Archivi del mese: gennaio 2004

“My strong fingers beneath the snow”

Ogni volta che cade la neve, mi dimentico quando è stata l’ultima volta che l’ho vista. Come se la neve caduta coprisse anche i miei ricordi, e si posasse direttamente sulla neve passata, nascondendola.
Tornando dalla radio, stanotte, sono passato in posti dove non c’erano orme e impronte. E mi sono emozionato.
Però ho capito veramente di vivere di fretta, male, in questo periodo, quando mi sono reso conto che non avevo tempo per fermarmi a guardarla, la neve.
Mi sono accontentato, dopo due ore di chiacchiere e musica lanciate nell’etere, del silenzio.

L’origine del titolo del post è questa.

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Festivalieri

C’è una strana sensazione, quando finisce un festival di cinema e ci sei andato, diciamo, “per lavoro”. Da un lato sei saturo di film, code, file, incastri di proiezioni, articoli scritti di corsa. Dall’altro, invece, senti che non vorresti vivere in altro modo. Ma non è di questo che voglio parlarvi, ma della fauna-da-festival. Anche un festival tutto sommato piccolo come il Future Film Festival di Bologna, presenta caratteristiche simili ad altri festival più grandi. Vediamo, quindi, da chi è normalmente popolato un festival di cinema.

Primo e pericolosissimo personaggio è il logorroico. Che voi direte “E vabbè, ma quello c’è anche a teatro, alle Poste, alla fermata del venticinque”. Eh sì. Ma il logorroico-da-festival porta a strane reazioni la sua vittima. Perché si è lì al festival, in fondo in fondo, per una passione comune, il cinema. Quindi gli argomenti di conversazione possono essere interessanti, volendo. Ma è come dire di avere voglia di un panino e trovarsi di fronte ad una rosetta di sedici quintali. Manca la misura, al logorroico. Ti si siede accanto in uno dei primi giorni, e quel momento segna la tua fine. Perché tu sei gentile, inizi a scambiare due parole, che poi diventano due parole alla seconda, alla terza, alla quarta e così via, fino a che non ne sei sommerso. Allora, nelle proiezioni successive, entri in sala con impermeabile ed occhiali scuri, ti guardi intorno, pare non ci sia. Tiri un sospiro di sollievo, ed ecco che dalla fila di fronte si erge una testa, gira a centottanta gradi che neanche Regan ne L’esorcista e ti vede. E, ancora una volta, sei finito e preghi solo che si abbassino le luci. Oppure: sei in fila, in mezzo ad alcuni rassicuranti sconosciuti, e ti senti toccare sulla spalla. E’ sempre lui, pronto, con la rosetta gigante in mano. Per te.

L’esperto. Qualsiasi cosa tu sappia su X, beh, l’esperto ne sa di più. E non solo su X, ma anche sui film in cui X portava solo i panini sul set, sulla figlia di X, sulle collaborazioni non accreditate di X. L’esperto, notoriamente, ti fa sentire una cacca. Per cui, semplicemente, la smetti di parlare e, se sei proprio di animo buono, inizi a prendere appunti e i tuoi contributi verbali alla comunicazione si limitano a “Mm” e “Certo”. Ovviamente esistono delle combinazioni, come l’esperto logorroico, che mettono a dura prova anche gli animi più tenaci. Ho visto delle persone cercare di tagliarsi le vene con il bordo plastificato del pass, pur di sfuggire a persone come l’esperto logorroico.

Il giornalista famoso. Può fare quello che vuole. Insultare le maschere, togliersi le scarpe, fare le puzzette, insultare le persone ad alta voce, saltare le file, avere bevande e cibo gratis, toccare il culo ad attori e/o attrici, ruttare sonoramente e poi vantarsi. Ma soprattutto può insindacabilmente decidere se un film è brutto o meno. Questo accade quando scrive di un film. Anche quando non l’ha visto. O quando l’ha visto, ma solo per metà, perché poi si è messo a dormire, russando clamorosamente. Poi si sveglia e applaude o bofonchia qualcosa. Conosce tutti per nome, dal barista del caffè di fronte al cinema al regista a cui viene dato il premio alla carriera. Ed è sempre attorniato da qualche personaggio, spesso anagraficamente più giovane di lui, il paggio, che sempre e comunque gli dà ragione e ride alle sue battute. Sa che prenderà il suo posto, e che potrà palpare, sbafare, dormire, ruttare, condannare, salutare al posto suo. Un giorno o l’altro.

