Archivi del mese: settembre 2003

Poco più di quarantotto ore

Chissà quando renderò pubbliche queste righe…

“Ma che sta a ddì?”
“Che forse che vuole dire quando posterà ‘ste cazzate”
“Ah”
“Bah”

Dicevo: chissà quando renderò pubbliche queste righe. Tra blackout generalizzati e Fastweb che si rifiuta di funzionare… Per ora scrivo queste cose a mezzanotte e mezza del 30 settembre, vedremo quando le vedrete. Sono state quarantotto ore dense, densissime, per me e per altre persone. Il periodo va dal pomeriggio di sabato al pomeriggio di lunedì. Il post è lungo, e mi dispiace.

Prologo. Preparativi.

Io e il mio fratello di parole, a casa sua a Roma, il sabato pomeriggio. Elettrizzati dalla prospettiva della notte bianca, decidiamo di rilassarci, come si fa (o si dovrebbe fare) prima degli esami o degli incontri di wrestling. Quindi cazzeggiamo e creiamo il banner che vedete (forse) qua a fianco. Così, tanto per fare. Poi usciamo. Aperitivo. Ordiniamo due martini cocktail. Il barista ci chiede se ci vogliamo dentro l’oliva o il wurstel. Il wurstel? Ma non battiamo ciglio e diciamo “oliva”. Senza articolo, senza per favore. Oliva. E mangiucchiamo un po’ di cose. Poi riprendiamo il motorino e iniziamo la nostra notte bianca.

Prima parte. “Quanto sei bella Roma quando è sera”. E Parigi?

Passiamo da Via Veneto, dove dovrebbe essere proiettata “La dolce vita”, e la via dovrebbe essere decorata da ricordi e omaggi a Fellini. Invece la via è tappezzata di Ferrari, sì, le macchine. Una trentina abbondante, modelli dagli anni ’50 a oggi. Belle, non c’è che dire (anche se di motori proprio non me ne frega nulla).

“Ahò. Ma aqquesto nun je ‘mporta de ‘e machine, nun parla mai de carcio, je piace cucinà. Ma sarà n’omo veramente?”

Ma la domanda che ci facciamo è: che cacchio c’entrano le Ferrari con Fellini? Errore degli organizzatori? Ci siamo immaginati il responsabile della Notte Bianca che arriva in Via Veneto, vede tutte queste macchine e dice al sottoposto di turno: “Fellini, non Ferrari, cribbio!”.
Andiamo al Campidoglio. Vista meravigliosa. Dopo tanto tempo ancora Roma mi mozza il fiato. Lo so che è banale. Ma se me lo mozza, me lo mozza, non c’è pezza. In programma un concerto di Nicola “Il grillo fa crì crì” Piovani, in ricordo di Fellini. Stavolta speriamo che non si sia sbagliato nessuno, anche perché un concerto in ricordo di Ferrari eseguito da un compositore di musica da film avrebbe del surreale. E anche del futurista. Invece Piovani è simpatico e racconta aneddoti divertenti. Intervistato da Vincenzo “Ma quant’è meraviglioso questo filmlibrodisco” Mollica. Poi prende la parola Veltroni, il sindaco e fa un bel discorso con dei riferimenti neanche troppo vaghi a proposito dell’ultima follia di Bossi

Sì. Bossi. Quello là. Il ministro.

sullo spostare la capitale a Milano. Ovazioni dal pubblico, ovviamente. Veltroni conclude dicendo che Roma è la città più bella del mondo. Ora, queste cose le puoi dire se hai accanto il sindaco di Dallas, o di Roccasecca, ma non quando stai per dare la parola al sindaco di Parigi. Che, ovviamente, dice che le città più belle del mondo sono due. Poi prende la parola il capo della Camera di Commercio che dice “Possiamo dire che alle 2230 questa sfida della Notte Bianca è stata vinta”. Peccato, il pubblico non si è comportato da vero-italiano. Infatti solo un paio di migliaia di scongiuri simultanei avrebbero potuto non fare succedere quello che è accaduto dopo.
Ma c’è gente, troppo gente, e ce ne andiamo a mangiare qualcosa.

Seconda parte. Il gioco del silenzio

La tappa che più emozionava me e il mio fratello di parole era il silent party. Per due chiacchieroni come noi andare in un posto dove la regola è stare zitti ha il gusto della sfida impossibile. Come da copione, rispettiamo gli orari di entrata e a mezzanotte e qualche minuto siamo dentro una galleria d’arte dietro via Cavour. L’ora successiva dovrebbe essere dedicata alla visione delle opere esposte e ad imparare le regole del gioco (all’una silenzio totale, non si fuma, non si devono alcolici ma solo acqua minerale, chi esce non può più rientrare). Noi ci mettiamo di impegno, prendiamo posto su dei cuscini per terra e iniziamo a guardarci intorno. Del resto, pensiamo, che si può fare? Saranno gli sguardi che contano. E invece la cosa è organizzata all’italiana. Qualcuno sussurra, qualcuno esce e vuole rientrare, gente che fa casino fuori in strada, gente che entra con gli alcolici. La situazione si normalizza verso le due. A quel punto la gente che passa dalla via guarda dentro e ha lo sguardo del visitatore dello zoo. Noi, ché ci vogliamo bene, tendiamo ad interpretare quello sguardo come ammirazione ed invidia, perché noi ci siamo al primo silent party italiano e mamma mia quanto siamo in cool hip. Ma un po’ capiamo lo sguardo annoiato del leone albino dentro la gabbia. Alle due e mezzo ce ne andiamo.

Terza parte. Rock the station: back in black (out)

Stazione Termini trasformata in una discoteca rock! Con i dj che usavano animare le notti radiofoniche di Radio Rai Due con Planet Rock! La trasmissione che mi ha fatto scoprire alcuni dei gruppi che ancora adesso ho nel cuore. Arriviamo ed è bellissimo. Appena entro in stazione scatta il riff di “Master of Puppets” e mi sento adolescente, la canto tutta. Ma c’è un caldo porco, quindi usciamo e ci godiamo lo spettacolo da fuori. Cambia il dj, Mixo in consolle e mi viene in mente la sua trasmissione su Videomusic, Rock Revolution e i suoi capelli e cappelli improbabili. Mixo puttaneggia: nel senso che mette i classici più classici, la gente balla felice. Ad un certo punto inizia a piovere. Mannaggia. E noi siamo in motorino. Vabbè, smetterà. Riconosco il riff iniziale di “Whola Lotta Love”. Al secondo giro di riff:

puff

Termini è al buio. Ma la musica continua, accidenti! Infatti hanno i loro generatori che permettono alle luci di continuare a sbriluccicare e a stroboscopizzare (scusate) la gente. Tutti pensano solo: “è andata via la luce” e sono molto più incazzati per la pioggia che per altro. Capiamo che la pioggia non smette e il Words Brother grande suggerisce di andare a bere qualcosa in un bar di via Nazionale che conosce lui.
Solo che ci rendiamo conto che tutta la città è al buio. Pensiamo, tornando in motorino a casa, a quanto è stato sfigato Walter, a quante polemiche ci saranno, a questa notte bianca che forse è stata un po’ rovinata. Le strade, nel frattempo, sono buie buissime. Non capiamo. Tutta la città al buio? Arriviamo a casa. Buio, buio, buio. Quindi: candele. Cerchiamo una radio a pile, per capire che succede. Musica e un sacco di vuoti. Poi, ad un certo punto, una voce di un’ascoltatrice.

“Da dove chiami?”
“Da Napoli”
“Anche lì siete al buio?”
“Eh sì”.

Interno notte. I Words Brothers si guardano in faccia e sbiancano.

Sentiamo la radio fino alle sei, e veniamo a sapere del blackout totale. Andiamo a letto dicendo cose del tipo “Ma dimmi te” e “Certo che se quello della Camera di Commercio non la tirava così…”.

Quarta parte. I am an Italian journalist.

