1977: Frank Zappa rinasce ad Halloween

Oggi Frank Zappa avrebbe compiuto 77 anni. Chissà quanti altri album avrebbe firmato, oltre ai 62 in tre decenni scarsi di carriera (a cui sono seguite decine di opere postume) che definiscono il percorso unico di un genio capace di sgretolare le barriere tra generi e stili musicali e di usare la stessa furia iconoclasta per scagliarsi contro l’American way of life. Ma nella densa discografia del musicista spicca un anno privo – o quasi – di uscite, il 1977, che segna gli ultimi frangenti di un periodo creativo ricco di tensioni e difficoltà, ben testimoniato dai sei leggendari concerti di Halloween tenuti al Palladium di New York. Le registrazioni integrali dei live di quarant’anni fa, rimasterizzate a 24 bit, sono state pubblicate per la prima volta in una chiavetta USB a forma di candy bar con 158 file wav e booklet digitale, in una confezione che comprende anche maschera e costume da Frank Zappa: un’occasione unica per ascoltare sedici ore di musica che marcano un importante passaggio nell’imprevedibile e scintillante biografia artistica del musicista.

Per comprendere l’importanza del momento fotografato da Halloween 77 è bene tornare indietro di un paio di anni, fino al giugno del 1975, quando esce One Size Fits All: insieme al successivo Bongo Fury, pubblicato a ottobre, include le ultime incisioni con l’incarnazione delle Mothers (“of Invention” va e viene nella ragione sociale) che comprende tra gli altri Tom Fowler al basso, George Duke alle tastiere, Napoleon Murphy Brock al sax, nonché un ritrovato e spumeggiante Captain Beefheart. Proprio allora cominciano i problemi che costelleranno il biennio seguente, a cominciare dalla progressiva rottura con il manager Herb Cohen, che porta nel 1976 alla fine della DiscReet Records, con conseguenti cause incrociate e congelamenti di capitali. I live diventano l’unica vera fonte di guadagno e tra il 1975 e il 1977 Zappa e i suoi musicisti girano più volte Europa, Canada e Stati Uniti, toccando anche Giappone e Oceania. Inoltre c’è da gestire il master di un nuovo disco, Zoot Allures, che Zappa riduce da doppio a singolo e consegna direttamente alla Warner Brothers, ma non è tutto. Da anni Zappa è impegnato nella gestazione di canzoni che dovrebbero uscire sempre per la WB proprio nel 1977, e come consuetudine fanno già parte delle scalette dal vivo: l’opera è un ambizioso quadruplo LP e si intitola Läther.

La Warner Brothers, però, giudica troppo rischiosa la pubblicazione del lavoro e chiede a Zappa di suddividerlo e spezzettarlo. Il musicista si oppone: porta quindi i master agli stabilimenti della Phonogram, fa eseguire le prove di stampa nel formato originale quadruplo e sceglie come data di uscita il giorno di Halloween. Il momento è perfetto, perché proprio il 28, 29, 30 e 31 ottobre di quell’anno Zappa sarebbe tornato al Palladium di New York: ci era già stato nel dicembre del 1976, e da quei concerti aveva anche tratto un live, Zappa in New York, pubblicato dalla Discreet Record nei primi mesi del 1977, ma subito ritirato dalla Warner. L’etichetta si intromette anche nella relazione tra Zappa e la Phonogram, e rincara la dose comunicando l’intenzione di pubblicare il materiale del live e del quadruplo, smembrandolo e riadattandolo in cinque uscite, programmate tra il marzo del 1978 e l’inverno del 1979. Zappa è mortificato e furioso al punto da interrompere un rapporto – seppur limitato alla sola distribuzione – che durava da un decennio: intenta causa alla Warner, dando il via a una battaglia che lo vedrà vittorioso solo nei primi anni ’80. Nel frattempo fa quello che ha sempre saputo fare meglio: suona.

Il tour autunnale del 1977 comincia l’8 settembre a Tempe, Arizona, e si conclude alla fine dell’anno a Los Angeles. Zappa lascia a casa gli ottoni e si porta dietro una band che è un concentrato di tensione elettrica, espressione di un rock duro e progressivo, ma elastico al punto da allungarsi verso il jazz, l’avanguardia e il cabaret. Il veterano, per modo di dire, è Terry Bozzio, con lui da un paio d’anni: il batterista non è solo un valido partner dietro le pelli, ma anche un’ottima spalla per sketch e siparietti. Patrick O’Hearn accompagna Zappa al basso da un annetto, il percussionista Ed Mann neanche da sei mesi. I due tastieristi Peter Wolf e Tommy Mars hanno superato le audizioni poco prima dell’inizio dei live, insieme a un bravo chitarrista, dotato anche come cantante, che però (orrore!) non sa leggere la musica: Adrian Belew. Zappa gli insegnerà le canzoni nei fine settimana antecedenti l’inizio del tour, e (come scotto?) gli farà subire ogni tipo di angheria sul palco. “C’è bisogno di uno che si metta in testa un casco lampeggiante e si muova come un robot! Che ne dite di Adrian?”, ricorda il chitarrista nelle note di Halloween 77. All’epoca, con i suoi ventott’anni da compiere, è il membro più vecchio della band, Zappa escluso.

Halloween: il musicista californiano celebra da qualche anno la sua festa preferita al Felt Forum, un teatro newyorchese nel complesso del Madison Square Garden. Nel 1977 l’appuntamento si sposta negli spazi eleganti e storici del Palladium per sei concerti, due il 28 e 29 ottobre, uno il 30 e gran finale il 31, proprio nel giorno in cui sarebbe dovuto uscire Läther. Zappa decide non solo di fare registrare tutto dal fido Kerry McNabb, ma anche di riprendere le le serate, producendo il materiale che poi finirà in Baby Snakes, uscito nei cinema nel 1979. La scaletta dei primi quattro concerti è identica, ma ogni pezzo splende dell’urgenza e del giovanile nervosismo dei musicisti, a partire dal pezzo di apertura, “Peaches En Regalia”, interpretato in una versione più veloce e rutilante del solito: i cambi di ritmo, le modulazioni e le riprese dei temi sono impeccabili e, grazie al bel lavoro di rimasterizzazione, si apprezzano ancora di più le finezze timbriche e di arrangiamento apportate da ognuno. Il boogie sinistro e orrorifico di “The Torture Never Stops”, da Zoot Allures, sembra perfetto per la ricorrenza della vigilia di Ognissanti, ma si adatta bene anche al momento tormentato che sta attraversando Zappa, assillato da ex manager, avvocati, “giornalisti che si portano dietro le tipe alle interviste per potersele poi scopare più facilmente” e, ovviamente dalla Warner Bros.

L’etichetta è il bersaglio principale del musicista: in “Titties ‘N Beer” afferma che averci a che fare è come stare all’inferno, un paragone che lascia costernato il diavolo interpretato da Terry Bozzio. Il batterista è al centro di un altro noto duetto, “Punky’s Whips”, in cui racconta come sia stato sedotto e ingannato dall’immagine effeminata di Punky Meadows, frontman della glam band Angel. E se O’Hearn non si trattiene e accenna a “In-A-Gadda-Da-Vida” degli Iron Butterly quando parte una tirata anti-hippy, Adrian Belew è il protagonista assoluto di Flakes”, che Zappa introduce così: “Questa canzone parla di gente che non fa quello che dovrebbe. C’è una grande concentrazione di questi non-cittadini [in originale denizens, ndr] in California. Detto in parole povere, il problema è che tutti quelli che si trasferiscono in California lo fanno per ottenere l’assegno di disoccupazione, dell’assistenza sociale o entrambi”. Sempre nelle note di Halloween 77 è lo stesso chitarrista a ricordare come è nata la canzone: “Una notte ero nel seminterrato di Frank, mi stava facendo sentire una canzone che aveva in mente di insegnare alla band. Aveva una specie di cattivo retrogusto folk e, tanto per ridere, ho cominciato a cantarla alla Bob Dylan. Frank ha sogghignato: ‘Questo nel concerto lo mettiamo’”. L’imitazione di Belew è veramente spassosa, come lo sono i divertissement del periodo tra fine ’60 e inizio ’70 (con il raro ripescaggio di un singolo delle Mothers, “Big Leg Emma”) che si alternano alle ricercatezze di “Envelopes”, alla versione strumentale di “Coneheads” e alle lunghe improvvisazioni di “Wild Love”, comprese tra i venti minuti e la mezz’ora della serata di Halloween. Di fronte a questo circo musicale raffinato e controllatissimo, il pubblico sghignazza e si diverte sempre di più, viene invitato sul palco per essere irriso in gare di ballo sui ritmi di leggendaria difficoltà di “The Black Page #2”, gode di battute e sketch politicamente scorretti (ora e allora) e viene investito dalla potenza della doppietta finale, composta da “Camarillo Brillo” e da una trionfale “Muffin’ Man”.

Dopo questo “riscaldamento” lungo due giorni (e dodici ore di live, più altrettante di soundcheck), Zappa e i suoi possono osare di più: il pubblico è dalla loro parte, molti hanno comprato i biglietti per tutti i concerti, tanto che vengono riconosciuti e salutati dal palco. “Stink-Foot” e “The Poodle Lecture” aprono le danze del 30, in cui trovano posto la seconda esecuzione in assoluto della celebre parodia di Peter Frampton “I Have Been in You”, le première di “Dancin’ Fool” e “Jewish Princess”, un’insolita “King Kong”e il finale scatenato con “San Ber’dino”. L’ultima serata – proposta da sola in un triplo cd –  riprende le scalette precedenti, ma aumenta il livello dello spettacolo sul palco, come le sequenze live di Baby Snakes ben dimostrano. Tra spettatori presi a frustate e altri invitati a gareggiare nell’imitazione di Zappa stesso, torna sul palco il bassista delle Mothers of Invention Roy Estrada, e interpreta un personaggio che si eccita alla vista di una maschera di gomma nell’operistica “The Demise of the Imported Rubber Goods Mask”. Il finale con la strumentale “Black Napkins” è un’ulteriore celebrazione dell’arte chitarristica di Zappa e le tinte ancora più scure di “The Torture Never Stops” paiono risentire dell’approccio grandguignolesco e teatrale di Alice Cooper, fino a qualche anno prima sotto l’ala protettiva della Straight Records – fondata proprio da Zappa e Cohen – prima di finire sotto… Warner. A proposito di etichette: è proprio durante la serata di Halloween che il musicista californiano, oltre a consigliare di fare sempre il gesto delle corna quando si firma un contratto discografico, ovviamente per eliminare il malocchio, annuncia la nascita della Zappa Records, la più longeva delle creature discografiche partorite dal musicista. Ci vorrà quasi un anno e mezzo per vedere nei negozi il primogenito dell’etichetta, Sheik Yerbouti: tra i maggiori successi critici e commerciali di Zappa, il doppio è inciso insieme a questa nuova e giovane formazione e, pur includendo integralmente le registrazioni di “Jones Crusher” del 31 (un’altra splendida performance vocale di Adrian Belew) e la già citata “Jewish Princess”, contiene solo una parte delle novità suonate al Palladium in quei giorni del 1977. Le altre protagoniste delle scalette newyorchesi (comprese quelle del dicembre 1976, sempre al Palladium) sono proprio i brani di Läther, che – lo ricordiamo – doveva uscire proprio quel 31 di ottobre. Un paio di mesi dopo Zappa porta le prove di stampa Phonogram del quadruplo LP alla KROQ di Pasadena e, affinché gli ascoltatori della radio californiana non aspettino “da 3 a 5 anni per ascoltare la mia splendida musica”, li invita a registrare il suo nuovo disco, che trasmette per intero: dà così vita a una serie infinita di bootleg che alimenteranno il mito del disco “perduto”. Läther uscirà così come era stato pensato solo nel settembre del 1996, poco meno di tre anni dopo la morte di Frank Zappa.

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Mantenere la media

2016-03-17-04-25-33

Siamo tra Natale e Capodanno, ed ecco l’inutile e tradizionale elenco dei concerti a cui ho assistito nel 2016. Sono 86, esattamente come l’anno scorso, nonostante una pausa estiva dovuti a infortuni immobilizzanti.
Qualche dato aggregato, che non fa mai male. I concerti sono stati visti per lo più a Bologna, con due succose trasferte: una per il Primavera Sound di Barcellona e una per il SXSW di Austin. Il locale che ho frequentato di più è stato il Locomotiv Club di Bologna, la band che ho visto di più sono stati i C+C=Maxigross. Insomma, eccoli qua, in ordine cronologico, tutti e 86 tra festival, showcase, arene enormi e piccolissimi club.

The Winstons, Covo Club, Bologna, 9 gennaio
Shaloma Locomotiva Orchestra, Teatro San Leonardo, Bologna, 15 gennaio
Aucan, Godblesscomputers, TPO, Bologna, 23 gennaio
Jacco Gardner, C+C=Maxigross, Covo Club, Bologna, 6 febbraio
Kaos, Viruz, Locomotiv Club, Bologna, 13 febbraio
Extraliscio, Palazzo Pepoli, Bologna, 18 febbraio
Mulatu Astakte, Locomotiv Club, Bologna, 20 febbraio
Adriano Viterbini, Egle Sommacal, Locomotiv Club, Bologna, 21 febbraio
Toxic Love, Palazzo Pepoli, Bologna, 25 febbraio
Iacampo, Palazzo Pepoli, Bologna, 10 marzo
The Jon Spencer Blues Explosion, Elli de Mon, Locomotiv Club, Bologna, 10 marzo
Diamanda Galas, Teatro Manzoni, Bologna, 11 marzo
Girls Names, Latitude, Austin, 15 marzo
Declan McKenna, Latitude, Austin, 15 marzo
Oscar, Latitude, Austin, 15 marzo
Pauw, Cedar St. Courtyard, Austin, 16 marzo
Joan Thiele, Numero 28, Austin, 16 marzo
White Denim, Radio Day Stage, Austin, 16 marzo
Iggy Pop, Noveller, The Moody Theater, Austin, 16 marzo
Sunflower Bean, Radio Day Stage, Austin, 17 marzo
Eleanor Friedberger, Clive Bar, Austin, 17 marzo
Petite Noir, 800 Congress, Austin, 17 marzo
Jack Garratt, Radio Day Stage, Austin, 18 marzo
Chvrches, Radio Day Stage, Austin, 18 marzo
Bombino, Radio Day Stage, Austin, 18 marzo
Bob Moses, Bud Light Factory, Austin, 18 marzo
Wahid Allan Faqir, Russian House, Austin, 18 marzo
Xixa, Luck Lounge, Austin, 19 marzo
Birthh, The Townsend, Austin, 19 marzo
Cypress Hill, McGarrah Jessee Rooftop, 19 marzo
Godblesscomputers, Palazzo Pepoli, Bologna, 24 marzo
Iosonouncane, Trees of Mint, Locomotiv Club , Bologna, 2 aprile
Black Mountain, Motorhomes, Locomotiv Club, Bologna, 5 aprile
Claudio Simonetti’s Goblin, Locomotiv Club, Bologna, 7 aprile
I Cani, Felpa, Locomotiv Club, Bologna, 13 aprile
C+C=Maxigross, Miles Cooper Seaton, Palazzo Pepoli, Bologna, 14 aprile
Protomartyr, Heathens, Covo Club, Bologna, 15 aprile
Des Moines, Zoo, Bologna, 17 aprile
Cesare Basile, Palazzo Pepoli, Bologna, 21 aprile
Nonkeen, Andrea Belfi, Teatro Antoniano, Bologna, 27 aprile
Kairos, Palazzo Pepoli, Bologna, 28 aprile
Teho Teardo, Blixa Bargeld, Locomotiv Club, Bologna, 5 maggio
Sophia, Covo Club, Bologna, 6 maggio
Motta, Locomotiv Club, 7 maggio
Birthh, Krano, Mikasa, Bologna, 19 maggio
Goat, Primavera Sound, Barcellona, 1 giugno
Suede, Primavera Sound, Barcellona, 1 giugno
Alessandro Cortini, Primavera Sound, Barcellona, 2 giugno
Andy Shauf, Primavera Sound, Barcellona, 2 giugno
Car Seat Headrest, Primavera Sound, Barcellona, 2 giugno
C+C=Maxigross, Primavera Sound, Barcellona, 2 giugno
Floating Points, Primavera Sound, Barcellona, 2 giugno
John Carpenter, Primavera Sound, Barcellona, 2 giugno
LCD Soundsystem, Primavera Sound, Barcellona, 2 giugno
Ben Watt, Primavera Sound, Barcellona, 3 giugno
Selda Bağcan & Boom Bap, Primavera Sound, Barcellona, 3 giugno
Radiohead, Primavera Sound, Barcellona, 3 giugno
Holly Herndon, Primavera Sound, Barcellona, 3 giugno
The Avalanches, Primavera Sound, Barcellona, 3 giugno
Matilde Davoli, Primavera Sound, Barcellona, 4 giugno
Altre di B, Primavera Sound, Barcellona, 4 giugno
Sycamore Age, Primavera Sound, Barcellona, 4 giugno
Brian Wilson performing Pet Sounds, Primavera Sound, Barcellona, 4 giugno
PJ Harvey, Primavera Sound, Barcellona, 4 giugno
Julia Holter, Primavera Sound, Barcellona, 4 giugno
Moderat, Primavera Sound, Barcellona, 4 giugno
Sorge, Parco del Cavaticcio, Bologna, 15 giugno
Flavio Giurato, Locomotiv Club, Bologna, 18 settembre
The Winstons, Locomotiv Club, Bologna, 23 settembre
Federico Albanese, Locomotiv Club, Bologna, 28 settembre
Kill the Vultures, FreakOut Club, Bologna, 7 ottobre
White Denim, Covo Club, Bologna, 19 ottobre
Parquet Courts, Pill, Covo Club, Bologna, 22 ottobre
Paolo Spaccamonti, Spazio Labò, Bologna, 23 ottobre
Peter Murphy, Locomotiv Club, Bologna, 26 ottobre
C’mon Tigre racconta Toccafondo, Teatro Antoniano, Bologna, 27 ottobre
The Cure, Unipol Arena, Casalecchio di Reno, 29 ottobre
Tom Brosseau, Nero Factory, Bologna, 6 novembre
Makaya McCraven, Locomotiv Club, Bologna, 8 novembre
Vapors of Morphine, Splatterpink, Locomotiv Club, 11 novembre
Francesco Serra, Spazio Labò, Bologna, 13 novembre
Trio Bobo, Bravo Caffè, Bologna, 17 novembre
Tinariwen, Locomotiv Club, Bologna, 18 novembre
Cabeki, Nero Factory, Bologna, 4 dicembre
Flavio Giurato, L’Altro Spazio, Bologna, 14 dicembre
Wrongonyou, Persian Pelican, Locomotiv Club, 16 dicembre

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Toccare il pubblico nel profondo e farlo viaggiare: intervista con i Black Mountain

black-mountain

Un punto d’unione tra Pink Floyd e Black Sabbath: una definizione un po’ grossolana, ma efficace, per i Black Mountain, una band canadese che amo molto. Nonostante il revival psichedelico, spesso con sfumature stoner, sia onnipresente, e il gruppo non si dissoci da queste sonorità (anzi), la caratteristica di Stephen McBean e compagni è che, sin dall’esordio self-titled del 2005, hanno definito una loro personalità in maniera precisa e convincente. Il loro nuovo disco, IV, esce il primo di aprile sempre per Jagjaguwar e, di lì a pochi giorni, la band arriva in Italia per due concerti, a Bologna e Torino.

