Archivi del mese: febbraio 2004

Il Bretella

Non è il Bretella: lui ha le bretelle a pois!

Un altro post sulla sala-da-biliardo? Abbiate pazienza, ma volevo parlare di questo personaggio, Il Bretella, da molto tempo.

Capita, come ieri, che nella nota-sala-da-biliardo non ci sia nessuno. Forse perché è martedì grasso, non so mica. Anche se dubito che i clienti abituali che si trovano lì a giocare non vedano l’ora di mascherarsi e andare nei locali a tirare stelle filanti e coriandoli. Insomma, entriamo nella sala e c’è solo un tavolo occupato da un ragazzo piuttosto giovane e dal Bretella.
Il Bretella è un uomo dall’età indefinibile, ma diciamo tra i cinquanta portati male e i settanta portati bene, che ha comprato due oggetti rilevanti, nella sua vita: le bretelle (marroni a pois) e la pancia. La pancia del Bretella è di dimensioni enormi ed è tonda tonda: un affare del genere, è evidente, non esiste in natura, ma buoni artigiani possono produrne di cose così; chissà quanto gli sarà costata.
Il Bretella se ne starebbe anche per i cavoli suoi, e può farlo, ma attenzione: è l’Echelon del biliardo. Se il grande orecchio viene attivato da parole come “Osama Bin Laden” e “esplosione-Vaticano”, il Bretella è attivato nel momento in cui qualcuno dice cose come “io questo colpo proprio non lo so fare”. Ed ecco che il poverino che ha pronunciato queste parole è finito. Il Bretella arriva e, con falsa modestia, gli mostra il colpo, che esegue perfettamente. E gli altri venticinque successivi per vincere la partita. Ma il giocatore inesperto non se ne accorge, perché rimane affascinato dalla sua panza: è fatta, il Bretella, come un organismo parassitario, ha trovato la sua vittima. Inizierà a dispensare consigli di biliardo e di vita, snocciolandoli sempre accompagnati da “ma io non è che sia un professionista” o frasi del genere. Non si capisce se lui intenda affermare la sua non-professionalità nella vita o nel biliardo, ma è meglio non indagare. Il Bretella gioca al biliardo all’americana e a boccette, ma è il biliardo all’italiana il suo punto forte (sì, quello con birillini – il castello – al centro e tre bocce). Perché effettivamente in quel gioco del biliardo è possibile pianificare veramente una strategia a lungo termine: capite che la soddisfazione didattica è decisamente maggiore.

Avevo sempre visto Il Bretella dare lezioni-non-volute, a gratis, ma la situazione di ieri sera era strana. Il Bretella parlava più del solito, continuamente, un flusso continuo (veramente senza neanche un’interruzione) per due ore e più. Troppo anche per la naturale propensione all’insegnamento che lo caratterizza. Mi sono reso conto con orrore che il timido ragazzo che “giocava” con lui, gli aveva chiesto lezioni di biliardo. Ovviamente non sapeva che questo comprendeva anche un seminario sulla psicologia dell’avversario, un breve workshop di teoria dell’attacco, direttamente ispirato al pensiero di Von Clausewitz, e anche un panorama storico sui colpi celebri nella storia dei campionati mondiali di biliardo all’italiana. Il tutto eseguito, raccontato, messo in scena dal Bretella. Il ragazzo, ogni volta che stava per giocare, veniva spostato dal maestro, che, ovviamente, eseguiva il colpo perfettamente. All’allievo non restava che guardare. Anche perché “è già tanto che tu capisca il dieci per cento di quello che dico”, chiosava il Bretella ad ogni insegnamento. Le domande dell’allievo venivano considerate pochissimo, perché “è ancora troppo presto”. E alla fine? “Dai, sono un po’ più di due ore, facciamo due ore, sono venti euro”. Più il costo del tavolo, più la birra per il Bretella, che sicuramente, data la panza che deve nutrire, non era una birretta piccola. Alla fine, però, lo spirito didattico va oltre ogni forma di pagamento, e il Maestro inchioda l’allievo a gratis per altri quaranta minuti, forse parlandogli anche della sua vita e della sua panza.
La frase conclusiva della lezione è stata una definizione del biliardo: “È la matematica che sposa l’arte”. Quasi quasi la prossima volta preparo questi venti euro.

