Archivi del mese: settembre 2003

Donne che si abbracciano troppo

Intontito dai nuovi video bruttissimi di Metallica, Iron Maiden e Korn, visti ieri notte sulla televisione ggiovane per eccellenza, ho deciso di darmi il colpo di grazia. E ho guardato per un po’ quello che doveva essere un programma sulle selezioni per un altro programma, “Superstar” o qualcosa del genere, condotto da Daniele Bossari (credo) su Italia 1. La storia è sempre la stessa: fanciulle mediamente carine che danzano e cantano davanti ad una giuria di esperti che poi le giudicano e le fanno passare al turno successivo, fino alla finale, che poi, credo, diventa il programma stesso. Ora, quello che ho visto è ragazze che, comunque vadano le cose, si abbracciano e si fanno i complimenti. Perfetto esempio di fair play.

Lo stesso accade con quella schifezza che è Miss Italia. Non ce la faccio proprio a guardarlo. Ieri per caso sono passato davanti al televisore e ho visto questo momento. Una concorrente, chiamata alla fase finale, già si commuove. E che cavolo. Già piangi? Oh! Non hai ancora vinto. Devi piangere dopo! Insostenibile.

Come avete forse visto ieri, e l’anno scorso, e l’anno prima ancora, eccetera, alla fine della serata, quando viene proclamata la vincitrice, le altre comunque circondano la piangente e l’abbracciano e la baciano, sorridenti.

Ma come? Ho la fortuna di avere molte amiche donne. Queste amiche mi raccontano spesso del mondo delle donne visto dalle donne. Da loro (non da una, ma dalla maggioranza di esse) ho visto che le donne sono spesso in competizione furente tra loro, gelose, a volte perfide, spesso cattive. Per carità, esiste anche l’amicizia al femminile. Ma a Miss Italia? Un concorso di bellezza tra le donne di un Paese in cui l’arrivismo-votato-alla-celebrità-televisiva sta diventando uno dei fondamenti della nazione? Andiamo…

Sarebbe stato bello che la nuova miss Italia avesse festeggiato da sola, tra gli sguardi delle altre che, tra i denti, la mandavano sonoramente a fanculo. Allora sì, le lacrime avrebbero avuto un senso. Forse.

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Mobilitiamoci

Sto diventando un ometto e ho le mie esigenze. Per esempio una è quella di cambiare l’arredamento della mia stanzetta, visto che pare che il futuro mi voglia a Bologna ancora per un po’. Niente di più facile. Per voi, forse. La mia stanza è piccola e piena di cose. E non so da dove iniziare, essendo negato per quasi tutte le cose pratiche. Mi addormento con questi pensieri e sogno. Sogno di quando ero piccolo ed esisteva una cosa chiamata Aiazzone e la sua canzoncina (da me modificata per motivi di copyright e per motivi neuronali che adesso non vi sto a spiegare).

..con la moto o in carrozzella, ma vai a Biella, ma vai a Biella, con la moto o col furgone e Aiazzone ti aiuterà.

C’era Guido Angeli che diceva “provare per credere”. Ma soprattutto c’erano gli architetti. Ricordate? Questi venivano a casa tua e ci pensavano loro. Metri, righelli, compassi. Roba che io non ho mai usato in vita mia, o quasi. Progettavano, disegnavano, pensavano, lì a casa tua. Architetti, ordinati, in giacca e cravatta. Magari gli offrivi un caffè, e, alla fine, tac, pronta la soluzione per te. Il catalogo a portata di mano. Fatto. Adesso, invece, non è più così.

Aiazzone esiste ancora, ma si va tutti all’Ikea. Ecco, io all’Ikea non ci sono mai stato. Ma dico: mai. Penso di essere uno dei pochissimi a non avere mai messo piede in quegli enormi posti gialli e blu, dove una sedia si chiama “Lothar” e un pensile “Gustaffson”. Ma del brandnaming (scusate: del nome dei prodotti) parliamo un’altra volta.

All’Ikea, mi dicono, c’è tutto. Dalla tazzina alla chaise longue, dal divano alla mensola, dal porta cd alla polpetta svedese. C’è lo spazio per fare divertire i bambini, c’è il ristorante (anche se credo che mangerò un panino prima, vedi foto…). Anche all’Ikea ci sono gli esperti di arredamento, ma li devi chiamare prima e poi non vengono a casa tua. E poi sono svedesi. Insomma, mica avremo lo stesso gusto nell’arredamento?

