Archivi del mese: settembre 2003

Poco più di quarantotto ore

Chissà quando renderò pubbliche queste righe…

“Ma che sta a ddì?”
“Che forse che vuole dire quando posterà ‘ste cazzate”
“Ah”
“Bah”

Dicevo: chissà quando renderò pubbliche queste righe. Tra blackout generalizzati e Fastweb che si rifiuta di funzionare… Per ora scrivo queste cose a mezzanotte e mezza del 30 settembre, vedremo quando le vedrete. Sono state quarantotto ore dense, densissime, per me e per altre persone. Il periodo va dal pomeriggio di sabato al pomeriggio di lunedì. Il post è lungo, e mi dispiace.

Prologo. Preparativi.

Io e il mio fratello di parole, a casa sua a Roma, il sabato pomeriggio. Elettrizzati dalla prospettiva della notte bianca, decidiamo di rilassarci, come si fa (o si dovrebbe fare) prima degli esami o degli incontri di wrestling. Quindi cazzeggiamo e creiamo il banner che vedete (forse) qua a fianco. Così, tanto per fare. Poi usciamo. Aperitivo. Ordiniamo due martini cocktail. Il barista ci chiede se ci vogliamo dentro l’oliva o il wurstel. Il wurstel? Ma non battiamo ciglio e diciamo “oliva”. Senza articolo, senza per favore. Oliva. E mangiucchiamo un po’ di cose. Poi riprendiamo il motorino e iniziamo la nostra notte bianca.

Prima parte. “Quanto sei bella Roma quando è sera”. E Parigi?

Passiamo da Via Veneto, dove dovrebbe essere proiettata “La dolce vita”, e la via dovrebbe essere decorata da ricordi e omaggi a Fellini. Invece la via è tappezzata di Ferrari, sì, le macchine. Una trentina abbondante, modelli dagli anni ’50 a oggi. Belle, non c’è che dire (anche se di motori proprio non me ne frega nulla).

“Ahò. Ma aqquesto nun je ‘mporta de ‘e machine, nun parla mai de carcio, je piace cucinà. Ma sarà n’omo veramente?”

Ma la domanda che ci facciamo è: che cacchio c’entrano le Ferrari con Fellini? Errore degli organizzatori? Ci siamo immaginati il responsabile della Notte Bianca che arriva in Via Veneto, vede tutte queste macchine e dice al sottoposto di turno: “Fellini, non Ferrari, cribbio!”.
Andiamo al Campidoglio. Vista meravigliosa. Dopo tanto tempo ancora Roma mi mozza il fiato. Lo so che è banale. Ma se me lo mozza, me lo mozza, non c’è pezza. In programma un concerto di Nicola “Il grillo fa crì crì” Piovani, in ricordo di Fellini. Stavolta speriamo che non si sia sbagliato nessuno, anche perché un concerto in ricordo di Ferrari eseguito da un compositore di musica da film avrebbe del surreale. E anche del futurista. Invece Piovani è simpatico e racconta aneddoti divertenti. Intervistato da Vincenzo “Ma quant’è meraviglioso questo filmlibrodisco” Mollica. Poi prende la parola Veltroni, il sindaco e fa un bel discorso con dei riferimenti neanche troppo vaghi a proposito dell’ultima follia di Bossi

Sì. Bossi. Quello là. Il ministro.

sullo spostare la capitale a Milano. Ovazioni dal pubblico, ovviamente. Veltroni conclude dicendo che Roma è la città più bella del mondo. Ora, queste cose le puoi dire se hai accanto il sindaco di Dallas, o di Roccasecca, ma non quando stai per dare la parola al sindaco di Parigi. Che, ovviamente, dice che le città più belle del mondo sono due. Poi prende la parola il capo della Camera di Commercio che dice “Possiamo dire che alle 2230 questa sfida della Notte Bianca è stata vinta”. Peccato, il pubblico non si è comportato da vero-italiano. Infatti solo un paio di migliaia di scongiuri simultanei avrebbero potuto non fare succedere quello che è accaduto dopo.
Ma c’è gente, troppo gente, e ce ne andiamo a mangiare qualcosa.