P.S. Ringrazio A. per il prezioso aiuto: mentre io giocavo, lei osservava e registrava. E rimaneva affascinata dalla pancia e dalle sagge parole che essa emanava.

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Differ’nt Strokes e la sindrome di Chicco a Superstrike

Inizio a diventare vecchio, evidentemente, e a condurre una vita strana. Me ne accorgo sempre quando c’è la neve. Del fatto che abbia nevicato ieri l’ho saputo in una sua mail che ho letto stamattina: pensate un po’. L’unica cosa che mi riporta alla normalità è che mi sveglio ad un’ora decente di mattina.
In questi giorni i miei risvegli sono stati caratterizzati da un colpo di tosse fortissimo, che mi scuoteva dal sonno. Quindi mi alzavo, andavo a raccattare il polmone che era fuoriuscito e mi preparavo alla mia giornata di scrittura, miele, sciroppo, propoli e fazzoletti di carta.
Stamattina, mentre facevo colazione, ho rivisto una puntata del telefilm Arnold (in originale, appunto, Diff’rent Strokes, con l’apostrofo) dopo anni che non lo vedevo.

Quando ero piccolo Arnold mi piaceva un sacco. Aspettavo l’ora in cui veniva trasmesso, ogni pomeriggio, poi di mattina, poi non ricordo; ridevo alle battute, ed ero anche segretamente innamorato di Kimberly. I primi sintomi della sindrome del titolo sono stati due, stamattina:
1. le battute mi facevano cacare;
2. Kimberly era un cesso ai miei occhi.

Sì, c’è bisogno di una parentesi, per spiegare cos’è la “Sindrome di Chicco a Supestrike” (la cui scoperta è da attribuire ad un team di cervelli che, se non sbaglio, sono fondamentalmente quelli che scrivono qua – corigetemi se sbalio). Vi ricordate il telefilm I ragazzi della terza C? Io ne andavo matto, come Arnold (anche se ero di qualche anno più grande): mi piaceva Sharon Zampetti, anche se subivo il fascino di Benedetta, le battute mi facevano sganasciare, sapevo le sigle a memoria. Zampetti padre mi è sempre stato sulle palle, ma questo è un altro discorso. Una delle puntate mitiche è proprio quella in cui Chicco va come concorrente a Superstrike, fittizio quiz condotto, se non erro, da Marco Columbro. Una puntata decisiva, centrale, emozionante.
L’abbiamo rivista non troppo tempo fa, quella puntata, e ci siamo resi conto di quanto quel telefilm fosse, tutto sommato, stupido, banale, a volte anche volgare. Sicuramente poco divertente. Zampetti mi stava ancora di più sulle palle, anche perché mi sono reso conto che oggi abbiamo gli Zampetti al potere, praticamente ovunque. La figlia, Sharon, sapeva di plastica. Benedetta aveva decisamente perso ogni fascino. E tutte le icone della fine anni ’80 erano lì, sbattute davanti ai nostri occhi, fuori posto ed evidenti nella loro ingenuità. (Del resto, anche la sigla: “Studiare in jeans c’est plus facile, sentire Dante in Compact Disc”. Anche se c’è chi non la pensa così).
Insomma, “Chicco a Superstrike”, rivista qualche anno dopo, non fa ridere, non emoziona. Una schifezza. Fa sentire il tempo che passa. Adesso sapete cos’è la sindrome.