Tutti vanno all’Ikea. Mi chiedo perché. L’Ikea sostiene l’Unicef, usa il legno giusto, fa pagare le sue cose ma non tantissimo. E l’Ikea è perfettamente conscia del tremendo sforzo dell’acquisto che ogni consumatore affronta, quindi non solo ti viene a prendere direttamente con delle comode navette, ma ti coccola anche là.

Per quanto IKEA sia divertente, fare shopping è sempre una bella fatica. Quindi, se ti viene voglia di una bibita fresca e di un boccone sfizioso, al ristorante IKEA troverai un’intera gamma di piatti svedesi e italiani. Molti negozi hanno anche un bistrot vicino all’uscita, dove fare uno spuntino veloce.

Non vedo l’ora di divertirmi e fare shopping all’Ikea. E poi mi strafaccio di polpette svedesi. E non solo.

Ti senti affamato dopo la tua esperienza all’IKEA?

Quella di andare all’Ikea è un’esperienza. Qualcosa da raccontare agli amici, qualcosa che ti cambia la vita. “Da quando sono andato all’Ikea non sono più lo stesso”. E per concludere, la chicca finale.

Gli Svedesi amano festeggiare, stare in compagnia, mangiare e bere (bene!) e cantare. La nostra Bottega svedese offre molti prodotti tipici svedesi, tra cui le aringhe, il pane croccante e le squisite marmellate di mirtilli.
Troverai anche molte delle prelibatezze svedesi che hai assaggiato al ristorante: puoi portartele a casa, e seguire i nostri suggerimenti originali su come servirle. I mobili non sono l’unico punto forte di IKEA.

I suggerimenti Ikea non si limitano ai mobili, ma anche all’alimentazione e al bon-ton. Accidenti. Swedish way of life?

Domani vado all’Ikea per la prima volta (nonostante qualcuno me l’abbia sconsigliato: perdono). Forse diventerò biondo e i miei occhi si schiariranno. O forse l’immaginetta di Guido Angeli che porto sempre con me mi salverà.

P.S. Mi chiedo come mai l’Ikea sia così buona (bambini, cibo, Unicef, ecologia). Io diffido sempre delle cose/persone/animali/fiumi/città troppo buoni. Un mio coinquilino mi ha poi detto che il capo dell’Ikea pare sia un nazista. Ah, ecco. Mi chiedo se questa cosa venga tradita da qualche parte. Magari qualcuno di voi è seduto su un divano che si chiama Adolfson. Mamma mia.

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Vuoi star zitto, *per* favore?

Leggo dal Venerdì di questa settimana, a pagina 74, un’intervista di Antonio Dipollina a quel genio inutile di Tiziano Ferro. Il nuovo singolo del giovine 23enne di Latina si chiama XVerso. L’inizio di Dipollina è fulminante.

“Potremmo partire da questa cosa della scrittura da Sms. Stavolta non poteva chiamarlo Perverso, scritto normale?”

“Non me la sono sentita, e comunque è un grosso vantaggio”

E il grandissimo Dipollina chiede:

“XChé?”

(sic). Risponde il Kelly de noantri:

“Nelle interviste. Ne ho fatte a decine. Si inizia a parlare solo di quello, del XDono scritto così, mi chiedono solo quello, e capisco che posso sbrigarmela in cinque minuti”.

A Tizià, ma che cacchio ti devono chiedere? Il povero Dipollina ci prova a fare il ligio intervistatore, ma sentite qua.

“Risulta che lei vende uno sproposito”

“Rispetto al passato, sono cifre minori. Poi, certo in questo mercato vendo parecchio”.

Eh? Nella risposta alla domanda precedente, in cui gli veniva chiesto se guadagnasse tanto, Tizzone risponde che guadagna

“relativamente poco”.

Rosso relativo, quello del conto in banca? Ma no, è un poveretto. Ascoltate qua.

“Una casa come vorrei, per esempio, non sono riuscito a comprarla”.

Forse perché a Latina non c’è abbastanza terreno edificabile?

Sentite qua. Dipollina dice:

“Torniamo a lei. Soldi pochi, ma donne…”
“Capisco cosa intende, ma non è così”
“Parliamone”

(e mi chiedo se l’intervista sia stata fatta per telefono o di persona, perché leggendola si capisce dove gli veniva da ridere, al giornalista). La fine della risposta di Tirello è:

“Ecco: io non sono quello che cerca amori di una notte, proprio non ci riesco. Non so se si capisce”
“Beh”

dice Dipollina, evidentemente non ne può più. Ma Tignazzo affonda.

