L’invasione degli ultracorpi e il cane di Pavlov

“Mi sono perso un film, proprio in un cinema: due file avanti a me c’eri tu” (Paolo Conte, “Un fachiro al cinema”)

Quando penso alla mia storia con M., mi viene spesso in mente l’inizio, il vero principio di tutto. Non “come potrebbero essere andate le cose, se”. Io i “se” di questo tipo li odio. E in questo periodo ci penso spesso, perché doveva essere marzo, o giù di lì. Quattro anni fa, credo.
Un cinema pieno, il Lumière, cinema d’essai di Bologna. Io e il mio amico entriamo nella sala, ma è tutto pieno, pochissimi posti sparsi qua e là. Non possiamo vederci il film insieme, troppa gente. Quindi ognuno per la sua strada. Vedo un posto e mi siedo. Alla mia destra c’è lei: rimango fulminato dalla sua bellezza, letteralmente. Iniziamo a chiacchierare del più e del meno, facciamo battute sull’introduzione al film che tiene un professore dell’università, poi si spengono le luci, e inizia il film. Non l’ho visto molto, quel film, perché mi sono girato spesso a guardarla, illuminata dal chiarore dello schermo.
Alla fine del film, ho sentito una voce che diceva piano: “Posso dirti una cosa? Sei bellissima”. La voce era la mia, ovviamente. L’ho capito perché lei stava guardando me, mentre arrossiva vistosamente, diventando ancora più bella. Me ne sono andato.
Non ho mai più detto di getto una cosa del genere ad una donna, né in un cinema, né in un altro posto. E non vedo l’ora di ridirlo, e di dimenticarmi di quando e a chi l’ho detta.

“La cosa importante non è la caduta, ma l’atterraggio” (L’odio, di Mathieu Kassovitz)

Della caduta non mi sono accorto, dell’atterraggio sì. I pezzi sparsi in giro, ovunque, ma per fortuna integri. Una lenta e faticosa raccolta, per poi rimetterli insieme. Ho pensato che quello che mi ha fatto poi è stato tremendamente e crudelmente umano, ma si sa che noi umani siamo capaci delle più crudeli, razionali efferatezze. E il film che ha fatto iniziare tutto era L’invasione degli ultracorpi. Segnale evidente, ma non ci ho fatto caso all’epoca.
Penso di essermi ripreso, dopo un anno, dopo vari scherzi del destino. L’indifferenza a cacciare via l’odio, sentimento intenso e faticoso quanto l’amore, se vero e sentito. Forse è così, ma forse no.
Perché stamattina ho sentito una campanella risuonare lontano, appena distinguibile, e ho salivato sangue, anche se M. non c’entra nulla, visto che non la vedo e non la sento più.  Segno, però, che le ferite sono ancora aperte, anche se colei che le ha prodotte è tornata, se dio vuole, al suo pianeta. Speriamo che il suo atterraggio sia stato disastroso, e che il motore sia guasto, e non possa tornare. In nessuna forma.

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