Archivi del mese: aprile 2004

We’ll always have Paris

Ebbene sì. Me ne vado per una settimana a Parigi. A cazzeggiare, eh, che di lavoro mica se ne parla.
Il mese di maggio si annuncia denso di impegni e appuntamenti.
Intanto vi ricordo che il 16 maggio c’è il Blogpark, a Bologna. Iscrivetevi, venite, partecipate.
Il 21 maggio c’è il Blogrodeo. Come sopra.
In mezzo, come al solito, farò blogdormite, berrò blogaperitivi, leggerò bloglibri. Argh.
Devo dire che, però, mi dispiace non essere in patria per il primo maggio. Non solo mi perdo la festa a Gorizia per l’entrata della Slovenia nell’Unione europea, ma non sarò al concerto dei Radio Dept. al Covo. Polaroidi ed Ink, siete stati grandi, veramente. Sono lì con voi con il cuore. E una baguette in mano. Fatemi sapere com’è andata.
Mi dispiace, insomma.
Ma, alla fine, ho sempre Parigi, no?

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Referrers – Gente che cerca altro – 4

Dagli stessi produttori di Neighbours, in associazione con Google, Virgilio, Yahoo! e Shinystat
4. “frasi x coccole”

“Ekko, c siamo.”
Mica era tanto che stavano insieme, ma per lei era una cosa seria. Era stato il primo con cui aveva fatto l’amore.
“6 sikura?”, le aveva chiesto, un mese prima.
“Ma certo che sono sicura”, aveva risposto lei. E l’avevano fatto. Ed era la prima volta per tutti e due. Ovviamente, non era stato niente di tale. Lui, da buon maschietto, si era subito andato a vantare con gli amici.
“Oh, bella regaz. Ma lo sapete ke ho fatto?”
“Ma che ce ne frega”, avevano risposto loro, partecipi come al solito.
“Oh, la Kiara, quella di terzabì. Abbiamo kiavato” – il poeta.
“Se, adesso la chiaraditerzabì te l’ha data. A te” – gli increduli amici.
A quel punto lui aveva narrato di amplessi formidabili, traendo spunto dai porno che aveva visto da solo. Se avesse preso come ispirazione quelli che aveva visto con i suoi amici, l’avrebbero scoperto. Mica era scemo, lui.
Solo che adesso alla chiaraditerzabì non bastava mica che lui superasse il minuto e trenta di coito. No.
“Beh? Ke hai?”
“Niente”. Anche la chiaraditerzabì stava imparando a fare la femmina.
“Dai, so ke hai qlcs. Dimmi ke hai”
“Niente”
“Kiara, nn t è piaciuto?”
“Ma sì che mi è piaciuto”
“Allora ke hai?”
“Niente” – sfiora il professionismo, la ragazza.
Al quindicesimo “niente”, finalmente rivelò l’arcano.
“Dopo che l’abbiamo fatto non mi fai le coccole. Mai”, aveva detto chiaraditerzabì lasciando il nostro senza parole. Gli amici gli avrebbero dato un consiglio.
“Ovvio. Vuole le coccole. Nei porno non ci sono, ma che c’entra. La vita reale è diversa. La chiaraditerzabì urla di piacere come Jenna Jameson quando la scopi? No. E lo sai perché?”
Risata generale, con corollario di battute sulla presunta microdotazione sessuale del nostro. Il più grande del gruppo fa tornare l’ordine.
“Insomma, accarezzala, dalle i bacini, massaggiala. Ma che te le devo dire io queste cose?”
“No, no. Grazie, sì, ma le faccio, solo ke nn x tanto tempo… Cmq nn ce l’ho pikkolo”, aveva detto lui andandosene.
Il giorno dopo, casa della chiaraditerzabì libera. Amplesso, record stagionale di due minuti e trenta. Istintivamente, subito dopo, il nostro si gira dall’altra parte. Ha fame, ha voglia di un panino con il salame. O di Nutella. O qualsiasi altra cosa. Sente lei che sbuffa.
“Ekko, c siamo”, pensa il nostro. Allora si ricorda dei consigli degli amici, prende la chiaraditerzabì, la carezza, prima in maniera impacciata. Poi gli viene sempre più naturale, gli piace, e piace anche a lei. Tanto che gli sussurra dolce dolce: “Mi dici qualcosa di carino?”
“E adesso?” pensa. “TVB”, le dice.
“Anche io. Poi?”
“TVUKDB”
“Anche io. Ancora.”
“6 trpp karina”
“Hm”
“Ehhh…”. Il panico. Chiaraditerzabì si alza, scocciata. “Mai una parola carina”. La ragazza, ammettiamolo, sta avanti. Il nostro è disperato. Ma come, le coccole non bastano?
Quando torna a casa, quella sera, un po’ triste, pensa a quello che è successo.
“Nn solo le coccole, anke le frasi x le coccole. Kiedo ai miei amici? No”, dice andando sulla pagina di Google.
Ma, purtroppo, capita su un blog, in cui fin dal primo post si bandiscono “k” e “x”. Il nostro inizia a capire che l’amore è sacrificio e fatica. Anke, ma nn solo, intendiamoci. Ops.