“Ecco, io non riesco mai a capire quanto cercano il ragazzo di successo o la persona. E allora preferisco rinunciare”.

Bravo. Bravo. Questa sì che è integrità morale, caro il mio Tinello. Ma non ti preoccupare, ché dopo quest’intervista, in cui dichiari che non hai una lira, nessuno busserà più al tuo camerino.
Ancora lui, Tafazzi Ferro:

“E poi il sesso non è tutto: ci sono i concerti”.

Certo, aggiungo io. E ci sono le macchine, i pranzi in famiglia, i bei libri, il tramonto sul mare… Invece il mio eroe Dipollina dice, secondo me tra le lacrime (di ilarità):

“Con tutto il rispetto, non dovrebbe essere la stessa cosa”.

Lapidaria la risposta di Tiscalio Ferro:

“A volte i concerti sono meglio”.

Durano di più. Certo. Hai un microfono in mano e un pubblico davanti. Oddio, non è che… Ma andiamo avanti.
L’intervistatore tira fuori una mezza accusa: pare che “XDono” sia molto simile ad un pezzo di Kelly. E Tiplagio Ferro inizia a dire le solite cose, che ci sono un sacco di canzoni sul giro di do, che la musica oggi è tutta un grande mescolamento (ho in mente di fare un mescolamento di qualche grande successo di un gruppo minore inglese, i Beatles), eccetera. Poi aggiunge, alla fine:

“Ha presente un pattern?”
“No, e non si azzardi a ripeterlo”

Ma Tirante non è così scemo. Infatti dichiara:

“Io (…) leggo Oscar Wilde. (…) Mi piace moltissimo, mi piace poi collegare l’estetica e la fisicità, ripensare alla moralità dell’Irlanda puritana, tutta quella costrizione sul sesso che poi esplode e va”.

Ecco, Tiziano, fa’ come il sesso: va’, va’.

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Lib(e)ri

Uno dei momenti più belli e normali della mia vita è quando finisco un libro e mi appresto a leggerne uno nuovo. Momento bello, importante ed emozionante. Insomma, si esce da un mondo e si entra in un altro mondo. Ma, per quanto i mondi possano essere avvolgenti, siamo comunque noi-in-un-dato-momento a leggere. Quindi la nostra vita, in senso lato, si mischia, è influenzata ed influenza la lettura. Inoltre, per quanto uno possa sapere di un libro prima di averlo letto, è difficile sapere tutto e sapere come la lettura influenzerà lo stato d’animo. Un’ulteriore premessa. Difficilmente leggo più di un libro alla volta e difficilmente non finisco un libro.

Adesso, giochiamo.

Due tra i libri più belli letti in quest’anno sono stati Appuntamenti al buio di Cornell Woolrich e Norwegian Wood, Tokyo Blues di Haruki Murakami. La tristezza di quest’ultimo è cosa nota, altro che. E anche la sua bellezza. Tant’è che quando dicevo che lo stavo leggendo, tutti mi guardavano con due occhi così. Non solo perché il libro era triste, ma perché in quel momento stavo vivendo uno dei dolori sentimentali più grandi della mia vita. E ovviamente il libro parla, tra le altre cose, di amori impossibili (avevo scritto “umori”, ecco) e sofferenze assortite.

Anche mia madre l’ha letto, quel libro. “Ma qui si ubriacano tutti e si suicidano”, mi dice. La guardo con lo sguardo-pieno-di-vita. Per fortuna non sa niente del cellulare.

Insomma, con il libro di Murakami ho vissuto il mio dolore riflesso, come le pagine se ne fossero preso un po’. Forse il mio dolore era tanto che sono stato io ad intristire il libro, non viceversa.