Seconda parte. Il gioco del silenzio

La tappa che più emozionava me e il mio fratello di parole era il silent party. Per due chiacchieroni come noi andare in un posto dove la regola è stare zitti ha il gusto della sfida impossibile. Come da copione, rispettiamo gli orari di entrata e a mezzanotte e qualche minuto siamo dentro una galleria d’arte dietro via Cavour. L’ora successiva dovrebbe essere dedicata alla visione delle opere esposte e ad imparare le regole del gioco (all’una silenzio totale, non si fuma, non si devono alcolici ma solo acqua minerale, chi esce non può più rientrare). Noi ci mettiamo di impegno, prendiamo posto su dei cuscini per terra e iniziamo a guardarci intorno. Del resto, pensiamo, che si può fare? Saranno gli sguardi che contano. E invece la cosa è organizzata all’italiana. Qualcuno sussurra, qualcuno esce e vuole rientrare, gente che fa casino fuori in strada, gente che entra con gli alcolici. La situazione si normalizza verso le due. A quel punto la gente che passa dalla via guarda dentro e ha lo sguardo del visitatore dello zoo. Noi, ché ci vogliamo bene, tendiamo ad interpretare quello sguardo come ammirazione ed invidia, perché noi ci siamo al primo silent party italiano e mamma mia quanto siamo in cool hip. Ma un po’ capiamo lo sguardo annoiato del leone albino dentro la gabbia. Alle due e mezzo ce ne andiamo.

Terza parte. Rock the station: back in black (out)

Stazione Termini trasformata in una discoteca rock! Con i dj che usavano animare le notti radiofoniche di Radio Rai Due con Planet Rock! La trasmissione che mi ha fatto scoprire alcuni dei gruppi che ancora adesso ho nel cuore. Arriviamo ed è bellissimo. Appena entro in stazione scatta il riff di “Master of Puppets” e mi sento adolescente, la canto tutta. Ma c’è un caldo porco, quindi usciamo e ci godiamo lo spettacolo da fuori. Cambia il dj, Mixo in consolle e mi viene in mente la sua trasmissione su Videomusic, Rock Revolution e i suoi capelli e cappelli improbabili. Mixo puttaneggia: nel senso che mette i classici più classici, la gente balla felice. Ad un certo punto inizia a piovere. Mannaggia. E noi siamo in motorino. Vabbè, smetterà. Riconosco il riff iniziale di “Whola Lotta Love”. Al secondo giro di riff:

puff

Termini è al buio. Ma la musica continua, accidenti! Infatti hanno i loro generatori che permettono alle luci di continuare a sbriluccicare e a stroboscopizzare (scusate) la gente. Tutti pensano solo: “è andata via la luce” e sono molto più incazzati per la pioggia che per altro. Capiamo che la pioggia non smette e il Words Brother grande suggerisce di andare a bere qualcosa in un bar di via Nazionale che conosce lui.
Solo che ci rendiamo conto che tutta la città è al buio. Pensiamo, tornando in motorino a casa, a quanto è stato sfigato Walter, a quante polemiche ci saranno, a questa notte bianca che forse è stata un po’ rovinata. Le strade, nel frattempo, sono buie buissime. Non capiamo. Tutta la città al buio? Arriviamo a casa. Buio, buio, buio. Quindi: candele. Cerchiamo una radio a pile, per capire che succede. Musica e un sacco di vuoti. Poi, ad un certo punto, una voce di un’ascoltatrice.

“Da dove chiami?”
“Da Napoli”
“Anche lì siete al buio?”
“Eh sì”.

Interno notte. I Words Brothers si guardano in faccia e sbiancano.

Sentiamo la radio fino alle sei, e veniamo a sapere del blackout totale. Andiamo a letto dicendo cose del tipo “Ma dimmi te” e “Certo che se quello della Camera di Commercio non la tirava così…”.