Sindrome che, guardando Arnold, si è manifestata in maniera violenta e crudele. Ho visto la fine della prima parte della puntata in cui Drummond, il papà adottivo dei fratelli Arnold e Willis, e padre naturale di Kimberly, ha un incidente. Arnold, disperato, dice “i bambini possono piangere” e giù lacrime (fintissime). Immediatamente ho pensato alla malattia che ha colpito Gary Coleman. Quando era piccolo io manco sapevo che cosa fosse una malattia degenerativa. Per me Arnold era un bambino. Poi ho visto Willis. O meglio, ho visto Todd Bridges, l’attore che lo interpretava. Una volta finita la serie, ha tentato di continuare a recitare, ma senza successo (Willis lo si è per sempre, probabilmente). Quindi ha iniziato ad avere problemi di cocaina e altri guai con la giustizia. Adesso si è rimesso a fare l’attore, e forse è anche peggio. E infine Kimberly. Beh, Dana Plato ha avuto gli stessi problemi di Willis, pardon, di Todd Bridges. Non ha recitato, se non in softcore, è stata su Playboy e su Girlfriends. No, non come editorialista. Nel 1999 è morta per overdose di tranquillanti.
Ma non è soltanto vedere queste cose che mi ha scosso, ma anche leggere alcuni orrendi messaggi perbenisti, qualunquisti e demagogici che erano sottesi alle puntate e che ai miei occhi di bambino erano nascosti (che mi siano arrivati direttamente al cervello?). Uno per tutti: Arnold prega Dio che non gli porti via Drummond e gli consiglia di portare via un politico. Per non parlare dei frequenti e spiattellati messaggi anti-droga (di cui c’è sempre evidenza nelle biografie linkate sopra, passando sopra, se potete, al deprecabile sito che le ospita). Probabilmente il discorso sul razzismo, dati i tempi, forse era qualcosa di nuovo in tv, ma non ne sono sicuro.

Però ho un bel ricordo. L’attore che interpreta Philip Drummond, Conrad Baine, compare ne Il dittatore dello stato libero di Bananas, nel ruolo del principale di Fielding (Woody Allen). Quando vidi Bananas per la prima volta, quando apparve sullo schermo mi fece uno strano effetto. Anche perché assomigliava tremendamente ad un mio compagno di classe, o meglio, a come sarà tra una ventina d’anni. E poi a quel tempo mi piaceva ancora guardare I ragazzi della terza C.

P.S. Ma vi ricordate chi era la fidanzatina di Willis, Charlene, nella stagione 1985/86? No? Proprio lei. Evitiamo ulteriori speculazioni, su.

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Referrers – Gente che cerca altro – 2

Dagli stessi produttori di Neighbours, in associazione con Google, Virgilio, Yahoo! e Shinystat
2. “il calcio e il wrestling per sociologi”