Oggi pomeriggio a Maps manderò in onda l’intervista realizzata con Amber Webber, in cui abbiamo sviscerato la genesi di un album validissimo, che mette insieme con sicurezza e controllo chitarre e spazio, glam e arrangiamenti orchestrali. Salite a bordo.

Quando ci siamo incontrati per la prima volta, voi vivevate e suonavate insieme. Ora che non passate più tutto questo tempo tutti insieme il vostro modo di scrivere è cambiato?
In linea di massima, questo non ha cambiato tutto quanto. Steve ora vive a Los Angeles, ma comunque scrivevamo spesso separatamente e poi facevamo le prove e ci scambiavamo delle idee tutti insieme. Cioè, io, Steve, Jeremy o chiunque della band scriveva una canzone, poi talvolta registravamo una specie di demo e ce lo spedivamo. Poi, quando eravamo nel posto dove suoniamo, arrivavamo a un’idea della canzone e la arrangiavamo insieme. Quindi il processo è molto simile a com’è sempre stato.

L’album è sostenuto in parti uguali da chitarre e sintetizzatori: come avete usato l’elettronica in IV?
Jeremy, il nostro tastierista, ha un sacco di roba analogica, quindi forse non è il caso di parlare di elettronica, intesa nel senso moderno. Ma d’altro canto i Black Mountain non hanno mai voluto essere considerati una band di chitarre e basta. Amiamo gli spazi aperti che i synth possono fornire, un po’ come li intendevano i Pink Floyd: sono spazi bellissimi. Le band che hanno un suono sempre e solo incentrato sulle chitarre non mi piacciono: cioè, amo la chitarra, ma di più lo spazio. E inoltre è molto divertente cantare con quel tipo di spazio, piuttosto che avere sempre le chitarre che si lamentano…

Il titolo del disco ha a che fare con l’omonimo album dei Led Zeppelin o dobbiamo considerarlo una specie di self titled?
(ride) Quello che vorremmo fare è chiamare i dischi semplicemente 1, 2, 3, eccetera. Specialmente Jeremy ha letteralmente pregato la band di chiamare il disco IV. È una specie di omaggio… Ci sono un sacco di album classici che si intitolano semplicemente “4” in cifre. Quindi anche noi abbiamo deciso di stare sul classico, sul rock classico e di intitolarlo IV.

La traccia di apertura, nonché primo singolo, “Mothers of the Sun” prepara un’atmosfera che viene completamente sconvolta dal pezzo più rock and roll di tutto il disco, “Florian Saucer Attack”. Mi racconti qualcosa di questi primi due brani?
A dire il vero “Mothers of the Sun” è un pezzo vecchio intorno al quale abbiamo girato per anni, perché non aveva mai il giusto arrangiamento… Jeremy ha iniziato a suonarlo dal vivo da solista, come Sinoia Caves; una sera l’abbiamo sentito e gli abbiamo detto: “Amico, devi rimetterci le mani sopra!” L’ha fatto e ha iniziato a suonare giusto: un bel risultato per noi, visto che era un brano che ci penzolava di fronte al naso da tempo. E su “Florian Saucer Attack”… amo quella canzone, è super divertente, va dritta al punto, è un pezzo rock da ballare.

C’è un’altra traccia, “(Over and Over) The Chain” che ha in comune con quella di apertura la lunghezza e i timbri, ed è a sua volta collegata con il brano che chiude il disco, “Space to Bakersfield”. Come avete pensato alla scaletta?
Di solito non lavoriamo a un disco canzone per canzone: registriamo un sacco di brani e non tutti finiscono nell’album. Quelli che scegliamo sono quelli che raccontano una storia e che stanno bene con gli altri. Non so se quelli che citi si assomiglino, ma di certo evocano sentimenti simili.

Si può dire che ci sia un tema “spaziale” che affiora qua e là in tutto il disco, dal punto di vista musicale e testuale?
C’è sempre qualcosa di spaziale nei Black Mountain (ride). Noi stessi a volte fluttuiamo nello spazio… Comunque sì, certo, c’è… Mi piace pensare che i Black Mountain facciano musica attraverso la quale si può nuotare come se si fosse nello spazio, che diano la sensazione di essere legato a ogni tipo di pianeti, vita, eccetera. Se la nostra musica ti fa sentire così, è fantastico.

Uno dei tuoi grandi momenti in IV è in “Line Them Up”, dove brilli davvero. Raccontaci qualcosa del brano, che è – dal punto di vista musicale – il più tranquillo e dolce di tutto il disco.
“Line Them Up” è l’unica traccia del disco che ho scritto completamente da sola: è una canzoncina di cui ho continuato ad ascoltare il demo, pensando che avrei dovuta usarla in qualche modo. Così l’ho data ai ragazzi della band, a cui è piaciuta: l’abbiamo arrangiata inserendo un bridge, una sezione centrale strumentale, e così penso sia diventata una canzone dei Black Mountain, con la stessa sensibilità di ballate che abbiamo scritto in passato, e quindi ho pensato potesse andare bene per la band. È l’unico pezzo che ha un’orchestra, un arrangiamento d’archi nella parte centrale. E ci sono i corni, bellissimi. Sono felice del risultato: di quella canzone sono proprio orgogliosa.

“Cemetery Breeding” è una specie di versione adulta di un pezzo dark pop strappacuore per teenager: pur mantenendo la sua maturità, mi sembra che sia teneramente indulgente su ciò che accadde nel cimitero del titolo.
Ah, quella canzone! (ride) Ha una specie… Insomma, ti immagini questi due adolescenti che corrono in un cimitero e si amano, o qualcosa del genere. Magari c’è un elemento drammatico… Mi piace molto: è una delle canzoni più pop dell’album, divertente, ma allo stesso tempo triste e drammatica. Un gran pezzo. L’ha scritto Steve e non so esattamente cosa intendesse con i versi, ma è nato come un brano sobrio e in acustico e alla fine si è trasformato in qualcosa di pop.

Senti anche tu un pizzico di West Coast o un sapore californiano in “Crucify Me”?
Ah, davvero hai pensato a questa cosa? Non ci ho mai riflettuto ma in fondo Steve vive a Los Angeles, quindi magari c’è un po’ del sole della California, e il deserto si è fatto strada tra le canzoni qua e là.

Parliamo dell’aspetto visivo del vostro ultimo lavoro, il video di “Mothers of the Sun” e la copertina del disco.
La copertina è tutta opera di Jeremy, che si è sempre occupato di tutto l’aspetto visivo della band: c’è la sua mente bizzarra al lavoro in quel campo! Amo la sua arte e non mi pongo troppe domande su quello che fa: è molto astratto, usa il collage… Per qualche motivo noi Black Mountain parliamo un sacco del Concorde, l’aeroplano: in testa avevamo l’idea di metterlo sulla copertina del disco. E Jeremy ha messo un Concorde in copertina: fantastico! E poi ha aggiunto elementi mistici, altre cose che non sai bene cosa siano… Non si capisce che stia succedendo: c’è una sensazione di mistero, è figo. Il video per “Mothers of the Sun” è stato realizzato da due ragazzi di Vancouver: li abbiamo lasciati fare e se ne sono venuti fuori con questa specie di ragazzini psichedelici… Hanno elaborato un’idea complessa: neanche io sono sicura davvero del reale significato del video. Ti dovrebbe dare l’idea di portarti in un’altra dimensione, che è sempre una figata… Insomma, un video bizzarro che è anche un trip: funziona bene con la canzone.

Qual è il tuo più grande desiderio in campo musicale?
Quello che davvero voglio è realizzare bei dischi, suonare dal vivo ed essere fonte d’ispirazione per il pubblico… o almeno fare viaggiare la gente mentre suoniamo. Non si vedono spesso concerti in cui sei toccato nel profondo, o nei quali la band dimostri un certo grado di innovazione. Ecco, questo è ciò che vorrei essere in grado di dare al pubblico: qualcosa che li tocchi e li faccia stare bene.

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Un giorno su quattro

concerti

Come l’anno scorso, rinnovo l’inutile tradizione di elencare i concerti visti in dodici mesi. Come si fa di solito, ecco qualche dato aggregato. Le band che ho visto di più, tre volte ciascuna, sono state Verdena, Iosonouncane e Pecori Greg. Sono stato 21 volte al Locomotiv e 17 tra Covo e Bolognetti. Quasi tutti i concerti sono stati visti a Bologna, a parte l’infilata del Primavera Sound e una trasferta romana. Insomma: ecco gli 86 concerti visti nel 2015.

Cymbals Eat Guitars, Covo Club, Bologna, 16 gennaio
Paolo Benvegnù, Matteo Toni, Locomotiv Club, Bologna, 17 gennaio
Giovanni Succi, Pristine Mood, FreakOut Club, Bologna, 22 gennaio
C’Mon Tigre, TPO, Bologna, 7 febbraio
Orlando Julius & the Heliocentrics, Locomotiv Club, Bologna, 13 febbraio
Bud Spencer Blues Explosion, Roberto Angelini, Teatro Quirinetta, Roma, 20 febbraio
Curtis Harding, New Colour, Covo Club, Bologna, 27 febbraio
Post-CSI, Locomotiv Club, Bologna, 28 febbraio
Paus, Locomotiv Club, Bologna, 5 marzo
Pond, Baseball Greg, Covo Club, Bologna, 6 marzo
Ariel Pink, Larry Gus, Locomotiv Club, Bologna, 7 marzo
Verdena, Jennifer Gentle, Estragon, Bologna, 10 marzo
Egle Sommacal, AtelierSi, Bologna, 15 marzo
Melampus, Kisses from Mars, Covo Club, Bologna, 20 marzo
Gazebo Penguins, Delta Sleep, Valerian Swing, Covo Club, Bologna, 21 marzo
Cesare Basile, TPO, Bologna, 9 aprile
Tubax, After Crash, Locomotiv Club, Bologna, 10 aprile
Godspeed You! Black Emperor, Carla Bozulich, Estragon, 11 aprile
Beatrice Antolini, Palazzo Pepoli, Bologna, 16 aprile
A Place to Bury Strangers, Rare Blossom, Romare, Locomotiv Club, Bologna, 17 aprile
Ghostpoet, TPO, Bologna, 18 aprile
Pecori Greg, FreakOut Club, Bologna, 24 aprile
Sleaford Mods, Covo Club, Bologna, 2 maggio
Alessio Bondì, Pane e Panelle, Bologna, 4 maggio
Nils Frahm, Dawn of Midi, Locomotiv Club, Bologna, 4 maggio
Suz Trio, Palazzo Pepoli, Bologna, 21 maggio
Shellac, Uzeda, Locomotiv Club, Bologna, 26 maggio
The Shalalalas, Primavera Sound, Barcellona, 28 maggio
The Cheatahs, Primavera Sound, Barcellona, 28 maggio
Ought, Primavera Sound, Barcellona, 28 maggio
Mikal Cronin, Primavera Sound, Barcellona, 28 maggio
Spiritualized, Primavera Sound, Barcellona, 28 maggio
The Black Lips, Primavera Sound, Barcellona, 28 maggio
James Blake, Primavera Sound, Barcellona, 28 maggio
José González, Primavera Sound, Barcellona, 29 maggio
Tobias Jesso Jr., Primavera Sound, Barcellona, 29 maggio
Sleater-Kinney, Primavera Sound, Barcellona, 29 maggio
Run the Jewels, Primavera Sound, Barcellona, 29 maggio
alt-J, Primavera Sound, Barcellona, 29 maggio
Jon Hopkins, Primavera Sound, Barcellona, 29 maggio
Dan Deacon, Primavera Sound, Barcellona, 29 maggio
American Football, Primavera Sound, Barcellona, 29 maggio
Tori Amos, Primavera Sound, Barcellona, 30 maggio
Torres, Primavera Sound, Barcellona, 30 maggio
Unknown Mortal Orchestra, Primavera Sound, Barcellona, 30 maggio
Thee Oh Sees, Primavera Sound, Barcellona, 30 maggio
Hookworms, Primavera Sound, Barcellona, 30 maggio
Caribou, Primavera Sound, Barcellona, 30 maggio
Petrina, Palazzo Pepoli, Bologna, 4 giugno
Sun Kil Moon, Cortile del Palazzo Estense, Ferrara, 7 giugno
Wow, Parco del Cavaticcio, Bologna, 8 giugno
Iosonouncane, Dino Fumaretto, Pecori Greg, Palazzo Pepoli, 18 giugno
Soak, Bolognetti Rocks, Bologna, 18 giugno
The Fuzztones, BOtanique, Bologna, 25 giugno
C’Mon Tigre, Bolognetti Rocks, Bologna, 26 giugno
Fast Animals and Slow Kids, Bolognetti Rock, Bologna, 27 giugno
Iosonouncane, Bolognetti Rocks, Bologna, 2 luglio
Badly Drawn Boys, Eaves, Bolognetti Rocks, Bologna, 9 luglio
Neneh Cherry, Bolognetti Rocks, Bologna, 10 luglio
Blonde Redhead, BOtanique, Bologna, 13 luglio
Verdena, Iosonouncane, Piazza Castello, Ferrara, 15 luglio
A Toys Orchestra, BOtanique, Bologna, 17 luglio
Capra, Bolognetti Rocks, Bologna, 18 luglio
Cold Specks, Bolognetti Rocks, Bologna, 23 luglio
Tony Allen, Locomotiv Club, Bologna, 11 settembre
ESG, Locomotiv Club, Bologna, 28 settembre
The Melvins, Big Business, Locomotiv Club, Bologna, 30 settembre
Capibara, roBOT Festival, Bologna, 9 ottobre
Godblesscomputers, roBOT Festival, Bologna, 9 ottobre
Scisma, Fabio Cinti, Locomotiv Club, Bologna, 10 ottobre
US Girls, Covo Club, Bologna, 16 ottobre
Oh Land, Vera Di Lecce, Locomotiv Club, Bologna, 22 ottobre
Ofeliadorme, Dino Fumaretto, TPO, Bologna, 24 ottobre
Bachi da Pietra, Malascena, Locomotiv Club, Bologna, 28 ottobre
Father John Misty, Anna B. Savage, Locomotiv Club, Bologna, 1 novembre
Verdena, Estragon, Bologna, 6 novembre
Destroyer, Covo Club, Bologna, 7 novembre
Kamasi Washington, Locomotiv Club, Bologna, 9 novembre
Christan Scott Sextet, Bravo Caffè, Bologna, 12 novembre
C+C=Maxigross, Pecori Greg, Covo Club, 14 novembre
Calibro 35, OoopopoiooO, Locomotiv Club, 20 novembre
Adriano Viterbini, SEMM, Bologna, 2 dicembre
Iosonouncane, Locomotiv Club, Bologna, 3 dicembre
Os Mutantes, Locomotiv Club, Bologna, 5 dicembre
Mimosa, Cortile Cafè, Bologna, 11 dicembre
Tubax, Three in One Gentleman Suit, Locomotiv Club, 19 dicembre

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Neneh Cherry: la libertà è oggi

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“Seven Seconds”? Sì, va bene. Ma la canzone più famosa interpretata da Neneh Cherry insieme al fratellastro Eagle Eye è un granello nella vastità del patrimonio musicale della figlia(stra) del grande trombettista Don, della giovane post punk frontwoman dei Rip, Rig & Panic, di un’artista che si è continuamente messa in discussione flirtando con ogni genere musicale e mettendo in primo piano, sempre, “l’espressione di ciò che sono”, come mi ha detto nell’intervista che potete leggere qua sotto, ascoltare sul sito della radio e sentire in onda oggi alle 16, durante l’ultima puntata di Maps. Ma la chiacchierata con la splendida cinquantenne è cominciata con le sue scuse, ripetute più volte, per il ritardo con cui ha risposto al telefono. E si è conclusa con svariati “tesoro” e ringraziamenti sinceri. Senza contare i grazie che potete leggere qua sotto. Insomma, la Cherry non è solo una musicista rara, ma anche una persona speciale e pare speciale il rapporto con Bologna. “Oh sì, ci sono stata… Quand’era… Mi sa che è passato un po’ troppo tempo perché mi ricordi bene. Credo sia stato quando l’Italia ha vinto la Coppa del Mondo di calcio, quando può essere stato… Nell’82? Ero proprio a Bologna con i Rip Rig & Panic e con mio padre. È stato fantastico: tutta la città sembrava morta, tutto era chiuso e si potevano sentire le persone a casa che guardavano la partita. Al fischio finale tutti si sono riversati per strada ed è stato il delirio.”