Il giornalista di “Case e giardini”. Non si sa come abbia avuto un accredito per un festival cinematografico. Forse è lì solo per vedere gli attori e le attrici, forse si è sbagliato, forse è noto nella sua redazione che odia il cinema, e l’accredito diventa una specie di esilio forzato. Non ne sa assolutamente niente di cinema, ma non osa dirlo. Può parlarvi di taglio di prati e di arredamenti di interni per ore, e probabilmente con cognizione di causa, ma a malapena sa che cosa sia un cinema. Ha altri interessi e altre passioni. Si addormenta spesso, sognando esempi di edilizia del Dorset o del New England. Ma, perdio, è un giornalista e, alle conferenze stampa deve fare la sua porca figura. Se ne esce, quindi, con domande del genere: “Mi può ripetere quando ci sarà la dimostrazione gratuita di trucco de Il Signore degli Anelli?” (sentita veramente alla conferenza stampa inaugurale del FFF).

Il cacciatore di gadget. Spesso è un giornalista, ma non è detto. Prende tutto ciò che è gratis, dagli adesivi alle sagome pubblicitarie in cartone dei personaggi di un film d’azione ungherese. Dalle colonne sonore alle magliette, lui del merchandising gratuito non si vuole perdere neanche un articolo. E poi sfoggia tutti i suoi trofei insieme, magari venendo alle proiezioni con cappellino del film Y, maglietta del film Z e penna della casa di produzione K. E si vanta tantissimo, ma solo con lo sguardo. Non vede l’ora, infatti, di fare morire di invidia i suoi concorrenti, gli altri cacciatori di gadget. Vede pochissimi film, ma è evidente, dovendo fare file chilometriche davanti agli uffici stampa delle case di produzione.

Il nerd. Spesso è combinato con tutte le categorie precedenti. Ma sì, lo conoscete il nerd da festival. E’ quello che, ne I Simpson, alle convention di fumetti o di fantascienza, pronuncia affermazioni del tipo: “Nella puntata 4F6Y si vede in lontananza un cugino della protagonista che assomiglia tanto al nemico di un numero speciale (e introvabile) del fumetto Superboy and the Tafanoids. Perché questa scelta?”. Il nerd cinematografico spesso indossa le magliette guadagnate agli altri festival, ha un colore della pelle verdognolo, dovuto alla prolungata reclusione al buio per la visione di film, telefilm e quant’altro, i raggi televisivi gli hanno procurato una forma rara di acne perenne e si intende soltanto con gli altri nerd. Ha la spocchia del giornalista famoso, la fame di roba gratis del cacciatore di gadget, la cultura totale dell’esperto, l’incapacità nelle relazioni sociali del giornalista di “Case e giardini”, la parlantina del logorroico. Ed è molto, molto solo.

L’attricetta. Tipica dei grandi festival, ha avuto un accredito in qualche modo. O in qualcun altro. Sta sempre in vista, va a tutte le feste, si cambia d’abito almeno sei volte al giorno, anche in una tempesta di neve ha la capacità di avere un make-up perfetto. Sorride a tutti, ché non si sa mai, e, per lo stesso motivo, non rifiuta mai di farsi fotografare. Ha con sè, nascoste in una borsetta piccolissima, almeno duecento copie del suo book fotografico e curriculum (che di solito inizia con frasi come “a sei anni ho fatto la Madonna nella recita delle elementari”). Oggetto del desiderio del nerd, oggetto di scherno del giornalista famoso (che poi, regolarmente, se la tromba), l’attricetta ci crede tantissimo. Il problema vero dell’attricetta non è che manca di tenacia, no. Né di volontà. No, il vero problema dell’attricetta è quell’accento ciociaro che non riuscirebbe ad estirpare neanche con un trapianto di corde vocali. Quindi va in giro, sculetta e sorride. Ma in rigorosissimo silenzio, finché può.