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25 aprile

Sentivo di più questa data fondamentale per la nostra storia (e intendo anche per la storia della mia generazione) quando ero ancora a Gorizia. E so anche perché. Per la vicinanza fisica e opprimente della Risiera di San Sabba. Evito ogni tipo di retorica, e vi prego di farlo anche nei commenti. Anche se, visto come vanno le cose in Italia, sarebbe giusto ricordarsi e ricordare ogni giorno, non soltanto durante le “feste comandate”.

Non so chi sia la persona che ho fotografato alla Risiera una delle tante volte che ci sono andato, il 25 aprile 1998. Ma di tutte le foto che ho fatto là questa è quella che mi sembra più forte.
Non dimentichiamo.

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Ricordo guanciale: post intimista-nostalgico. Diabetici, occhio.

Iniziamo da me. D’altro canto il post è intimista, no? Ero un bambino bravo, quando ero piccolo piccolo. Non rompevo le palle, non svegliavo mia madre ad ore assurde per la poppata, non strillavo troppo, mangiavo e non facevo capricci. E non combinavo troppi casini. “I problemi”, dice mia madre, “sono iniziati quando hai imparato a parlare”. Ma questo non c’entra.
Un giorno, però, ho fatto qualcosa tipicamente da bambino. Ero sul terrazzo della casa dove sono nato, al quinto piano. Non potevo vedere fuori perché l’orrenda “ringhiera” di cemento impediva a me nanerottolo la vista dell’orizzonte. Molto leopardiana, come cosa. In un cestino sul terrazzo c’erano delle arance. Io ne ho presa in mano una alla volta, appoggiandomele alla guancia, sentendone il freddo. Ogni volta che ognuna prendeva la temperatura del mio corpo, con il candore tipico dei bimbi, la buttavo giù, alla cieca. E ne prendevo un’altra.
Questo racconto mi è stato fatto da mia madre, ma, a differenza di altri episodi della mia vita di bimbo che non ricordavo direttamente, ha sempre avuto qualcosa in più, un non-so-che che mi penetrava fino in fondo. E adesso torniamo al presente.

Mi è sempre piaciuto guardare le fotografie, mie o di altri. E sentivo che c’era una fotografia, da qualche parte, che aveva a che fare con l’episodio che ho raccontato. Ripeto: lo sentivo mio, ma c’era qualcosa in più. Mi sembrava di ricordare il senso di liberazione che avevo nel lanciare della arance dal quinto piano, facendo qualcosa di assolutamente proibito, tra l’altro. Ho portato da casa dei miei degli album di foto. E ho trovato la foto in questione, che non metto qua, anche se l’ho subito passata allo scanner, per motivi di pudore (se proprio siete curiosissimi e mi scrivete, ve la mando, veramente). Mia madre è uscita, mi ha visto in questa posa buffa. Prima di fermarmi, è tornata a casa e ha fatto la foto. L’ho rivista, quindi, dopo tanto tempo. E mi sono reso conto che quello che ricordo nettamente è il freddo dell’arancia sulla guancia.

Sì. Questo è il mio primo ricordo in assoluto. Era l’aprile del 1980. Avevo un anno e dieci mesi. Ed ero biondo.