Mi sveglio poco dopo le 14 ed è tornata la corrente. Iniziamo a capire quello che sta succedendo e quello che è successo quando ricevo un sms da una mia amica inglese che vive a Bologna. Mi chiede se posso fare un favore ad una sua amica che lavora in una tv nazionale inglese, ITV: dovrei parlare in diretta dando testimonianza del black out. Un’ora dopo la mia voce, forse un po’ assonnata, invade le case dei sudditi della regina. Live. In inglese. Ancora non ci credo. Introdotta da “We have live from Rome Fransesco – eccetera eccetera: privacy – an Italian journalist”. Ho pensato all’aplomb del giornalismo (e non solo) britannico e non mi metto a ridere. Mi hanno chiesto, prima del collegamento, che facessi. Ma non so mai cosa rispondere. “Journalist” l’hanno dedotto loro, non è né del tutto vero, né del tutto falso. Alla fine erano contenti. All is good what ends good. No, questo non l’ho detto. Poi cazzeggiamo ancora nel pomeriggio e andiamo a cena. Con il padre del mio fratello di parole. Mi chiedo se sia, quindi, il mio zio-di-parole. Lasciamo perdere.

Epilogo. Il giorno dopo: livin’ on the edge.

La mattina dopo ci salutiamo, io e lui (ciao), e vado a Termini. Stavolta facendo gli scongiuri. Ma non serve a niente. Treni pienissimi, Eurostar stracolmi, mi tocca l’Intercity.
Risultato? Cinque ore (che, dubitavate del ritardo del treno?) di viaggio in piedi. Ma non in piedi nel corridoio. In piedi tra il cesso e la porta scorrevole che sta tra uno scompartimento e l’altro. Un inferno. Che poi, in queste situazioni, accadono cose del tipo:

  • Il treno è popolato da ciccioni
  • Il treno è popolato da famiglie di ciccioni che si spostano portando cose ingombrantissime, tipo impianti da megaraduno techno, riserve di cibo e abiti per un anno, passeggini, falciatrici, reattori nucleari
  • Il treno è popolato da persone che credono che “più in là” ci sia posto. Quindi passano e ripassano. Alla prima passata fai notare loro gentilmente che è inutile. Ma loro rispondono con uno sguardo pieno di speranza. Quindi li fai passare, schiacciandoti contro le pareti del vagone e/o altre persone. Fanno un metro in là e poi ripassano (e tu ti devi schiacciare di nuovo) dicendo “Eh no, non si passa”.
  • Tutti fumano ovunque.

Beh, quest’ultima cosa accade anche altre volte… (Chi scrive è un fumatore, notate bene).

Sono arrivato a Bologna distrutto, alle 1530. Senza avere mangiato né bevuto e con poche ore di sonno, pochissime. Sull’autobus c’era un posto libero, uno solo. Non ho neanche pensato di sedermi. Mai perdere il ritmo.

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Take the A Train

Eccomi a Roma, dal mio fratello di parole che guarda, sorveglia, mi nutre e mi dà da bere dell’ottima tequila. Il viaggio in treno è stato, come al solito, interessante. Basta, a volte, guardarsi intorno e spegnere il walkman. Davanti a me due ragazze carine, che hanno iniziato a parlare tra loro. Una delle due andava a Roma a trovare il ragazzo, ma non era proprio contenta. Infatti, per motivi di lavoro, la andava a prendere la madre di lui (futura suocera?) e lei non è che ne fosse proprio entusiasta.
“Ma hai un buon rapporto con lei?” chiedeva l’altra ragazza.
“Sì, però…”
E continuava dicendo che il ragazzo l’avrebbe portata allo stadio a vedere Roma-Ancona.
“Ho anche preparato lo striscione”, diceva lei. Io e l’altra ragazza abbiamo fatto due occhi così. E lei:
“Ma non con su scritto ‘Forza Roma’. C’è scritto ‘Sono qui’. Sai, è per una mia amica, metti che mi inquadrano a ‘Quelli che il calcio’…”.
Risatine imbarazzate.

Il personaggio seduto accanto a me, invece, non ha tolto gli occhi dalla ragazza seduta davanti a lui per un secondo. Tanto che ho pensato fosse cieco. Mi sono ricreduto quando non ho visto né il bastone bianco, né il cane. Le guardava proprio le tette. Punto. Poi si è alzato, forse stufo della visione, e ha preso un librone. Siccome, mentre io leggevo Linus e il libro che sto leggendo in questo momento, lui non ha fatto altro che guardare, mi sono sentito autorizzato a guardare quello che stava leggendo lui. Un libro-ricordo del corso per allievi ufficiali dei Carabinieri, con foto, ricordi e tutto. Alcune perle: capitoli intitolati: “O capitano, mio capitano”. Frasi epiche che iniziano con: “Immagina una valle verde” (sponsor?). Ma soprattutto il profilo allievo per allievo. Ora forse voi sapete che tra i Carabinieri ora ci sono anche delle donne. Ho quindi letto il profilo di un’allieva e l’ho trascritto sul mio taccuino. Anche questo, come tutto quello che ho scritto finora, è assolutamente vero.

Allieva eclettica, non ha mai nascosto le sue tendenze politiche. Per questo il Maresciallo le ha ordinato di comporre il testo dell’inno del plotone su una melodia “lievemente nostalgica”. Ingoiato il rospo, da vera combattente, si è poi vendicata suonando la canzone di Lady Oscar durante una funzione.

Il mio fratello-di-parole, qui dietro, si meraviglia e continua a chiedermi “Ma veramente?”. Veramente, veramente.

La terza ragazza ha detto di essere fidanzata con un ragazzo di Parigi.
Lo dico così, per completezza.

E domani: la notte bianca. Ma prima… il caldaista ci sveglierà domani mattina alle 815. Scatta un orrendo sorteggio per chi si dovrà alzare. Staremo a vedere…

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Everything in its right place

Qualcuno mi ha scritto o mi ha detto che non vedeva l’ora di leggere quanto io sarei stato goffo nel montare i mobili dell’Ikea che mi sono arrivati oggi. Ebbene, mi dispiace deludervi, ma non li ho montati io. Si sono prestati all’opera, infatti, V. e G. detto Peppino (e li ringrazio infinitamente). E si sono divertiti pure. Le persone come me, che sono poco pratiche per la maggior parte delle cose, si incazzano, perdono la pazienza e le viti. Cosa grave, tra l’altro, perdere delle viti dei mobili Ikea, perché ce n’è solo il numero strettamente necessario. Appena l’ho saputo, mi è venuta subito l’ansia. Ci sono altre persone, invece, che ci godono a creare le cose. Io ho avuto successo con il Lego, ma già il Meccano mi faceva incazzare. Tanto per dirvi che persona sono. Io, nel frattempo, preparavo la cena (niente ricetta, solo rigatoni alla salsiccia. Senza panna, ma col pomodoro. E senza semi di finocchio, ahimè, finiti).

Ma il bello è venuto dopo, quando ho dovuto pensare a rimettere a posto libricdcose da me tolti dalla stanza prima, mentre V. e G. detto Peppino giocavano, felici come bambini, con assi, viti, martelli. I cd: facile. Ma i libri? E le riviste? E gli appunti che uso per fare questo e quest’altro? Ad un certo punto ho iniziato a mettere tutto per terra. Poi mi sono seduto sul mio nuovo divanolettofuton, mi sono acceso una sigaretta e ho guardato il mucchio informe di roba. Ho pensato che non ce l’avrei mai fatta, che si sarebbero moltiplicati, gli oggetti, fino a soffocarmi. Poi li ho presi di sorpresa, e, con una certa ripresa (d’animo), li ho sistemati.