L’attore-un-tempo-famoso. Il suo comportamento è molto simile a quello dell’attricetta, con la differenza che, detto palesemente, non ha neanche il minimo di possibilità di attrazione che ha l’attricetta. Infatti è in crisi di astinenza da successo, magari momentaneo, e si è ridotto ad uno straccio d’uomo. Non è più capace neanche di allacciarsi le scarpe. Anch’esso è oggetto di culto del nerd, che ne conosce vita, morte e miracoli. Ma l’attore-un-tempo-famoso non lo sopporta, il nerd, per ovvi motivi (vabbè essere caduti in basso, ma non a quel livello). Tenta di conoscere l’attricetta e, quando gli va bene, la poverina ci casca. “Sai, sono un attore” ed è fatta, anche se l’ultima volta che è apparso su uno schermo è stato, per sbaglio, nella folla inquadrata in un servizio di Studio Aperto sul traffico. Tenta di avere una scrittura, qualsiasi cosa, è disposto veramente a tutto. Alla fine del festival, di solito, si ubriaca e tratta male tutti, buttando nel cesso il minimo lavorìo diplomatico svolto fino a quel momento. Scarica le frustrazioni su chiunque e manda sonoramente a fare in culo l’unico produttore che gli avrebbe dato due lire. Ma se ne accorge drammaticamente troppo tardi.

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La salama da sugo

Giovedì sera ho interrotto momentaneamente la vita di questi giorni, che si svolge in maniera ossessiva e ripetitiva tra qua e qua. Il tutto è iniziato in radio, giovedì mattina. Il mio amico S. mi viene vicino sorridente, con aria propositiva. Emette un verso e poi mi fa, triste: “Ah, niente, tanto stasera andrai a vedere qualcosa”. “Dimmi”. “No, è che stasera facevo la salama da sugo”.
Ora. Questa “salama da sugo” era diventata, nelle passate settimane, una sorta di animale (o mostro) mitico. Si narrano di persone il cui stomaco è esploso dopo avere mangiato la salama da sugo. Io non sapevo neanche che esistesse, ma, siccome ogni volta che qualcuno ne pronunciava il nome c’erano intorno reazioni che neanche a nominare Dracula in Transilvania, ho iniziato a temerla in maniera reverenziale anche io. D’altro canto, però, grazie al ritmo di vita di cui sopra, non riuscivo manco a mangiare. Salama = cibo (seppur pesante e pericoloso).
“Ma che scherzi? Io ci vengo da te a mangiare la salama da sugo”. E S. sorride contento.
“Chi viene? La tua ragazza…?” “Ah, no, è una serata di soli uomini, scherzi?”. Non capisco l’ovvietà, ma acconsento. E il tutto assume sempre di più le tinte di un rito di iniziazione.

Arrivo a casa di S. dopo l’ennesima proiezione verso le otto. Ci sono già F. e A., deve solo arrivare G. (scusate le lettere, ma sapete, la privacy). S. mi mostra con orgoglio una pentola, che bollicchia. La casa è invasa da un odore di cotechino, solo più forte, barocco, esagerato. “Ho fatto il purè”, dice S. (che, dovete saperlo, ormai è completamente rapito dal verbo di Allan Bay). “L’ho fatto io: ventisei patate”. “Eh”, dico io. Ma il suo orgoglio è la pentola che bollicchia. Dentro, ovviamente, c’è la salama da sugo. Ora, è evidente che molti di voi, come me, del resto, non sappiano che accidenti sia ‘sta cosa. Il punto è che la salama è tipica di Ferrara. Nel senso che qui a Bologna mica si trova facilmente. Quindi potete immaginare la tipicità.
Insomma, la salama deve cuocere “a bagnomaria” per sei o sette ore. Infatti era lì dalle due. A bollire, a farsi. Ora capite che ci mancava poco che indossassimo delle tuniche e iniziassimo a salmodiare in ferrarese. Ma come tutti i riti di iniziazione, anche questo ha le sue leggende.
“Me l’ha data la fidanzata di mio padre. Quando l’ho vista, le ho detto che era piccolissima, e lei ha replicato che era per otto persone. Ma vi rendete conto? Una salama da sugo grande così”, dice S., mostrando con le mani una sfera immaginaria del diametro di una quindicina di centimetri, “che basta per otto persone”. Cori di emozione. Intanto arriva G. e arrivano anche le ore ventuno, la salama è pronta. Rimane ancora il dubbio: ma perché si chiama “da sugo”?