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La rivolta degli oggetti – parte quarta

Avrei dovuto capirlo che non era giornata, da quando stamattina il cellulare ha rifiutato di accendersi, senza alcun motivo. Ho fatto la solita cosa inutile di togliere la pila e rimetterla, che ha molto più dello sciamanico che del sensato. Niente. Poi, senza dirmi nulla, si è acceso, ed è comparso un messaggio sul visore: “Paura, eh?”. Devo tenere il mio cellulare lontano dal televisore.
Faccio le mie cose, mi metto al portatile a scrivere. Si blocca. Control Alt Canc non funziona, quindi a mali estremi, estremi rimedi. Siccome l’usuale martello non c’è, lo spengo dal pulsantino. Toc. Zzzzzz. Spento. Lo guardo. Riaccendo. VVVvvvvvvv. Schermata nera.

“Vuoi avviarmi in modalità provvisoria, bel maschione?”
“Ma, veramente mi accontenterei del solito, caro.”

Niente. Non si vuole avviare. Metto venti euro nel cassettino del cd rom. Niente. Non ne vuole sapere. Il panico inizia ad impadronirsi di me. Mi tocca chiamare… l’assistenza. Ora, questo per me equivale ad una sconfitta. Vincono sempre loro.
Mi risponde una voce lentissima e depressa, da impiegata cinquantenne triste che inizia ad avere i sentori della menopausa. E la voce è registrata, non vi dico altro: le scelgono bene. Inizio a seguire le istruzioni del caso, digitando i numeri richiesti. Dopo avere collezionato una ventina di cifre sul display del mio telefono, finalmente mi risponde una voce. Una umana, dico.
“Pronto, sono Carmelo, mi dà un cognome?”
Penso che abbia problemi di identità, Carmelo, e inizio ad inventare un cognome che gli possa stare bene. Ma Carmelo X richiama la mia attenzione.
“Insomma, come si chiama?”
Do il mio cognome e lui mi dice dove abito, che numero di telefono ho, che scarpe porto in quel momento e anche qual è il mio cane di razza preferito. Però Carmelo non sa quale sia il numero di serie del mio portatile. E non lo so neanche io.
“Sta sotto il portatile”, suggerisce Carmelo Esposito. Dico a Carmelo Ming di attendere. Guardo sotto il computer. C’è un’etichetta con almeno sei serie di numeri diverse. Provo con la più difficile e la trascrivo. Torno da Carmelo Blissett.
“Non so se sia questa. Le detto una serie di trenta numeri e lettere”
“Inizia con ventotto?” chiede Carmelo.
“Veramente no”
“Allora non è quello”
Alla fine ce la faccio, e Carmelo mi identifica e mi dà anche dei numeri da giocare al lotto, ma solo sulla ruota di Aversa verso la metà del 2005. Non sto lì a dire che la ruota in questione non esiste e finalmente giungiamo al problema.
“Le posso dare prima soluzione”, dice Carmelo, “ma di più non posso dirle. Siccome suo computer non è più in garanzia, per sapere altro deve pagare venti euro. Ha carta di credito?”
Mi verrebbe da dirgli: “Ma Carmelo, santiddio, lo sai benissimo che ho una carta di credito, sai anche il numero di serie, sai dov’è il cassetto dove la tengo e anche il cognome da nubile di mia madre”. Invece mi accontento della prima soluzione, quella gratis. Che ovviamente non dà alcun esito. Richiamo. Carmelo è visibilmente soddisfatto, e me lo immagino tutto blu, con gli occhiali e delle ridicole mutandine bianche. “Te l’avevo detto, io. Dai, caccia il numero di carta di credito. So’ ventieuri, alla fine quanto ti costa una pizza? Dai, caccialo”.
E io glielo do. Carmelo impazzisce di gioia, mi dà tre soluzioni diverse al problema, ventilando, però, che potrebbe essere qualcosa di grave.
“Ma no”, dico io, toccando le palle ad un cavallo ben ferrato, salato e ornato di cornetti rossi che tengo sempre vicino a me in occasioni del genere. Niente. Neanche stavolta le soluzioni servono. Richiamo, e ormai penso che le mie telefonate siano passate al vivavoce e che intorno a Carmelo ci sia un party con i fiocchi. Ogni tanto, in effetti, quando mi parla, sembra che abbia la bocca piena di fonzies. Quando sento rumore di leccata di dita non ho dubbi: mi stanno prendendo per il culo e si sono già sputtanati i miei venti euro in chinotto e pop corn. Bastardi.
Dagli altri dati che Carmelo ha, il “tecnico” giunge ad una conclusione atroce.
“Qui è problemo di riformattamento disco.”
“Come?”
“Come si dice in italiano?”
“In italiano?”