Appuntamenti al buio (Stile Libero Einaudi, 2000), finito di leggere ieri, è un noir scritto da Woolrich, un tipo strano, legatissimo in maniera morbosa alla madre, incapace di avere a che fare con altre donne. Scrive in maniera molto efficace ed avvincente. Solo che anche questo libro… È la storia di un ragazzo che ha solo la sua ragazza al mondo. Viene uccisa in maniera bizzarra mentre passa un piccolo aereo nel cielo e lui decide di fare provare a tutte le persone a bordo di quell’aereo ciò che ha provato lui, cioè la perdita della donna che amano di più al mondo. Il libro, ogni tanto, presenta frasi come queste:

“Lei si chiamava Dorothy, ed era deliziosa; non era facile descriverla, ma non per la stessa ragione: non si può descrivere la luce. Si può dire dove è, non che cos’è. Ci saranno state ragazze più belle, ma non più adorabili. Era una qualità che veniva da fuori e dentro di lei, un minuscolo particolare. Era il primo amore di ogni uomo, l’amore di cui ci si rende conto solo quando lo si è perduto e si guarda indietro a riflettere. Era la promessa fatta al principio e che non può essere mantenuta oltre un certo punto – e infatti non lo è mai” (p. 5)

“Mi piace vedere una coppia che si diverte, finché può. Poi ci sarà tutto il tempo per soffrire” (p. 141)

E adesso mi trovo davanti alla libreria, guardo i dorsi dei libri, pensando a cosa mi potranno nascondere. Chiudo gli occhi e scelgo.

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Il dugongo sepolto

Qualche giorno fa, un’amica che vive a Londra da qualche anno mi diceva di quanto fosse buffo che certe parole che rimangono chiuse e sepolte per anni nella memoria, a volte, di colpo, tendano a rimergere.

Ieri sera io e qualcun altro abbiamo giocato a Trivial (lo so, ultimamente me ne sto in casa di sera, ma, a differenza di Marcel, non me ne vado a letto presto: quindi invitatemi ad uscire, anche tardi). Insomma, ad un certo punto capita una domanda: “Che animale dell’antichità era spesso scambiato per una sirena?”. Io e la mia squadra abbiamo risposto “il delfino”. Invece la risposta corretta era “il dugongo”. Non so se abbiate idea di che animale sia un dugongo. Lo vedete lassù. È un mammifero acquatico, anche piuttosto brutto, un incrocio tra un delfino e una foca. Come cacchio avrà fatto a ricordare una sirena agli antichi… A me Daryl Hannah ricorda una sirena… Ma il punto non è questo. Il punto è che quando ero piccolo avevo un amichetto piuttosto grosso e sua madre lo chiamava scherzosamente dugongo. Io non sapevo cosa fosse il dugongo, ma ero un grande appassionato di animali, quindi lo cercai in uno dei miei libri. Mi vedo in questa stanza, in quella che non so se chiamare casa mia o casa dei miei (no, non sono a Bologna, provengo da altri lidi e ogni tanto torno a salutare mamma e papà, eh insomma), una stanza che era sistemata diversamente, sulla poltrona intento a sfogliare un librone di animali e a guardare una foto o un disegno del dugongo. Che è rimasto sepolto nei miei pensieri fino a ieri.

P.S. La parola a cui si riferiva la mia amica, invece, era “blog”.

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11 settembre ***3

Sono sicuro che, per quello che riguarda ciò che è successo due anni fa, basterà la televisione per ricordarcelo e farci tornare alla mente lo shock. Sono meno sicuro che oggi venga dedicat0o abbastanza spazio a ciò che successe trent’anni fa. Delle Twin Towers abbiamo immagini, immagini, immagini, immagini. Del palazzo della Moneda la nostra generazione ha ricordi di brani di libri di storia (se li ha ancora, questi ricordi) e poco altro. Dal palazzo della Moneda ecco le parole di un uomo che più essere-umano non si può. Leggetele qui.

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Work in progress

Sono andato nel negozio di alimentari sotto casa, per comprare del latte e un po’ di pane. Come la maggior parte di negozi di alimentari a Bologna, è gestito da pakistani. Ogni tanto faccio due chiacchiere col proprietario, come va, come non va. Oggi c’è stato questo dialogo.

– Ma dimmi, sei laureato? – mi chiede.
– Eh, sì, da quasi un anno – rispondo. E prego non mi faccia la domanda successiva, la maledetta domanda. Ovviamente me la fa.
– E il lavoro?

(Cristo).

– Eh, lo attendo.
– Vieni a lavorare qua.

È la prima proposta di lavoro diretta che ricevo. Ma non ce la potrei fare. Tutto il giorno a contatto col cliente, che per definizione è stressante. Spesso. “Magari”, penso, “è una battuta”. Quindi dico sorridendo che non sono fatto per un lavoro del genere.

– Ma in mezz’ora si impara – dice lui serissimo. E aggiunge: -Lo può fare anche un dottore.

Mi sono guardato intorno nel negozio per vedere se ci fosse un posto per appendere il certificato di laurea.

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