Quarta parte. I am an Italian journalist.

Mi sveglio poco dopo le 14 ed è tornata la corrente. Iniziamo a capire quello che sta succedendo e quello che è successo quando ricevo un sms da una mia amica inglese che vive a Bologna. Mi chiede se posso fare un favore ad una sua amica che lavora in una tv nazionale inglese, ITV: dovrei parlare in diretta dando testimonianza del black out. Un’ora dopo la mia voce, forse un po’ assonnata, invade le case dei sudditi della regina. Live. In inglese. Ancora non ci credo. Introdotta da “We have live from Rome Fransesco – eccetera eccetera: privacy – an Italian journalist”. Ho pensato all’aplomb del giornalismo (e non solo) britannico e non mi metto a ridere. Mi hanno chiesto, prima del collegamento, che facessi. Ma non so mai cosa rispondere. “Journalist” l’hanno dedotto loro, non è né del tutto vero, né del tutto falso. Alla fine erano contenti. All is good what ends good. No, questo non l’ho detto. Poi cazzeggiamo ancora nel pomeriggio e andiamo a cena. Con il padre del mio fratello di parole. Mi chiedo se sia, quindi, il mio zio-di-parole. Lasciamo perdere.

Epilogo. Il giorno dopo: livin’ on the edge.

La mattina dopo ci salutiamo, io e lui (ciao), e vado a Termini. Stavolta facendo gli scongiuri. Ma non serve a niente. Treni pienissimi, Eurostar stracolmi, mi tocca l’Intercity.
Risultato? Cinque ore (che, dubitavate del ritardo del treno?) di viaggio in piedi. Ma non in piedi nel corridoio. In piedi tra il cesso e la porta scorrevole che sta tra uno scompartimento e l’altro. Un inferno. Che poi, in queste situazioni, accadono cose del tipo:

  • Il treno è popolato da ciccioni
  • Il treno è popolato da famiglie di ciccioni che si spostano portando cose ingombrantissime, tipo impianti da megaraduno techno, riserve di cibo e abiti per un anno, passeggini, falciatrici, reattori nucleari
  • Il treno è popolato da persone che credono che “più in là” ci sia posto. Quindi passano e ripassano. Alla prima passata fai notare loro gentilmente che è inutile. Ma loro rispondono con uno sguardo pieno di speranza. Quindi li fai passare, schiacciandoti contro le pareti del vagone e/o altre persone. Fanno un metro in là e poi ripassano (e tu ti devi schiacciare di nuovo) dicendo “Eh no, non si passa”.
  • Tutti fumano ovunque.

Beh, quest’ultima cosa accade anche altre volte… (Chi scrive è un fumatore, notate bene).

Sono arrivato a Bologna distrutto, alle 1530. Senza avere mangiato né bevuto e con poche ore di sonno, pochissime. Sull’autobus c’era un posto libero, uno solo. Non ho neanche pensato di sedermi. Mai perdere il ritmo.

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Take the A Train

Eccomi a Roma, dal mio fratello di parole che guarda, sorveglia, mi nutre e mi dà da bere dell’ottima tequila. Il viaggio in treno è stato, come al solito, interessante. Basta, a volte, guardarsi intorno e spegnere il walkman. Davanti a me due ragazze carine, che hanno iniziato a parlare tra loro. Una delle due andava a Roma a trovare il ragazzo, ma non era proprio contenta. Infatti, per motivi di lavoro, la andava a prendere la madre di lui (futura suocera?) e lei non è che ne fosse proprio entusiasta.
“Ma hai un buon rapporto con lei?” chiedeva l’altra ragazza.
“Sì, però…”
E continuava dicendo che il ragazzo l’avrebbe portata allo stadio a vedere Roma-Ancona.
“Ho anche preparato lo striscione”, diceva lei. Io e l’altra ragazza abbiamo fatto due occhi così. E lei:
“Ma non con su scritto ‘Forza Roma’. C’è scritto ‘Sono qui’. Sai, è per una mia amica, metti che mi inquadrano a ‘Quelli che il calcio’…”.
Risatine imbarazzate.

