo in dubbio lo stato di realtà di quel video breve e qualitativamente povero. E questo perché l’immagine mostrata viene percepita immediatamente come verità, senza alcun intervento critico. “Abbiamo delle immagini esclusive”, “Un filmato eccezionale”: frasi che spesso si trasformano in “una testimonianzaeccezionale”. Lo scarto semantico è notevole, ma raramente notato.
Anche solo limitandoci a quello che da tredici anni viene dall’Iraq dovremmo riflettere. Quando scoppia la prima guerra del Golfo, la si etichetta subito come “prima guerra in diretta televisiva”, ma non si vede poco più che pallette verdi e scie azzurrine. Il tutto fa veinire in mente più Pong che non i massacri di una guerra. Ma intanto Arnett “ci mostra” qualcosa: quindi ciò che ci mostra è vero. E, non è secondario, è tutto ciò che possiamo vedere. Il senso del verbo, però, non è mai inteso in senso restrittivo. Vedere, dal panopticon in poi, è potere (assoluto). Ma possiamo anche andare più indietro nel tempo.
Durante la seconda guerra mondiale, soprattutto negli ultimi anni, manipoli di registi furono inviati sul fronte per riprendere i combattimenti, mostrati in patria. Vero? No. Ford e altri ricostruirono sbarchi e battaglie in modo magistrale e realistico, spacciando un film-di-finzione per cronaca. Questo negli anni ’40.
Siamo nel 2004 e tutti sanno che con le tecnologie a disposizione è possibile creare in modo verosimile qualsiasi tipo di immagine. Eppure lo statuto di verità della stessa immagine, ancor di più se in movimento, non viene mai toccato, nonostante i casi di falso giornalistico siano all’ordine del giorno, nonostante gli effetti speciali digitali al cinema abbiano creato dal nulla la Terra di Mezzo, nonostante un qualsiasi ragazzotto bravo a smanettare con Photoshop possa creare un’immagine di Nicole Kidman che abbraccia e bacia Mal dei Primitives.
Mettere in discussione la veridicità dell’immagine mostrata sarebbe tremendamente difficile per la mente e la mentalità collettiva, ma soprattutto sarebbe grave per i poteri, che basano sempre di più il loro mantenimento su un’immagine controllata, diffusa, condivisa e accettata. Su un’immagine di loro stessi e del mondo.
Il meccanismo è molto più intrinseco e innestato in noi di quanto si possa pensare. Avere come regola quella di “Non credere ai propri occhi” è difficile e spiazzante. Ma forse, di questi tempi, è necessaria una buona dose di incredulità e distacco. Una nuova cecità per vedere meglio.

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