E allora capisco che Carmelo proviene da un altro paese. Cosa ci faccia al centro di assistenza Sony (ma sì, diciamolo) del capoluogo lombardo è un mistero. Forse è un calciatore brasiliano in esubero al Milan, che ne so. Comunque la diagnosi di Carmelo è atroce. Perdita completa dei dati, dovuta a danneggiamento del disco rigido.
“Ma quanto mi costa? Cioè, quanto mi costerebbe rimetterlo a posto?”
Ladies and gentlemen: il climax di Carmelo! “Tra virgolette, con un punto di domanda, insomma, per il trasporto sono venti euro, la riparazione sono almeno duecento, più il pezzo…” Esita, lo stronzo. “Diciamo che sono duecento cinquanta trecento trecento cinquanta… Insomma, sui quattrocento euro”
Lo fermo, prima che alzi la posta, e scoppio in lacrime.
Torno in camera dal portatile. Mi avvicino e lo accarezzo. Provo ad accenderlo, recitando dei salmi in aramaico (imparato grazie al film sulle torture a Gesù). Tutto funziona. Miracolo (come nel film sul ritorno del Cristo vivente).
E compare una scritta sullo schermo: “Paura, eh?”.
E sento in lontananza il mio cellulare che ridacchia piano, nell’ombra.

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Cats and cigarettes

Ho una confessione da farvi. I miei genitori non sanno che fumo. O meglio, non sanno che fumo sigarette. Cose strane, lo so, ma tant’è. Quindi, dopo il pranzopasquale, dopo il caffè, niente sigaretta. Guardo il mio fratello di parole (special guest per queste festività nel profondo nordest) che se la fuma, la sua, e muoio anche io dalla voglia di una sigaretta. Niente. Fino a che non mi accompagna in stazione, domenica. Nel sottopassaggio, finalmente, posso accendermene una. Salgo le scale e continuo a fare due chiacchiere con il fratello di parole che ha deciso di fermarsi con me fino a che non arriva il treno. Dopo un paio di minuti, qualcuno mi chiama.
“Francesco!”
Mi giro e non ci posso credere: è il medico di famiglia dei miei, nonché loro amico. Personaggio alquanto buffo e strano. Bravo, eh. Tanto bravo che non appena ho potuto ho cambiato medico.
“Uhm, ciao” faccio io.
“Eh, ma sei tu, non ti riconoscevo! Ho visto un fumatore…”
“Ahiacazz'” penso io: mi ha etichettato, è la fine. “Fumatore… Ogni tanto…”, tento di giustificarmi. E mi viene in mente di una delle ultime visite che mi ha fatto. Avrò avuto tredici-quattordici anni. Ausculta, batte, le solite cose. Poi mi guarda là, tutto a posto, ma mi chiede repentinamente: “Sesso? Dico, qualche pippetta?” (testuale). Io divento viola e dico “Nooooooooooo”, ma seriamente. E lui, trattenendo un sorrisino: “No, no, certo”. Tanto per dirvi che tipo bizzarro sia.
Scopro che faremo il viaggio fino a Mestre insieme. Io avrei voluto leggere, ma pazienza. Quando ci sediamo gli chiedo se può mantenere il segreto professionale, per modo di dire, sulla questione delle sigarette, onde evitare che precari equilibri familiari vengano mandati in fumo (ops). Lui acconsente e iniziamo a parlare. Mi dice, tra le altre cose, che:
1. è triste perché gli è morto il gatto, anzi, la gatta a cui la figlia ventenne è affezionatissima. “Non ha amici”, mi confessa. “Non aveva amici”, correggo io pensando si riferisca alla gatta defunta;
2. ha sepolto la gatta in giardino, mettendo delle viole come decorazione, in un punto in cui la figlia – in vacanza con la madre e ancora ignara della disgrazia – possa vedere la tomba dell’amato felino mentre studia. Poi ci pensa e dice: “Va a finire che questa guarda fuori dalla finestra, si intristisce e non studia un cazzo”. Io lo convinco a non chiamare il vicino per fargli disseppellire il cadavere;
3. deve andare in Sicilia, ma non ha preso l’aereo perché ha paura di attentati (era l’11 aprile): evito di dirgli che l’ultimo attentato è stato fatto in un treno, pensando che quel povero uomo ha davanti a sé un giorno intero di viaggio;
4. i genitori sbagliano tutto e sono troppo emotivi;
5. la nostra generazione è fottuta;
6. lui, però, ha problemi alla prostata, che lo faranno sicuramente andare in bagno molte volte di notte, disturbando i suoi compagni di vagone letto. “Dovevo portarmi il pappagallo di carta”, conclude. Io rido. Lui no. Penso a come può essere fatto un pappagallo di carta.
Finalmente arrivo a Mestre e lo saluto. Prima di scendere gli dico: “Oh, mi raccomando. Mantieni il segreto, eh”. “Quale segreto?” chiede lui. “Sul fatto che fumo”. “Ah, pensa, non me lo ricordavo già più. Vedi, io con il segreto professionale non ho problemi, sono un ottimo medico: infatti non mi ricordo un cazzo”.

