Poco più di quarantotto ore

Chissà quando renderò pubbliche queste righe…

“Ma che sta a ddì?”
“Che forse che vuole dire quando posterà ‘ste cazzate”
“Ah”
“Bah”

Dicevo: chissà quando renderò pubbliche queste righe. Tra blackout generalizzati e Fastweb che si rifiuta di funzionare… Per ora scrivo queste cose a mezzanotte e mezza del 30 settembre, vedremo quando le vedrete. Sono state quarantotto ore dense, densissime, per me e per altre persone. Il periodo va dal pomeriggio di sabato al pomeriggio di lunedì. Il post è lungo, e mi dispiace.

Prologo. Preparativi.

Io e il mio fratello di parole, a casa sua a Roma, il sabato pomeriggio. Elettrizzati dalla prospettiva della notte bianca, decidiamo di rilassarci, come si fa (o si dovrebbe fare) prima degli esami o degli incontri di wrestling. Quindi cazzeggiamo e creiamo il banner che vedete (forse) qua a fianco. Così, tanto per fare. Poi usciamo. Aperitivo. Ordiniamo due martini cocktail. Il barista ci chiede se ci vogliamo dentro l’oliva o il wurstel. Il wurstel? Ma non battiamo ciglio e diciamo “oliva”. Senza articolo, senza per favore. Oliva. E mangiucchiamo un po’ di cose. Poi riprendiamo il motorino e iniziamo la nostra notte bianca.

Prima parte. “Quanto sei bella Roma quando è sera”. E Parigi?

Passiamo da Via Veneto, dove dovrebbe essere proiettata “La dolce vita”, e la via dovrebbe essere decorata da ricordi e omaggi a Fellini. Invece la via è tappezzata di Ferrari, sì, le macchine. Una trentina abbondante, modelli dagli anni ’50 a oggi. Belle, non c’è che dire (anche se di motori proprio non me ne frega nulla).

“Ahò. Ma aqquesto nun je ‘mporta de ‘e machine, nun parla mai de carcio, je piace cucinà. Ma sarà n’omo veramente?”

Ma la domanda che ci facciamo è: che cacchio c’entrano le Ferrari con Fellini? Errore degli organizzatori? Ci siamo immaginati il responsabile della Notte Bianca che arriva in Via Veneto, vede tutte queste macchine e dice al sottoposto di turno: “Fellini, non Ferrari, cribbio!”.
Andiamo al Campidoglio. Vista meravigliosa. Dopo tanto tempo ancora Roma mi mozza il fiato. Lo so che è banale. Ma se me lo mozza, me lo mozza, non c’è pezza. In programma un concerto di Nicola “Il grillo fa crì crì” Piovani, in ricordo di Fellini. Stavolta speriamo che non si sia sbagliato nessuno, anche perché un concerto in ricordo di Ferrari eseguito da un compositore di musica da film avrebbe del surreale. E anche del futurista. Invece Piovani è simpatico e racconta aneddoti divertenti. Intervistato da Vincenzo “Ma quant’è meraviglioso questo filmlibrodisco” Mollica. Poi prende la parola Veltroni, il sindaco e fa un bel discorso con dei riferimenti neanche troppo vaghi a proposito dell’ultima follia di Bossi

Sì. Bossi. Quello là. Il ministro.

sullo spostare la capitale a Milano. Ovazioni dal pubblico, ovviamente. Veltroni conclude dicendo che Roma è la città più bella del mondo. Ora, queste cose le puoi dire se hai accanto il sindaco di Dallas, o di Roccasecca, ma non quando stai per dare la parola al sindaco di Parigi. Che, ovviamente, dice che le città più belle del mondo sono due. Poi prende la parola il capo della Camera di Commercio che dice “Possiamo dire che alle 2230 questa sfida della Notte Bianca è stata vinta”. Peccato, il pubblico non si è comportato da vero-italiano. Infatti solo un paio di migliaia di scongiuri simultanei avrebbero potuto non fare succedere quello che è accaduto dopo.
Ma c’è gente, troppo gente, e ce ne andiamo a mangiare qualcosa.

Seconda parte. Il gioco del silenzio

La tappa che più emozionava me e il mio fratello di parole era il silent party. Per due chiacchieroni come noi andare in un posto dove la regola è stare zitti ha il gusto della sfida impossibile. Come da copione, rispettiamo gli orari di entrata e a mezzanotte e qualche minuto siamo dentro una galleria d’arte dietro via Cavour. L’ora successiva dovrebbe essere dedicata alla visione delle opere esposte e ad imparare le regole del gioco (all’una silenzio totale, non si fuma, non si devono alcolici ma solo acqua minerale, chi esce non può più rientrare). Noi ci mettiamo di impegno, prendiamo posto su dei cuscini per terra e iniziamo a guardarci intorno. Del resto, pensiamo, che si può fare? Saranno gli sguardi che contano. E invece la cosa è organizzata all’italiana. Qualcuno sussurra, qualcuno esce e vuole rientrare, gente che fa casino fuori in strada, gente che entra con gli alcolici. La situazione si normalizza verso le due. A quel punto la gente che passa dalla via guarda dentro e ha lo sguardo del visitatore dello zoo. Noi, ché ci vogliamo bene, tendiamo ad interpretare quello sguardo come ammirazione ed invidia, perché noi ci siamo al primo silent party italiano e mamma mia quanto siamo in cool hip. Ma un po’ capiamo lo sguardo annoiato del leone albino dentro la gabbia. Alle due e mezzo ce ne andiamo.