Quando siamo a tavola, S. decide di abbassare le luci, ma noi commensali ci ribelliamo a gran voce (forse anche un po’ alticci): vogliamo vedere chiaramente la salama, che finalmente viene alla luce, così come la vedete nella foto. Viene aperta la pelle e presa con un cucchiaio, adagiata sul lettino di purè che ognuno ha sul piatto. S. ha messo a tavola anche del pane integrale, “così sembra che mangiamo sano”, dice. Ad un certo punto, F. ci fa notare che, se viene premuta, la salama, la sua “polpa”, produce un liquido sugoso. Iniziamo a congetturare sulla secrezione sugnica (mi si perdoni il neologismo) e concludiamo che, in realtà, ha senso dire “la salama sugo”: è bello, suona arcaico, come un detto popolare. E continuiamo a metterci pezzi di salama nel piatto.
Finisce in tempo brevissimo, ovviamente, nel silenzio interrotto soltanto dal rumore del vino versato e bevuto e dai mugolii di godimento. Ah, no, c’è anche qualcos’altro che spezza il silenzio, sempre di più mano a mano che la salama finisce: i commenti sprezzanti, del tipo “beh, ma io pensavo peggio”, “va giù che è un piacere, ma quale pesante” e cose del genere.

Forse sarà il vino, forse la stanchezza, ma alle undici e mezza siamo completamente cotti. Morti di sonno e svaccati sul tavolo o sui divani.
Torno a casa e vado a letto. Alle quattro e trenta mi sveglia una sete mortale, e mi accorgo che piumino, lenzuola e copriletto sono annodati con una perizia da fare invidia ad un vecchio lupo di mare. Insomma, sonni decisamente agitati. Non ammetterò mai che è stata colpa della salama. Mi addormento e sogno di andare in bagno a bere. Mi specchio e, al posto della testa, ho una salama da sugo.
Se la sarà presa per i commenti sprezzanti, sicuro. E sono altrettanto sicuro che il silenzio, la prossima volta (speriamo sia presto, eh, S.?) verrà interrotto solo da qualche preghiera, nella lingua estense, ci mancherebbe.

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Una giornata niente male: la nuda cronaca di uno di quei giorni in cui è meglio rimanere nel letto. Di chiunque.

Io ci credo. Continuo a perseguire il mio programma, o almeno tento di farlo. Quindi: sveglia alle nove, una sana colazione e iniziamo con un po’ di studio. Poi mi ricordo: devo telefonare alla nota università con le scale mobili, perché devo capire cosa è successo con il mio contratto. Una parentesi esplicativa è necessaria. Infatti, qualche giorno fa, è arrivata, all’indirizzo al quale ufficialmente risiedo, a 300 e passa chilometri da Bologna, una missiva dalla suddetta università, che mi diceva di recarmi presso l’altra sede dell’università, ai piedi delle Dolomiti, per firmare il contratto.

Dopo infiniti tentativi di entrare in contatto con la magica università, allietati dal tema di “Momenti di gloria” (e se mai dovessi beccare Vangelis…), finalmente, con un paio di rapidi passaggi di persona, riesco a parlare con chi-mi-serve.
“Ma no, si tratta di un errore!”
“Ah, bene”, faccio io, “quindi posso passare a Milano per firmare il contratto…”
“Eh sì, però venga quanto prima. Prima firma, prima le paghiamo la prima tranche del suo compenso”
“Quindi quando dovrei venire?”
Silenzio. Dopo una lunghissima pausa la donna dice: “Vediamo, che ore sono…?”
Sospiro e dico: “Fa niente, magari vengo il ventotto, quando devo fare esami, posso firmare quel giorno, no?”
“Sì, poi però la paghiamo il aisfgaisfebbraio”
“Il venti febbraio?”
“Il ventisette febbraio”, precisa la solerte addetta all’amministrazione.
E io penso che, anche se avesse detto “il ventinove febbraio”, mi sarebbe andata di culo, ché tanto il 2004 è bisestile.