Lo sapeva che avere un nome avesse il suo peso, ma non fino a quel punto. Era ormai disperato, nonostante avesse una vita di allenamento alle spalle: stavolta vendere fumo non sarebbe stato facile. Ricordava la telefonata, le parole ancora gli rimombavano nelle orecchie.
“Professore, buongiorno. Sì, sono io. No, non abbiamo rinviato la trasmissione, solo cambiato l’argomento. No. No, guardi, delle problematiche giovanili non gliene frega più un accidente a nessuno. Scusi il termine. Si era preparato sulle droghe, eh? Le aveva provate tutte? No, sì, la battuta è… Sì, abbiamo cambiato… No, lasci stare, se non le dispiace. Lo so che registriamo domani, ma un luminare come lei… L’argomento nuovo? Ha mai sentito parlare della SWF? No, lo immaginavo. Beh, strano comunque…”
E il redattore della trasmissione gli aveva raccontato della Sociological Wrestling Federation, una lega sportiva amatoriale, alla quale appartenevano sociologi che, invece di incontrarsi in noiosi congressi, i vari etnometolodogi, teorici del conflitto, superstiti della scuola di Francoforte, molto semplicemente, se le davano di santa ragione su un ring, con tanto di arbitro. Il tutto avveniva solo tra sociologi affermati: chi non aveva almeno una pubblicazione non poteva neanche permettersi di guardare gli incontri. Proprio come nel wrestling – sport di cui lui veniva a conoscenza solo in quel momento – di solito un sociologo sfigato, poco conosciuto o in declino, sfidava un nome noto. Scontata la vittoria di quest’ultimo.
“Bene, secondo noi della redazione, questo sport verrà portato alla ribalta molto presto. Lo sa che già si vocifera di leghe di lotta libera tra avvocati, di circoli di kickboxing di cui fanno parte solo notai e commercialisti… No? Beh, glielo dico io, professore. Ecco, allora il tema della puntata sarà… No, no, niente sulle disfunzioni alimentari, ascolti: un nuovo conflitto di classe. I poveracci continuano a giocare a calcio e le classi abbienti, invece, riscoprono il fascino maschio del contatto fisico nella lotta. Un confronto. Che ne dice?”
Niente, ecco che diceva. Ma che argomento era? E perché nessuno gli aveva detto niente di queste leghe? Digitò su un motore di ricerca qualche parola a caso, giusto per vedere se compariva qualcosa. In quel momento, squillò il telefono.
“Pronto? Oh, Alberto. Venerdì? Perché? Come, una cena? Posso portare anche… Da solo? E chi viene? Ah. Anche il preside del dipartimento… Solo colleghi, insomma.”
Si girò verso il computer e vide la schermata dei risultati. Cliccò su uno dei link che erano apparsi. Il suo collega, al telefono, aveva un tono sempre più strano, che lo inquietava molto. Guardò quello che era apparso sullo schermo. “Alberto, scusa un attimo… Ma che cos’è un blog? Ah. Cosa? Ma certo che ho una tuta. Scusa? Una cena in tuta? Ah. La porto, va bene, la porto…”

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Era una notte buia e tempestosa…

Agosto 1999.
“Pronto, Edizioni?”
“Sì, sono Editore.”
“Ecco, io le avrei mandato dei racconti, qualche tempo fa. Non so se ricorda…”
“Sì”. Seguono trenta secondi di critica feroce.
“Va bene, grazie lo stesso.”
Click. Sigh.

Agosto 2003.
“Pronto, Editore?”
“Ciao Francesco.”
“Allora, hai ricevuto gli altri racconti?”
“Sì, non male, davvero, mi piacciono”
“Bene”
“A-ha”, dice lui. Visto che penso non si riferisca a loro, vado avanti, canticchiando mentalmente “Take On Me” per darmi coraggio.
“Che ne dici, magari potremmo pensare ad una raccolta, visto che un paio li hai pubblicati, qua e là.”
“No, dai. Ci vorrebbe qualcosa di più lungo.”
“Un romanzo.”
“Ecco, per esempio. Anche perché di poemi epici in versi noi non ne pubblichiamo.”

Febbraio 2004
Finite per il momento lezioni e seminari, inizio finalmente a scrivere questo romanzo. Appassionante, divertente, difficile, faticoso. Scriverlo, dico. Non “il romanzo”. Se no avrei già in mano un bestseller, soprattutto se eliminassi “difficile” e “faticoso”. Diciamo che appena avrò “un numero buono di pagine”, le manderò all’Editore, il quale vedrà cosa farne di me e del buon numero di pagine.

Nel frattempo amici, coinquilini e altri figuri che passano davanti alla mia stanza, mi vedono più o meno così.

Così come? Eh, chissà. I link muoiono…

P.S. Editore o Redazione, se per caso leggi queste righe: sto scrivendo, sì. Per il blog uso una ghost-writer. Si chiama Melissapì. Brava, solo che devo sempre tagliare parti di quello che scrive, mette il sesso ovunque. Lo so che fa vendere, ma in un blog… No, nel romanzo non ce n’è molto, di sesso. Ah, lo metto? Comincio da capo, allora, ma l’inizio lo lascio così com’è, mi piace: “Era una notte buia e tempestosa…”

