Archivi del mese: dicembre 2003

Diecisudieci

Stamattina mi ha svegliato un incubo. Anzi, due, uno alle nove e uno alle undici. Ho fatto colazione e mi sono sentito uno di quei settesudieci che passeranno il Capodanno a casa (me l’ha detto il Televideo, non che passerò il Capodanno a casa di amiche, quello è stato deciso con sommo tempismo verso le otto di ieri sera). Sono uscito. Bologna era piena di gente, soprattutto gente arrivata da poco, con cartine spiegate o che parlava di dove andare, cosa fare. Chiaramente loro erano i tresudieci. Mi sono aggirato pigramente nella Feltrinelli sotto le due torri, inaspettatamente deserta. I musicisti rom per strada suonavano, a seconda, “Besame Mucho”, il tema del Padrino oppure “O sole mio” (immagino con scopi propiziatori, visto il cielo plumbeo).

L’ultimo giorno dell’anno, pensavo. Potrebbe essere tempo di bilanci, di classifiche, tirare le somme, buona fine buon principio. Tenterò di non fare nulla di tutto ciò, non mi sembra il caso.
Spero solo che stasera il conto alla rovescia passi in fretta.

Voglio augurare a tutti (diecisudieci) un anno nuovo di pace, serenità, amore.
Lo so che è molto hippy come cosa, ma è quello che sento. Di cuore, a tutti voi, gli unici auguri che secondo me hanno senso in questo periodo. State bene.

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3 bis. Ricordati di anticipare le feste

Ieri sera, a casa mia, è stato piacevole. È arrivato M. che ha portato una bottiglia di Moet et Chandon, una di Pinot di Pinot e un vassoio pieno di cioccolatume della Ferrero. Abbiamo pasteggiato a M&C, pasta e fagioli, spaghetti all’amatriciana, in uno splendido connubio alto/basso, parlando di Labranca e di varie amenità. Poi sono arrivati amici, forniti di birre e vini, e abbiamo giocato a Trivial Pursuit. Questa volta ho scoperto (e memorizzato almeno per un paio di giorni) che:

1. il campo dove si gioca la pelota basca si chiama fronton (peraltro già sapevo che la pelota basca è lo sport dove la palla corre più veloce, oltre 200 km/h);
2. la giraffa può correre ad una velocità di 60 km/h (mentre il ghepardo arriva a circa 80 km/h, a meno che non abbia mangiato pesante: in tal caso manco si sforza di correre, lui mica lo fa per sport);
3. l’infiammazione del glande si chiama balanite (avevo trovato una foto meravigliosamente esplicativa, ma evito di metterla);
4. l’isola più grande dell’arcipelago delle isole Salomone è Guadalcanal (mi ricordavo solo di una battaglia svolta là, ma non c’ero, io);
5. Michael Jackson ha inciso il suo primo album solista nel 1971, a soli tredici anni; mi chiedo perché non abbia usato questa scusa quando l’hanno beccato con le mani nel sacco. “Embè, che volete che sia se ha tredici anni ed è a letto con me, io alla sua età incidevo già un disco… O tempora o mores. Questi giovani pensano solo a divertirsi, oggi”.

Finita la partita qualche sventurato ha fatto la domanda: “E quindi, che si fa a Capodanno?”, distruggendo completamente il clima festoso che si era creato. Dopo poco i miei amici erano tutti a casa. Io ed M. abbiamo pensato alla soluzione Labranca per il 31. Poi abbiamo convenuto che, se ieri fosse stata la notte di Capodanno, sarebbe stato bellissimo. E, soprattutto, ce lo saremmo tolti dalle palle.

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I’m Only Sleeping

In treno, tornando a Bologna, stavo spulciando divertito il supplemento del sabato de il manifesto, cioè Alias. Una lettura spesso piacevole, anche se a volte mi fa incazzare, e a volte non capisco quello che vogliono dire. Ma insomma. La prima pagina, la copertina del supplemento, è dominata da un titolo: “Il lavoro danbeggia gravemente la salute”. Interessato, leggo il lunghissimo articolo principale. Si parla di una rivista inglese, The Idler, dedicata all’ozio. Allo studio dell’ozio, ai discorsi su e intorno all’ozio. Detta così sembrerebbe un controsenso. E invece no, perché l’ozioso, detto in parole povere, vuole godersi la vita. Ma si parla anche di lavoro, di “workaholics”, cioè di dipendenti da lavoro, di banche del tempo… Insomma, una lettura molto interessante.
Sto cercando di trovare la rivista qua in Italia, ma non sarà facile. Vi consiglio, quindi, di recuperare Alias di ieri o, se no, di chiedere a me l’articolo. Vi faccio le fotocopie e ve le mando. Con calma, s’intende.

La suddetta rivista, inoltre, rivolge in ogni numero sempre le stesse domande a persone più o meno note. Le domande sono le seguenti, le risposte sono le mie, che faccio finta di essere una persona nota. Se vi va, rispondete anche voi nei commenti. Sempre meglio delle catene “dell’amicizia” che ci arrivano via mail, credo.