Pomeriggio. Devo andare al cinema per questo simpatico programmino, in particolare mi tocca andare a vedere un filmaccio per una rubrica significativamente chiamata “Il duro mestiere del critico”. La morte di cui devo morire si chiama Mona Lisa Smile. Ne parlerò sull’apposito blog, ma potete farvi un’idea dei miei sentimenti d’amore per Tori Amos messi alla dura prova, esattamente come i suoi.
Esco dal cinema. Devo ritirare i soldi dell’affitto (che ammonta a 300 euro per una stanza, così, ve lo dico). Prima di ritirare i soldi, però, chiedo al Bancomat l’estratto conto.

“Sicuro?” fa lui.
“Dammi lo scontrino”, dico io.
“A Fra’, guarda che poi ci rimani male, e ti rovina la giornata”
“A parte che sono le sei di sera, e la giornata va già male… fa’ il tuo dovere, dammi lo scontrino con su scritto quanto mi rimane, e non chiamarmi ‘a Fra’”
“Sicuro sicuro?”
“Dammelo, stampalo.”
Stampa dello scontrino in corso.
“Fallo uscire, maledetto.”
“Beccate questo”, dice il Bancomat.

Aveva ragione lui. Mi allontano tristemente dal Bancomat che sentenzia, come il Puffo Quattrocchi: “Telavevodetto, io”.

Sera. Siccome la trasmissione è domani e devo vedere un altro film, mi tocca cenare presto, anche perché dopo il film devo tornare in radio per il programma notturno di cui qui a sinistra, in basso, scorrete, scorrete. Il film prescelto, per doveri di cronaca, è L’ultimo samurai. E so già che si tratta di una vaccata colossale, ma tocca. Quindi decido di cenare in fretta. “Che mi faccio da mangiare?” penso. “Cappelletti in brodo”. Detta così, pare bellissimo. Ma non fatevi ingannare: allontanate dalla mente donne emiliane che fanno la sfoglia, cucine accoglienti, tramonti splendidi. Sostituite le donne emiliane con un pacchetto di cappelletti già pronti e un dado da brodo, la cucina accogliente con una cucina non poi così accogliente e il tramonto con una luce al neon. Ma tant’è. L’acqua bolle, tento di non pensare a niente, butto i cappelletti. Passa uno dei miei coinquilini, M., che nota una strana macchia verde su uno dei cappelletti. “Dev’essere il ripieno che è uscito”, dico io. “Secondo me è muffa”, dice lui. Ovviamente ha ragione lui. Mi immagino di andare al supermercato incazzato come una iena e protestare perché mi hanno venduto dei cappelletti ammuffiti, ma l’idea scompare, come i cappelletti verdi e il brodo, nel cesso. La mia cena consiste, quindi, di una scatoletta di tonno, due pacchetti di crackers, maionese, variamente combinati tra loro, e un’arancia. Ma poi ho un’illuminazione. Ho della ricotta. Prendo un cucchiaio di cacao amaro, un cucchiaino di zucchero e mescolo il tutto alla ricotta. Me la preparava sempre la mamma, questa merenda-dolce. Ma non ho tempo di commuovermi, devo andare a vedere il secondo probabile-film-di-merda della giornata.

Che, puntualmente, si rivela un film-di-merda. Non mi rimane altro che andare a prendere l’autobus, per andare in radio. Non ho il biglietto, ma tanto l’ATC sta pubblicizzando questa grande trovata di mettere i distributori di biglietti automatici in ogni autobus. Ovviamente l’autobus che devo prendere ha i distributori guasti. Quindi entro in modalità ansiosa, per cui ogni persona che sale che vagamente assomigli ad un controllore mi mette uno stato di agitazione terribile. Non essendoci una tipologia fisiognomica di controllore dell’autobus, qualsiasi persona che salga sull’autobus mi fa sudare freddo. Decido di tirare fuori il libro e di mettermi a leggere, quindi. Solo che la lettura mi prende talmente tanto che non mi accorgo di avere passato la mia fermata. Me ne accorgo, fortunatamente, poco dopo. Scendo e mi trovo in un luogo che per me ha significati profondi. Un luogo legato ad uno degli ultimi momenti di armonia passati con la mia ex-ragazza (che suppongo ormai abbia dato le dimissioni – oltre che da ragazza del sottoscritto – anche dal genere Homo Sapiens). Un luogo magico. Un incrocio nella periferia occidentale di Bologna in cui io, lei e l’ormai mitico V. abbiamo rilevato il passaggio delle macchine, negli ultimi giorni di dicembre del 2002. Abbiamo rischiato il congelamento contando le macchine che passavano in quell’incrocio. Un lavoro di merda, se non si era capito.