Spostare i mobili, fare queste azioni radicali di riordinamento è salutare. Un gesto che a volte serve. Quando invece lo si fa troppo spesso, è sintomo di paranoia schizoide. Sì, conviene chiamare qualcuno. Un dottore, intendo, non un arredatore. Io lo faccio poche volte, pochissime, ma a volte capita di trovare delle persone…

“Ehi, ciao, come va? Che fai?” “Ah, non mi dire. Ho spostato tutti i mobili della stanza” “Ma non l’avevi fatto una settimana fa?” “Sì, ma non mi piaceva la sistemazione. Scusa, hai da accendere?” “Ma non avevi smesso di fumare?” “Sì, vabbè” “E quella bottiglia di gin? Ma che fai, sono le due del pomeriggio…” “Vabbè, se ci siamo visti perché mi facessi la predica, torno a casa. Mi sa che metto un po’ a posto la stanza…”

E ovviamente quando si sistemano le cose, si butta. Via questo, via quello. Ci si rende conto di avere tenuto oggetti e altro che non hanno utilità. E’ liberatorio buttare via. Ma non butto mai  le cose che mi hanno scritto altre persone. Lettere, biglietti… Neanche le parole delle persone che sono passate per caso vanno buttate. Neanche quando una storia finisce malissimo. Non buttatele mai, se vi posso dare un personalissimo consiglio. Piuttosto mettetele in fondo al cassetto. In uno scomparto lontano dai sogni, mi raccomando.

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L’indivia e il pene

Sono appena tornato dal concerto di Ani Difranco. Ma non è di questo che voglio parlare. Andiamo con ordine. Ha aperto il concerto un duo che si chiama Bitch and Animal. Sulle prime mi sono sembrate delle lesbiche incazzatissime, fin troppo. Non tanto nella musica, quanto nei testi. Poi, invece, quando si sono unite ad Ani nel bis, cantato in italiano (“Voglio mangiare una donna”) mi sono reso conto dell’ironia che ci sta sotto. Per fortuna.

Sapete, sono estremamente tollerante, anzi, di più. Come molte persone della mia generazione, non vedo differenza tra omosessualità, bisessualità ed eterosessualità. Ma è l’intolleranza che non tollero.

“Ma che stai dicendo? È un controsenso. Oh! Mi ascolti? Ehi! Bah…”

Avevo, qui a Bologna, due amiche lesbiche. Ne ho tuttora, e anche più di due, ma è di queste che voglio parlare. Io conoscevo una delle due, che, ad un certo punto, si è messa con una ragazza molto bella, molto affascinante, molto intelligente. A parte il fatto che odiava gli uomini. Questo, però, l’ho saputo dopo, perché dalle prime volte che sono andato a casa loro ho trovato questa ragazza aperta, disponibile e simpatica nei miei confronti. Certo, un bel po’ radicale, ma insomma. Una volta ho pranzato con loro. E, per dare loro una mano, mi sono messo a pulire l’insalata, dell’indivia (o lattuga), appunto. Passa da casa loro un mio amico, che conosceva come me la mia amica, ma non la sua ragazza. Rimane là per un po’, e mi accorgo che la ragazza lo tratta male, o meglio, non lo considera affatto. Non capisco e continuo a pulire l’indivia. Dopo un po’ entra in cucina la mia amica, e le chiedo il perché di quell’ostilità.

“Ce l’ha coi maschi, lo sai”. La guardo con aria interrogativa. “Ah, ma lei pensa che tu sia gay”. Guardo il cespo di insalata. Lei mi dice che avrebbe continuato lei. Prende il coltello e inizia a tagliarlo.

Sono immediatamente andato in bagno a ritoccarmi il mascara.

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How old are you?

Oggi sembra domenica, e l’aria è tiepida. Andando a comprare del vino (in quella che forse diventerà la “notaenoteca”?) ho incrociato due bambini. Due ragazzini. Insomma, avranno avuto dodici-tredici anni. Risalivano la strada di casa mia verso i Giardini. E fumavano una sigaretta, a tiri brevi, cercando quasi di nasconderla.

Avevano gli occhi bassi, probabilmente stavano marinando la scuola, forse era la prima volta che lo facevano. Forse lui un po’ è innamorato di lei e dei suoi capelli lunghi lunghi. Forse lei viene presa in giro perché esce-con-un-maschio.
Avevano gli occhi bassi. Ma sorridevano e camminavano a gran passi, per rifugiarsi nel parco, lontani da occhi indiscreti. L’ho visto, quanto si sentivano grandi. Ho iniziato a pensare a me, a cosa sono e alla mia età e a che cos’ero quando avevo la loro età.

Mi ha svegliato il saluto dell’enotecaro (!) e il peso delle tre bottiglie di Pinot nero che ho comprato.

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Neighbours 3 – Le Pornovicine

Il post che tutti quanti stavate aspettando! Tutti… Qualcuno.
Dopo le esaltanti avventure del vicino barista e del geometra del piano di sotto… The Hot Issue! Tutto vero!

Come avrete letto (forse) la mia cameretta si affaccia su un pozzo luce, sul quale, a sua volta, si affacciano altri appartamenti, un piano sotto e due piani sopra di me (ammazza che menti: quattro piani, sì, giusto). Caratteristica del pozzo luce è quella di conservare il suono in maniera perfetta, come non accade neanche negli studi della Deutsche Grammophon. Con vari risultati.

Fino ad un paio di anni fa, anche uno dei due appartamenti sopra il nostro era abitato da giovinistudenti, anzi, studentesse, per la precisione. Due. Bionde. Piuttosto fighette. Mediamente carine. Com’è come non è (serve a prendere tempo), iniziamo a sentire i loro amplessi. Ma in maniera netta e distinta. Non ho intenzione di scendere in particolari, ma riuscivamo a sentire nettamente preliminari, atto vero e proprio e climax (o orgasmo, o apice del piacere). E non è che stavamo lì a sentire. Non sempre, almeno. Le due fanciulle facevano un fine settimana da sole a testa, in modo tale che avessero la casa libera per i loro ragazzi. Il punto è che noi non avevamo alcuna idea di come si chiamassero le due. Quindi chiamammo la prima “Sì” e la seconda “Mmh”. I nomi non erano casuali. Iniziammo a capire le loro abitudini sessuali. E alcuni curiosi fenomeni. Quando “Mmh” raggiungeval’apicedelpiacere, andava in risonanza con il nostro bidet. Vi spiego. Quando si apre l’acqua calda del bidet di uno dei due bagni (curiosamente situato proprio sotto la camera da letto delle fanciulle), le tubature producevano un rumore sorprendentemente simile a quello che produceva la signorina “Mmh”. Ripeto: non è che stavamo lì a sentire: queste urlavano. E mi svegliavano anche. Era un periodo in cui la mia attività sessuale non era un gran che. Anzi: era nulla. Potete immaginarvi quanto rosicassi.

Gli amplessi di “Mmh” erano decisamente violenti. Andava in crescendo ululanti, in un verso misto di piacere e dolore prolungato: come se qualcuno le torcesse piano piano e in maniera continuativa un braccio dietro la schiena. “mmmmmmmmmmmmmmh!”. Una cosa del genere. E lei urlava, urlava. Tanto da pensare ad una violenza. Giuro che successe, una sera, una cosa del genere. Iniziano i soliti gemiti, ma diventano quasi delle urla. Piano piano tutti gli abitanti del condominio si affacciano al pozzo luce e commentano, piano, come si fa a teatro, quasi sussurrando. Alla fine: applauso collettivo. Giuro che è vero.

Gli amplessi di “Sì” erano più dolci. Ma lei e il suo ragazzo erano imbarazzanti per quanto riguarda l’orario. C’è stato un periodo in cui regolarmente lo facevano alle 1630 e alle 330. Minuto più minuto meno. Allucinante. Quel periodo era l’estate di tre anni fa. Un caldo mostruoso. Un pomeriggio viene una mia compagna di corso a casa mia, per studiare con me un esame orrendo. Le dico: “Guarda che alle quattro e mezzo quelli del piano di sopra attaccano”. Lei non capisce, io non aggiungo altro. Alle quattro e trentacinque lei mi guarda e mi dice: “Ma che è? Un film?”.

Avessi avuto un’havana me lo sarei acceso, e avrei detto: “No, it is life, baby”. Invece ho iniziato a singhiozzare.

E non è finita qua! Non perdete le prossime mirabolanti avventure di “Neighbours”! Tutto vero!