Mi sa che si è verificato lo stesso quando abbiamo vinto l’ultima Coppa del Mondo…
Lo immagino… Be’, insomma, io c’ero, ero a Bologna!

Incredibile… Parliamo dell’ultimo album: è stato uno dei nostri dischi della settimana… un lavoro bellissimo che abbiamo amato molto…
Che bello! Grazie mille! Queste sono davvero le cose che danno senso alle mie giornate. Grazie.

Che cosa ti ha spinto a farlo?
Be’, penso che ogni tanto sia la vita che ti spinge fino al limite e l’unico modo che conosco per risolvere alcune questioni della mia vita è essere creativa: ed è venuto fuori Blank Project. Mia madre è morta, quand’è stato?, tre anni prima che il disco uscisse, anzi, prima che lo registrassimo. Ho iniziato a scrivere come una specie di terapia, con un po’ di disperazione, per provare a uscire da un momento difficile. Ma è stata un’arma a doppio taglio: da un lato una sorta di terapia, per uscire da un periodo buio, ma anche un modo per ricordare e celebrare nuovamente la vita. Quindi penso che allo stesso modo ci siano due lati nel disco: intensità e imbarazzo, insieme a una parte più pesante, per rimettere insieme i pezzi, quelli del lato più bizzarro e divertente della vita.

Non è rischioso collegare canzoni che suonerai, suonerai e suonerai ancora a un dolore tale?
Per me la creatività ha sempre a che fare con l’espressione e con ciò che sono. Quando si ascolta Blank Project, probabilmente si sente che ha molto a che fare con il tempo in cui è stato prodotto, ma le canzoni, per quanto siano legate a un periodo, cambiano sempre. Magari certe sono molto significative rispetto a un momento definito, ma per me sono sempre cangianti, e hanno una vita propria, raccontano la loro storia. Se pensi a Blank Project, anche se le canzoni sono legate al momento in cui mia madre se n’è andata e cose simili, penso che la maggior parte non siano semplicemente biografiche. Non so se mi capisci… Insomma, cerco sempre di non scrivere solo di me stessa, anche se uso le mie emozioni. Mi segui? Sono una specie di trampolino, ma cerco di immaginarmi come fossi un’altra persona, come se prendessi in prestito altre vite per metterle nelle canzoni. Fare il disco è stato un sollievo, mi ha riportato in vita e anche se ci sono delle parti di canzoni che sono malinconiche o tristi, il processo di produzione mi ha reso felice.

Un processo che è stato molto breve, durato solo cinque giorni. Come hai coinvolto i collaboratori?
Innanzitutto ho lavorato con Cameron, mio marito: lo faccio da tempo. C’erano poche persone coinvolte nella fase di scrittura, poi abbiamo passato le canzoni ai Rocketnumbernine, che sono un duo, Ben e Tom Page. Sono in due e possono suonare come fossero effettivamente due persone, ma anche come se fossero in sei. È interessante, perché sebbene siano un duo elettronico live, nulla è programmato, suonano tutto dal vivo. La collaborazione insomma è andata nella direzione che volevo: musica elettronica, ma suonata in modo sperimentale. Insomma: il disco è cominciato tra me e Cameron e poi è cresciuto con i due ragazzi che hanno portato il suono giusto e la forza alla musica, dando il via alla produzione e al viaggio che si è concluso in cinque giorni, con la chiusura del disco. Prima di andare in studio a registrarlo, abbiamo provato le canzoni moltissimo, in modo tale che, una volta in studio, abbiamo avuto la possibilità, semplicemente, di lasciarci andare, di suonare le canzoni senza pensarci su troppo. Kieran Hebden, Four Tet, che ha prodotto il disco, aveva le idee molto chiare: “Faremo questa canzone, ci metteremo insieme in una stanza, e suoneremo insieme, senza sovraregistrazioni, aggiustamenti e cose simili”. E avevamo solo una settimana, cinque giorni per fare il disco: era tutto il tempo che Kieran aveva a disposizione. Quindi ci siamo detti: “Bene, dobbiamo chiudere due canzoni al giorno”. Ed è quello che abbiamo fatto! Era il modo giusto per produrre il disco, e anche il modo che ha di fare Kieran ci ha rilassati, ci siamo fidati di lui e delle sue opinioni e ciò ci ha permesso di essere sciolti, di seguire il nostro istinto e il cammino che ha tracciato. Un viaggio interessante, collaborativo in modo naturale: con i Rocketnumbernine siamo vicinissimi, c’è intesa molto forte tra tutti noi.

Oltre ai nomi che hai fatto, nel disco c’è anche Robyn: sei aggiornatissima sul mondo musicale! Sei un’ascoltatrice vorace, ti stimolano le novità, ascolti dischi compulsivamente?
Diciamo che a volte mi piace molto ascoltare bella musica e c’è musica nuova letteralmente ogni giorno, in ogni ora della giornata, specialmente grazie alla rete. Ci sono momenti in cui sto bene, in cui mi piace riempirmi le orecchie di musica; a volte capita che per settimane non ascolti nulla ed ecco che mi perdo una ventina di cose. Penso che la musica nuova sia importante, ma amo tantissimo anche i classici: insomma, ascolto cose diverse. Tuttavia musica nuova vuol dire nuove energie, diventa fonte di ispirazione. Ho ascoltato proprio oggi questa nuova rapper, Tink, davvero meravigliosa: l’ha prodotta Timbaland, ha un paio di pezzi davvero belli.

C’è qualcuno che ti passa la musica? Tuo marito o qualcuno di cui ti fidi, che magari quando ti passa un link lo apri senza indugi?
Sì, dietro l’angolo di casa c’è un negozio di dischi fantastico che si chiama Honest Johns: è sopravvissuto a tanti alti e bassi… Vendono vinili, musica africana, jazz… un gran negozio. E c’è un ragazzo che lavora con me, Phil, il figlio di Sean Oliver, il bassista dei Rip Rig & Panic: è un tipo davvero in gamba, a volte mettiamo i dischi insieme e mi passa un sacco di musica. Sa quali sono i miei gusti e mi dice “ascolta questo, ascolta quest’altro”… E poi… Be’, ci sono i miei figli ai quali rubo un sacco di musica!

Hai avuto una vita avventurosa, movimentata, anche musicalmente parlando. Ascolti mai i tuoi vecchi album? Cosa provi?
Mica così spesso! A volte mi dico: “Oddio, oddio che roba…”, altre volte sono sorpresa, ma la sfida è sempre quella che deve arrivare. Ciò che farò mi interessa di più rispetto a ciò che ho già fatto. Se ascolto cose vecchie è perché capita, del tutto casualmente, oppure perché mi devo ricordare una canzone che devo cantare, fare dal vivo… Capisci? A volte mi dico “Oh, ma è meglio di quel che pensassi” (ride), altre volte sono sorpresa… Ma vedi, di solito guardo avanti e, quando ascolto musica, è di altri, non la mia. Se capita, c’è una ragione… Ed è interessante perché da un lato suona molto familiare, è ovvio, l’ho registrata io quella musica, fa parte di me; d’altro canto è interessante perché è un lato di me dal quale mi sono separata ed è quindi andare altrove, in un altro tempo che però è quello che mi ha condotta fino a qua, al presente che viviamo ora. La cosa bella è che se mi guardo ora riesco a percepire finalmente un pizzico di libertà, un’apertura che ho sempre cercato, sai. In un certo senso mi sento come se avessi appena iniziato (ride): è bellissimo provare oggi questa sensazione di novità.

Che live vedremo a Bologna? Chi suonerà con te e come sarà composta la scaletta, considerando il tuo vastissimo repertorio?
Sarò con Rocketnumbernine e faremo per lo più le canzoni di Blank Project e poi faremo qualche classico, se avremo tempo, come “Manchild” e “Woman”. Sarà bello, perché abbiamo avuto bisogno di focalizzarci su Blank Project per definire il nostro stile in maniera unitaria, ma poi inserire in scaletta alcuni brani vecchi ha decisamente funzionato. Poi chissà: stiamo anche lavorando a dei pezzi nuovi e magari ne faremo uno dal vivo… È una scaletta piuttosto potente… Ci sono anche pezzi più calmi, ma se tutto andrà bene ci sarà una gran forza sul palco… È come un viaggio, la nostra musica è cresciuta col tempo e, paragonata a quella che puoi ascoltare su disco, è più piena e l’energia è diversa, nel senso migliore del termine. E siamo solo in tre: io, Ben al sintetizzatore e sequencer, e Tom, suo fratello, alla batteria.

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Torres: una musicista in fuga, tra musica, Dio e marijuana

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Lo ammetto senza problemi: il primo disco di TORRES non mi aveva detto molto e non mi dice moltissimo ancora adesso. Ho trovato Sprinter decisamente più interessante e maturo. E ci mancherebbe: Mackenzie Scott è del 1991, è salutare che un debutto sia, diciamo, incerto, e che la crescente maturità si mostri con il tempo. La vera sorpresa, però, è stato conoscere la musicista di persona nello scorso Primavera Sound di Barcellona. Nella mezz’ora passata insieme mi è parso di avere colto un giovane talento in fuga da tutto ciò che l’ha formata, opprimendola, dal punto di vista politico e religioso: e probabilmente non solo in quegli ambiti. Quando mi parlava di Rob Ellis, produttore di Sprinter, aveva gli occhi che brillavano; quando ha nominato la marijuana ha ridacchiato come un’adolescente colta con le mani nella bustina. E quando ha parlato di Dio, del suo Dio, lontano da quello imposto da riti e rituali, si è illuminata. In conclusione: è stata una delle interviste più intime e intense che abbia mai fatto. La potete leggere qua, ascoltare sul sito della radio o ascoltarla a Maps oggi pomeriggio intorno alle 16.

Vorrei innanzitutto parlare del suono del nuovo disco: è differente dall’esordio, per quanto ci siano dei punti in comune. Qual è stato il ruolo del produttore Rob Ellis, com’è andata con lui?
Gli ho mandato una mail dopo avere registrato le versioni demo delle canzoni. Ero alla ricerca di un produttore che mi aiutasse a registrare l’album: l’ho contattato, gli ho mandato i demo e gli ho chiesto se potesse darmi una mano in qualche modo, se avesse un po’ di tempo per me. Lui ha acconsentito e, nei due mesi successivi, abbiamo parlato della preproduzione su Skype, perché vive nel Dorset, in Inghilterra, discutendo del disco, del suono che avevo in mente. È cominciato tutto così.

All’album ha lavorato anche Adrian Utley dei Portishead: mi pare che il disco abbia un tocco decisamente britannico…
Sì, sì, è vero!

Era qualcosa che volevi oppure è semplicemente capitato?
No, io volevo lavorare con Rob, siamo amici da un paio di anni, è uno dei pochi produttori che conosco. Sapevo anche che è un batterista e volevo che suonasse la batteria nell’album. Ma non pensavo avremmo registrato in Inghilterra, all’inizio credevo che sarebbe venuto lui negli Stati Uniti. Alla fine sono andata io là e lui ha chiesto a Adrian e altri amici se volessero suonare anche loro sul disco. È stata una bella sorpresa.

Accidenti! Quindi sei entrata in studio e hai trovato là Adrian Utley?
No, no. Sono arrivata in Inghilterra e Rob mi fa: “Ho chiesto a un po’ di amici di suonare nel disco. Ci sarà Ade, Olly…”. Al che gli ho detto: “Ma chi è Ade?”, e lui “Oh, è Adrian Utley!”. Con lui a dire il vero abbiamo registrato proprio nell’ultimo giorno in cui ero là. Siamo andati a Bristol nel suo studio e Adrian ha fatto qualche chitarra…

Ti brillano gli occhi ancora oggi, mentre me lo racconti.
Oh sì, è stato un sogno!

Uno dei temi principali del disco è la religione: ho letto qualcosa sulla tua vita e mi pare che il tuo rapporto con la religione abbia sia dei pro che dei contro. Ti va di parlarmene?
Sono cresciuta nella Chiesa Battista: era tutto ciò che conoscevo. La scuola che ho frequentato fino a quando avevo 18 anni, era una scuola cristiana presbiteriana. Sono stata indottrinata per bene, ma a questo punto della mia vita il mio rapporto con la religione… Be’, è molto diverso da quello che avevo allora. Non vado più in chiesa, ma posso dire che la mia fede è migliore di prima, si è evoluta in una forma molto più personale e ne sono stata felice. A dire il vero non ne parlo molto. Invece di andare in chiesa di domenica, agitando le mani di fronte a tutti e mettendo su uno spettacolo, prego in privato.

Ti dispiace se ne parliamo?
No, no, assolutamente.

Allora ti chiedo quale sia la differenza tra il Dio nel quale credevi anni fa e quello in cui credi oggi.
In realtà è lo stesso Dio: la differenza è che le persone per tutta la vita, per la maggior parte della mia vita, mi hanno insegnato delle cose sul Dio che adoravo che non credo fossero giuste. Il Dio che ho imparato a conoscere mentre crescevo era un Dio rabbioso, che condannava, che condannava teoricamente tutti… Sono le persone che mi hanno incasinato, che hanno danneggiato il rapporto che potevo avere allora con Dio. Ma ora ho posto una distanza tra me e queste persone che hanno rovinato tutto, sto riscoprendo Dio. Ed è grande.

Nel disco parli molto di te e di come stai cambiando: sei molto giovane e si cambia molto quando si è giovani. Parli di una “nuova pelle per la quale moriresti” e di umori cangianti. Ci sono delle parti diaristiche, come quando dici esplicitamente “farò 23 anni a gennaio”. Cosa è stato per te mettere nero su bianco queste parole e cos’è cantarle ogni sera di fronte a degli sconosciuti?
A dire il vero trovo che i live abbiano un potere quasi lenitivo: è stato molto più difficile all’inizio scrivere le parole che cantarle. La parte più dura è stata metterle su carta e pubblicarle. Ora che faccio i miei concerti e canto le canzoni dal vivo è come se questi versi siano già stati liberati e appartengano a tutti. Le performance non sono più su di me, quindi suonare le canzoni è facile e perfino divertente, proprio perché non parlano solo di me.

Sono incuriosito anche dal tuo rapporto con la natura e col mito. È sorprendente, alla fine di un disco spesso duro, sentire il cinguettio degli uccellini, o scoprire che in “A Proper Polish Welcome” ci sono riferimenti diretti alla mitologia. Come combini questi elementi con la religione di cui abbiamo appena parlato? Mi sembra sia una questione molto più complessa di quanto appaia a un primo ascolto.
Grazie! Dunque… Be’… Sono stata nuovamente ossessionata dalla natura negli ultimi due o tre anni. In parte ciò è dovuto alla marijuana, ma diciamo che per alcuni versi sono tornata bambina nell’accezione migliore del termine: sto riscoprendo un sacco di cose che davo per scontate. Ho recuperato il senso di meraviglia. Insomma, deriva un po’ da questo, un po’ dal fatto che ho riletto alcuni testi con i quali sono cresciuta. Conoscevo la storia di Adamo ed Eva e del Giardino dell’Eden, quella di Noè e della sua arca: sono una specie di parabole che, negli anni, si sono annacquate. Le ho riprese in mano e le ho rilette: sono terrificanti e maestose e ho provato a leggerle nella maniera più obbiettiva possibile, dal punto di vista di chi non abbia mai conosciuto queste storie. Si è venuto a creare un misticismo, la natura è diventata mistica ai miei occhi e ho voluto mettere tutto ciò nelle canzoni.