1. A che ora ti alzi?
Verso le undici, ma anche più tardi.
2. Salti fuori dal letto subito o rimani un po’?
Di solito salto fuori dal letto, ma dipende da quel che ho da fare.
3. Fumi e bevi? Se sì, quanto?
Fumo una decina di sigarette al giorno, almeno. Bevo quasi ogni giorno, ma non fino a strafarmi.
4. Quante ore lavori al giorno?
“Lavoro” è una parola grossa. Diciamo quattro?
5. Prendi le ferie?
“Ferie” presuppone “lavoro”.
6. Dove abiti?
Principalmente a Bologna, zona centro.
7. Dove lavori?
A casa, ma anche a Milano, Udine, Trieste, Treviso. Dipende.
8. Dove pensi?
In treno e nella mia stanzetta.
9. Quali sono i tuoi tre maggiori piaceri?
Amare, dormire, scrivere. Ma odio le liste
10. Ti piacciono i soldi?
Mi accorgo quanto mi piacciano quando non ne ho.
11. Il mondo è un posto migliore per gli ozii oggi o dieci anni fa?
Dieci anni fa ero un adolescente. Non saprei.
12. Sei felice?
Abbastanza.
13. Quante ore dormi, tra notte e giorno?
Almeno otto, ma anche di più.
14. Che stai leggendo?
Il condominio di Ballard, L’uomo ragno dato da Repubblica.
15. Se dovessi scegliere, sceglieresti i soldi o l’arte?
Uff.
16. A cosa stavi pensando?
A me povero. Cioè a me adesso.
17. Quali sono i tuoi eroi?
Eroi?
18. Un consiglio per i giovani?
Sono troppo giovane per dare i consigli ai giovani, anche se mi piace come ha risposto Arthur Smith a questa domanda: “Non procreate”.
19. Ti piace andare in giro svagandoti?
A voglia.
20. Che cos’è il Paradiso?
Essere felici e sereni, credo. Anche se forse è noioso. Ma che ne so…

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Che si fa la sera del 27 dicembre?

Ovviamente si fanno stupidi quiz. Via Colas.


Which Peanuts Character Are You?

Ma qual è la mia coperta?

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Il grande gioco da tavola di Natale

Il gioco di carte più indicato per le festività!

Per giocare al Grande gioco da Tavola di Natale vi serve principalmente il mazzo di carte di Natale, così composto:

  • le carte-auguri: sono le carte di più basso valore, servono principalmente a ritmare il gioco;
  • le carte-argomento: sono le carte per intrattenere gli altri giocatori. Ce ne sono di più comuni (la “carta-tempo”, quella “carovita”) e di più rare (“il problema della televisione pubblica in Italia”, “la globalizzazione e il mercato del pandoro”), ma attenti ad accoppiarle alla fase di gioco giusta, pena l’incomprensione reciproca, l’accusa di ubriacatura molesta o, la più tremenda, quella di essere un intellettuale di sinistra;
  • le carte-gusto: sono le carte che vi servono per apprezzare quello che state mangiando (esempi: la carta “non ne ho mai mangiato uno così buono” e la carta “mi devi assolutamente dare la ricetta”, molto adatta se il giocatore che la usa è di sesso femminile). Se siete i padroni di casa, avrete in dotazione alcune carte-gusto-modestia&ospitalità (esempi: la carta “c’è troppo sale”, gettonatissima; la carta “ne volete ancora” e quella “mica lo vorrete lasciare lì”, ottima per risolvere strategicamente situazioni stagnanti). Uno dei loro usi migliori è di accoppiarle strategicamente alle carte-cibo;
  • le carte-cibo: quando il tuo avversario è allo stremo, tira fuori la carta “panettone-farcito” o la temibile “spumantino”, potrai avere ottimi risultati!
  • le carte-regalo: ottime per sbarazzarsi di carte che avete in mano da tanto tempo, le carte-regalo possono essere giocate in maniera astuta se fate attenzione a come gli altri giocatori usano le loro carte-argomento; in questo modo potete assecondare e creare alleanze (per esempio giocando la carta “regalo-trendy” alla persona che ha giocato, per esempio, la carta-argomento “gossip”), ma anche distruggere l’altro giocatore (per esempio giocando la carta “libro-di-Vespa” contro un giocatore che si è rivelato essere un intellettuale di sinistra);
  • le carte-jolly, dette anche “bomba”: ce ne sono pochissime, e hanno effetti imprevedibili. Tra queste ricordiamo le due più gettonate: la “sono gay e questo non è il mio amico, ma il mio ragazzo” e la “sono incinta del collega di papà”. Hanno l’effetto di sicuro di bloccare il gioco degli altri giocatori e di farvi prendere tempo, ma hanno effetti collaterali imprevedibili. Possono farvi vincere, ma anche non farvi giocare mai più al grande gioco da tavola di Natale.