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Lezioni di stecca

Era da tempo che non tornavo nella nota-sala-da-biliardo, ma mercoledì sera alle dieci e mezzo ero già lì, con F. e P. che sistemavo il triangolo e mi facevo pervadere da quella calma olimpica che mi prende quando gioco. Dico sul serio. C’è qualcuno che si incazza e si innervosisce, quando gioca a biliardo. Io no. Anche se perdo. Devo essere sincero, non ho mai stracciato il panno, né ho mai fatto schizzare il boccino a velocità supersonica sul cranio di un energumeno. Ma insomma.
Proprio dietro di noi c’erano due uomini, intorno alla quarantina scarsa. Uno di Roma e uno di Bologna. Non che si fossero portati dietro le targhe della macchina. Ma si sentiva. Quello di Roma aveva portato l’altro a giocare e, da quello che sembrava, si era messo in testa di rivelargli i segreti della stecca. Ogni colpo, sia suo che dell’allievo, quindi, era preceduto da una disquisizione in romanesco su sponde, strisci, aggiustamenti, buche d’angolo. Una palla (è il caso di dirlo) terrificante. Anche perché, se fino a prima nessuno sentiva i cazziatoni che il maestro faceva all’allievo, adesso c’eravamo noi tre, là, che giocavamo sul tavolo accanto. La nostra concentrazione (si fa per dire) quindi era rotta da frasi come “Ahò, ma no, così m’a metti ammè” e statac! La palla del maestro finiva in buca. E il maestro si arrabbiava pure. Ma non sbagliava un colpo. E anzi, si muoveva e colpiva con la stessa spocchia con cui la mia professoressa di matematica del liceo ti prendeva il gesso di mano, ti scostava dalla lavagna su cui regnava un’equazione di sedici righe e la risolveva in uno, massimo due passaggi. Perfetto metodo d’insegnamento. Ogni tanto ho incontrato lo sguardo dell’allievo, imbarazzatissimo, che non guardava neanche il panno, ma semplicemente teneva la stecca in mano, tra uno statac! e l’altro. E mi sono accorto che il rapporto allievo-maestro era mantenuto anche sul piano fisico: il maestro, un romano alto e grosso, con la mascella prominente, un uomo che ostenta sicumera anche quando fa a fare la cacca, anzi, probabilmente soprattutto in quei momenti. L’allievo, timido, con una camicina a righe, righe che non osano essere quadretti per eccesso di pudore. Un uomo che, sicuramente, ha problemi di stipsi.

Quando sono andati a pagare c’ero anche io al banco. “Sono ventidue euro” ha detto loro l’omino del biliardo. Ho fatto un rapido calcolo: ventidue euro vuol dire che, minimo minimo, erano tre ore e mezzo che giocavano. Tre ore e mezzo di umiliazioni. Di colpi sbagliati dell’allievo e di statac! del maestro. Non ho voluto guardare chi ha pagato. Anche se, in cuor mio, lo so perfettamente.

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Viva la gente, la trovi ovunque vai

Martedì sono stato al cinema, obbligato a vedere per la trasmissione quella schifezza di Amore senza confini. Durante l’intervallo due signore, che chiamerò Iole e Gina (completamente a caso), intorno all’ottantina, chiacchierano sul film, arrivando alle seguenti conclusioni. Primo: per fortuna che ci sono i medici senza frontiere, ché loro (la Iole e la Gina) quelle cose non le farebbero mai. E ci credo. Secondo: la colpa è dei governi, che sfruttano il popolo. “Bisognerebbe dirglielo”. Mi vedo la Iole e la Gina ricevute, che ne so, da Pol Pot. O da Bokassa. Previa telefonata. Faccio esempi del passato, per evitare facili satire. Terzo: le mentine fanno bene alla bronchite. Bisogna portarle sempre nella borsetta, perché servono a frenare la tosse, molto fastidiosa a teatro. Quarto: alla fine il fascismo in Etiopia ha fatto del bene. La Iole ha qualche difficoltà a pronunciare la parola “tucul”, ma la Gina scandisce benissimo “negretti”.