Il personaggio seduto accanto a me, invece, non ha tolto gli occhi dalla ragazza seduta davanti a lui per un secondo. Tanto che ho pensato fosse cieco. Mi sono ricreduto quando non ho visto né il bastone bianco, né il cane. Le guardava proprio le tette. Punto. Poi si è alzato, forse stufo della visione, e ha preso un librone. Siccome, mentre io leggevo Linus e il libro che sto leggendo in questo momento, lui non ha fatto altro che guardare, mi sono sentito autorizzato a guardare quello che stava leggendo lui. Un libro-ricordo del corso per allievi ufficiali dei Carabinieri, con foto, ricordi e tutto. Alcune perle: capitoli intitolati: “O capitano, mio capitano”. Frasi epiche che iniziano con: “Immagina una valle verde” (sponsor?). Ma soprattutto il profilo allievo per allievo. Ora forse voi sapete che tra i Carabinieri ora ci sono anche delle donne. Ho quindi letto il profilo di un’allieva e l’ho trascritto sul mio taccuino. Anche questo, come tutto quello che ho scritto finora, è assolutamente vero.

Allieva eclettica, non ha mai nascosto le sue tendenze politiche. Per questo il Maresciallo le ha ordinato di comporre il testo dell’inno del plotone su una melodia “lievemente nostalgica”. Ingoiato il rospo, da vera combattente, si è poi vendicata suonando la canzone di Lady Oscar durante una funzione.

Il mio fratello-di-parole, qui dietro, si meraviglia e continua a chiedermi “Ma veramente?”. Veramente, veramente.

La terza ragazza ha detto di essere fidanzata con un ragazzo di Parigi.
Lo dico così, per completezza.

E domani: la notte bianca. Ma prima… il caldaista ci sveglierà domani mattina alle 815. Scatta un orrendo sorteggio per chi si dovrà alzare. Staremo a vedere…

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Amore, amori, amare, Aminor7 e vini liquorosi

Una serata piacevole, una cena tra amici. No, non è l’inizio di una pubblicità, ma quello che ho vissuto fino a questo momento. Ascolto del jazz e scrivo, lottando con le ultime zanzare tigri superstiti. Lo so che sembra strano, ma ancora vivono e ronzano e pungono. Maledette.

Una buona cena, sapete, quando si sta bene, si mangia bene. Vino in quantità, ma gustato e bevuto bene. E chiacchiere, tante. Il gioco della bottiglia, no, non l’abbiamo fatto. Ma ne abbiamo parlato, forse ispirati dai vuoti che andavano accumulandosi sulla tavola. E io, l’ho detto anche in questa occasione, che ci ho giocato per la prima volta tre anni fa. E ho baciato una ragazza con la quale poi ho avuto una breve storia. Non credo ci siamo mai detti che il nostro primo bacio è stato per gioco. Adesso, magari, legge queste righe e se ne ricorda, con un sorriso, spero.

Mano a mano gli ospiti se ne sono andati, fino a che siamo rimasti io e le due mie amiche, nonché padrone di casa. Avevamo voglia di fumare, siamo andati a comprare le sigarette. Avevamo voglia di bere, abbiamo aperto uno zibibbo di una decina di anni fa (molto molto buono). E abbiamo parlato d’amore. Adoro parlare di queste cose con le donne, che siano mie amiche, o altro. Perché adoro conoscere il loro punto di vista. Perché, nonostante tutto, adoro le donne, profondamente.