Giocatevele bene, le vostre carte. È Natale! Auguri, ma siete pronti a giocare? Via!

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A perfect trip

Ho trovato finalmente il tempo di esaudire un mio piccolo desiderio. Sentire l’ultimo disco di Lou Reed, The Raven. E che ci vorrà mai, direte voi?

Dunque: questo disco è ispirato a Poe, Lou Reed ha riscritto e/o messo in musica poesie e racconti di Poe. Poco dopo l’uscita del disco ho saputo che Riccardo Duranti, il bravo traduttore di Carver per minimum fax, stava traducendo per la stessa casa editrice i testi di The Raven. Quindi: disco e libro. Io adoro Poe. Perfetto. Quello che mi era sempre mancato, finora, era il tempo.

Ho ascoltato The Raven in treno. Il primo disco – primo atto – durante la tratta Bologna-Mestre. La seconda parte tra Mestre e Gorizia. Senza mai fermarmi, né di sentire, né di leggere. Vivendo le storie raccontate e musicate con un rapimento tale che mi ha riportato a quando, da bambino, sentivo le fiabe in cassetta. Raccontare e sentire raccontare storie è una delle cose più belle del mondo, secondo me. Mi emoziona, mi fa stare bene, è come un abbraccio.

Il disco, peraltro, non è perfetto. Però è mastodontico, splendidamente suonato (tra gli altri suonano e recitano: David Bowie, Ornette Coleman, Steve Buscemi, Willem Defoe e Amanda Plummer), torrenziale, vivo. Si seguono le storie, le vicende, si rabbrividisce e ci si emoziona. Quando è comparsa la voce di Bowie in “Hop Frog” mi è venuto un sorriso largo così.

Ripeto: il disco non è perfetto. Ma vi assicuro che sentire The Raven guardando fuori dal finestrino la pianura padana con la nebbia al crepuscolo è una delle cose che mi porterò dentro per un bel pezzo.

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Undici B, direzione Ponticella

Stanco alla fermata dell’autobus, come ieri sera. Ci sono due ragazzi. Lui sta in piedi e continua a chiedere informazioni su quando arrivino gli autobus e confronta quello che gli viene detto con il pannello informativo luminoso dietro di lui. Lei è seduta e fuma una sigaretta lentissimamente, le si chiudono gli occhi. Poi lui si siede accanto a lei, le passa qualcosa. Lei scopre l’avambraccio sinistro e si pulisce una macchietta di sangue. Poi prende un cartoncino e fa, sempre lentissimamente, due filtri.
Arriva l’autobus e i due salgono. Si siedono uno dietro l’altra, con le gambe un po’ rivolte verso il centro dell’autobus. Tirano fuori insieme tabacco e cartine e si arrotolano due sigarette. Fanno tutto in maniera assolutamente coordinata. Io sono in piedi, abbastanza vicino a loro, e li guardo. Mi impressiona vedere le loro lentezze sincronizzate.
Salgono tre ragazzi, con le teste rasate. Uno di loro si siede su un posto libero, gli altri due sono intorno, uno in piedi, l’altro accovacciato sotto l’obliteratrice. Cologo solo dei frammenti di quello che dicono.
“L’altra volta l’ho fatto il biglietto. Poi è arrivato il controllore: ‘Biglietto prego’. E io: ‘Toh, prego, grazie’. Fanculo pezzo di merda, schiavo del potere. ‘Prego, ecco il biglietto'”. Nel frattempo mi sono seduto anche io.
I due ragazzi di prima si alzano, hanno rollato le loro sigarette, si avvicinano alla porta d’uscita. I tre ragazzi con la testa rasata occupano tre posti liberi, vicino alla porta.
La ragazza è in piedi, si tiene ad un sostegno. Vede i ragazzi e chiede loro: “Perché avete la testa rasata?”
Uno risponde: “Perché siamo di centro”. Un altro replica: “Perché siamo di destra”.
La ragazza, sempre con gli occhi semichiusi, trasale: “Di destra?”
“Eh, sì”, dice uno. “Mica siamo mancini”, aggiunge, facendo il gesto di scrivere. Gli altri due ridono. Uno chiede alla ragazza: “Ma sei normale così oppure sei fatta?”
“Sono fatta”, dice con un filo di voce la ragazza, e forse lo ripete mormorando. “E cos’era?” chiede un altro. “Thai, brown…?” La ragazza non capisce. I tre ridono. “In che forma era?” chiede uno. E un altro, rivolto alla ragazza: “Schifosa!”. “Era in forma di sasso”, dice lei. I tre ragazzi ridono. Le porte si aprono e la ragazza scende. Uno di loro ricorda agli altri due di quando avevano visto una “tossica” in stazione. Poi aggiunge: “Di destra, mica scriviamo con la sinistra noi”. E un altro: “Ma non l’ha vista la maglietta antifascista?” e poi ridono.
Sono arrivato alla mia fermata, suono il campanello e scendo.

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