Intermezzo.
Oggi ero in Sala Borsa, che, tra le altre cose, è anche una mediateca. Nel senso che ci sono CD, DVD, VHS e anche libri (ovviamente) in prestito. Scartabellavo con poca convinzione all’inizio della sezione “contemporanea straniera”, che comprende tutto, dai Kiss fino a Johnny Cash, passando per Ray Charles e la World Music, quando un ragazzo vicino a me mi dice:
“Oh, se ne vedi uno dei Nirvana…”. Per la serie: avvisami. Ma che siamo a fare la caccia al tesoro e siamo in squadra insieme?
“Guarda che i Nirvana sono sotto la N”, gli dico indicando una zona vaga alla mia destra. Lui mi guarda come se gli avessi raccontato una barzelletta in dialetto siriano. “Cosa?” “I Nirvana, dico, sono sotto la N”. Lui mi guarda come se non capisse dove c’è da ridere, nella barzelletta in dialetto siriano. “I CD sono in ordine alfabetico”, sussurro. “M?” fa lui, solo intuendo il raffinato gioco di parole della barzelletta. “N”, dico. “Nirvana. Là”. La zona indicata è sempre alla mia destra, ma il ragazzo, sconsolato, se ne va dall’altra parte verso la sezione “Umorismo dialettale siriano”.
Fine dell’intermezzo.

Stasera a Porta a Porta (è la seconda volta che lo vedo: ne parlo come se fosse un evento, perché lo è), c’è Berlusconi S. Quando parte la musica di Via col Vento (ma dico io, non potevano usare quella di un brutto film? Che ne so, la musica di Amore senza confini?), Silvio B. è inquadrato in controluce mentre legge fintissimo un opuscolo. Avete presente quando uno fa finta di leggere il giornale in modo tale da non dovere alzare lo sguardo per salutare qualcuno? Entra nello studio Vespa B., saluta quello seduto che, quindi, deve rispondere, e i due iniziano a duettare amabilmente. Bruno V. fa la parte di quello che deve mettere in difficoltà l’altro, che improvvisa un po’ troppo. Il pezzo inizia con la storia del lifting e Silvio V. dice che il presidente del consiglio deve apparire in forma, perché lavora dalle sette e mezzo del mattino fino alle due e mezzo di notte. La logica mi sfugge. Il richiamo a luci-mai-spente no. Poi parla di una dieta che ha fatto, per dire che il lifting, alla fine, non è stato poi decisivo. Bruno B. gli chiede che dieta abbia seguito, ma quella non si rivela, come il trucco (nel senso di gioco di prestigio, non di make-up: meglio precisare). A SBVB è bastato ridurre l’apporto calorico per qualche settimana in gennaio. Proprio come me. Con due differenze: intanto, non l’ho fatto proprio volontariamente. E poi, lo ammetto, io lavoro decisamente di meno.

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Nuvole (di fumo) all’orizzonte

Nella casa in cui sono stato durante il seminario, sono entrato in possesso di un documento fondamentale. Un opuscolo della Regione Veneto, indirizzato a genitori di figli adolescenti, per la prevenzione e la lotta alle tossicodipendenze. Credo che basti solo riportare alcuni passi, qua e là.

Dalla prefazione di don Mazzi: “L’ideale sarebbe poter costruire intorno alla famiglia una sorta di team, un gruppo di persone grandi e piccole che lavorano tutte insieme per raggiungere determinati risultati”. Babbo e mamma manager, mi chiedo? Figli quadri? Non siamo lontani di molto. Il simpatico manualetto, infatti, offre una tipologia di genitori e figli da fare invidia a Cosmopolitan. Ecco una selezione.

Padri:
– il padre che rilegge la storia: no, non si tratta di un epigone di Le Goff o di De Felice, ma di un “padre saggio che aiuta il proprio figlio a rileggere meglio gli avvenimenti semplici di ogni giorno perché la vita si gioca in essi” (corsivo mio);
– il padre-padrone: “uomo di comando al quale si deve solo obbedire”. Poco originale, volete mettere con
– il padre dell’aquilone, cioè “il padre che spinge il figlio verso quel lembo di terra che sarà la sua patria, accontentandosi di essere un lungo filo”: splendido, tra Mosè ed Arianna;
– padri usa e getta: “sono quei poveri uomini, immaturi, eternamente innamorati di se stessi. Irrequieti, incapaci di rapporti profondi, veri, sofferti”. Ma la conclusione è spettacolare, in quanto essi “passano da una casa all’altra”.