E abbiamo parlato di differenze, e ci siamo incuriositi a vicenda, come si fa in un documentario, nonostante non si stesse parlando della vita avventurosa del ghepardo, ma dell’altro sesso (mettiamola così per semplicità). Abbiamo riso, abbiamo bevuto e fumato, ci siamo mandati a fanculo. Ovviamente non siamo venuti a capo di niente. E penso che questo, nonostante tutto, sia meraviglioso. Difficile, ma bellissimo. Il gioco vale la candela. Ho pensato al mio passato, e ho sorriso (quasi sempre). Ho pensato con tenerezza alle donne che ho avuto (quasi tutte). Ho bevuto, riso, scherzato e fumato. E ho pensato che quello era uno dei momenti della mia vita che avrei ricordato, mentre sentivamo, uno dopo l’altro, brani jazz che celebravano l’amore vissuto e l’amore lasciato, l’amore tradito e l’amore scoperto, ogni volta.
Ho anche pensato a questo: l’uomo (inteso come essere umano) ha un lato animale, e lo sappiamo tutti. Tende a vivere comunque, è l’istinto di sopravvivenza. Ma quando si parla d’amore, beh, tutto questo salta. Si va contro natura, si tende, a volte, alla sofferenza, all’auto-annullamento. Ben lontani dall’istinto animale, vicini ad una strana razionalità, una razionalità profonda e allucinante, che porta alla perdita di razionalità. Che meraviglioso miscuglio che siamo.

E pensavo che, tutto sommato, era meravigliosamente bello, tutto. E che c’era sempre l’ironia di un accordo di settima in cui rifugiarsi, un accordo che non si conclude, che non si risolve, ma rimane sospeso, lì, nell’aria, con un mezzo sorriso. Indeciso lui, noi indecisi, emozionati ed emozionanti. Non posso che sorridere.

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Everything in its right place

Qualcuno mi ha scritto o mi ha detto che non vedeva l’ora di leggere quanto io sarei stato goffo nel montare i mobili dell’Ikea che mi sono arrivati oggi. Ebbene, mi dispiace deludervi, ma non li ho montati io. Si sono prestati all’opera, infatti, V. e G. detto Peppino (e li ringrazio infinitamente). E si sono divertiti pure. Le persone come me, che sono poco pratiche per la maggior parte delle cose, si incazzano, perdono la pazienza e le viti. Cosa grave, tra l’altro, perdere delle viti dei mobili Ikea, perché ce n’è solo il numero strettamente necessario. Appena l’ho saputo, mi è venuta subito l’ansia. Ci sono altre persone, invece, che ci godono a creare le cose. Io ho avuto successo con il Lego, ma già il Meccano mi faceva incazzare. Tanto per dirvi che persona sono. Io, nel frattempo, preparavo la cena (niente ricetta, solo rigatoni alla salsiccia. Senza panna, ma col pomodoro. E senza semi di finocchio, ahimè, finiti).

Ma il bello è venuto dopo, quando ho dovuto pensare a rimettere a posto libricdcose da me tolti dalla stanza prima, mentre V. e G. detto Peppino giocavano, felici come bambini, con assi, viti, martelli. I cd: facile. Ma i libri? E le riviste? E gli appunti che uso per fare questo e quest’altro? Ad un certo punto ho iniziato a mettere tutto per terra. Poi mi sono seduto sul mio nuovo divanolettofuton, mi sono acceso una sigaretta e ho guardato il mucchio informe di roba. Ho pensato che non ce l’avrei mai fatta, che si sarebbero moltiplicati, gli oggetti, fino a soffocarmi. Poi li ho presi di sorpresa, e, con una certa ripresa (d’animo), li ho sistemati.

Spostare i mobili, fare queste azioni radicali di riordinamento è salutare. Un gesto che a volte serve. Quando invece lo si fa troppo spesso, è sintomo di paranoia schizoide. Sì, conviene chiamare qualcuno. Un dottore, intendo, non un arredatore. Io lo faccio poche volte, pochissime, ma a volte capita di trovare delle persone…

“Ehi, ciao, come va? Che fai?” “Ah, non mi dire. Ho spostato tutti i mobili della stanza” “Ma non l’avevi fatto una settimana fa?” “Sì, ma non mi piaceva la sistemazione. Scusa, hai da accendere?” “Ma non avevi smesso di fumare?” “Sì, vabbè” “E quella bottiglia di gin? Ma che fai, sono le due del pomeriggio…” “Vabbè, se ci siamo visti perché mi facessi la predica, torno a casa. Mi sa che metto un po’ a posto la stanza…”