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The Swedish Experience

Care e cari, l’ho fatto. Con due validi accompagnatori, V. e G. (detto Peppino – se scrivevo “detto P.” non aveva senso: mi espongo alla sua querula querela), sono andato all’Ikea. Partenza prevista ore 10 a.m. Partenza effettiva: ore 10.30. Impossibile utilizzare navetta, in quanto il servizio funziona solo nel pomeriggio. Adottiamo la soluzione autobus. Risultato: viaggio lunghissimo. Vorrei farla breve, ma forse anche no.

L’autobus ci scarica non esattamente vicini al luogo magico, ma abbastanza da vedere la scritta gialla e blu troneggiare. Io ho catalogo e appunti, esattamente come viene suggerito.

Preparati.
Fai una lista di tutto quello di cui hai bisogno per la tua casa. Sarai sorpreso dalla varietà dell’offerta dei negozi IKEA. Prendi le misure degli spazi che desideri arredare. C’è abbastanza spazio nella tua macchina? Lo utilizzerai tutto!

Non ho la macchina. Ma sono pronto per l’IkeaExperience. Un solo motto: comprare solo quello che mi serve. Guardo i miei accompagnatori: sappiamo che la missione è dura. Verso le 1145 entriamo.

Dopo quindici secondi V. e G. detto Peppino sono persi a guardare degli oggetti di gomma in una grande cesta: li palpano, mormorano “costa poco” e “che carino”. Li trascino via a forza. “Abbiamo una missione”, dico loro. Permetto loro di prendere la borsa gialla (il carrello no), dei metri di carta, dei blocchetti e delle matite e andiamo avanti verso il primo obiettivo: letto nuovo, modello divano-futon. Nome: Grankulla. Con la “k”. Ma lo sapevo. Vuol dire che ci dormikkierò sopra. Appena arrivato nella zona-divaniletto i miei due accompagnatori si svelano per essere uno pessimista (V.), l’altro più accondiscendente (G. detto Peppino). I due litigano tra di loro e non mi assistono nella difficile scelta e nell’iter di acquisto. Mi rivolgo allora ad una signorina Ikea che mi dice come fare. Sono ancora lì a litigare, quando passo al secondo obiettivo: la libreria.

Ora, la libreria del vero giovane è modulare: compri i pezzi e te l’aggiusti come ti pare. Però devi calcolare prima la composizione. Per questo i gentili svedesi mettono a disposizione dei banchetti con matitine e calcolatrice. Quest’ultima è avvitata al banchetto. Vabbè che sono svedesi, ma noi siamo italiani, no? Una calcolatrice a energia solare fa gola un po’ a tutti. Ma io non ne ho bisogno. Ho già fatto i conti a casa. Quindi controllo che ci siano tutti i pezzi e seguo la stessa procedura per l’acquisto del letto. I pezzi si ritirano alla fine. Nome della scaffalatura: Ivar. Segni particolari: semplice.

Andiamo avanti. Terzo ed ultimo obiettivo: varie ed eventuali. Grucce e biancheria da letto con cuscino. La scelta delle grucce solleva un dibattito politico tra i miei accompagnatori. V. sostiene che siccome io mi sono laureato e non sono più uno studente sono diventato un lussuoso capitalista spendaccione, un gaudente che non si accontenta più delle cose di plastica. La causa di tutto questo è l’acquisto del set di grucce Bumerang con la “u”. Roba da fare impazzire i sociologi e gli economisti di tutto il mondo.
Alla fine riesco anche a comprare le lenzuola che mi servono.

Io arrivo alle casse trionfante. Ho solo preso quello che mi serviva. G. detto Peppino mi ha detto che lo scopo per cui mi accompagnava era di prendere degli asciugamani. È arrivato alle casse con un portacd. Senza asciugamani, ovviamente. Do il bancomat alla cassiera, che me lo restituisce esanime. Il bancomat, non la cassiera.

Passiamo le casse… e cado anche io nel tranello. G. detto Peppino si allontana e torna con del cibo. Tre minuti più tardi addentavo un würstel e bevevo una nota bibita gassata. Ho guardato il würstel. C’era scritto che era stato fabbricato con materiale biodegradabile e che per produrlo non era stato abbattuto neanche un albero.

Ho capito, adesso, cos’è l’IkeaExperience.

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Donne che si abbracciano troppo

Intontito dai nuovi video bruttissimi di Metallica, Iron Maiden e Korn, visti ieri notte sulla televisione ggiovane per eccellenza, ho deciso di darmi il colpo di grazia. E ho guardato per un po’ quello che doveva essere un programma sulle selezioni per un altro programma, “Superstar” o qualcosa del genere, condotto da Daniele Bossari (credo) su Italia 1. La storia è sempre la stessa: fanciulle mediamente carine che danzano e cantano davanti ad una giuria di esperti che poi le giudicano e le fanno passare al turno successivo, fino alla finale, che poi, credo, diventa il programma stesso. Ora, quello che ho visto è ragazze che, comunque vadano le cose, si abbracciano e si fanno i complimenti. Perfetto esempio di fair play.

Lo stesso accade con quella schifezza che è Miss Italia. Non ce la faccio proprio a guardarlo. Ieri per caso sono passato davanti al televisore e ho visto questo momento. Una concorrente, chiamata alla fase finale, già si commuove. E che cavolo. Già piangi? Oh! Non hai ancora vinto. Devi piangere dopo! Insostenibile.

Come avete forse visto ieri, e l’anno scorso, e l’anno prima ancora, eccetera, alla fine della serata, quando viene proclamata la vincitrice, le altre comunque circondano la piangente e l’abbracciano e la baciano, sorridenti.

Ma come? Ho la fortuna di avere molte amiche donne. Queste amiche mi raccontano spesso del mondo delle donne visto dalle donne. Da loro (non da una, ma dalla maggioranza di esse) ho visto che le donne sono spesso in competizione furente tra loro, gelose, a volte perfide, spesso cattive. Per carità, esiste anche l’amicizia al femminile. Ma a Miss Italia? Un concorso di bellezza tra le donne di un Paese in cui l’arrivismo-votato-alla-celebrità-televisiva sta diventando uno dei fondamenti della nazione? Andiamo…

Sarebbe stato bello che la nuova miss Italia avesse festeggiato da sola, tra gli sguardi delle altre che, tra i denti, la mandavano sonoramente a fanculo. Allora sì, le lacrime avrebbero avuto un senso. Forse.

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Mobilitiamoci

Sto diventando un ometto e ho le mie esigenze. Per esempio una è quella di cambiare l’arredamento della mia stanzetta, visto che pare che il futuro mi voglia a Bologna ancora per un po’. Niente di più facile. Per voi, forse. La mia stanza è piccola e piena di cose. E non so da dove iniziare, essendo negato per quasi tutte le cose pratiche. Mi addormento con questi pensieri e sogno. Sogno di quando ero piccolo ed esisteva una cosa chiamata Aiazzone e la sua canzoncina (da me modificata per motivi di copyright e per motivi neuronali che adesso non vi sto a spiegare).

..con la moto o in carrozzella, ma vai a Biella, ma vai a Biella, con la moto o col furgone e Aiazzone ti aiuterà.

C’era Guido Angeli che diceva “provare per credere”. Ma soprattutto c’erano gli architetti. Ricordate? Questi venivano a casa tua e ci pensavano loro. Metri, righelli, compassi. Roba che io non ho mai usato in vita mia, o quasi. Progettavano, disegnavano, pensavano, lì a casa tua. Architetti, ordinati, in giacca e cravatta. Magari gli offrivi un caffè, e, alla fine, tac, pronta la soluzione per te. Il catalogo a portata di mano. Fatto. Adesso, invece, non è più così.

Aiazzone esiste ancora, ma si va tutti all’Ikea. Ecco, io all’Ikea non ci sono mai stato. Ma dico: mai. Penso di essere uno dei pochissimi a non avere mai messo piede in quegli enormi posti gialli e blu, dove una sedia si chiama “Lothar” e un pensile “Gustaffson”. Ma del brandnaming (scusate: del nome dei prodotti) parliamo un’altra volta.