Madri: qui si raggiunge il genio (del male) puro.
– la mamma italiana: “troppo iperprotettiva. Preferisce adorare i figli più che amarli. Se li sente troppo suoi”; pizza, mandolino, baffi neri;
– la compagna: “Purtroppo, per decenni, abbiamo sparato sul matrimonio come un’istituzione sorpassata e troppo bacchettona. Ne è uscita questa figura di amante camuffata”. Insomma, per la serie: scrivere “brutta zoccola” su un opuscolo destinato alle famiglie dalla/della regione Veneto potrebbe essere troppo;
– la mamma-papà: “Donna rimasta sola per vari motivi”. Che raffinata delicatezza. Andiamo avanti, nel segno del progresso: “Talvolta fa l’errore di coprire il doppio ruolo. Meglio rimanere madri e fare capire ai figli cosa significhi il posto vuoto lasciato dal padre”. “Quel bastardo pezzo di merda”, avrei aggiunto io. MA finiamo in bellezza con
– la madre-sposa-donna: “Fino a ieri lo scopo principale di ogni donna era divenire madre”. Eh, già. O tempora o mores. “Oggi urge coniugare, contemporaneamente, in modo armonico, i tre aspetti della donna=essere donna, sposa, madre”.

Figli: e qui, lo specifico ancora, tutto è riportato testualmente.
– il bonsai: “è un pò (sic) di tutto e niente allo stesso tempo; ragiona come un adulto ma rimane un faggio di 40 cm, un pino alto una spanna”. Ma perché un faggio? Metafore arboree. Che sono sempre meglio di quelle aerostatiche: “Fragilissimo, come i palloncini a gas; le strade se le fa lui e le leggi anche”. Un arbusto tutto d’un pezzo;
– lo sbiellato. Un attimo, perché qui si raggiunge l’apoteosi dell’assurdo. La definizione è: “o il macdonaldizzato: se non fa uno sbattimento al minuto, non è lui”. Prego?
– il bullo: “è l’eroe del nulla. Il vero elemento distruttivo della loro adolescenza è la noia. Scomodano anche la geometria: “se non la pianti ti bombo il cervello a 45°””. Vi prego: spiegatemi che cazzo vorrebbe dire questa frase. Per favore. Mi fa impazzire da giorni;
– il samaritano: “detto dai più superstiziosi l’amico degli sfigati”. Preeeegoooo?

E il rapporto tra genitori e figli? Non posso riportare tutto, se no questo post diventa ancora più insostenibile, ma questa… “Ascoltate, parlate, perdonate. Imparate a capire il nuovo vocabolario dei vostri figli. La frase “sei un mito” lasciategliela usare”. Ah. Per fortuna, dico. Ma la frase “ti bombo il cervello a 45°”?

Arriviamo al capitolo finale, le droghe, che inizia in maniera chiarissima. Prendete carta, penna, calcolatrice, pallottoliere e siate pronti ad bombarvi il cervello: “è stato segnalato che dal 50 al (sic) 80% dei giovani che hanno contatto con la droga almeno una volta nella vita circa il 10-20% ne diventa dipendente, il 40-50% ne fa un uso temporaneo e per il restante 30-40% non ne fa uso”.
Tutto questo delirio, però, si spiega quando il manualetto parla della cannabis. “In quantità elevate (o qualità forte) la cannabis può dare sensazioni simili a quelle dell’LSD”. E vi siete fatti le cannette, eh. E che ci vuole, basta dirlo. Su, ragazzi, genitori, figli. Andiamo a bombarci il cervello, su. Ehm, a proposito: ma l’erba tipo LSD la portate voi, vero?

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