E ovviamente quando si sistemano le cose, si butta. Via questo, via quello. Ci si rende conto di avere tenuto oggetti e altro che non hanno utilità. E’ liberatorio buttare via. Ma non butto mai  le cose che mi hanno scritto altre persone. Lettere, biglietti… Neanche le parole delle persone che sono passate per caso vanno buttate. Neanche quando una storia finisce malissimo. Non buttatele mai, se vi posso dare un personalissimo consiglio. Piuttosto mettetele in fondo al cassetto. In uno scomparto lontano dai sogni, mi raccomando.

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L’indivia e il pene

Sono appena tornato dal concerto di Ani Difranco. Ma non è di questo che voglio parlare. Andiamo con ordine. Ha aperto il concerto un duo che si chiama Bitch and Animal. Sulle prime mi sono sembrate delle lesbiche incazzatissime, fin troppo. Non tanto nella musica, quanto nei testi. Poi, invece, quando si sono unite ad Ani nel bis, cantato in italiano (“Voglio mangiare una donna”) mi sono reso conto dell’ironia che ci sta sotto. Per fortuna.

Sapete, sono estremamente tollerante, anzi, di più. Come molte persone della mia generazione, non vedo differenza tra omosessualità, bisessualità ed eterosessualità. Ma è l’intolleranza che non tollero.

“Ma che stai dicendo? È un controsenso. Oh! Mi ascolti? Ehi! Bah…”

Avevo, qui a Bologna, due amiche lesbiche. Ne ho tuttora, e anche più di due, ma è di queste che voglio parlare. Io conoscevo una delle due, che, ad un certo punto, si è messa con una ragazza molto bella, molto affascinante, molto intelligente. A parte il fatto che odiava gli uomini. Questo, però, l’ho saputo dopo, perché dalle prime volte che sono andato a casa loro ho trovato questa ragazza aperta, disponibile e simpatica nei miei confronti. Certo, un bel po’ radicale, ma insomma. Una volta ho pranzato con loro. E, per dare loro una mano, mi sono messo a pulire l’insalata, dell’indivia (o lattuga), appunto. Passa da casa loro un mio amico, che conosceva come me la mia amica, ma non la sua ragazza. Rimane là per un po’, e mi accorgo che la ragazza lo tratta male, o meglio, non lo considera affatto. Non capisco e continuo a pulire l’indivia. Dopo un po’ entra in cucina la mia amica, e le chiedo il perché di quell’ostilità.

“Ce l’ha coi maschi, lo sai”. La guardo con aria interrogativa. “Ah, ma lei pensa che tu sia gay”. Guardo il cespo di insalata. Lei mi dice che avrebbe continuato lei. Prende il coltello e inizia a tagliarlo.

Sono immediatamente andato in bagno a ritoccarmi il mascara.

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How old are you?

Oggi sembra domenica, e l’aria è tiepida. Andando a comprare del vino (in quella che forse diventerà la “notaenoteca”?) ho incrociato due bambini. Due ragazzini. Insomma, avranno avuto dodici-tredici anni. Risalivano la strada di casa mia verso i Giardini. E fumavano una sigaretta, a tiri brevi, cercando quasi di nasconderla.

Avevano gli occhi bassi, probabilmente stavano marinando la scuola, forse era la prima volta che lo facevano. Forse lui un po’ è innamorato di lei e dei suoi capelli lunghi lunghi. Forse lei viene presa in giro perché esce-con-un-maschio.
Avevano gli occhi bassi. Ma sorridevano e camminavano a gran passi, per rifugiarsi nel parco, lontani da occhi indiscreti. L’ho visto, quanto si sentivano grandi. Ho iniziato a pensare a me, a cosa sono e alla mia età e a che cos’ero quando avevo la loro età.