All’Ikea, mi dicono, c’è tutto. Dalla tazzina alla chaise longue, dal divano alla mensola, dal porta cd alla polpetta svedese. C’è lo spazio per fare divertire i bambini, c’è il ristorante (anche se credo che mangerò un panino prima, vedi foto…). Anche all’Ikea ci sono gli esperti di arredamento, ma li devi chiamare prima e poi non vengono a casa tua. E poi sono svedesi. Insomma, mica avremo lo stesso gusto nell’arredamento?

Tutti vanno all’Ikea. Mi chiedo perché. L’Ikea sostiene l’Unicef, usa il legno giusto, fa pagare le sue cose ma non tantissimo. E l’Ikea è perfettamente conscia del tremendo sforzo dell’acquisto che ogni consumatore affronta, quindi non solo ti viene a prendere direttamente con delle comode navette, ma ti coccola anche là.

Per quanto IKEA sia divertente, fare shopping è sempre una bella fatica. Quindi, se ti viene voglia di una bibita fresca e di un boccone sfizioso, al ristorante IKEA troverai un’intera gamma di piatti svedesi e italiani. Molti negozi hanno anche un bistrot vicino all’uscita, dove fare uno spuntino veloce.

Non vedo l’ora di divertirmi e fare shopping all’Ikea. E poi mi strafaccio di polpette svedesi. E non solo.

Ti senti affamato dopo la tua esperienza all’IKEA?

Quella di andare all’Ikea è un’esperienza. Qualcosa da raccontare agli amici, qualcosa che ti cambia la vita. “Da quando sono andato all’Ikea non sono più lo stesso”. E per concludere, la chicca finale.

Gli Svedesi amano festeggiare, stare in compagnia, mangiare e bere (bene!) e cantare. La nostra Bottega svedese offre molti prodotti tipici svedesi, tra cui le aringhe, il pane croccante e le squisite marmellate di mirtilli.
Troverai anche molte delle prelibatezze svedesi che hai assaggiato al ristorante: puoi portartele a casa, e seguire i nostri suggerimenti originali su come servirle. I mobili non sono l’unico punto forte di IKEA.

I suggerimenti Ikea non si limitano ai mobili, ma anche all’alimentazione e al bon-ton. Accidenti. Swedish way of life?

Domani vado all’Ikea per la prima volta (nonostante qualcuno me l’abbia sconsigliato: perdono). Forse diventerò biondo e i miei occhi si schiariranno. O forse l’immaginetta di Guido Angeli che porto sempre con me mi salverà.

P.S. Mi chiedo come mai l’Ikea sia così buona (bambini, cibo, Unicef, ecologia). Io diffido sempre delle cose/persone/animali/fiumi/città troppo buoni. Un mio coinquilino mi ha poi detto che il capo dell’Ikea pare sia un nazista. Ah, ecco. Mi chiedo se questa cosa venga tradita da qualche parte. Magari qualcuno di voi è seduto su un divano che si chiama Adolfson. Mamma mia.

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Vuoi star zitto, *per* favore?

Leggo dal Venerdì di questa settimana, a pagina 74, un’intervista di Antonio Dipollina a quel genio inutile di Tiziano Ferro. Il nuovo singolo del giovine 23enne di Latina si chiama XVerso. L’inizio di Dipollina è fulminante.

“Potremmo partire da questa cosa della scrittura da Sms. Stavolta non poteva chiamarlo Perverso, scritto normale?”

“Non me la sono sentita, e comunque è un grosso vantaggio”

E il grandissimo Dipollina chiede:

“XChé?”

(sic). Risponde il Kelly de noantri:

“Nelle interviste. Ne ho fatte a decine. Si inizia a parlare solo di quello, del XDono scritto così, mi chiedono solo quello, e capisco che posso sbrigarmela in cinque minuti”.

A Tizià, ma che cacchio ti devono chiedere? Il povero Dipollina ci prova a fare il ligio intervistatore, ma sentite qua.

“Risulta che lei vende uno sproposito”

“Rispetto al passato, sono cifre minori. Poi, certo in questo mercato vendo parecchio”.

Eh? Nella risposta alla domanda precedente, in cui gli veniva chiesto se guadagnasse tanto, Tizzone risponde che guadagna

“relativamente poco”.

Rosso relativo, quello del conto in banca? Ma no, è un poveretto. Ascoltate qua.

“Una casa come vorrei, per esempio, non sono riuscito a comprarla”.

Forse perché a Latina non c’è abbastanza terreno edificabile?

Sentite qua. Dipollina dice:

“Torniamo a lei. Soldi pochi, ma donne…”
“Capisco cosa intende, ma non è così”
“Parliamone”

(e mi chiedo se l’intervista sia stata fatta per telefono o di persona, perché leggendola si capisce dove gli veniva da ridere, al giornalista). La fine della risposta di Tirello è:

“Ecco: io non sono quello che cerca amori di una notte, proprio non ci riesco. Non so se si capisce”
“Beh”

dice Dipollina, evidentemente non ne può più. Ma Tignazzo affonda.

“Ecco, io non riesco mai a capire quanto cercano il ragazzo di successo o la persona. E allora preferisco rinunciare”.

Bravo. Bravo. Questa sì che è integrità morale, caro il mio Tinello. Ma non ti preoccupare, ché dopo quest’intervista, in cui dichiari che non hai una lira, nessuno busserà più al tuo camerino.
Ancora lui, Tafazzi Ferro:

“E poi il sesso non è tutto: ci sono i concerti”.

Certo, aggiungo io. E ci sono le macchine, i pranzi in famiglia, i bei libri, il tramonto sul mare… Invece il mio eroe Dipollina dice, secondo me tra le lacrime (di ilarità):

“Con tutto il rispetto, non dovrebbe essere la stessa cosa”.

Lapidaria la risposta di Tiscalio Ferro:

“A volte i concerti sono meglio”.

Durano di più. Certo. Hai un microfono in mano e un pubblico davanti. Oddio, non è che… Ma andiamo avanti.
L’intervistatore tira fuori una mezza accusa: pare che “XDono” sia molto simile ad un pezzo di Kelly. E Tiplagio Ferro inizia a dire le solite cose, che ci sono un sacco di canzoni sul giro di do, che la musica oggi è tutta un grande mescolamento (ho in mente di fare un mescolamento di qualche grande successo di un gruppo minore inglese, i Beatles), eccetera. Poi aggiunge, alla fine:

“Ha presente un pattern?”
“No, e non si azzardi a ripeterlo”

Ma Tirante non è così scemo. Infatti dichiara:

“Io (…) leggo Oscar Wilde. (…) Mi piace moltissimo, mi piace poi collegare l’estetica e la fisicità, ripensare alla moralità dell’Irlanda puritana, tutta quella costrizione sul sesso che poi esplode e va”.

Ecco, Tiziano, fa’ come il sesso: va’, va’.

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Lib(e)ri

Uno dei momenti più belli e normali della mia vita è quando finisco un libro e mi appresto a leggerne uno nuovo. Momento bello, importante ed emozionante. Insomma, si esce da un mondo e si entra in un altro mondo. Ma, per quanto i mondi possano essere avvolgenti, siamo comunque noi-in-un-dato-momento a leggere. Quindi la nostra vita, in senso lato, si mischia, è influenzata ed influenza la lettura. Inoltre, per quanto uno possa sapere di un libro prima di averlo letto, è difficile sapere tutto e sapere come la lettura influenzerà lo stato d’animo. Un’ulteriore premessa. Difficilmente leggo più di un libro alla volta e difficilmente non finisco un libro.

Adesso, giochiamo.

Due tra i libri più belli letti in quest’anno sono stati Appuntamenti al buio di Cornell Woolrich e Norwegian Wood, Tokyo Blues di Haruki Murakami. La tristezza di quest’ultimo è cosa nota, altro che. E anche la sua bellezza. Tant’è che quando dicevo che lo stavo leggendo, tutti mi guardavano con due occhi così. Non solo perché il libro era triste, ma perché in quel momento stavo vivendo uno dei dolori sentimentali più grandi della mia vita. E ovviamente il libro parla, tra le altre cose, di amori impossibili (avevo scritto “umori”, ecco) e sofferenze assortite.