La trasmissione in radio va bene, considerando l’orario. Nessuna telefonata in diretta, tre mail dalla stessa persona. Nella prima mi richiede un pezzo. Nella seconda me ne richiede un altro, che però non ho e non trovo. Nella terza mi dice “va bene lo stesso quello che hai messo, buonanotte”. E così mi sembra di fare l’ultima mezz’ora di trasmissione (dall’una e cinquanta alle due e venti) parlando al nulla.

Il 61, quando arriva, alle due e quaranta, è popolato da cinque individui, che scendono due fermate dopo quella in cui sono salito io. Faccio il viaggio da solo, leggendo con un occhio il libro, con l’altro stando attento a non scazzare la fermata, ché se scazzi la fermata del notturno rischi di ritrovarti nel centro di Casalecchio alle tre del mattino. E di rimanerci.
Scendo e percorro la solita strada. Sono a pezzi. La vetrina del negozio di Armani di via Farini è cambiata. I manichini sono seduti su delle specie di panchine sospese e hanno l’aria stanca anche loro. Per educazione, quando passo loro davanti, gli auguro la buonanotte.
Sono finalmente a casa. Stanco morto. Umanamente morto (la retorica, eh?).
Ma tanto io nei prossimi giorni mi trasformo in cartone animato.

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Ruttocensura?

Nella puntata appena andata in onda de I Simpson i personaggi non ruttavano. Cioè: Homer e Barney muovevano le labbra, ma non si sentiva né qualcosa come questo, né tantomeno questo. Bah. Anzi: burp.

P.S. Domanda: speriamo che nessuno osi commettere scempi con Balle Spaziali quando Rutto pronuncia alcune battute

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Do you believe in modernity?

Non sono mai stato negli Stati Uniti. Ma so, da racconti, sketch più o meno validi, articoli e altro, che sull’aereo che ti porta negli USA, ti viene dato un questionario delirante per vedere se tu sia o meno un potenziale individuo pericoloso per il paese.
Quest’uomo forse si è ispirato proprio al questionario di cui sopra per risolvere l’annoso problema del discernimento tra Islam moderato (amico degli USA) e Islam cattivo (nemico degli USA). Il tutto, qui.

Grazie alla mailing list “Apriti Sesamo”.

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Missione Sottocosto

Sono pronto. Lo so che sarà dura, ma penso di avere il tempo, e del toninguerresco ottimismo dalla mia parte. Il tragitto fino al Centro Lame è carico di tensione, ripasso con il comandante lo schema d’azione e la piantina dell’Ipercoop. So dove devo andare, so cosa devo fare. So quando farlo. Ho dormito bene, sono fresco. Ho fatto stretching, i muscoli guizzano, sono pronti. Il Bancomat è lì, nel portafogli e ripeto il codice nella mia testa, come un mantra. Sono nel parcheggio. Un’ultima occhiata al volantino, per memorizzare nome e modello del lettore dvd/mp3/mpeg/coffee&tv. Esco dalla macchina.

Mi dirigo con sicurezza verso l’entrata dell’ipermercato, il settore elettronica è in fondo. Ci sono. Mi guardo intorno. Capto una conversazione tra un cliente e una commessa. Il cliente ha la mia stessa missione. La commessa risponde in maniera lapidaria. “Esaurito”. Il cliente non se ne capacita. Io mi sento come se mi avessero sbattuto una padella in testa. Risuona la parola “esaurito” nel mio cervello. Guardo l’orologio barcollando. Le undici antimeridiane. L’offerta è iniziata due ore prima. I duecento pezzi venduti sottocosto si sono volatilizzati.
Mentre penso al rapporto da fare al comando, capto un’altra conversazione tra due clienti e una commessa.
“Ma come, esaurito, è impossibile”
“Eh, ma quando ci sono i prodotti sottocosto, bisogna venire qui prima delle otto”
“Soccia”
Evito di annotare l’ultima battuta sul mio taccuino e mi avvio sconsolato verso l’uscita.

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