Mi ha svegliato il saluto dell’enotecaro (!) e il peso delle tre bottiglie di Pinot nero che ho comprato.

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Neighbours 3 – Le Pornovicine

Il post che tutti quanti stavate aspettando! Tutti… Qualcuno.
Dopo le esaltanti avventure del vicino barista e del geometra del piano di sotto… The Hot Issue! Tutto vero!

Come avrete letto (forse) la mia cameretta si affaccia su un pozzo luce, sul quale, a sua volta, si affacciano altri appartamenti, un piano sotto e due piani sopra di me (ammazza che menti: quattro piani, sì, giusto). Caratteristica del pozzo luce è quella di conservare il suono in maniera perfetta, come non accade neanche negli studi della Deutsche Grammophon. Con vari risultati.

Fino ad un paio di anni fa, anche uno dei due appartamenti sopra il nostro era abitato da giovinistudenti, anzi, studentesse, per la precisione. Due. Bionde. Piuttosto fighette. Mediamente carine. Com’è come non è (serve a prendere tempo), iniziamo a sentire i loro amplessi. Ma in maniera netta e distinta. Non ho intenzione di scendere in particolari, ma riuscivamo a sentire nettamente preliminari, atto vero e proprio e climax (o orgasmo, o apice del piacere). E non è che stavamo lì a sentire. Non sempre, almeno. Le due fanciulle facevano un fine settimana da sole a testa, in modo tale che avessero la casa libera per i loro ragazzi. Il punto è che noi non avevamo alcuna idea di come si chiamassero le due. Quindi chiamammo la prima “Sì” e la seconda “Mmh”. I nomi non erano casuali. Iniziammo a capire le loro abitudini sessuali. E alcuni curiosi fenomeni. Quando “Mmh” raggiungeval’apicedelpiacere, andava in risonanza con il nostro bidet. Vi spiego. Quando si apre l’acqua calda del bidet di uno dei due bagni (curiosamente situato proprio sotto la camera da letto delle fanciulle), le tubature producevano un rumore sorprendentemente simile a quello che produceva la signorina “Mmh”. Ripeto: non è che stavamo lì a sentire: queste urlavano. E mi svegliavano anche. Era un periodo in cui la mia attività sessuale non era un gran che. Anzi: era nulla. Potete immaginarvi quanto rosicassi.

Gli amplessi di “Mmh” erano decisamente violenti. Andava in crescendo ululanti, in un verso misto di piacere e dolore prolungato: come se qualcuno le torcesse piano piano e in maniera continuativa un braccio dietro la schiena. “mmmmmmmmmmmmmmh!”. Una cosa del genere. E lei urlava, urlava. Tanto da pensare ad una violenza. Giuro che successe, una sera, una cosa del genere. Iniziano i soliti gemiti, ma diventano quasi delle urla. Piano piano tutti gli abitanti del condominio si affacciano al pozzo luce e commentano, piano, come si fa a teatro, quasi sussurrando. Alla fine: applauso collettivo. Giuro che è vero.

Gli amplessi di “Sì” erano più dolci. Ma lei e il suo ragazzo erano imbarazzanti per quanto riguarda l’orario. C’è stato un periodo in cui regolarmente lo facevano alle 1630 e alle 330. Minuto più minuto meno. Allucinante. Quel periodo era l’estate di tre anni fa. Un caldo mostruoso. Un pomeriggio viene una mia compagna di corso a casa mia, per studiare con me un esame orrendo. Le dico: “Guarda che alle quattro e mezzo quelli del piano di sopra attaccano”. Lei non capisce, io non aggiungo altro. Alle quattro e trentacinque lei mi guarda e mi dice: “Ma che è? Un film?”.

Avessi avuto un’havana me lo sarei acceso, e avrei detto: “No, it is life, baby”. Invece ho iniziato a singhiozzare.

E non è finita qua! Non perdete le prossime mirabolanti avventure di “Neighbours”! Tutto vero!

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