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Trippin’ (Back Home)

Quando torno nel piccolo posto nordorientale che ha visto le mie origini, una delle (poche) cose belle è vedere i miei amici. Passo una bella prima parte di serata parlando con M. ed S. di amicizia, sesso, politica, transumanza e amore (non in quest’ordine – e per quanto riguarda la transumanza: ognuno ha i suoi hobby). Poi S. se ne va, e vado a bermi l’ultimo bicchiere (citazione dotta) con M. Parliamo tranquillamente e piacevolmente solo di donne (ora capite che M. è maschio e S. è femmina, vero?) quando arrivano tre amici di M., completamente ubriachi. Si siedono al tavolo con noi, e uno, il più molesto di tutti, prende di mira me. Mi trovo per un quarto d’ora in una brutta esperienza da LSD. Tento di riportare il dialogo così com’è stato.
“Non sei di qua”, approccia lui.
“No, ma sono nato qua. Vivo a Bologna da anni…”
Come per magia, quando si nomina Bologna…
“E figa, ce n’è?”
Che palle. “Mah, ci sono molte ragazze carine”, abbozzo.
“E bevono?”
Rimango interdetto.
“Dico: i muli lassù (sic) bevono?”, precisa.
“Beh, beviamo, sì, andiamo fuori a bere.”
“Sì, ma i bolognesi bevono?”
Mi sembra di parlare con un agente dell’ISTAT.
“Io di bolognesi ne conosco pochi, a dire il vero”, rispondo, mentendo in parte. E c’è un attimo di pausa.
“Francesco, eh?” riapproccia lui.
“Mm.”
“Come DJ Francesco. Ti piace DJ Francesco?”
“Veramente no”, faccio io. Lui alza il pollice.
“E che musica ascolti?”
Ora, io, ad una domanda del genere non so mai cosa rispondere. Come quando mi chiedono quale sia il mio regista preferito. Preferirei mi chiedessero di colori preferiti, o se mi piace la pizza. Faccio il vago mugolando. A quel punto lui mi chiede in successione se mi piacciono: i Radiohead (sì), i Rage Against the Machine (sì), Ambra Angiolini (dico sì e lui alza il pollice), Guccini (no), De Gregori (qualcosa), De Andrè (“Lo conosco poco, dico io”: il pollice si abbassa), i Metallica (sì), i Ramones (sì), i Blink 182 (no, e il pollice si rialza).
“Io gli voglio bene, a Francesco. Quanti anni hai?”
“Ventisei”, dico io arrossendo, emozionato per l’amor appena suscitato.
“Trentasei?” dice l’altro amico ubriaco al mio fianco.
“Ventisei”, dico io. E lui continua a raffica, come il compare di prima, chiedendomi se mi piacciono alcuni dei suoi amici (di cui io ignoro l’esistenza), chiamandoli per soprannome.
Il mio amico, nel frattempo, parla di jazz con il terzo ubriaco.

Rivoglio Tette, Torri e Tortellini. Subito.

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