Terza parte. Rock the station: back in black (out)

Stazione Termini trasformata in una discoteca rock! Con i dj che usavano animare le notti radiofoniche di Radio Rai Due con Planet Rock! La trasmissione che mi ha fatto scoprire alcuni dei gruppi che ancora adesso ho nel cuore. Arriviamo ed è bellissimo. Appena entro in stazione scatta il riff di “Master of Puppets” e mi sento adolescente, la canto tutta. Ma c’è un caldo porco, quindi usciamo e ci godiamo lo spettacolo da fuori. Cambia il dj, Mixo in consolle e mi viene in mente la sua trasmissione su Videomusic, Rock Revolution e i suoi capelli e cappelli improbabili. Mixo puttaneggia: nel senso che mette i classici più classici, la gente balla felice. Ad un certo punto inizia a piovere. Mannaggia. E noi siamo in motorino. Vabbè, smetterà. Riconosco il riff iniziale di “Whola Lotta Love”. Al secondo giro di riff:

puff

Termini è al buio. Ma la musica continua, accidenti! Infatti hanno i loro generatori che permettono alle luci di continuare a sbriluccicare e a stroboscopizzare (scusate) la gente. Tutti pensano solo: “è andata via la luce” e sono molto più incazzati per la pioggia che per altro. Capiamo che la pioggia non smette e il Words Brother grande suggerisce di andare a bere qualcosa in un bar di via Nazionale che conosce lui.
Solo che ci rendiamo conto che tutta la città è al buio. Pensiamo, tornando in motorino a casa, a quanto è stato sfigato Walter, a quante polemiche ci saranno, a questa notte bianca che forse è stata un po’ rovinata. Le strade, nel frattempo, sono buie buissime. Non capiamo. Tutta la città al buio? Arriviamo a casa. Buio, buio, buio. Quindi: candele. Cerchiamo una radio a pile, per capire che succede. Musica e un sacco di vuoti. Poi, ad un certo punto, una voce di un’ascoltatrice.

“Da dove chiami?”
“Da Napoli”
“Anche lì siete al buio?”
“Eh sì”.

Interno notte. I Words Brothers si guardano in faccia e sbiancano.

Sentiamo la radio fino alle sei, e veniamo a sapere del blackout totale. Andiamo a letto dicendo cose del tipo “Ma dimmi te” e “Certo che se quello della Camera di Commercio non la tirava così…”.

Quarta parte. I am an Italian journalist.

Mi sveglio poco dopo le 14 ed è tornata la corrente. Iniziamo a capire quello che sta succedendo e quello che è successo quando ricevo un sms da una mia amica inglese che vive a Bologna. Mi chiede se posso fare un favore ad una sua amica che lavora in una tv nazionale inglese, ITV: dovrei parlare in diretta dando testimonianza del black out. Un’ora dopo la mia voce, forse un po’ assonnata, invade le case dei sudditi della regina. Live. In inglese. Ancora non ci credo. Introdotta da “We have live from Rome Fransesco – eccetera eccetera: privacy – an Italian journalist”. Ho pensato all’aplomb del giornalismo (e non solo) britannico e non mi metto a ridere. Mi hanno chiesto, prima del collegamento, che facessi. Ma non so mai cosa rispondere. “Journalist” l’hanno dedotto loro, non è né del tutto vero, né del tutto falso. Alla fine erano contenti. All is good what ends good. No, questo non l’ho detto. Poi cazzeggiamo ancora nel pomeriggio e andiamo a cena. Con il padre del mio fratello di parole. Mi chiedo se sia, quindi, il mio zio-di-parole. Lasciamo perdere.

Epilogo. Il giorno dopo: livin’ on the edge.

La mattina dopo ci salutiamo, io e lui (ciao), e vado a Termini. Stavolta facendo gli scongiuri. Ma non serve a niente. Treni pienissimi, Eurostar stracolmi, mi tocca l’Intercity.
Risultato? Cinque ore (che, dubitavate del ritardo del treno?) di viaggio in piedi. Ma non in piedi nel corridoio. In piedi tra il cesso e la porta scorrevole che sta tra uno scompartimento e l’altro. Un inferno. Che poi, in queste situazioni, accadono cose del tipo:

  • Il treno è popolato da ciccioni
  • Il treno è popolato da famiglie di ciccioni che si spostano portando cose ingombrantissime, tipo impianti da megaraduno techno, riserve di cibo e abiti per un anno, passeggini, falciatrici, reattori nucleari
  • Il treno è popolato da persone che credono che “più in là” ci sia posto. Quindi passano e ripassano. Alla prima passata fai notare loro gentilmente che è inutile. Ma loro rispondono con uno sguardo pieno di speranza. Quindi li fai passare, schiacciandoti contro le pareti del vagone e/o altre persone. Fanno un metro in là e poi ripassano (e tu ti devi schiacciare di nuovo) dicendo “Eh no, non si passa”.
  • Tutti fumano ovunque.

Beh, quest’ultima cosa accade anche altre volte… (Chi scrive è un fumatore, notate bene).

Sono arrivato a Bologna distrutto, alle 1530. Senza avere mangiato né bevuto e con poche ore di sonno, pochissime. Sull’autobus c’era un posto libero, uno solo. Non ho neanche pensato di sedermi. Mai perdere il ritmo.

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2 risposte a “Poco più di quarantotto ore

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