Anche mia madre l’ha letto, quel libro. “Ma qui si ubriacano tutti e si suicidano”, mi dice. La guardo con lo sguardo-pieno-di-vita. Per fortuna non sa niente del cellulare.

Insomma, con il libro di Murakami ho vissuto il mio dolore riflesso, come le pagine se ne fossero preso un po’. Forse il mio dolore era tanto che sono stato io ad intristire il libro, non viceversa.

Appuntamenti al buio (Stile Libero Einaudi, 2000), finito di leggere ieri, è un noir scritto da Woolrich, un tipo strano, legatissimo in maniera morbosa alla madre, incapace di avere a che fare con altre donne. Scrive in maniera molto efficace ed avvincente. Solo che anche questo libro… È la storia di un ragazzo che ha solo la sua ragazza al mondo. Viene uccisa in maniera bizzarra mentre passa un piccolo aereo nel cielo e lui decide di fare provare a tutte le persone a bordo di quell’aereo ciò che ha provato lui, cioè la perdita della donna che amano di più al mondo. Il libro, ogni tanto, presenta frasi come queste:

“Lei si chiamava Dorothy, ed era deliziosa; non era facile descriverla, ma non per la stessa ragione: non si può descrivere la luce. Si può dire dove è, non che cos’è. Ci saranno state ragazze più belle, ma non più adorabili. Era una qualità che veniva da fuori e dentro di lei, un minuscolo particolare. Era il primo amore di ogni uomo, l’amore di cui ci si rende conto solo quando lo si è perduto e si guarda indietro a riflettere. Era la promessa fatta al principio e che non può essere mantenuta oltre un certo punto – e infatti non lo è mai” (p. 5)

“Mi piace vedere una coppia che si diverte, finché può. Poi ci sarà tutto il tempo per soffrire” (p. 141)

E adesso mi trovo davanti alla libreria, guardo i dorsi dei libri, pensando a cosa mi potranno nascondere. Chiudo gli occhi e scelgo.

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Il dugongo sepolto

Qualche giorno fa, un’amica che vive a Londra da qualche anno mi diceva di quanto fosse buffo che certe parole che rimangono chiuse e sepolte per anni nella memoria, a volte, di colpo, tendano a rimergere.

Ieri sera io e qualcun altro abbiamo giocato a Trivial (lo so, ultimamente me ne sto in casa di sera, ma, a differenza di Marcel, non me ne vado a letto presto: quindi invitatemi ad uscire, anche tardi). Insomma, ad un certo punto capita una domanda: “Che animale dell’antichità era spesso scambiato per una sirena?”. Io e la mia squadra abbiamo risposto “il delfino”. Invece la risposta corretta era “il dugongo”. Non so se abbiate idea di che animale sia un dugongo. Lo vedete lassù. È un mammifero acquatico, anche piuttosto brutto, un incrocio tra un delfino e una foca. Come cacchio avrà fatto a ricordare una sirena agli antichi… A me Daryl Hannah ricorda una sirena… Ma il punto non è questo. Il punto è che quando ero piccolo avevo un amichetto piuttosto grosso e sua madre lo chiamava scherzosamente dugongo. Io non sapevo cosa fosse il dugongo, ma ero un grande appassionato di animali, quindi lo cercai in uno dei miei libri. Mi vedo in questa stanza, in quella che non so se chiamare casa mia o casa dei miei (no, non sono a Bologna, provengo da altri lidi e ogni tanto torno a salutare mamma e papà, eh insomma), una stanza che era sistemata diversamente, sulla poltrona intento a sfogliare un librone di animali e a guardare una foto o un disegno del dugongo. Che è rimasto sepolto nei miei pensieri fino a ieri.

P.S. La parola a cui si riferiva la mia amica, invece, era “blog”.

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11 settembre ***3

Sono sicuro che, per quello che riguarda ciò che è successo due anni fa, basterà la televisione per ricordarcelo e farci tornare alla mente lo shock. Sono meno sicuro che oggi venga dedicat0o abbastanza spazio a ciò che successe trent’anni fa. Delle Twin Towers abbiamo immagini, immagini, immagini, immagini. Del palazzo della Moneda la nostra generazione ha ricordi di brani di libri di storia (se li ha ancora, questi ricordi) e poco altro. Dal palazzo della Moneda ecco le parole di un uomo che più essere-umano non si può. Leggetele qui.

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Work in progress

Sono andato nel negozio di alimentari sotto casa, per comprare del latte e un po’ di pane. Come la maggior parte di negozi di alimentari a Bologna, è gestito da pakistani. Ogni tanto faccio due chiacchiere col proprietario, come va, come non va. Oggi c’è stato questo dialogo.

– Ma dimmi, sei laureato? – mi chiede.
– Eh, sì, da quasi un anno – rispondo. E prego non mi faccia la domanda successiva, la maledetta domanda. Ovviamente me la fa.
– E il lavoro?

(Cristo).

– Eh, lo attendo.
– Vieni a lavorare qua.

È la prima proposta di lavoro diretta che ricevo. Ma non ce la potrei fare. Tutto il giorno a contatto col cliente, che per definizione è stressante. Spesso. “Magari”, penso, “è una battuta”. Quindi dico sorridendo che non sono fatto per un lavoro del genere.

– Ma in mezz’ora si impara – dice lui serissimo. E aggiunge: -Lo può fare anche un dottore.

Mi sono guardato intorno nel negozio per vedere se ci fosse un posto per appendere il certificato di laurea.

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Una serata secondo i programmi

Lunedì, ore 1945.
Sono pronto, come neanche Fantozzi quando deve vedere Italia-Inghilterra.
Cena con amico alle ore 20 in punto, poi concerto di Bowie alla radio, in diretta, da Londra. Il mio amico dovrebbe portare qualcosa da bere o altro, chissà. Comunque mangeremo, ci sentiremo il concerto alla radio, chiacchierando e cantando pezzi di canzoni e scoprendone di nuove. E poi avrò il ricordo del concerto, lo registro.

E come?

Corro alla Virgin, che è aperto fino alle ore venti. Entro e, ovviamente, sono l’unico cliente. Di solito alla Virgin la musica è varia, ma comunque orecchiabile–>gradevole–>acquistabile. Invece c’era sparato a palla un gruppo metal urlatissimo. Compro due cassette da novanta ed esco, pensando “mitico, ce l’ho fatta”. Piove tantissimo, ma il mio amico ha trovato un passaggio in macchina. Arriverà.

Ore 2005. Mi chiama. “Ritardo una ventina di minuti, i viali sono completamente bloccati, piove tantissimo”. Guardo il sugo per la pasta e gli dico di aspettare. Un po’ borbotta, ma poi si quieta. Penso che mangeremo in ritardo, ma pazienza. La pioggia, intanto, aumenta.
Ore 2035. Il mio amico non si fa vedere. E io non ho una lira sul cellulare per chiedergli dove sia, come stia, e soprattutto quando pensa di arrivare.
Ore 2045. Mi sintonizzo su Radio Due, dove c’è qualcuno che fa dei discorsi assolutamente magniloquenti che elogiano una band nostrana. “Sentiamo”, mi dico, mentre sgranocchio degli animaletti di cristallo per alleviare la tensione: il mio programma sta andando completamente a puttane. La canzone è orrenda. Ovviamente.
Ore 2050. Arriva il mio amico, zuppo e trafelatissimo. Ovviamente, poverino, non è riuscito a portarmi alcun omaggio. “Non importa”, dico io, “sta per iniziare il concerto”. E mi sento un po’ come si dovevano sentire i miei nonni, vicini alla radio per non perdere niente, neanche una parola. Quasi mi commuovo.
Ore 2103. Il concerto non verrà trasmesso. La Sony ha revocato all’ultimo momento la licenza per la diffusione. Tento di fare come Muzio Scevola e sto per immergere la mano destra nel sugo bollente, ma il mio amico mi ferma all’ultimo momento.

La serata si è conclusa con una partita a Trivial, che perdo. Però ho imparato che i ragni hanno otto occhi. Di tutte le cazzate che scorrono in una partita di Trivial Pursuit, in genere se ne ricorda una soltanto, dopo. Il ricordo non permane per più di un paio di giorni. No, questo non l’ho scoperto giocando. Esperienza personale.

Andando a letto ho maledetto la Sony, spegnendo la luce. Poi mi sono alzato di colpo, sono andato vicino allo stereo e ho guardato le cassette comprate per registrare il concerto. Ho tirato un sospiro di sollievo. Almeno erano della TDK.

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Neighbours 2

Mi piacerebbe rimandarvi alla prima puntata della saga, ma purtroppo sono una schiappa con la gestione del template e non ho i permalinks.

“Francesco, ma come parli?”. “Ehilà, mamma”. Imbarazzo. “Che hai detto? Templi? Permanente?” “Ma no, parlavo del templeit che è il modello del mio blog, e che non ha dei link sull’ora. Cioè, quando posto qualcosa…”. Mia madre inizia a diventare terrea. “Ti continui a fare le canne?” “Mamma, ma che c’entrano le canne” “Magari ti ubriachi ogni sera, lì, sul templeit”. “Mamma…” “Che è blog? Ma non era ‘Blob’? Ti piaceva tanto!” “Ma lo guardo ancora e mi piace. Sto parlando di blog, una specie di diario…””Se ti fai la permanente, secondo me, stai male”. Mi arrendo. Ma datemi una mano con i permalinks. Io nel frattempo spiego a mia madre di che si tratta.

Nella mia casetta, al piano di sotto, proprio sotto di me, abita un geometra. O meglio, ha lo studio un geometra. Anche se una domenica mattina l’ho sorpreso sulla porta, un po’ assonnato, in maglietta e boxer. “Amore sul tecnigrafo”. Insomma, il geometra ha la finestra di una parte del suo studio proprio sul pozzo luce dove si affaccia la finestra di camera mia. Questo vuol dire che, per esempio, d’estate, quando abbiamo tutti e due le finestre aperte, è meglio che io non tenga la musica troppo alta. All’inizio per dirmi di abbassare fischiava, e io abbaiavo, di conseguenza. Poi ci siamo conosciuti meglio. E adesso prima fischia, poi dice il mio nome. Io abbaio, ma se me lo chiede gli porgo la zampa. Progressi. Questione di addestramento.

Ho conosciuto il geometra del piano di sotto perché lui, anche se non conta niente, era l’amministratore del condominio. Quindi lui sa e può. Ha una specie di carica onoraria, che ne so, come gli ex-presidenti della Repubblica che diventano poi senatori a vita. Avevo una bicicletta. E la mettevo nel cortiletto del palazzo. Lui mi ha detto che non si poteva, citandomi una delibera condominiale. Io un po’ ho insistito. Lui anche. “Che gliene frega?” pensavo. Ma sarebbe come dire che gli frega dell’Italia a… Esempio sbagliato. Scusate. Insomma, l’ho messa fuori, la bici. E me l’hanno rubata. Ce l’ho avuta con lui, per un po’. Ho pensato di tenere la musica a tutto volume quando cavolo mi pareva a me. Per un po’ l’ho fatto, ma lui si ad un certo punto si è rifiutato di darmi l’osso-di-gomma-che-ne-vado-pazzo. Quindi ho smesso.

Il geometra del piano di sotto ha una strana caratteristica. Quando parla al telefono aumenta automaticamente il tono di voce. Ora, il mio squallido tenore di vita fa sì che, quando lui (e il resto del mondo sul fuso di Greenwich+1) inizia a lavorare, io sia in piena fase REM. E lui, una delle prime cose che fa, è telefonare. Quindi io mi sveglio regolarmente con le sue telefonate. Una delle ultime è andata così. Giuro.

“Pronto, Sandro, ciao, sono M. Bene, bene, tu? Sei tornato, eh? Anche io. No, bene. Senti, Sandro, mi hai fatto quella richiesta? Come… Ma no, Sandro, te l’avevo detto prima delle vacanze, Sandro. Ma Sandro, come. Ma Sandro, non l’hai fatta. Ma come, non te l’ho dett… Mosocc’ ma non… Sandro. Sì che. Sandro. Sandro. Io. Ma no, figurati se me lo sono dimenticato, Sandro. Ma la rich. Sandro, non mi fare. Sandro te l’ho detto prima delle vacanze, figurati se. Sandro. Sandro. No, mi serve oggi, Sandro, che figura ci faccio, Sandro? Ma stai scherzando? Ma secondo te io. Sandro, sto perdendo la. Cosa? No, facciamo. Sandro. Sandro. Domani? Ma mi serve oggi, soccSandro. Te l’avevo chiesto, mi ricordo benissimo. No, alle dodici. Passo io, Sandro. Va bene Sandro. Ciao.” Socc.

Insomma, sono cose che traumatizzano. Ma poi mi sono riaddormentato. Indovinate che ho sognato? No, non Sandro. Ho sognato Filippa Lagerbach e Tori Amos che litigavano perché erano entrambe innamorate di me. Uno dei miei sogni erotici preferiti.

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Bagni (da leggere a stomaco vuoto)

Piccola nota prima di andare a nanna, ché è tardi. Sono andato alla Festa dell’Unità. Ci capito ogni anno, compro delle cassette, ogni tanto vedo dei concerti, bevo qualche birra. Chiacchiero. Non mi entusiasma, ma tant’è. Sono andato nei bagni, ad un certo punto. E, ovviamente, c’era una melma acquitrinosa per terra. Ho iniziato, mentre provvedevo a fare pipì, a chiedermi come mai nei bagni ci sia sempre del liquido per terra. Dico nei bagni dei maschi. Nei bagni delle femmine non so. Non pensate male.
Ora. Noi maschietti siamo tacciati di fare regolarmente la pipì fuori dai bagni. Ma non tutta. Io tento sempre di essere regolare e di farla-dove-va-fatta. Ma quando vedi un bagno completamente allagato, anzi, quando quasi sempre i bagni pubblici che frequenti sono allagati, ti chiedi perché capiti una cosa del genere. Forse la tazza perde? Forse c’è qualche stronzo che decide di farla tutta fuori apposta?

Arrivò davanti alla tazza e si sbottonò la cerniera. Poi ci pensò e disse tra sè e sè: “Ma sai che ti dico?” e fece una mezza giravolta su se stesso.

Preso da questi pensieri sono tornato al tavolo dai miei amici. Le due sedie delle ragazze che erano con noi erano state occupate da due individui.
“Scusate”, dico, “queste sedie sono occupate”. Nessuna risposta. Solo uno sguardo rivolto nella mia direzione. Vitreo. Mi schiarisco la voce. “Ci sono due nostre amiche, qua, sono andate a comprare le sigarette, ma tornano”. Nulla. “Vabbè, quando tornano vi alzate, per favore”. Una reazione. Un sorriso e un cenno del capo. Subito dopo uno schianto. Qualcuno è salito su un tavolino facendolo crollare. Poi arriva un tipo, prende senza dire una parola un pacchetto di sigarette vuoto sul nostro tavolo e ne strappa un pezzettino, probabilmente per farsi un filtro. In un paio di minuti arriva un ragazzo trascinato dal suo cane. Sotto il nostro tavolo, non si sa come, c’erano dei croccantini per cani (o per gatti, non lo so, non me ne intendo e non avevo fame), che ovviamente avevano attirato la bestiola. Il padrone cerca di tirare via il cane, ma il quadrupede insiste. Allora il ragazzo si inginocchia per terra, mette la mano a conchetta e raccoglie i croccantini, mormorando uno “scusate”. Poi un altro schianto. Una ragazza per terra, i suoi amici applaudono e uno ha un pezzo di tavolo in mano e lo brandisce come la scimmia mulina l’osso all’inizio di 2001.

Di colpo ho capito. Quasi tutto.

P.S. I visitatori di questo diario urbano aumentano, e li ringrazio. Mi si cita anche, qua e là. In particolare vorrei ringraziare Il blog della domenica, che però qui dice che io mi credo vittima di una congiura tecnologica. Ma no. E’ solo il caso. Anche se, ogni volta che torno a casa, il mio stereo o il mio videoregistratore si mettono a fischiettare sospetti e si fanno l’occhiolino. E poi dice che non ho i permalink. Con lo stesso tono con cui si potrebbe commentare una cacca in vetrina da Tiffany’s. Gentilmente chiedo aiuto. Voglio anche io i permalink. Attendo spiegazioni.

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Domenica

Chi mi conosce lo sa (per citare illustri concittadini): io odio le domeniche. Non so perché non le sopporto.
Bologna, di domenica, si trasforma ulteriormente. Famiglie che si tengono per mano (una a una: nessuna catena umana) e vanno a prendere il gelato in centro. Oppure si prende l’autobus e si va dalla periferia verso il centro. E allora si vedono coppie che vanno a pranzo dai genitori o, molto più spesso, signori anziani che vanno a pranzo dai figli. Con, ovviamente, il padre che ha in mano una bottiglia di vino e la moglie un vassoio di paste. Vestiti bene, si chiedono per quanto ancora andranno a trovare i figli. E magari pensano che la nuora, o il genero, proprio non gli è mai piaciuto. Ma non lo dicono, lo pensano.
Bologna, di domenica, è la città dei Giardini Margherita con gente che pattina, gioca a calcio, suona, fuma o va semplicemente a leggere il giornale. E nei prati si trovano le comunità di stranieri: i russi, per esempio. Si siedono per terra, o su qualche panchina e chiacchierano chiacchierano chiacchierano.
A Bologna, di domenica, è quasi tutto chiuso. Rimangono aperti soltanto i negozi dei pakistani, in centro. I clienti sono pochissimi. E finalmente i pakistani possono parlare tra di loro nella loro lingua, e magari smetterla di sorridere (sono sempre sempre gentili e sorridenti: cosa rara negli esercizi commerciali del centro, a parte rari casi) e condividere preoccupazioni, nostalgie, cose buffe successe nei giorni passati.
Fuori dalla stazione, nel piazzale centrale, le cose non cambiano quasi mai. Ma di domenica si ritrovano spesso immigrati dell’est. Stanno lì e chiacchierano. Mi sono sempre chiesto perché si ritrovino davanti alla stazione, con tutti i posti che ci sono a Bologna. A volte penso, in maniera ingenuo-romantica, che queste persone hanno lo spostamento nel sangue. E quindi non c’è luogo più familiare del non-luogo per eccellenza, la stazione.

Non mi piacciono le domeniche. Ma oggi sento che mi fanno tenerezza. Uscirò, forse, per guardarmi in giro. Oppure no, terrò queste mie parole e farò finta che siano quello che c’è fuori.  Buona domenica a tutti voi che mi leggete. Posso ringraziarvi, ancora una volta, per le cose carine che mi scrivete? Grazie.

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La rivolta degli oggetti – parte seconda

Svegliarsi presto. Tipo alle 1245. Pensare di dedicare tutta la giornata a scrivere, a mandare curricula e lettere di presentazione, magari sentendo della musica, cambiare dischi e fare cose piacevoli o automatiche (e un po’ meno piacevoli).

Ovviamente mi si rompe la stampante, non appena finisco di formulare questo pensiero, stamattina (beh, ormai ieri mattina). Inerte. “Stampa”. Nessun segno di vita. Solo un debole lampeggiare di una spia, prima sembrava quasi la fine di HAL in 2001. Dopo un po’ che non viene fuori niente dal cassetto della carta, ti girano le palle e basta. Altro che Kubrick. Smonto, rimonto, disinstallo, riinstallo, pulisco testina e contatti. Le racconto una favola. Le compro un gelato.

Inerte. Bip. Bip.

Il sistema operativo inizia a stufarsi e a segnare errore. Cerco di farlo stare calmo, risolverò tutto. Rismonto, ririmonto,ridisinstallo, ririnstallo, ripulisco. Niente. Penso. “Col cavolo che ti riracconto. Al massimo ti ricompro”. “Un gelato?” chiede lei (bip). “No, un’altra stampante”. E così faccio. Ormai rassegnato, sto per recarmi al notonegozio di computer, che già mi aveva donato un misto di gioia e idiozia (era il 28 agosto), quando sento un suono provenire dalla mia tasca. Il mio cellulare che mi chiama. “Come va?” “Come, come va? Ma non eri morto?” “Ero morto. Rispondi, ché c’è qualcuno che ti chiama”. Il mio cellulare è tornato a funzionare. Nonostante il Jack Daniels. Ma quando ho chiuso la telefonata ho visto che mancavano 15 euro dal credito. Ha confessato: si è comprato una bottiglia di whisky. Via internet. Io il WAP l’ho sempre odiato.

Negozio di computer, fanciulla alla cassa bellissima. Ma è un’altra. “Incredibile” penso. “Posso fare della cazzate come una settimana fa?” mi chiede il mio cervello. Lo minaccio e si calma.

Insomma, ho comprato un’altra stampante. Forma spaziale, ovviamente. Sembra un’incubatrice del futuro (immagino quanto sia efficace quest’immagine nelle vostre menti). Mi piace, ma è violenta. Ho dato il comando di stampa e non è successo niente. Poi, d’un tratto, s’è incazzata, ha preso il foglio, se l’è ingoiato, l’ha stampato con rabbia e l’ha sputato fuori. Poi mi ha guardato e mi ha detto: “Dammene un altro”. Ho stampato altri fogli fino a che non si è addormentata.

Però un po’ mi mancherà la mia vecchia stampante e i suoi rumori. Ho stampato la tesi, con quella. Sigh. Lo so che anche a te manco, laggiù in cantina, al buio. E dell’inchiostro goccerà dalla tua testina.

Scusate. Si è svegliata la nuova stampante. Troverò dei fogli bianchi per lei, stanotte?

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La rivolta degli oggetti

Dopo il mio portatile, che ho tentato di distruggere e in parte ce l’ho fatta, altri oggetti tecnologici mi dichiarano la guerra. Il mio telefonino, per esempio, ha smesso di suonare. E il nostro ligio eroe che fa? Va al Nokia Point (brivido e raccapriccio) vicino a casa sua…

…ma che cacchio, disse un lettore del blog. ma tutto vicino a casa sua? il notolocale, la notagelateria, il notonokiapoint…

… per tre volte. Eh sì. Perché evidentemente ci sono milioni di utenti Nokia a Bologna e nel mondo, fatto sta che il Nokia Point è sempre pieno e dentro c’è una sola persona. O almeno così pare. Se poi nascondono gli altri impiegati nel retrobottega, non lo so. Siccome già mi sentivo scemo ad andare al NP (basta scriverlo per esteso, ché mi viene l’orticaria), quando vedevo pieno me ne andavo. Alla fine ieri ce l’ho fatta.

Il ragazzo che mi serve è gentile, ma di quei tecnici che sembra che aggiungano a qualsiasi cosa essi dicano una specie di riferimento stabile, come se esistesse un catalogo universale dei danni-tipici-del-telefonino. È solo per una loro gentilezza che ti dicono “deve cambiare la batteria”, invece che qualcosa come “A4T56 /bis”. Insomma, do il mio telefonino e dico che non si sente più la suoneria. La prima cosa che fa è smontarlo in due nanosecondi (io ci metto minimo un paio di minuti) e dire “Bisogna riprogrammarlo”. Che mi sa tanto di Philip Dick. Prima che faccia un’altra mossa lo fermo e gli spiego meglio il problema. Allora lui si blocca, smonta ulteriormente il mio telefonino e nel frattempo dice qualcosa, con aria grave, come: “Quando questo cellulare smette di suonare, vuol dire una sola cosa”. Con perfetto tempismo mi apre davanti il cellulare. Dentro c’è una macchia marrone. Un bel marrone chiaro, ambrato, per me inconfondibile.

“È annegato”, dice. Poi odora il cellulare. “Vino o caffè”. Poi, come il più consumato dei sommelier, aggiunge. “Ma direi vino”. Due donne sulla trentina ridacchiano. Io anche.
Ma quello non era vino. Era Jack Daniels.
Solo che non mi andava di dirlo in un Nokia Point.

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