C’è un pezzo che mi ha davvero colpito, “Cowboy Guilt”, dove parli esplicitamente del tuo Paese. Si tratta di un lato politico del tuo disco, qualcosa che magari verrà sviluppato in futuro?
Non so se esplorerò in futuro questo lato politico. Se c’è una canzone politica nel disco, be’, è proprio quella. È molto ironica, va presa così, ma… Insomma, sono cresciuta nel profondo Sud del Paese, quello che ha celebrato George W. Bush, e la canzone parla del mio trasferimento a Nashville, nel Tennessee, che è stata la prima volta per me lontano da casa. Ho cominciato a bere whisky, ho trovato per la prima volta amici che pensavano in maniera molto diversa e che avevano idee politiche assai differenti da quelle con le quali sono cresciuta. La canzone, insomma, ci vede prendere in giro l’ambiente politico nel quale siamo stati allevati. Insomma, si ride per non piangere! (ride).

Mi pare che tu abbia iniziato una specie di nuova vita, ma ricordi quando è uscito il tuo primo disco? Sei letteralmente esplosa, tutti i giornalisti parlavano di questa Torres, ci si chiedeva: “Ma chi è questa ragazza?”. Che ricordi hai di quel periodo?
È strano, sai, perché ora tutto sembra relativo, non sono davvero cosciente di ciò che la stampa dice di me… All’epoca semplicemente sapevo di dover fare più concerti, più viaggi: tutto era molto eccitante. In quel periodo pensavo che avrei avuto delle royalties, che avrei alloggiato in hotel splendidi… ma mi è capitato anche di suonare in locali che non avevano nemmeno il bagno. Quando sono in tour mi succede anche di starmene seduta in furgone per dieci ore di fila, quando ci spostiamo da uno Stato all’altro. È strano: per certi versi è fantastico, ma per altri, per tanti altri mi sento davvero come se avessi appena cominciato, come se non avessi nemmeno grattato la superficie della cosa.

Pensi che tornerai prima o poi a casa, nei luoghi da dove provieni? E non intendo solo i luoghi geografici, ma anche dello spirito. Te lo chiedo perché mi sembra tu abbia tracciato un confine ben preciso tra quello che eri e quello che sei ora. Uno degli insegnamenti della religione cristiana è di perdonare e di stare insieme. Che ne pensi?
La scrittura del disco è stata, per me, un processo di perdono: è una delle ragioni principali per cui l’ho prodotto. Avevo bisogno di perdonare tante persone, me compresa, per tutta una serie di problemi emotivi e spirituali che ho provocato ad altri quando ero più giovane. C’è un grande bisogno di perdono nel’album, l’ho messo brani che lo compongono. È difficile dire che succederà: tutti dicono che prima o poi si ritorna alle proprie radici, a casa, in un modo o nell’altro. Quindi, se lo intendiamo nel senso letterale, è molto probabile che io “ritorni da dove provengo”, che torni in chiesa, ma sarà a modo mio, stavolta. E solo se lo riterrò giusto. Ho tracciato una linea netta, sì: ci sono sistemi politici e sociali dei quali non vorrò mai più fare parte, e lo so con certezza. Non so però che succederà.

L’ultima domanda, dopo tutti questi discorsi profondi, è più leggera: mi dici quali sono i tuoi cinque dischi dell’isola deserta?
(ride) Ok. Allora: Strange Mercy di St Vincent, sempre. Another Green World di Brian Eno. Poi… Rumours dei Fleetwood Mac. E… aspetta, posso controllare il mio telefono? Non sono sicura di che dire, non mi ricordo! Ah sì! In Utero dei Nirvana e poi… Accidenti… Sì: Live at Folsom Prison di Johnny Cash.

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EXPOrsi

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Ormai, lavoro a parte, ogni volta che penso di scrivere qualcosa su questo blog, ma anche e soprattutto su Facebook, sempre lavoro a parte, ci penso molto prima di farlo. Non mi scordo, infatti, delle parole spese sull’accrescimento di questo “rumore di fondo” a cui contribuisce ogni foto, parola, video pubblicato. Tuttavia, dopo i fatti di ieri di Milano, il brusio delle opinioni immediate, delle sentenze sparate ad alzo zero, mi ha infastidito, forse per un accumulo che dura da anni. Mi è venuto in mente di quando si è costretti a urlare ancora più forte per imporsi su un litigio: quello che segue non è un urlo, ma di certo ne ha l’irruenza.

Chiarisco subito la mia posizione. L’EXPO in sé non è un male. Il fatto che sia stato gestito approssimativamente (a quanto leggo da molte fonti, visto che non ci ho messo piede) e che una buona occasione in Italia sia per l’ennesima volta mandata in vacca (ed era prevedibile) è uno schifo. Una cosa grave, gravissima, uno spreco che perpetua un modo di gestire le cose (leggi: una politica) che non mi trova d’accordo e che è il frutto di un modello dominante al quale non credo, ma con il quale, giorno dopo giorno, devo scendere a patti. Cerco di comportarmi bene, pur opponendomi ad esso, combattendo ogni giorno piccole lotte nel nome di un’idea di civiltà che deriva da tantissimi fattori: dall’educazione che mi è stata impartita a scuola a quella politica, dall’età che ho a quello che ho vissuto, eccetera. Non sono mai stato un violento: non ho mai picchiato nessuno e nessuno mi ha mai picchiato, ma certo, ho urlato, imprecato, risposto male e malissimo a persone che non se lo meritavano.

Detto questo: bisogna cambiare le cose, ma non penso che la violenza sia il modo giusto per farlo. Distruggere vetrine, dare fuoco alle auto: perché? Cosa accade poi? Dice: e ma le rivolte che portano a cambiamenti devono essere così e giù esempi (ma mica tanti) di sommosse violente che si sono tradotte in qualcosa di concreto. Mi chiedo: siamo sicuri che sia la violenza il fattore decisivo per la riuscita di queste manifestazioni? Io non ne sono certo: i processi sociali sono complessi ed è molto difficile fare paragoni, soprattutto quando alcune variabili decisive (il tempo, le tecnologie, il livello di salute, tanto per fare tre esempi) cambiano. Però, dice: qualcosa deve cambiare. Come, mi chiedo io.

Uno strumento ci sarebbe e, attenzione, non sarebbe meno violento, per certi versi: è lo sciopero, ma quello vero. Qualcosa che paralizzi il Paese, che porti all’attenzione di tutti (cittadini e opinione pubblica, non solo nazionale) i veri problemi politici, sociali ed economici d’Italia: e ce ne sono a iosa. Però per farlo ci vogliono elementi che questo Paese non possiede affatto: onestà, altruismo e senso del bene comune. È necessaria una progettualità, il senso di una missione, la comprensione del senso di (chiamiamolo così) sacrificio per un fine più alto. C’è bisogno di affinare il pensiero, che colga la complessità della realtà. Ci vuole unità, di intenti e di opere, ma che sia unità.

E invece, no: il “dibattito” è facilitato come gli schemi delle parole crociate, ridotto a schede e schedine (vittoria, sconfitta, pareggio), a manicheismi bicromatici, a “sei pro” o “sei contro”. Io rivendico la mia posizione critica verso l’EXPO per come è stato gestito, verso il Governo e verso i black bloc; ma soprattutto verso un “pensiero” sempre più pigro e affrettato, che si liquefa immediatamente in sentenze sputazzate qua e là, incapace di fare da guida a un’azione che quindi si rivela altrettanto scomposta e inefficace.

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Uno ogni tre giorni

2014-04-12 01.39.14

Niente classifiche di fine anno, ma un mero elenco, come ho fatto anche l’anno scorso. Un po’ per fare il conto, un po’ per fissare nomi e date, un po’ per non ripercorrere con la memoria dodici mesi di concerti dal vivo. Nonostante i miei propositi, sono stati 114, tredici in più dell’anno scorso, ma devo dire che non tutti sono stati visti dall’inizio alla fine: pennachianamente mi sono concesso di voltare le spalle al palco, qualche volta. Senza offesa per i musicisti.Qualche dato e statistica, un po’ a caso: li ho visti per lo più a Bologna, con qualche scappata extra moenia e anche fuori dalla nazione. Il locale dove sono stato di più è il Locomotiv Club, dove ho passato ben 35 serate (considerand0 che è aperto per nove mesi, sono stato là una volta alla settimana, di media). Le band che ho visto di più, tre volte ciascuna, sono state Bud Spencer Blues Explosion e C+C=Maxigross. I festival sono stati quattro (Primavera Sound, Woodworm, Unaltrofestival, Rock in Idro), ma con diversissime assiduità.
E quindi via con l’elenco, inutile come quasi tutti gli elenchi.

Hobocombo, Der Maurer e Sebastiano De Gennaro, Locomotiv Club, Bologna, 15 gennaio
Succi, Locomotiv Club, Bologna, 16 gennaio
Simona Gretchen, Locomotiv Club, Bologna, 17 gennaio
Geoff Farina, Father Murphy, Majirelle, Freakout Club, Bologna, 24 gennaio
Fine Before You Came, Lantern, Covo Club, Bologna, 25 gennaio
Glenn Branca, Freakout Club, Bologna, 7 febbraio
Bombino, Above the Tree & Ensemble Du Beat, Locomotiv Club, 13 febbraio
Apes on Tapes, Sin/Cos, Sixth Minor, TPO, Bologna, 15 febbraio
Bill Callahan, Circuit Des Yeux, Teatro Antoniano, Bologna, 18 febbraio
Fuzz Orchestra, Meteor, Uochi Toki, Locomotiv Club, Bologna, 20 febbraio
Incident on South Street, Arteria, Bologna, 21 febbraio
Depeche Mode, Unipol Arena, Casalecchio di Reno, 22 febbraio
Trentemoeller, Estragon, Bologna, 24 febbraio
Savages, A Dead Forest Index, Locomotiv Club, Bologna, 26 febbraio
Fanfarlo, Lilies on Mars, Locomotiv Club, Bologna, 3 marzo
Non voglio che Clara, Nevica su Quattropuntozero, Locomotiv Club, Bologna, 6 marzo
Francesco Tristano, Locomotiv Club, Bologna, 7 marzo
La Tarma, Circolo Angolo B, Bologna, 8 marzo
Wu Ming Contingent, Locomotiv Club, Bologna, 13 marzo
Woodworm Festival (Bachi da Pietra, The Crazy Crazy World of Mr Rubik, Umberto Maria Giardini, Julie’s Haircut, Bologna Violenta, Fast Animals and Slow Kids), Locomotiv Club, Bologna, 14 marzo
Public Service Broadcasting, Covo Club, Bologna, 22 marzo
The Sleeping Tree, Quarantatré Barra Due, Bologna, 23 marzo
Michael Gira, Locomotiv Club, Bologna, 27 marzo
Massimo Volume, Be My Delay, Locomotiv Club, Bologna, 28 marzo
Mogwai, Estragon, Bologna, 30 marzo
Tuxedomoon, DOM La Cupola del Pilastro, Bologna, 2 aprile
Levante, Iotatola, Locomotiv Club, Bologna, 3 aprile
Splatterpink, Locomotiv Club, Bologna, 4 aprile
His Clancyness, Melampus, Havah, Own Boo, Locomotiv Club, Bologna, 5 aprile
Perturbazione, Nada & the Rabbits, Locomotiv Club, Bologna, 10 aprile
Bud Spencer Blues Explosion, Egle Sommacal, Locomotiv Club, Bologna, 11 aprile
Drenge, Covo Club, Bologna, 12 aprile
Musica per Bambini, Sit In Music, Bamboo, TPO, Bologna, 18 aprile
London Symphony Orchestra performing Mahler’s 7th Symphony, Barbican Centre, London, 27 aprile
Satelliti, Locomotiv Club, Bologna, 3 maggio
Melt Banana, Zeus!, Locomotiv Club, Bologna, 9 maggio
Shaloma Locomotiva Orchestra, Teatro Comunale di Modena, 19 maggio
C+C=Maxigross, Primavera Sound Festival, Barcellona, 29 maggio
Warpaint, Primavera Sound Festival, Barcellona, 29 maggio
Volcano Choir, Primavera Sound Festival, Barcellona, 29 maggio
St. Vincent, Primavera Sound Festival, Barcellona, 29 maggio
Queens of the Stone Age, Primavera Sound Festival, Barcellona, 29 maggio
Arcade Fire, Primavera Sound Festival, Barcellona, 29 maggio
Disclosure, Primavera Sound Festival, Barcellona, 29 maggio
Junkfood, Primavera Sound Festival, Barcellona, 30 maggio
John Grant, Primavera Sound Festival, Barcellona, 30 maggio
The Twilight Sad, Primavera Sound Festival, Barcellona, 30 maggio
Sharon Van Etten, Primavera Sound Festival, Barcellona, 30 maggio
The War on Drugs, Primavera Sound Festival, Barcellona, 30 maggio
Slint, Primavera Sound Festival, Barcellona, 30 maggio
Darkside, Primavera Sound Festival, Barcellona, 30 maggio
SBTRKT, Primavera Sound Festival, Barcellona, 30 maggio
Factory Floor, Primavera Sound Festival, Barcellona, 30 maggio
Kronos Quartet, Primavera Sound Festival, Barcellona, 31 maggio
Television, Primavera Sound Festival, Barcellona, 31 maggio
Spoon, Primavera Sound Festival, Barcellona, 31 maggio
Conan Mockassin, Primavera Sound Festival, Barcellona, 31 maggio
Nine Inch Nails, Primavera Sound Festival, Barcellona, 31 maggio
Junkfood, Primavera Sound Festival, Barcellona, 1 giugno
Pixies, Arena Parco Nord, Bologna, 2 giugno
Queens of the Stone Age, Arena Parco Nord, Bologna, 2 giugno
Nine Inch Nails, Cold Cave, Unipol Arena, Casalecchio di Reno, 3 giugno
Bud Spencer Blues Explosion, Feltrinelli Ravegnana, Bologna, 9 giugno
Nada, Vicolo Bolognetti, Bologna, 11 giugno
Confusional Quartet, Vicolo Bolognetti, Bologna, 12 giugno
Bud Spencer Blues Explosion, Vicolo Bolognetti, Bologna, 14 giugno
The Sleeping Tree, Rubik Cafè, Bologna, 16 giugno
Black Sabbath, Unipol Arena, Casalecchio di Reno, Bologna, 18 giugno
Bettibarsantini, Beatrice Antolini, Rocca di Spilamberto, Spilamberto, 20 giugno
Massimo Volume, Vicolo Bolognetti, Bologna, 21 giugno
La Tarma, Parco del Cavaticcio, Bologna, 23 giugno
Vessel, Lo Sburla, Piazza Verdi, Bologna, 30 giugno
Ex-CSI, Vicolo Bolognetti, Bologna, 3 luglio
Spartiti, Vicolo Bolognetti, Bologna, 5 luglio
UNA, Io e la Tigre, Cassero, Bologna, 7 luglio
Timber Timbre, Vicolo Bolognetti, Bologna, 10 luglio
Geoff Farina, Fargas, Piazza Verdi, Bologna, 11 luglio
Temples, Fiera, Bologna, 14 luglio
The Horrors, Fiera, Bologna, 14 luglio
M+A, Fiera, Bologna, 15 luglio
His Clancyness, Fiera, Bologna, 15 luglio
Panda Bear, Fiera, Bologna, 15 luglio
MGMT, Fiera, Bologna, 15 luglio
Zu, Botanique, Bologna, 18 luglio
The National, San Fermin, Piazza Castello, Ferrara, 22 luglio
C+C=Maxigross, Festa dell’Ospite, Fosse (VR), 9 agosto
Omosumo, Parco del Cavaticcio, Bologna, 26 agosto
Shiva Bakta, Giardini Margherita, Bologna, 28 agosto
Caribou, Estragon, Bologna, 6 settembre
King Buzzo, Adriano Viterbini, Locomotiv Club, Bologna, 8 settembre
Perfume Genius, Locomotiv Club, Bologna, 9 settembre
Dino Fumaretto, Giardini Margherita, Bologna, 22 settembre
Swans, Estragon, Bologna, 10 ottobre
Liars, Locomotiv Club, Bologna, 18 ottobre
To Rococo Rot, Locomotiv Club, Bologna, 24 ottobre
Xiu Xiu, Locomotiv Club, 28 ottobre
Ty Segall, JC Satan, Locomotiv Club, 30 ottobre
Thurston Moore, Teatro Antoniano, Bologna, 3 novembre
Ben Frost, TPO, Bologna, 5 novembre
BOL & Snah, Locomotiv Club, Bologna, 7 novembre
Tune-Yards, Locomotiv Club, Bologna, 8 novembre
Marlene Kuntz, Locomotiv Club, Bologna, 12 novembre
John Garcia, Locomotiv Club, Bologna, 20 novembre
Olof Arnalds, Beatrice Antolini, Covo Club, Bologna, 21 novembre
Fast Animals and Slow Kids, Locomotiv Club, Bologna, 22 novembre
C+C=Maxigross & Martin Hagfors, Locomotiv Club, Bologna, 26 novembre
Giardini di Mirò, Locomotiv Club, Bologna, 27 novembre
Einstürzende Neubauten, Teatro Manzoni, Bologna, 28 novembre
Ronin, Dadamatto, Maria Antonietta, Locomotiv Club, Bologna, 3 dicembre
Laibach, TPO, Bologna, 5 dicembre
Sharon Van Etten, Marisa Anderson, Bologna, 6 dicembre
Linda & the Greenman, Barazzo Live, Bologna, 20 dicembre
Death in June, Freakout Club, 12 dicembre

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La terribile bellezza: intervista con Blixa Bargeld

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Il rapporto, chiamiamolo così, con Blixa Bargeld non era cominciato nel migliore dei modi: il management e io avevamo inteso in maniera diversa cosa dovesse implicare l’uso di Skype per un’intervista. Io, radiofonicamente ingenuo?, non pensavo che la webcam fosse necessaria. Avevo quindi salutato Bargeld, che era inaspettatamente comparso sul monitor del computer dello studio di registrazione, e lui si era scusato: “Sono in anticipo, ma ti do il tempo di accendere e regolare la webcam”. A nulla erano servite le mie flebilissime proteste, le scuse, i tentativi impacciati. Il musicista aveva chiuso la chiamata e io pensavo mi fossi giocato un’intervista con un musicista straordinario su un disco davvero profondo e affascinante. Avevo ascoltato LAMENT per il Mucchio Selvaggio ed ero rimasto rapito dal modo in cui gli Einstürzende Neubauten avevano composto un’opera solo in apparenza sulla Prima Guerra Mondiale. In realtà l’ultimo “non-album” della band tedesca è una composizione nel vero senso del termine: sono stati messi insieme calcoli matematici applicati al rumore, canzoni, rielaborazioni di canoni, cabaret tedesco postbellico sconosciuto ai più, plotoni di afroamericani tra Francia e Stati Uniti, così come a cavallo tra due mondi temporali diversi, se non vogliamo dire secoli, è stato quel conflitto che compie cent’anni in questi giorni. LAMENT è oscuro, ironico, duro, appassionato, difficile e profondo come il mio interlocutore che desiderava, ho scoperto poi, vedere in faccia chi gli poneva domande. Quando ci siamo risentiti, stavolta con camera, ha notato il materiale fonoassorbente che mi circondava e ha esclamato: “Sei in un vero studio di registrazione! Anche io”. Ha alzato la webcam: “Sono nello studio dei Neubauten, stiamo facendo le prove”. L’otto novembre, infatti, LAMENT si mostra come dev’essere considerato: uno spettacolo dal vivo che prende spunto, racconta in parte, mette in scena la (Grande) Guerra. Pochi giorni dopo verrà pubblicato il disco, alla fine di novembre la band sarà in tour in Italia: intanto domani a Maps, oltre a trasmettere l’intervista che potete leggere qua e sentire sul sito di Radio Città del Capo, si potrà ascoltare anche la prémiere esclusiva di una traccia dell’album che, ci scommettiamo, rimarrà uno di quelli che ricorderemo del 2014.

Innanzitutto grazie: LAMENT mi è piaciuto moltissimo, anche se vorrei vedere lo spettacolo in Belgio tra meno di un mese…
Allestiremo lo stesso spettacolo anche in Italia. Non sarà un concerto normale dei Neubauten: suoneremo questo.

Dall’inizio alla fine?
Sì, dall’inizio alla fine! Il disco è solo una documentazione dello spettacolo, non è stato concepito come un disco, ma come una performance, come un pezzo su commissione da mettere in scena su un palco. L’album può essere diviso in tre sequenze: le prime quattro tracce, poi le tre che seguono e quello che seguono ancora, i tre “Lament” e “How Did I Die?”. Questa è la performance completa. Le tracce che seguono sono i bis che suoneremo. In Italia non credo che faremo il pezzo di cabaret in tedesco del 1923, quello di Joseph Plaut, semplicemente perché non ha molto senso per chi non parla tedesco, ma faremo “Sag Mir Wo Die Blumen Sind” e anche tre canzoni del nostro repertorio: “Let’s Do It A Da Da”, perché è attinente al contesto, così come “Armenia” e “Ich Gehe Jetzt”. Non suoneremo “Haus Der Lüge” né altre canzoni. Sarebbe bello che riuscissi a fare passare questa informazione, affinché la gente non rimanga delusa: non vorrei che comprassero i biglietti per vedere un concerto normale dei Neubauten.

Lo sottolineeremo. A proposito della canzone che hai citato prima…
… “Der Beginn Des Weltkrieges 1914 (Dargestellt Unter Zuhilfenahme Eines Tierstimmenimitators)”, cioè “L’inizio della guerra mondiale nel 1914 (presentato da un imitatore di versi di animali)…”

Quella! Credo che, a parte la questione linguistica a cui si accennava, sia notevole dal punto di vista puramente sonoro, anche se uno non capisce il tedesco. È interessante comunque.
La storia è stata questa: prima che cominciassimo a registrare il materiale, ho avuto due ricercatori che lavoravano per me, per cercare documenti con i quali avremmo potuto lavorare. In uno di questi mucchi di materiale c’erano dei file mandati dall’Archivio Radiofonico di Francoforte, che ci ha inviato tutto ciò che era in loro possesso sulla Prima Guerra Mondiale. Il punto è che nel periodo della guerra non c’erano mezzi per registrare: tutto quello che si sente nei documentari e simili è finto. Mi hanno mandato un sacco di dischi, o di versioni digitali degli stessi, realizzati dopo la Prima Guerra Mondiale, che la imitavano. Cose come inni nazionali cantati, preghiere, qualche “bum bum”, ma è tutto materiale rifatto in studio negli anni ’20. Tra questo materiale c’era il disco di Joseph Plaut, che ha proprio quel titolo. Un documento significativo, sorprendentemente significativo, perché nomina Hitler…

Sì, alla fine!
Ma è stato realizzato nel 1923. In quell’anno Hitler compì il suo primo atto politicamente rilevante, con la marcia su Monaco, per la quale poi venne arrestato, il che gli diede il tempo di scrivere Mein Kampf. Prendere in giro Hitler nel 1923 ha del profetico.

Dieci anni prima della sua ascesa…
Sì, e poi Plaut è dovuto fuggire…

Torniamo alla Prima Guerra Mondiale. Qualcuno l’ha definito come l’ultimo conflitto del 18° secolo e il primo combattuto con armi “nuove”: secondo questa prospettiva la Guerra ha dato un forte impulso all’industrializzazione mondiale, uno dei temi legati agli Einstürzende Neubauten. Si può vedere LAMENT come un’indagine sull’inizio dell’industralizzazione mondiale massiccia? L’incipit del lavoro, “Kriegsmachinerie”, è una sorta di rappresentazione sonora di tutto ciò, dell’inizio di questo processo.
Non l’ho inteso in questo modo, ma penso che questo sia l’effetto collaterale che verrebbe fuori se la guardassimo da questo punto di vista. Forse questa è proprio la ragione per cui ci hanno commissionato il progetto. Ma c’è un aspetto che voglio evitare da subito: l’equazione Neubauten – rumore – guerra. Non esiste, voglio che rimanga al di fuori del discorso quanto più possibile e spero di essere riuscito a farcela. In ogni caso, non sono mai stato soddisfatto del tutto con il termine “industriale”, o “musica industriale” e cose del genere, semplicemente perché non ha avuto origine con noi. Ma d’altro canto siamo un gruppo che lavora molto con gli avanzi industriali, dell’industrializzazione, portiamo molto materiale sul palco e quindi è un normale effetto collaterale che tutto venga inteso in questo senso. A questo proposito, “Kriegsmachinerie” è un pezzo concepito per il palco, sul quale viene costruito un gigantesco leviatano, che ovviamente sul disco non si vede: tutto quello che si sente è un suo prodotto secondario.

C’è qualche correlazione tra LAMENT e il Futurismo? Mi riferisco all’uso delle parole e dei suoni, anche nel brano che abbiamo nominato “Der Beginn Des Weltkrieges 1914”.
Sì. Come ho detto prima, suoneremo delle canzoni del nostro repertorio, tra cui “Let’s Do It A Da Da”, che nomina il Futurismo. Siamo pienamente consapevoli che quel movimento rientra in questo contesto, che ha il suo posto, ma avevamo già un pezzo appropriato: non c’era bisogno di rifarlo. Dentro ci sono Lenin, Dada, i futuristi… Abbiamo usato qualcosa che avevamo già fatto. Tuttavia non ho trovato molti altri nostri brani adatti al contesto della guerra, in generale, o in particolare della Prima Guerra Mondiale. C’è “Armenia”, certo… Non è molto noto il fatto che il movimento Dada fosse contro la guerra, nato come reazione alla Prima Guerra Mondiale e anche ai futuristi. Senza il Futurismo, il Dada sarebbe stato inconcepibile. La cosa strana è che sono totalmente agli antipodi, politicamente parlando. Non credo che il Futurismo possa essere considerato, generalizzando, un movimento politico, ma di certo Marinetti e Mussolini hanno qualcosa in comune. E lo stesso non si può dire di George Gross o Otto Dix, che non hanno a che fare con i nazisti. Ma è notevole che due importanti “ismi” artistici e culturali dell’inizio del ventesimo secolo siano così opposti politicamente.

La prospettiva temporale di LAMENT è molto interessante. Si comincia in ordine cronologico, ma ci sono dei salti in avanti, con “Der Beginn Des Weltkrieges 1914”, che risale al 1923 come si diceva, e “Sag Mir Wo Die Blumen Sind”, che è degli anni ’60.
“Der Beginn Des Weltkrieges 1914” è già da considerarsi come bis, come dicevo. L’ordine cronologico va da “Kriegsmachine” a “How Did I Die?”, dopodiché arrivano i bis che suoniamo dopo lo spettacolo.

Tutto è quindi molto basato sulla struttura del live.
Sì, completamente.

LAMENT nasce su commissione: hai chiesto a due ricercatori di trovare del materiale, ma sono davvero curioso di conoscere le indicazioni precise che hai fornito.
Le mie indicazioni erano in due punti. Era d’aiuto se il materiale avesse qualche risvolto musicale. Inoltre, visto che sapevo che avremmo portato tutto questo in scena nell’autunno 2014, saremmo arrivati un anno dopo dall’inizio della girandola di celebrazioni in Germania per il centenario dello scoppio della Guerra: sapevo che praticamente ogni aspetto della questione sarebbe già stato spremuto come un limone. Dovevamo quindi trovare qualcosa in qualche angolo poco conosciuto, come gli Harlem Hellfighters, di cui non sapevo nulla, le registrazioni delle voci dei prigionieri di guerra effettuate da scienziati tedeschi, il poeta fiammingo Paul van den Broeck, praticamente sconosciuto anche nei Paesi Bassi. Insomma, queste sono i risultati delle mie indicazioni, ciò che mi ha interessato. Abbiamo anche provato a reperire altre versioni satiriche dell’inno “God Save the King”, nella versione tedesca, ma ne ho recuperate solo due strofe. “Hymnen” si conclude con una strofa in cui il Kaiser nasconde un’oca grassa al popolo, che si nutre di lische d’aringa: in realtà pare che la canzone vada avanti, che ci siano versioni anonime che la proseguono. Ho scritto agli studiosi che se ne sono occupati, ma non ho avuto risposta.

Hai citato gli Harlem Hellfighters, di cui hai raccontato la storia in un’intervista in Danimarca di recente. Vuoi raccontarla anche al pubblico italiano? Questi afroamericani andarono a combattere in Europa, ma…
Sì, furono poi arruolati… Ah, Harlem Hellfighters è solo un soprannome: erano il reggimento fanteria numero duecento e qualcosa, c’è scritto nel libretto, mi dimentico sempre il numero… Erano statunitensi e la maggior parte di loro arrivava da Harlem. Tra di loro, questo è interessante, c’era Bojangles, il famoso ballerino di tip tap. Ci furono forti proteste a proposito del reclutamento di questi soldati afroamericani, poiché violava alcune questioni razziali, visto che erano sotto ufficiali bianchi. Gli americani trovarono una via d’uscita alla questione mandandoli ai francesi e quindi, in pratica, cedendoli all’esercito francese. Quindi gli Harlem Hellfighters combattevano con un’uniforme che era un misto di quella francese e americana, erano una brigata statunitense all’interno dell’esercito francese agli ordini di ufficiali francesi, con ogni probabilità, che non avevano alcun problema a tal proposito. Tornarono in patria vittoriosi e vennero festeggiati, soprattutto ad Harlem, per quanto all’epoca ci furono proteste al riguardo. E sono in parte responsabili di quella che poi verrà chiamata jazz-craze in Francia: erano di certo la band migliore della Prima Guerra Mondiale, ed erano una delle prime band proto-jazz a registrare qualcosa. Lo fecero nel 1919, appena tornati, per la Pathé, un’etichetta francese: incisero solo otto canzoni, perché la loro carriera finì all’improvviso. Il leader della band, James Reese Europe, fu accoltellato a morte dal batterista.

Dal batterista?
Sì! Ma fanno parte del jazz delle origini, sono perfettamente contemporanei alle prime registrazioni di Louis Armstrong, Kid Ory… Il periodo in cui il termine jazz iniziò ad essere usato. Abbiamo scelto le due canzoni che già suonavano durante la Prima Guerra Mondiale, nelle trincee, come “On Patrol in No Man’s Land”, che è sulla Prima Guerra Mondiale. Ho effettuato numerose ricerche, ma le altre canzoni sull’argomento sono scemenze patriottiche o si limitano a prendere in giro il nemico. Questa è invece una rappresentazione moderna, in chiave jazz delle origini, di cosa vuol dire essere di pattuglia nella terra di nessuno. In linea di massima si può dire che è un dialogo tra il batterista e il cantante, Noble Sissle, in cui il primo imita ogni cosa che dice il secondo. Se il testo dice “mina”, il batterista fa “bum”. E inoltre, se pensiamo al set da batteria, è dal punto di vista della strumentazione l’invenzione del jazz. Succede nella sonorizzazione dei film muti: si possono comprare tutta una serie di aggeggi, campanellini, campanacci, metterli insieme e poi suonarli, facendo, pum, zing, e cose del genere. Ecco l’origine di quello che chiamiamo oggi batteria. E in questo c’è un collegamento con quello che fanno i Neubauten: noi abbiamo decostruito il set da batteria molto tempo fa, riassemblandolo completamente, utilizzando oggetti che producono strani suoni. In questo senso è qualcosa di molto più vicino ai tempi di cui parliamo che al rock.

Mi sembra interessante che gli Harlem Hellfighters cantino di terre di nessuno, quando erano uomini di nessuno in terre straniere…
Sì, esattamente. Oggi, quando parliamo di “terra di nessuno”, il termine non ha alcuna connotazione positiva. Tornare vittorioso e dire “tutta la terra di nessuno ora è nostra”, non dà l’idea che si abbia poi guadagnato tanto. Suona cinico sentire la canzone che dice “torneremo alle nostre casette quando i fiori sbocciano”, quando sappiamo bene quale fosse la condizione degli afroamericani nel 1919.

Perché usare la forma del lamento, o lamentatio come nucleo centrale dell’opera? Non mi riferisco solo alle tracce che si chiamano così, ma al canone del lamento.
È stato uno dei punti di partenza: ho fatto ricerche sulla struttura generale e sull’idea del lamento e volevo scriverne uno, nella forma di una composizione corale tripartita. Alla fine ne è rimasta una sola di parte, per quanto una tripartizione della struttura sia ancora presente, poiché ho combinato questa composizione con altre due. Ma non sono riuscito a scrivere un lamento com’è nell’Antico Testamento, che include la maledizione del nemico, non ci ho messo ovviamente alcun dio, ho dei problemi a proposito… Insomma, alla fine mi è rimasta una frase sola: Die Mächtigen Lieben Den Krieg, il potere ama la guerra. Ogni sillaba si accende come se fosse una luce, una alla volta, fino a che si ottiene la frase completa, nella quale ci sono le due parole dicotomiche “Macht”, “potere”, e “Kriege”, “guerra”. Ma “Macht” in tedesco è anche una voce del verbo “fare”, quindi quando spegni queste sillabe, come se fossero lampadine, ciò che rimane significa: “fare la guerra”. Questo è il meglio che sono riuscito a creare rimanendo fedele al concetto di “lamento”. Forse questa deviazione è stata necessaria affinché mi rendessi conto che non potevo scrivere un vero lamento. Cioè, lo spirito generale è quello, c’è un brano per coro, cantiamo tutti; in una parte ci sono le parole di tanti prigionieri di guerra.

Quando ho ascoltato il disco, per scriverne e preparare l’intervista, sono entrato in una sorta di modalità da studio, ho scoperto tante cose sulla Prima Guerra Mondiale che non conoscevo…
Mi fa piacere! Non ho voluto scrivere un disco didattico: mi ritengo ancora un uomo di spettacolo, odio quando… Sì, forse questa è la differenza tra me e alcuni compositori “seri”, che pensano sia sufficiente avere alcune idee “intellettuali” senza considerare il risultato. Io non voglio dare al mondo nulla di noioso. Chiaro che in questo progetto particolare sarebbe stato più facile essere completamente didattici, fare una specie di documentario, ma ho voluto evitarlo. Tom Waits è venuto da me mentre lavoravo all’album e mi ha detto: “Devi rendere bella una storia terribile”.

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Enzo Baldoni, dieci anni dopo

enzo-baldoni

Ero teso, nella sera del 26 agosto 2004. Era un estate difficile. Un editore con il quale stavo lavorando aveva rifiutato il mio romanzo, in maniera piuttosto inaspettata. Da pochi mesi avevo un lavoro “vero”, nel senso che era svolto e pagato con continuità: un impegno non da poco. Ma, soprattutto, da qualche giorno non c’erano notizie di Enzo Baldoni, partito per l’Iraq un mese prima.
Conoscevo Enzo come si conoscono ormai sempre di più le persone: attraverso la rete. Da fedele lettore di Linus ero incappato nella sua ZonkerList, mi ero registrato con il mio soprannome di allora. Nelle mail che ci scambiavamo, Enzo mi chiamava Il Malva: gli avevo mandato la mia prima raccolta di racconti e, anni dopo, gli avevo proposto una collaborazione con la Radio per la quale lavoro ancora. “Cartoline da Baghdad”: ecco come si chiamava la rubrica che registravo nello studio più piccolo della radio, con l’emozione del giornalista tesserato da poche settimane e con la gioia di un ventiseienne.

Mia madre mi svegliò quando arrivò la notizia del rapimento. Corsi a Bologna, feci una rassegna stampa in diretta, dal treno che mi portava nella mia città adottiva. Da quel momento iniziava un turbinio totale, troppo grande per me di certo, ma non feci in tempo ad accorgermene. Tenevo botta, non mi preoccupavo di parlare al telefono con giornalisti molto più blasonati di me, gente che sentivo alla radio o vedevo al TG e che, in quell’agosto di dieci anni fa, si riferivano a me, perché ero uno dei pochi con cui Enzo aveva dei contatti. Mi ricordo una sera, seduto per terra in piazza San Francesco. Il mio cellulare squillava spesso e spesso comparivano numeri che non conoscevo, e c’erano dei ronzii sulla linea. Dicevo quello che sapevo, prendevo appuntamenti e pensavo: “Ma io sono troppo piccolo per questo.” Su quello stesso telefono, poco dopo, quando ero in un’altra piazza di Bologna, mi arrivò un sms della mia amica A. Diceva solo “mi dispiace”.

Mi precipitai a casa e iniziai a navigare, per cercare di capire. Mandai un sms a Pino Scaccia: ci “conoscevamo” solo attraverso il blog di Enzo, ci sentimmo subito. Mi confermò che la notizia dell’avvenuta esecuzione era veritiera. Piansi molto, quella sera, e una risacca di lacrime affiorò anche la mattina dopo in radio, quando il direttore di allora, appena mi vide, mi portò fuori. Poco dopo ero là che cercavo di capire i molti lati oscuri di quei giorni, con l’istinto, la rabbia e la goffaggine di un giovanissimo giornalista che si occupava di cinema, di cultura e che ora si trovava a chiamare in Iraq, a filtrare scemenze, a dare notizie all’ANSA.

Domani sono dieci anni che Enzo è morto. Non è stato facile, in questi ultimi giorni, rimettere mano alla mole di documenti, registrazioni e trascrizioni accumulate in un periodo brevissimo, neanche un mese, e poi confluite in diversi speciali realizzati per Diario, Radio Popolare e Radio Città del Capo. Ma era ora che le “Cartoline da Baghdad” tornassero sul sito di Radio Città del Capo. Non solo per non dimenticare, ma anche per godere dell’acume e dell’intelligenza di Enzo Baldoni, del suo occhio su un Paese che, dieci anni dopo, non è minimamente pacificato.

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Musica in cui immergersi: intervista ai Temples

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Di Sun Structures, uscito per la Heavenly Recordings a febbraio, mi ha colpito immediatamente la copertina: la band è ritratta in una radura in mezzo a un bosco, con alle spalle una costruzione che, pur “montata” nella fotografia, sembra quasi elevarsi, staccarsi da terra. Ho pensato, prima ancora di ascoltare l’album, all’esoterismo britannico e alle sue rappresentazioni, così diverse da quello mediterraneo. E mi è venuto in mente uno dei miei film preferiti, The Wicker Man, che mischia esoterismo, paganesimo e riti druidici. Capirete la mia sorpresa quando il bassista e cantante dei Temples, Thomas Warmsley, ha citato proprio la pellicola di Robin Hardy come “una delle preferite” della band britannica: eppure c’è un legame profondo che lega questi venticinquenni delle Midlands a qualcosa di ancestrale, attraverso la via del pop psichedelico a cui chiaramente il quartetto si rivolge. Molti hanno bollato l’album di debutto come una scopiazzatura: credo, invece, che certi suoni e certe strutture musicali il popolo britannico le abbia dentro, e che affiorino assumendo forma diversa a seconda del momento storico. Dopo avere parlato proprio di psichedelia anche con gli Horrors, ecco l’intervista con i Temples, che potrete ascoltare in onda a Maps oggi pomeriggio o in streaming sul sito della radio.

Vorrei innanzitutto parlare del vostro futuro e della pressione che immagino sentiate da parte della stampa musicale britannica e mondiale. Siete una band molto giovane, ma il vostro successo sta crescendo rapidamente. Qual è il vostro antidoto?
Credo che sia qualcosa che le band non possano controllare, è qualcosa che avviene esternamente rispetto a quello che succede all’interno di un gruppo: ma come Temples, da subito, abbiamo dovuto suonare molto dal vivo e siamo dovuti crescere come band di fronte a tutti. Credo che questo ti porti all’onestà, non puoi nascondere nulla, devi essere quello che sei sul palco, come gruppo nel suo complesso. Non abbiamo pensato molto a quello che stavamo facendo, ci siamo solamente concentrati su chi eravamo e sul suonare al meglio. È stato un lungo processo di apprendimento: non direi che siamo “arrivati” come band e questo rende ogni concerto molto divertente.

Che mi racconti del tipo di musica che suonate? Sentite nell’aria il revival psichedelico di questi tempi? Hai scoperto questo genere per caso o sentendo un disco dei tuoi?
Per quanto riguarda il revival psichedelico, ci sono un sacco di gruppi che finalmente hanno un po’ di attenzione, band che sono in giro da diverso tempo, pensa ai Black Angels, per esempio: suonano da dieci anni, o quasi. Penso che la gente stia finalmente prestando più attenzione a questo tipo di musica, magari perché ci si rende più conto dell’importanza di andare ai concerti e sentire com’è davvero una band dal vivo. È un’esperienza unica, e in quanto tale semplicemente non si può sostituire o replicare. Ecco forse perché sta diventando più popolare, ma non ne sono sicuro. La cosa vale di certo per noi: siamo fan della musica psichedelica e specialmente della musica pop degli anni ’60 e ’70. Mi piacciono i dischi che puoi ascoltare dall’inizio alla fine, capaci di creare un’atmosfera: molti degli album che preferisco lo fanno, e portano l’ascoltatore altrove, in cinquanta minuti, dall’inizio alla fine di un disco, nel quale ti immergi completamente. Credo che questa sia una caratteristica molto importante della nostra musica.

Torniamo agli anni ’60 e non al lato pop: in quell’epoca la musica e la cultura psichedelica era un modo per evadere, per sfuggire alla realtà. Secondo te questo assunto vale ancora oggi, visto che fate musica psichedelica? Ha ancora questa funzione?
Penso che ogni tipo di musica abbia un suo immaginario e una sua ragion d’essere, ma penso che sfruttare un’idea e creare un’immagine vivida con la musica sia davvero ciò che ci interessa. Come ho detto prima, molte delle nostre band preferite e dei nostri dischi preferiti lo fanno. Penso che ci sia una qualche forma di escapismo, se non altro perché l’ascoltatore è immerso nella musica e nel mondo del disco, ma nel nostro caso creare questo non ha una ragione precisa, non è una reazione a qualcosa. Siamo più interessati agli effetti sull’ascoltatore.

Le reazioni al vostro album di debutto sono state piuttosto diverse, ma spesso estreme. Non mi interessano tanto le recensioni positive, perché sono d’accordo: il vostro è un buon disco. Cosa pensi, invece, che abbiano in comune le critiche negative, sempre che tu le abbia lette?
Penso che le persone tendano a essere molto critiche nei confronti di chi si ispira al passato, specialmente a un certo tipo di musica che attinge dagli anni ’60, quell’epoca lì. Di certo se suoni musica di quel tipo, devi aggiungerci qualcosa e portare qualcosa di nuovo a quello che fai. Penso che ci siano sicuramente citazioni nella nostra musica, ma cerchiamo di andare oltre a questo. Le nostre canzoni possono anche essere scritte in maniera tradizionale, ma mi piace pensare che il modo in cui lo facciamo e il nostro approccio alla musica sia qualcosa di nuovo, e che le cose forse non sono mai state mischiate prima. Forse la gente non si interessa davvero a noi e l’unica cosa che nota è questo pastiche con musica del passato, ma è solo una piccola parte di quello che facciamo.

Hai mai pensato che qualcuno potrebbe vedervi come “invasori” di un’epoca storica, di cui magari si è molto nostalgici, e che quindi qualcuno si possa “lamentare”?
Forse sì. Penso che quello che la gente va cercando sia il suono del disco e come lo usi per creare ciò che stai facendo. Anche se non ci abbiamo riflettuto più di tanto, volevamo essere certi che il mix fosse giusto, che il risultato suonasse autentico, ma che fosse anche fresco e diverso allo stesso tempo. Altre band hanno fatto lo stesso nel passato, si tratta di dare la tua impronta alla musica, di trovare la formula giusta, e noi abbiamo cercato di fare il meglio che potevamo. Ma alla fine credo si venga semplicemente influenzati dal tipo di musica che ti piace davvero, non c’è altra ragione per suonarla. Che alle persone piaccia o meno, penso sia irrilevante.

Cosa significa fare musica nel Regno Unito oggi e non venire da o vivere a Londra? A dire il vero non sono sicuro che voi non abitiate a Londra, ma non provenite da lì di certo.
Sì, a dire il vero ora sono a Londra, ma comunque penso che il maggiore vantaggio di non vivere nell’ambiente di una città sia la possibilità di concentrarsi in maniera diversa sulla musica, un vantaggio quando devi creare il tuo album. Si tratta di focalizzarsi in maniera diversa, a seconda che ti trovi in campagna o in città. Per noi però la cosa fondamentale è che veniamo tutti e quattro dalla stessa cittadina, dallo stesso luogo: e spero che questo si traduca anche nella nostra musica, che non sembri che veniamo da posti qualsiasi. Non penso che la band sarebbe la stessa altrimenti. Ci sono tante città nel mezzo dell’Inghilterra in cui si produce buona musica, e le band che ci sono si possono considerare più isolate o comunque con una cultura diversa di quelle di città. C’è un’ispirazione unica e diversa.

E il vostro modo di comporre? Come hai detto, vivere a Kettering e cominciare a suonare in camera, come molte band fanno, ha mantenuto e formato la vostra musica dagli inizi, ma ce n’è di distanza tra il suonare tra quattro pareti e di fronte al pubblico del Coachella.
I Temples sono essenzialmente nati in studio, come un esperimento di registrazione, direi. L’idea di suonare qualcosa dal vivo, un set intero o qualsiasi altra cosa di fronte a un pubblico ci era un po’ ostile, o almeno era una cosa che non avevamo considerato assolutamente all’inizio. Tradurre canzoni che erano nate per essere suonate in studio in una forma che potesse funzionare dal vivo è stato un processo strano. Molte band provano per mesi e poi registrano un disco: noi abbiamo fatto al contrario, abbiamo registrato molto velocemente e poi fatto più concerti che riuscivamo a fare, così suonavamo dal vivo, tutti e quattro insieme: abbiamo così sviluppato i brani dal vivo, registrando anche mentre eravamo in tour, tornavamo in studio a lavorare su canzoni che avevamo imparato a sviluppare suonando live. Questo test dal vivo è stato una parte enorme del lavoro fatto con la band. E sono certo che il disco suonerebbe in maniera molto diversa se non l’avessimo fatto, se non fossimo una live band, se non ci fossimo permessi di sperimentare con le canzoni dal vivo.

Ti piacciono ancora le canzoni di Sun Structures sentite su disco?
A dire il vero non lo ascoltiamo più molto. Molte delle canzoni sono state registrate nel corso dell’ultimo anno. Abbiamo raggiunto l’obiettivo di creare un’atmosfera su disco, ma non ci pensiamo molto, visto che ora siamo concentrati sui concerti: come ho detto prima, è qualcosa di completamente diverso, che ti obbliga a dimenticare ciò che hai definito in studio e imparare di nuovo le canzoni suonandole live. Credo che in questo modo il concerto diventi qualcosa di unico e speciale, perché non ci sono confini nel suonare un pezzo dal vivo, può prendere forme diverse…

Quindi avremo modo di sentire nuove versioni di brani che già conosciamo o i prossimi concerti in Italia potranno riservarci qualche sorpresa?
Ci saranno momenti di improvvisazione, non abbiamo paura… Voglio dire che se decidiamo di espandere una parte di una canzone dal vivo, lo facciamo, anche se prende una forma diversa dal disco. Una decisione importante da prendere è quello che si vuole mantenere e quello che si vuole cambiare dei pezzi, o quello che ti puoi permettere di sviluppare dal vivo. Quindi non posso dire molto, ma immagino di sì.

C’è un disco che ti ha cambiato la vita, come persona o musicista?
Tanti, mi sa… Ma citerei il primo disco dei Pink Floyd,
The Piper at the Gates of Dawn. La prima volta che l’ho ascoltato ho pensato che allo stesso tempo avesse un’incredibile energia punk e fosse in grado di creare un immaginario unico, con un’eloquenza notevole. Penso che sia proprio la combinazione di questi due elementi che fa di quel disco un grande album, con idee interessanti: penso che sia un modo interessante di vedere il pop, perché poi è di quello che si tratta. Ci sono suoni inusuali e incredibili, di certo è per noi Temples uno dei nostri dischi preferiti.

Di solito concludiamo le nostre interviste con la solita domanda dei dischi dell’isola deserta, ma questa volta la cambiamo un po’, e quindi: che libro, film e cibo ti porteresti sull’isola deserta, se dovessi partire ora?
Il libro sarebbe di certo
The Old Straight Track di Alfred Watkins: sarebbe una lettura interessante. Si tratta di un libro scritto negli anni ’20 che ha a che fare con antiche mitologie britanniche, con le linee temporanee [linee immaginarie che collegano monumenti o megaliti, alle quali sono attribuiti poteri magici o particolari, ndr.] che attraversano la Gran Bretagna. Sì, sarebbe una cosa interessante da portarsi dietro, così come tutto ciò che ha a che fare con le fiabe e con i tempi passati della Gran Bretagna, quando tutto era più semplice. Il film sarebbe The Wicker Man, uno dei preferiti della band, ci piace guardarlo. La regia è di Robin Hardy e ha una colonna sonora fantastica: un film tipicamente britannico che ci ricorda casa. E il cibo, be’, due fette di pane. Poi vediamo che metterci in mezzo.

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The seventh year zip

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Buffo come il resto della vita sia sempre più difficile e invece Maps non soffra di crisi del settimo anno. Domani inizia l’ultima settimana della settima stagione della trasmissione pomeridiana di Radio Città del Capo e da oggi, come d’abitudine, c’è per voi la raccolta Live at Maps, che questa volta segna un record. Nello zip, appunto, ma anche in streaming, troverete (oltre alla copertina a colori della brava Giulia Sagramola, che ringrazio) quasi quattro ore e mezzo di musica, settantotto brani suonati da settantasette band o musicisti, italiani e stranieri, in acustico, elettrico e anche elettronico, registrati live da luglio 2012 alla settimana scorsa. Mai ne abbiamo avuti così tanti. Per ogni session, fosse composta da uno o da quattro pezzi (di più di solito non ci stanno in onda), ho scelto la traccia che mi sembrava più significativa: Saluti da Saturno, come l’anno scorso i Ronin, è passato due volte e quindi ha due brani nella scaletta. Ecco tutti gli autori.

L’Orso – Eildentroeilfuorieilbox84 – My Sister Grenadine – Dimartino – Conny Ochs – Moro & the Silent Revolution – The Lovecats – Blue Willa – Pete Bentham & the Dinner Ladies –  Sycamore Age – Scott Matthew – Tubax – Setti – Francesco Giampaoli – Kaki King – C+C=Maxigross – The Sleeping Tree – Town of Saints – Hobocombo – Fast Animals and Slow Kids – The Talking Bugs – Nevica su Quattropuntozero – Threelakes and the Flatland Eagles – Erin K. – Calibro 35 – Saluti da Saturno – Fabio Cinti – Egle Sommacal – A Toys Orchestra – John Lennon McCullagh – Pete MacLeod – The Zen Circus – BettiBarsantini – Collettivo Ginsberg – Majirelle – Father Murphy – Geoff Farina – Arrington de Dionyso – Giuradei – Il Pan del Diavolo – Brunori SAS – SinCos – Melampus – Circuit des Yeux – Fabrizio Tavernelli – La Tarma – Incident on South Street – Interiors – Cesare Malfatti – Lilies on Mars – Giacomo Toni – Non voglio che Clara – Junkfood – Maria Antonietta – Bologna Violenta – Cut – Ex-Otago – Vessel – Levante – Green Like July – SJ Esau – Barzin – Perturbazione – Cheatahs – Fragil Vida – Altre di B – Sit In Music – Musica per Bambini – Nicolò Carnesi – Andrea Lovato – Godblesscomputers – Giancarlo Frigieri – Carla Bozulich – Tying Tiffany – Portfolio – Movimento Artistico Pesante – Ethan Johns

Un elenco che tuttora mi fa impressione rileggere: per ogni voce (o live) ho un ricordo molto preciso, al punto da essere tentato dall’annotare le immagini, parole, sguardi che mi sovvengono ripercorrendo questi nomi, queste ore di musica e di onda. Esattamente come l’anno scorso e l’anno prima ancora, da domani a venerdì Maps, sabato riposo, domenica mattina Pigiama Party e da lunedì si passa al mattino con Aperto per ferie. Grazie anche da queste pagine a tutti coloro che hanno reso possibile un’altra stagione di Maps. Sapete chi siete.

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We Want To Take You Higher: intervista a The Horrors

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Sebbene non possa definirmi il loro fan numero uno, gli Horrors mi hanno sempre incuriosito per la cupezza della loro musica: per quanto molto debitrice dell’eredità nazionale, infatti, i britannici hanno sempre messo del loro nei loro dischi, spesso andando controcorrente rispetto ai suoni di moda e talvolta addirittura anticipando ritorni di fiamma e riscoperte. Rispetto ai lavori precedenti Luminous, che esce oggi a tre anni di distanza da Skying, è banalmente – visto il titolo – un disco più solare, ballabile, divertente. Nella chiacchierata che ho fatto ormai un mese fa con Rhys Webb questa volontà traspare a ogni parola, con un entusiasmo palpabile che potete anche sentire nel tono della sua voce, ma mai quanto il nostro si è illuminato parlando di psichedelia. Era una domanda che ovviamente ci stava, ma non sapevo che il musicista non fosse solo un appassionato, ma un collezionista di cimeli lisergici: un colpo di fortuna e, di conseguenza, la risposta più articolata di tutta l’intervista (per cui ringrazio, ancora una volta, Emily Clancy).

L’inizio di Luminous è più o meno questo: quasi tre minuti di percussioni e pad, poi entra la band al completo; ma dobbiamo aspettare ancora quasi un minuto per ascoltare le prime parole del disco, che contiene canzoni lunghe con lunghe parti strumentali: si può affermare che Luminous sia più concentrato sulla musica dei vostri lavori precedenti?
Forse, non saprei. Di certo non l’abbiamo fatto di proposito, ma questi passaggi strumentali ci sono piaciuti, e secondo noi fanno andare al meglio le canzoni. Non pensiamo a pezzi pop concisi, di tre minuti, vogliamo semplicemente esprimere noi stessi e rendere al meglio la canzone, affinché comunichi al meglio le nostre idee.

È una cosa di cui vi siete resi conto mentre lavoravate alle canzoni o non siete davvero interessati a focalizzarvi in questo modo sulle stesse?
No, ce ne siamo resi conto in corso d’opera e che ci siamo goduti. Non volevamo che ogni canzone suonasse così, ma penso che parte del disco abbia a che fare con il coinvolgimento nella [sua stessa] musica, con un’immersione profonda nel groove dell’album. Qualche volta è la canzone a trascinare noi. Tuttavia non è stata una decisione conscia, ma il modo migliore per esprimere noi stessi.

Il titolo è importante e sembra alludere a luci quasi accecanti: pensi che Luminous abbia un aspetto più leggero, positivo e più speranzoso di quanto ci avete fatto ascoltare finora?
Sì, penso di sì: volevamo fare musica che fosse più energetica e piena di ottimismo, che tirasse su ed elevasse gli ascoltatori. Insomma, l’idea è quella del “portarti più in alto”, un’idea che ci è sempre piaciuta. E’ un po’ come quella sensazione che hai quando sei sulla pista, davanti a un dj che mette i dischi: il suo lavoro è continuare a muoversi e a far muovere, a far girare i pezzi. Piace anche a noi farlo, con la nostra musica.

Come mai la scelta di “I See You” come primo singolo? C’è stato un ragionamento, ce lo puoi spiegare?
Sì, “I See You” è stato il primo pezzo che ci ha davvero convinto mentre stavamo scrivendo il nuovo disco. Prima abbiamo scritto molte canzoni che non ci hanno soddisfatto. Quando cominciamo un album è tutto un ricominciare da capo, fare tabula rasa e sperimentare nuove idee: c’è sempre un pezzo che ci entusiasma per primo e questa volta è stato “I See You”. Pensiamo che sia non solo una buona introduzione all’album che le persone ora possono ascoltare, ma anche che rappresenti i suoni e le emozioni che esploriamo nel disco.

Sono d’accordo: rappresenta bene le canzoni del disco anche dal punto di vista della lunghezza…
Sì, è un pezzo “epico”, diciamo. Volevamo che la prima traccia che le persone avessero ascoltato fosse una canzone che ci entusiasmava. Ecco il motivo della scelta.

La vostra attività live ha influenzato il disco in qualche modo?
Sì, in effetti penso proprio di sì. Non abbiamo delle vere e proprie riunioni creative a proposito della direzione che prenderà il nuovo materiale. Semplicemente, in quanto band, cominciamo a suonare insieme: le idee iniziano a scorrere e si vede dove ci portano. Però Skying era un disco delicato, almeno in certi momenti. Noi volevamo fare qualcosa di più intenso, qualcosa… All’inizio l’idea era di creare musica molto più pesante, più orientato al rock e al suono di chitarra. Ma poi, naturalmente, ci siamo mossi verso il lato elettronico. Lo dicevo prima: siamo interessati a pezzi su cui si possa ballare, che si possano ascoltare in un club notturno, ma anche sul palco di un festival o in uno spettacolo dal vivo.

Come avete lavorato con Paul Epworth? Che stimoli vi ha dato?
Abbiamo collaborato solo su una traccia, “Falling Star”: qualcosa di inusuale per noi, che non abbiamo mai lavorato con qualcuno su un pezzo. Non lavoriamo neanche con un produttore, che alla fine diventerebbe una sorta di sesto componente del gruppo, o il numero che vuoi tu. Ovviamente ascolterebbe le nostre cose, le nostre idee, ci darebbe le sue… Un modo di lavorare che non abbiamo adottato negli ultimi due dischi. Comunque, avevamo i pezzi, ci piacevano e stavamo cercando qualcosa che li rinfrescasse un po’, dei nuovi approcci… Faris [Badwan, cantante della band, ndr] ha avuto l’idea di collaborare con Paul, così per provare qualcosa di nuovo e vedere come andava, per rimpallarci delle idee. E’ stato qualcosa di inusuale, di nuovo per noi, ma alla fine il risultato è buono.

Immagino che sia stato scelto anche per il lavoro fatto su due voci come quelle di Adele e Paul McCartney che, piacciano o meno, sono due nomi molto rappresentativi della musica britannica di oggi.
No, non credo che sia stato per il lavoro su Adele: ci è piaciuto Paul McCartney, ma non credo sia solo quello. Questi sono i suoi lavori recenti, è negli ultimi anni che si presenta come “il nuovo entusiasmante produttore”, che ha lavorato in maniere differenti con gente diversa. Ha un background da musicista, anche se ora non mi vengono in mente i nomi delle band con cui ha suonato, ma il punto è che eravamo interessati al suo lavoro e a vedere cosa ne sarebbe venuto fuori.

Luminous è un’invocazione affinché la gente balli: c’era qualche disco su cui ballavate, mentre lavoravate al vostro?
Su cosa ballavo… [ride] Insomma, mi piace ballare, ma vediamo… Mi è piaciuto molto Caramel di Connan Mockasin: non è un disco veloce, ma mi è piaciuto molto quando è uscito l’anno scorso. Sì, sai, noi siamo interessati alla musica che ti fa ballare, non necessariamente ora: l’amiamo in generale, ed è qualcosa che abbiamo pensato di introdurre sempre di più, anche sul disco precedente ce n’era… Diciamo che è come ci siamo sentiti rispetto a certe canzoni sulle quali vorremmo che la gente ballasse: questa volta ci siamo focalizzati ancora di più su questo aspetto e ci siamo chiesti che sarebbe successo con questo nuovo album.

C’è un pezzo che si intitola “Jealous Sun” che potrebbe essere definito la vostra via allo shoegazing: mette insieme i My Bloody Valentine e i Primal Scream! Sono band e generi che vi hanno influenzato? Quando prima hai usato la parola “higher” mi è venuto in mente subito Screamadelica.
Sì, penso che di certo i Primal Scream abbiano un sentire comune con noi: quello di fare festa e divertirsi. Amano le feste come noi e Screamadelica è un disco fantastico perché riprende tutto il fenomeno house dell’epoca: è strabiliante perché è forse il primo album di una band che lavora in quel senso. Non volevamo fare un disco come Screamadelica, ma abbiamo sicuramente in comune quest’interesse dei Primal Scream, la combinazione, le influenze del rock’n’roll sulla musica elettronica: ci emoziona. Mi piace quella band: il loro manifesto è caricarsi e divertirsi e noi non possiamo che essere d’accordo.

Hai parlato di rock, ma credo che in voi e nei Primal Scream ci sia anche la musica nera. “Mine and Yours”, per esempio, ha una struttura molto classica e si sentono anche degli ottoni. Come avete costruito il pezzo e come ci avete lavorato?
Gli ottoni sono suonati da un sintetizzatore, a dire il vero, ma come ci siamo arrivati? Be’, è un momento molto denso del disco, è un pezzo molto rock. Mi sa che è tutto partito dal riff di chitarra, sul quale abbiamo poi lavorato. Su questo disco, a differenza del passato, non abbiamo usato ottoni veri. La nostra musica, le nostre canzoni evolvono sempre. E’ strano da spiegare, perché non c’è uno solo che le scrive: le idee che arrivano poi si evolvono. Volevamo che questo disco fosse anche vario, che non avesse un solo suono: quello di “Mine and Yours” è uno dei momenti in cui la chitarra si fa più dura.

E che mi dici di “So Now You Know”?
“So Now You Know” è una canzone che ha in sé… molto spazio. È un altro dei brani del disco per cui abbiamo lavorato sul groove, sul ritmo. E’ una canzone che ti prende, che ti fa muovere la testa: è stata questa la motivazione che ci ha portati a pensarla così. Rappresenta quello che facciamo meglio, o che ci piace fare: un misto di suoni e influenze diverse. Non è propriamente hip hop, ma ci sono elementi delle ritmiche di quel genere, elettronica, ambient, il tutto in un involucro rock. È un modo per esplorare le musiche che amiamo.

So che non sei tu a scrivere i testi delle canzoni, ma ci puoi dire se c’è qualcosa che lega le parole dei nuovi brani?
Faris a dire il vero non parla molto dei suoi testi, preferisce che la gente si faccia la propria idea quando ascolta le canzoni, ma una cosa che sappiamo e che dice è che ci sono sempre temi ricorrenti all’interno del disco e che sono spesso anche molto personali. In fondo però si tratta di tematiche che hanno a che fare con tutti e preferiamo che ognuno trovi la sua lettura.

Parliamo di qualcosa più generale, come la psichedelia. Si tratta di uno dei generi o sottogeneri da sempre presenti nella musica britannica, ma ultimamente pare che si sia risvegliato un interesse molto più vasto di prima, e in tutto il mondo, nei confronti di questo tipo di musica. Perché, secondo te, questa riscoperta avviene proprio oggi?
Sono d’accordo con te, è qualcosa che è affiorato negli ultimi anni. Sai, io stesso sono un attento collezionista di musica psichedelica che proviene da tutto il mondo: ho dischi britannici, statunitensi, anche roba garage italiana (non amo molto il progressive o altre cose più pesanti), insomma, da ovunque. Come band siamo sempre stati interessati al fenomeno, ma non so bene da dove derivi questa nuova attenzione. Ci sono tonnellate di nuove band, come i Temples, o i Tame Impala, che sono in giro da qualche anno, Connan Mockasin, neozelandese, e poi i Wooden Shjips, la scena statunitense, i Black Angels… Non so: ciò che mi interessa di band come i Toy, per esempio, è che fanno musica psichedelica ma non necessariamente come se fosse degli anni ’60, che assomiglino ai Byrds o anche un po’ ai Beatles… Non ha senso per me vederla così. È più interessante la questione della sperimentazione o dei suoni che espandono la mente. Probabilmente c’è più voglia di superare dei limiti musicalmente, di non limitarsi a suonare rock’n’roll convenzionale basato sulla chitarra: questo è interessante, perché così molte band stanno sperimentando con differenti suoni ed effetti. È musica più bizzarra, più strana, che ti fa sentire qualcosa: in fondo la musica psichedelica dovrebbe farti provare un’esperienza, no? Agli inizi era legata all’assunzione di LSD, all’espansione della coscienza, a un suono che si fa strada nella mente oltre il tempo. Tornando a me, è la musica che amo di più, quindi sono felicissimo che sia suonata da nuove band.

Hai mai pensato che questi tempi siano difficili e che quindi il ritorno della musica psichedelica abbia un valore escapista?
Nella psichedelia c’è un elemento escapista. Non direi che ha a che fare con il clima politico attuale, ma credo che i generi musicali abbiano un po’ la tendenza a muoversi ciclicamente, come sappiamo, e dagli anni ’60 in poi c’è sempre stato un interesse nei confronti di quel mondo musicale e delle influenze di gruppi come 13th Floor Elevators, o i Beatles o anche per band britanniche molto meno conosciute e più oscure, di cui a volte parliamo, come un gruppo inglese che si chiama July. C’è sempre stata attenzione per questi musicisti, anche negli anni ’80: ne sono state influenzati anche band come i My Bloody Valentine o i Ride e in genere tutti i gruppi basati sul suono di chitarra, ma anche chi ha fatto musica elettronica. Non saprei bene rispondere alla tua domanda, ma non penso che questo sia dovuto al fatto che la gente voglia scappare dall’attuale panorama politico e sociale: si tratta, alla fine dei conti, di buona musica.

Qual è il concerto più bello che hai visto di recente?
Il concerto più bello recente… Ah, ho visto il live di un’ottima band originaria della Nuova Zelanda, ma residente a Londra, di cui non sapevo nulla fino a poco tempo fa. Si chiamano Popstrangers, hanno fatto dei concertini a Londra che mi sono piaciuti molto. Ha fatto dei bei live anche Connan Mockasin: ne ho parlato anche prima, ma lui è la sua band sono probabilmente il meglio che si possa vedere dal vivo oggi. Sono un gruppo di pazzi che fanno musica folle: consiglio a tutti di seguirli.

E c’è un concerto che ti sei perso per cui sei ancora arrabbiato?
Mi sono perso il live dei Cramps. Ho avuto diverse opportunità, ce ne sono state: quando abbiamo formato il gruppo hanno suonato a Londra ma eravamo altrove. E anche a New York, quando eravamo negli Stati Uniti, li abbiamo mancati per un giorno. Tutti noi li amiamo e ormai, ovviamente, non potremo vederli più, visto che Lux Interior non è più tra di noi, quindi…  Adoro anche solo il fatto di avere visto dei loro video live, immagino cosa sia stato vederli dal vivo…

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La voce come fosse uno strumento: intervista alle Samaris

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Si dice sempre la stessa cosa sulla musica islandese, no? Come possa venire fuori tutta quella roba, spesso di ottima fattura, da un nazione di 300.000 abitanti. Non sono riuscito a farmelo spiegare neanche dalle Samaris, dopo averci provato con Asgeir e con Emiliana Torrini. Ma con la clarinettista Áslaug Rún Magnúsdóttir ho fatto una bella chiacchierata sul nuovo lavoro della band, Silkidrangar, in uscita per One Little Indian tra un mese scarso. Si tratta di un album più coeso del “falso debutto” eponimo: Samaris, infatti, era l’unione di due ep che hanno creato un culto in patria per la band, presto esportato grazie all’islandese acquisito John Grant, che le ha volute con sé per aprire alcune date. certo: in quel disco c’era “Góða Tungl”, una delle canzoni che più mi si è infilata in testa in assoluto negli ultimi anni, ma non tutte le altre tracce erano all’altezza di quel gioiellino che ondeggiava tra l’ipnotico, il dolce e l’inquietante. Qui la band osa, invece. Si fa più scura, ma non dimentica il passato (buffo parlarne così, considerando che in tre non hanno settant’anni). Il tutto attraverso questa lingua stranissima… anche per chi la parla, oltre che per chi l’ascolta. No, perché è bellissimo intervistare gli islandesi, ma il loro inglese scivola via spesso, rendendo la comprensione ardua a dir poco. Grazie quindi ancora una volta a Emily Clancy che mi ha aiutato nella traduzione. Trovate l’intervista audio sul sito di RCdC e verrà mandata in onda oggi pomeriggio a Maps.

La prima cosa che voglio chiederti riguarda il titolo del disco: Silkidrangar vuol dire “scogliere di seta”. Un nome che gioca sui contrasti, come in effetti fa poi l’album. L’inizio è marziale e martellante, piuttosto diverso dalle canzoni vecchie, alle quali però si torna alla fine del disco.
Sì, credo di sì. Direi che ci siamo evoluti. Nell’album precedente c’erano tante canzoni vecchie, e credo che abbiamo provato a sviluppare il nostro suono. Quindi la prima parte del nuovo disco è diversa, più ritmata, ma allo stesso tempo abbiamo ancora il clarinetto, non è che abbiamo aggiunto altri strumenti o cose del genere. In realtà anche alcuni canzoni su questo disco sono più datate, arrivano dalle prime volte che ci siamo messi a scrivere canzoni. E’ come una combinazione di pezzi più vecchi, che però non ha ancora sentito nessuno, e cose che abbiamo scritto da zero. Penso che quando stai facendo musica nuova devi sia seguire il tuo stile che cercare di sviluppare un tuo suono, quindi forse alle persone questo album sembra più scuro o profondo rispetto alle cose precedenti in cui c’era il clarinetto che aveva melodie più luminose, e poi Jófríður inizia a cantare. Ora abbiamo sempre il clarinetto sotto, ci sono tanti sample della voce insieme al clarinetto, quindi è un po’ diverso, penso, ma allo stesso tempo abbiamo il nostro solito stile.

Le canzoni nuove sono quelle più tranquille o quelle più movimentate?
Credo entrambe le cose. La terza e la quarta canzone del disco sono un po’ melodiche e sono vecchie; le nuove, forse lo puoi sentire, sono più scure e profonde. Sì, quelle che abbiamo scritto uno o due anni fa sono più luminoso. Esattamente come il nostro suono: quello di ora e un po’ più scuro, sì.

I remix dei vostri brani vi hanno influenzato nel creare qualcosa di più ritmato e oscuro?
Sì, decisamente. Il remix che ha fatto Subminimal di “Stofnar Falla” era molto drum and bass, e ci ha fatto capire che potevamo creare cose più ritmate, che funziona anche con il clarinetto e la voce: possiamo fare cose più ballabili, ce l’han fatto vedere loro, portano del nuovo sound alla nostra musica e ci fanno pensare “Dai, possiamo farlo”. Sono una grande fonte di ispirazione, prendono le tue canzoni e le rendono loro, ci aggiungono il loro suono, poi noi ci aggiungiamo qualcosa di nostro. Quindi sì, è anche merito loro.

Questo vostro primo album ha secondo te una coerenza interna? Mi riferisco all’ordine delle tracce: qual è il percorso che l’ascoltatore intraprende sentendole dalla prima all’ultima?
Che tipo di viaggio non saprei in realtà. Non è un grande concept album, non so. Ci sono tanti elementi naturali, cantiamo molto degli elementi naturali e tanto delle persone… Nei testi ci sono metafore su persone che magari stanno intreprendendo un percorso nella loro vita, stanno provando a farcela, a raggiungere qualcosa, magari attraverso nuove strade. Suppongo che le persone in Italia non capiranno i testi e dovranno crearsi le proprie atmosfere e il proprio umore e ambiente, noi stiamo provando a creare un’atmosfera rock melanconica e selvatica suppongo, non c’è uno specifico tipo di viaggio, dovranno crearselo da soli…

Che mi dici delle parole? So che sono tratte da alcuni testi poetici della letteratura islandese del 19° secolo: di che poemi si tratta? Sono legati da un tema comune?
Sì, ce l’hanno: parlano, come dicevo, di elementi naturali, creature che abitano in natura. A volte parliamo anche di musica e di cose malinconiche, non proprio allegre. Non parliamo di politica o cose così, ma di cose in cui la gente si possa identificare: le persone si relazionano a momenti bui o allegri nelle loro vite, abbiamo molte cose di questo tipo. Penso che quando si fa musica non devi capire per forza i testi, puoi sentirli e comprendere che si tratta di qualcosa di malinconico, o di relativo alla natura… Cerchiamo di parlare di cose come la notte, o la luce del giorno, anche di cose comuni che capitano nella vita di tutti i giorni.

Perché non scrivete voi i vostri testi?
Mi sa che all’inizio ci abbiamo provato, ma alla fine non importava davvero a nessuno: continuavamo a cantare “la la la” o “li li li”, finché non siamo incappati in questo libro, capitato in studio, una raccolta di vecchie poesie islandesi. Abbiamo provato a estrarne uno e a cantare i suoi versi e be’, si adattavano perfettamente alla musica: le parole sono scritte così bene e ci sono talmente tanti versi che ci siamo detti “Perché non usarli, invece di scriverli noi?” Non c’è nulla di male nello scrivere le proprie parole, ma visto che ne abbiamo così tante e così belle che abbiamo deciso di riportarle in vita, di dare loro un nuovo contesto e quindi una nuova vita. E come dicevo si adattano perfettamente alla musica, quindi perché non continuare, almeno per ora? Insomma, non abbiamo pensato a scrivere noi i testi, ma potrebbe succedere.

Non si può dire che l’atmosfera del disco sia proprio deprimente, ma di certo è scura: perché?
Non lo so con precisione… Forse perché molte delle canzoni sono state scritte in inverno: d’estate non componiamo, stiamo all’aria aperta. Immagino quindi che il buio e il freddo influenzino la nostra musica. Ma non siamo delle persone negative o che non amano la luce del sole: ci sono anche gli elementi oscuri e penso siano belli e che ci siano proprio perché scriviamo musica nell’oscurità. Credo.

Il cantato in islandese affascina anche chi non lo capisce: ma parlando esclusivamente del suono delle parole, affiancarlo a degli elementi molto contemporanei, come l’elettronica, lo rende ancora più affascinante. So che l’islandese è la lingua madre degli idiomi anglosassoni, una sorta di “latino del nord Europa”: c’è una specie di senso antico in questa lingua che sono curioso di indagare dal tuo punto di vista.
Non so… Penso che il fatto che sia antico e che abbia dei suoni strani… Certe lettere si pronunciano in maniera strana e ti fanno usare la voce come fosse uno strumento. E suona bene. Alcuni musicisti hanno, per così dire, evidenziato l’Islanda sulle mappe e quindi forse possiamo cantare nella nostra lingua perché la gente la conosce, per fare un esempio, più del russo. Con una canzone in russo è più difficile relazionarsi, c’è un alfabeto diverso, non potremmo leggere le parole. Noi abbiamo questi suoni speciali nella nostra lingua che piacciono alla gente e non credo che in Islanda vorrebbero che cantassimo in inglese.

Secondo te esiste, musicalmente parlando, un “fattore islandese”? Penso che molte delle musiche che arrivano dal tuo Paese, per quanto diverse, abbiano qualcosa in comune che però mi risulta difficile esprimere a parole. Ci riesci tu?
Non so se ce la faccio, perché ovviamente sono islandese e faccio parte della scena musicale del Paese, quindi non so se riesco davvero a sentire il fattore in comune tra tutti. Ma siamo talmente pochi che ognuno cerca di trovare il suo proprio suono: c’è Asgeir, per dire, e sarebbe facile diventare un suo emulo. Ma ognuno cerca la propria strada, anche se forse abbiamo tutti questo “suono islandese”, ma magari non riusciamo a sentirlo. Non credo che noi suoniamo come Asgeir o come la Torrini, ma d’altro canto se tutti gli altri che non sono islandesi amano la musica che viene dal mio Paese e riescono a trarne un’immagine e un sentimento proprio, specialmente se la sentono in islandese, creando una loro visione personale dai suoni e dalla musica… Ma come ti dicevo prima per me è difficile, perché vengo dall’Islanda, faccio parte della scena e dell’ambiente musicale dell’isola.

Per me, e torniamo alla prima domanda che ti ho posto, si tratta di contrasti mischiati tra loro. Parlando di grandi nomi, come Björk: ascoltandola io sento qualcosa di dolce e malinconico, allo stesso tempo vicino e lontanissimo e insieme molto caldo e molto freddo.
Sì, è così, in Islanda è tutto insieme… basta pensare al tempo atmosferico. Noi scriviamo principalmente in inverno e quindi il nostro lavoro è influenzato dal tempo e dalla natura, per così dire. Ecco un fattore comune a tutti, che influenza tutti: come ti dicevo, scriviamo e facciamo cose in inverno, perché stare al chiuso è il migliore modo di fare musica.

Siete molto giovani, come persone e come band: riesci a ricordare il preciso momento in cui vi siete resi conto le cose stavano crescendo sempre di più?
Sì, c’è stato un momento preciso. Perché il punto è che è nato tutto per scherzo. Ci siamo detti “Dai, mettiamoci dei costumi e suoniamo magari in qualche bar, eccetera eccetera” Poi abbiamo contattato Doddi, il terzo membro della band, per lavorare ai brani e all’improvviso è scattato qualcosa, è diventata una cosa più seria. Me lo ricorderò sempre: dopo l’edizione dell’Airwaves 2012 dovevamo tornare a scuola. Era stata una settimana folle, ma abbiamo continuato a studiare… Mi ricordo che eravamo in biblioteca che cercavamo di studiare, per quanto fossimo davvero poco concentrati. A un certo punto ci siamo detti: “Dai, controlliamo la mail, magari è arrivato qualcosa”. E abbiamo visto che c’era una mail della Direct che diceva che era interessata alla nostra musica e che voleva sentire una canzone o due. Ricordo di quanto fossimo stanchi e felici. Ci siamo detti: “Ok, sta diventando una cosa seria”.

Nel tuo caso la mia solita domanda sull’isola deserta, considerando da dove vieni, suona strana, ma te la faccio lo stesso: quali sono i dischi che i Samaris si porterebbero dietro?
Direi il nuovo album delle Warpaint, che è uscito non da molto, ma di cui non ricordo il titolo: è molto bello. Poi il primo disco delle First Aid Kit, meraviglioso. E Debut di Björk, splendido. E poi un ep dei Boards of Canada: ha solo tre canzoni. E anche un cofanetto che ho a casa, che contiene le Sinfonie di Mahler. E devo citare anche Arthur Russell, uno che… non ricordo se il primo o il secondo di Arthur Russell. C’è molto violoncello, cose classiche, ma sembra che faccia pop. Davvero non ricordo il titolo, ma penso sia il secondo. Non me lo ricordo! E’ che oggi si ascoltano poco i dischi… Si ascoltano le hit, o cose del genere, su internet: ascolti tre o quattro canzoni di un musicista e magari non sai neanche da che disco provengano.

Quindi non sei una grande ascoltatrice di dischi…
In effetti potrei impegnarmi un po’ di più. Vorrei essere più brava… In fondo ascolto musica tutto il giorno e trovo sempre qualcosa di nuovo su internet, ma di solito vado su YouTube e ascolto una playlist di un musicista che non indica da che disco siano tratti i pezzi, né da che periodo vengono. Stupido, no? Specialmente quando incappi in un disco che è bello dall’inizio alla fine. Ce n’è uno che posso citare ora, perché l’ho sentito ieri sera dal vivo al festival di Umea. È di Ane Brun, una musicista svedese [in realtà norvegese, ma residente in Svezia, ndr] e credo che si chiami come lei. Ecco, quello è un disco che ho amato dall’inizio alla fine.

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La carica dei 101

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Ora che il 2013 è quasi finito, potrebbe essere tempo di bilanci. Invece mi sono posto una domanda: oltre a tenere botta, cos’ho fatto in questi dodici durissimi mesi? Facile: sono andato a concerti. Più di cento in dodici mesi. Eccoli inutilmente elencati, a rimarcare che questo è anche un diario. Buon anno nuovo a tutti.

Diaframma + Stare Mesto, Locomotiv Club, Bologna, 11 gennaio
Bachi da Pietra, Bentivoglio Club, Bologna, 24 gennaio
Kaos + DJ Craim, Locomotiv Club, Bologna, 25 gennaio
Matt Elliot, Happen Club, Modena, 27 gennaio
Comaneci, Bentivoglio Club, Bologna, 30 gennaio
Thony + Mimes of Wine, Covo Club, Bologna, 1 febbraio
Howe Gelb, Chet’s Club, Bologna, 4 febbraio
Ginevra Di Marco, Bentivoglio Club, Bologna, 7 febbraio
The Jon Spencer Blues Explosion + The Mentalettes, Bentivoglio Club, Bologna, 14 febbraio
Darkstar, Bentivoglio Club, Bologna, 15 febbraio
Simone White, Chet’s Club, Bologna, 18 febbraio
Metz + Boomerang, Freakout Club, Bologna, 22 febbraio
Wallis Bird, Unhip Records Headquarters, Bologna, 4 marzo
Kid Koala, Locomotiv Club, Bologna, 8 marzo
Beach House, Estragon Club, Bologna, 9 marzo
Ornaments, Locomotiv Club, Bologna, 15 marzo
Matmos + Dario Neri, Locomotiv Club, Bologna, 16 marzo
Giuradei, Bentivoglio Club, Bologna, 21 marzo
Godflesh + Nerodimarte + Bologna Violenta, Locomotiv Club, Bologna, 22 marzo
Caroline Keating, Bar Modo Infoshop, Bologna, 27 marzo
Adam Green & Binki Shapiro, Covo Club, Bologna, 30 marzo
John Grant, Teatro Parenti, Milano, 11 aprile
Rammstein, Unipol Arena, Bologna, 26 aprile
Ronin + Marnero, XM 24, Bologna, 2 maggio
Gazebo Penguins + I giorni dell’assenzio + The Death of Anna Karina, TPO, Bologna, 4 maggio
Unepassante, Bar Modo Infoshop, Bologna, 8 maggio
Beatrice Antolini, Locomotiv Club, Bologna, 10 maggio
Teho Teardo e Blixa Bargeld, Senza Filtro, Bologna, 11 maggio
Girls vs Boys, Locomotiv Club, Bologna, 12 maggio
Foxhound, Primavera Sound, Barcellona, 22 maggio
Delorean, Primavera Sound, Barcellona, 22 maggio
Blue Willa, Primavera Sound, Barcellona, 23 maggio
Honeybird & the Birdies, Primavera Sound, Barcellona, 23 maggio
Savages, Primavera Sound, Barcellona, 23 maggio
Tame Impala, Primavera Sound, Barcellona, 23 maggio
The Postal Service, Primavera Sound, Barcellona, 23 maggio
Grizzly Bear, Primavera Sound, Barcellona, 23 maggio
Dead Skeletons, Primavera Sound, Barcellona, 23 maggio
Honeybird & the Birdies, Primavera Sound, Barcellona, 24 maggio
Django Django, Primavera Sound, Barcellona, 24 maggio
The Breeders, Primavera Sound, Barcellona, 24 maggio
Neurosis, Primavera Sound, Barcellona, 24 maggio
Blur, Primavera Sound, Barcellona, 24 maggio
The Knife, Primavera Sound, Barcellona, 24 maggio
Daphni, Primavera Sound, Barcellona, 24 maggio
Dead Can Dance, Primavera Sound, Barcellona, 25 maggio
Phosphorescent, Primavera Sound, Barcellona, 25 maggio
My Bloody Valentine, Primavera Sound, Barcellona, 25 maggio
Honeybird & the Birdies, Primavera Sound, Barcellona, 26 maggio
Miguel Serra, Apollo, Barcellona, 26 maggio
Allah-Las, Apollo, Barcellona, 26 maggio
Come, Locomotiv Club, Bologna, 30 maggio
Alessandro Raina, Bar Modo Infoshop, Bologna, 5 giugno
Perturbazione, Botanique, Bologna, 13 giugno
Marnie Stern, Botanique, Bologna, 19 giugno
Ornaments + Zeus + Marnero, Freakout Club, Bologna, 20 giugno
Lambchop, Teatro Masini, Faenza, 21 giugno
Deerhunter, Vicolo Bolognetti, Bologna, 26 giugno
The Black Angels, Cortile del Castello Estense, Ferrara, 5 luglio
Tom Tom Club, Vicolo Bolognetti, Bologna, 10 luglio
Arctic Monkeys + Miles Kane, Piazza Castello, Ferrara, 11 luglio
Elio e le storie tese, Parco della Mezzaluna, Sant’Agata Bolognese, 14 luglio
Petrina, