Archivi del mese: agosto 2003

Neighbours

Parliamone. Parliamo di vicini di casa, del mio vicino di casa. Ma prima vi devo dire qualcosa su casa mia. Una casa vecchia, nel centro di Bologna, con una caratteristica architettonica chiamata pozzo luce. Il pozzo luce ha la capacità di conservare suoni e rumori in maniera pressoché perfetta. Neanche in un auditorium c’è un’acustica così perfetta. Questo vuol dire che le stanze del mio palazzo che si affacciano sul pozzo luce sono praticamente comunicanti. Indovinate dove si affaccia la mia stanzetta?

Prima il vicino dell’ultimo piano aveva una donna. Lui voleva fare l’amore con lei, lei un po’ meno. Lui emetteva dei peti, lei schifata gli diceva di andare in bagno a fare certe cose (eh lo so, ma questo non è niente: un giorno vi racconto delle pornovicine…). Lei l’ha lasciato. E per fortuna. Aveva una voce insopportabile. Non l’avevo mai vista, poi ci siamo incrociati sulle scale. Ho capito che era lei dalla voce, appunto. Ed era veramente carina. Ma con quella voce… E poi di mattina non si perdeva una replica del “Maurizio Costanzo Show”. E io, che di solito la mattina dormo, venivo svegliato dall’orchestra di Demo Morselli. Poi dici che uno inizia male la giornata…

Il mio vicino del piano di sopra lavora in un noto locale del centro di Bologna. Essendo un “notolocale”, la musica che c’è è di bassa qualità. Ho sempre pensato che quando uno fa un lavoro pesante come quello del barista in un locale comunque abbastanza affollato e deve sentire quella musica per ore e ore, quando torna a casa di certo non si mette a spillare birra e a servire cocktail. E che ne so, magari ascolta Debussy (che idea romantica di barista, eh?). Lui no. Lui non spilla birre e non prepara cocktail, ma ascolta musica peggiore.

Lo sapete, lo potete vedere là sotto. Ieri sono andato a letto verso le quattro e mezzo. Oggi sono stato svegliato da un “tunz tunz” e dal peggio dell’r’n’b esistente alle ore undici. Dopo quindici minuti la musica si è abbassata e lui ha iniziato a smartellare sul muro. Insomma ho deciso di alzarmi e, mormorando maledizioni in azteco (non lo fate mai?), sono andato a fare colazione. Arrivo in cucina e mi dico: “Ma qui non si sente niente”. Finisco di fare colazione, torno in camera mia e, effettivamente, pare che la musica abbia smesso. Torno in camera e non sento neanche più lo smartellamento. Quindi mi rimetto a letto. Non appena il mio corpo inizia placidamente a sprofondare nel materasso, ricomincia la musica. Sempre peggio. Io non so dove la trovi, quella musica. Il mio cervello ha iniziato a formulare scherzi atroci ai danni del vicino, tipo scotch attaccato al campanello, buste di antrace, eccetera. Poi ho pensato che potrebbe rispondere al fuoco con degli squassanti peti. O magari, un giorno, servirmi un gin tonic fatto male. Quindi ho deciso di lasciar perdere e sopportare.

Buona domenica a tutti.

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Felicità, dipendenze e piaceri

Forse devo prenderne atto. Ne sono dipendente. Anche stanotte, nonostante sia piuttosto tardi, mi sono guardato su Rai Click un’altra puntata di “Blu Notte”. Era il caso della Croara, questa volta. Un altro caso irrisolto, un delitto commesso da queste parti. Lucarelli un po’ gigioneggia come sempre, ma in fondo è bravo, molto bravo a raccontare le storie. Ecco, uno dei piaceri della vita, per me, subito dopo la triade (non in quest’ordine) “sesso-cibo-sonno” è quello di ascoltare e raccontare storie. Forse per questo scrivo. Forse per questo scrivo qua.

Lucarelli descrive Bologna, una città che conosce bene, in maniera diversa dal solito. Diversa da quella di cui parla Pazienza, diversa da quella delle cronache del ’77, diversa da quella di Brizzi. Vede il lato “paesano” di Bologna, e di conseguenza anche il lato oscuro, che, come ben sappiamo, ogni paese ha. Queste descrizioni mi fanno rabbrividire di piacere, perché ho la sensazione di non conoscerla del tutto questa città che mi ha adottato ormai sette anni fa, e che ho vissuto (per quello che ho fatto) pienamente e senza risparmiarmi.

Bologna ti coccola, me ne sono reso conto oggi, seduto in Piazza Maggiore. San Petronio mi sembrava enorme, eppure la sua facciata ormai così familiare, era affettuosa, e gli altri palazzi della piazza sembravano avvolgermi e abbracciarmi. Talvolta l’abbraccio si fa soffocante, ma talvolta, quando si ha freddo, è così bello coprirsi fino a sentire quasi che ti manca il respiro.
Non so quanto resterò in questa città. Non lo so. Ma so che mi resterà dentro. E non è detto che io non ci ritorni. Io, che raramente torno sui miei passi.

Torno brevemente al caso di “Blu Notte”. I genitori di Lea, la vittima, hanno fatto pubblicare il diario della figlia. In una pagina lei dice che la sua unica aspirazione è essere felice.
Ecco.

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Etica

La parola è impegnativa, importante, spesso male interpretata, abusata o non considerata affatto. Etica. La applico ad un caso concreto, ad un esempio.
Edizione del TG1 delle 20, appena andata in onda. Si parla dei nubifragi che hanno investito ieri il Friuli. Ci sono stati due morti. Ovviamente viene intervistata la moglie di uno dei due. La quale, ovviamente, è sconvolta dal dolore, non riesce a parlare. Non più di venti secondi. Poi si passa ad altro.

Mi chiedo: a che cazzo serve mandare in onda venti secondi di disperazione così? E non è di certo un caso isolato. Vengono intervistati padri di bambini uccisi da auto pirata, vedove della mafia, giovani donne che hanno appena perso il marito. Il dolore va mostrato possibilmente quando è fresco.

Procediamo in maniera logica. Si potrebbe dire che loro potrebbero rifiutarsi di farsi intervistare. Certo. Come se uno che vive il dolore più grande della sua vita abbia la razionalità di scegliere, decidere, dare permessi. Si potrebbe dire che intervistare queste persone (anche il termine “intervista”, in questo caso, credo che sia decisamente fuori luogo) arricchisca la notizia. E questa, credetemi, non è un’ipotesi acida, sarcastica o ironica: si usano veramente giustificazioni del genere. E allora mi chiedo che cosa mi abbia dato in più sentire i singhiozzi della vedova friulana mezz’ora fa.

È veramente una battaglia persa quella dell’etica nel e del giornalismo?
Mi piacerebbe parlarne con tutti voi.

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Un pomeriggio come altri

Tutto inizia con io che inciampo come un fesso sul cavo di rete che collega il mio portatile ad altri apparecchi che ora non vi sto a spiegare. Un rumore sordo. La porta esterna implode. E la storia continua così.

Telefonata al centro assistenza Sony di Milano

Come al solito, prima di arrivare ad una voce umana passo attraverso voci registrate, “selezioni uno”, musichette varie. Mi risponde una persona che mi chiede immediatamente il numero di serie “della macchina”. Che fa tanto Matrix. Gli chiedo dove posso trovarlo. Lui risponde “Sotto il computer”. E non aggiunge “imbecille” perché se no lo licenziano, solo per quello. Gli dico di aspettare un po’. Quando torno al telefono, la comunicazione è stata interrotta. Ricompongo il numero. Solita trafila. Spero che mi risponda quello di prima per dirgli “vabbè, sono stato un po’ lento, ma insomma…” invece è un altro. Ma stavolta ho il mio bel numero di serie a portata di mano. Dopodiché mi vengono chieste una serie di informazioni personali (Rodotà, aiuto!), che io fornisco. Che devo fare? Dopo cinque minuti buoni posso spiegare il problema. Ovviamente i “danni da idiozia dell’acquirente” non sono coperti dalla garanzia. Quindi? “Quindi le mandiamo il corriere che si viene a prendere la macchina e ce la porta”. Attendo un po’ e mi dice il costo solo per il trasporto: sessanta euro. “Se glielo porto io?” (al maschile: computer, e che cavolo). La risposta è agghiacciante: “Non può”. Ah. E ovviamente i costi di riparazione sono a parte. “Ci penso su”, dico io, nel panico. La conclusione è terrificante. “Le volevo dire che c’è un sito di informazioni della Sony” e mi dà l’indirizzo. “Ma a che mi serve, adesso?” chiedo. “No, è solo per informarla”. Ah.

Consulenze

Preso dal panico telefono a qualche negozio di computer a Bologna (città in cui ovviamente i negozi di solito chiudono il giovedì). Mi risponde una famosa catena di vendita di pc. “Guardi, noi abbiamo pessimi rapporti con la Sony, e non mettiamo le mani dentro ai portatili, quindi comunque lo manderemmo a Milano. E probabilmente loro non cambieranno il pezzo, ma le chiederanno di cambiare la scheda madre, visto che nei portatili tutto è saldato alla scheda madre”. Io mugolo qualcosa e poi chiedo: “E quanto mi verrebbe a costare, secondo lei?”. Un silenzio di tomba. Poi: “Le conviene comprare un computer nuovo”. Almeno questo non ha parlato di macchine. E mi dà un suggerimento: una scheda di rete esterna. A soli quaranta euro. “E dove si mette?”. “Nella porta pisiemsiaiei”. Ho un coccolone. Ma loro non hanno schede di rete esterne. Chiamo l’altro negozio della catena e loro mi dicono la stessa cosa. Ma: 1. ce l’hanno e 2. la voce della ragazza che mi risponde mi piace. Vado.

Adolescenza oggi

Arrivo al negozio e dico che ho chiamato prima alla ragazza alla cassa. È bellissima. Ma veramente bellissima. Ed è una delle poche ragazze bellissime che conosco che fa finta di non saperlo. Meraviglia. Inoltre scopro che è lei che si occuperà del mio computer e quindi, per una perversa e del tutto personale interpretazione del principio di transitività, di me. Piccola parentesi. Di solito non mi comporto come un idiota con le donne. Ecco. Con lei ho fatto qualsiasi cosa sbagliata. Per esempio:

  • tentare di parlare male della Sony, per avere un minimo di dialogo: niente, il silenzio;
  • mostrarmi interessato e dire delle cose assolutamente ovvie;
  • sbagliare i verbi;
  • rimanere cinque minuti davanti alla cassa cercando lo scontrino che la meravigliosa fanciulla mi ha appena dato (“mi sa che l’hai messo nella borsa” “ah già, eccolo, pensa te…”);
  • sbagliare l’uscita dal negozio.

Ho perso io interesse in me stesso. Non oso pensare a lei.

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Riassunto delle puntate precedenti

Ah, però. È qualche giorno che non scrivo più, ma lo stesso i contatti aumentano. E la cosa non può che farmi piacere.
Anche se non avevo un collegamento internet, però, ho scritto lo stesso, e tanto. Adesso sono a Bologna di nuovo. Non so ancora nulla. Per il momento mi guardo intorno. E mi accorgo che la città si sta risvegliando. Qui sotto, qualche altra mia parola dei giorni passati.

La sua famiglia e i suoi animali (24 agosto 2003)

Va bene, A Day in the Life è un diario urbano, c’è anche scritto lassù in alto. Ma insomma, mi trovo in campagna adesso. Nella casa del padre della mia cara amica, e di sua moglie (del padre, non della cara amica). Una casa immersa nel verde in Toscana (ma non quella Toscana alla quale voi forse state pensando, quella dove abita Sting e altri personaggi più o meno famosi e dove ci sono solo “ibeicasalidellacampagnatoscana”) con un giardino grande grande e le stanze belle e luminose. Animali presenti: tre cani, di cui uno enorme, ma non se ne rende conto. Quando ottanta chili di cane si comportano come un cucciolo, beh, non è facile. Per ora uso il metodo Montessori, poi vediamo. Un pappagallo. Ecco. Stamattina scendo a fare colazione e vedo a tavola il ragazzo della mia amica, il padre della mia amica e sua moglie. Appoggiato sulla sedia di quest’ultima, il pappagallo, che fa colazione con noi. Lei inzuppa dei biscotti nel latte e glieli passa. Lui li prende con la zampa e li sgranocchia guardandosi intorno. Parteciperebbe alla conversazione, ma forse non gli interessa più di tanto. Andiamo avanti. Tre gatti. Uno di questi è un persiano. Che oggi mi si è messo in grembo. Automaticamente ho iniziato a carezzarlo, e sia io che lui non ci siamo curati della mia allergia al pelo felino. Poi ho smesso. E lui mi ha iniziato a battere sulla pancia con la zampa, affinché ricominciassi. Ogni volta che smettevo, lui mi chiedeva di ricominciare. Ad un certo punto io non l’ho più carezzato e lui, dopo un po’, se n’è andato, con l’aria scocciata. Ci sono anche tre conigli, che ancora non ho visto, una gazza e un altro uccellino.
Anche se è la prima volta che vengo qua mi sento a casa. Non so come spiegarlo, non è solo dovuto all’affetto dei miei ospiti. Si tratta di qualcosa di più profondo, che si manifesta e si palesa soltanto poche volte, in maniera strana. In questo caso è stato anche l’odore delle lenzuola, familiare, a farmi stare bene.

Pioggia (25 agosto 2003)

Il pappagallo sembra vagamente depresso, oggi. Lo vedo oltre la finestra, nella sua gabbia. Si guarda intorno annoiato. Mi sono chiesto spesso cosa pensano i cani, in generale, quando non corrono, saltano, abbaiano, mangiano, dormono. In questa casa, dove di animali ce ne sono tanti, il pensiero si è esteso, ovviamente, ad altre specie. Quindi mi chiedo a cosa pensi il pappagallo in questo momento. La mia amica mi ha confermato che i pappagalli sono molto intelligenti. E che questo pappagallo, ora dedito alla pulizia personale, parla.
Strana quest’estate, quasi stereotipica. Ho visto i delfini saltare nel mare. E a un metro da me, c’è un pappagallo che parla, o meglio che potrebbe parlare, ma non ha niente da dire. Immaginatelo, questo pappagallo, non posso mostrarvelo. Immaginatevelo, e, per una volta, lasciatevi andare allo stereotipo. Parla, è verde e sta appollaiato sulla spalla della sua padrona.
I delfini saltano nell’acqua, i pappagalli parlano.
Ma i cani a cosa pensano? In questo momento credo che le specie viventi intorno a me siano semplicemente accomunate da un desiderio di pioggia. O quanto meno mi piace crederlo.

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Ritorno al passato

Ultimo giorno a Roma, passato a vedere ieri notte la prima parte di Ritorno al futuro e questo pomeriggio la seconda. Stanotte presumo che toccherà alla terza, già che ci sono. Per questi film vi rimando qui, che è il posto dove entro vestito da critico cinematografico (cialtrone).

Eppure qui nella casa dove sono ospite a Roma, ci sono un sacco di film. Perché ho rivisto dei film, invece di arricchire la mia cultura cinematografica vedendo qualcosa che non avevo già visto? E sono messo anche peggio, visto che, appunto, stanotte quando tornerò inserirò nel dvd la terza parte. Devo dire a mia discolpa che è passato un sacco di tempo da quando ho visto questi film. Insomma, c’è una sorta di voglia di sicurezza, non so. Certo, non ho rivisto cose del tipo Italian Fast Food, insomma, mi sento in un certo senso riparato dalla qualità delle scelte-amarcord. Ma basta, questo?

Ho visto Ritorno al futuro per tornare al passato.
Scusate, ma adesso devo andare a dare una riguardata alla mia DeLorean…

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A L’Aquila si stava al fresco. Mica poco.

Dopo essere stato all’Aquila, eccomi di ritorno a Roma. Ovviamente all’Aquila si respirava: mano a mano che ci si avvicinava a Roma, la temperatura esterna saliva. C’è stato un momento in cui ogni volta che guardavo il termometro dell’automobile, la temperatura aumentava di un grado. Ho quindi deciso di smettere di guardarlo.

Sono a casa, adesso, e non oso mettere il naso fuori fino a che il sole non sarà tramontato. Non che questo dia garanzie di freschezza, ma insomma.
Non ero mai stato all’Aquila. È molto carina. Mi sono sentito come Nanni Moretti in Caro diario, quando dice: “Pensavo peggio, Spinaceto”. L’Aquila è un borgo medioevale, abbastanza in alto (circa settecento metri), vicino al Gran Sasso (che, se non mi sbaglio, è la vetta più alta degli Appennini. Speriamo che la mia maestra delle elementari non legga questo blog. Non credo che lo faccia, però. Andiamo avanti). Ho visto un sacco di gente per strada e la cosa mi ha piacevolmente impressionato. E soprattutto faceva fresco. Che sensazione meravigliosa essere invasi dal fresco. Me l’ero dimenticato.

Cose notevoli da vedere all’Aquila: il forte spagnolo, innanzitutto. È una massiccia fortezza con quattro bastioni, di forma quadrata, credo del 1500. L’amica che mi ha ospitato all’Aquila mi ha raccontato una storia buffa. Pare che ad un certo punto gli spagnoli volessero costruire due fortezze uguali, una più piccola all’Aquila e una più grande in Spagna. Solo che si sono sbagliati e hanno scambiato i progetti. Infatti, sebbene io non conosca con esattezza l’importanza strategica che poteva avere la zona nel sedicesimo secolo, mi sembra comunque sproporzionata una fortezza del genere per l’Aquila. Rendetevi conto quanto ci devono essere rimasti male gli spagnoli. Se qualcuno ha notizie su questa vicenda, me lo dica, ché mi è venuta la curiosità.
Altre cose notevoli: passeggiare qua e là per i vicoli, carini e illuminati con gusto (che ci sia lo zampino di Vittorio Storaro, che ha fondato proprio all’Aquila la sua Accademia dell’Immagine?).
Altre cose da fare: mangiare gli arrosticini. Assolutamente. Magari accompagnati da un Montepulciano d’Abruzzo. Credo. Sì.
Purtroppo tutto questo non è valutato e promosso in maniera decente. Pochi conoscono questa città. Insomma, se vi capita di passare, andateci. È carina.

E soprattutto è fresca.

Speriamo che stasera si stia meglio. Ho in programma una serata quasi bohèmienne: una birra con una mia amica attrice a San Lorenzo, che può essere quasi definito il quartiere universitario di Roma (romani che leggete, su, abbiate pazienza e non prendetevela per le mie imprecisioni). Parleremo di quanto è difficile tentare alcune vie in Italia. Mal comune…

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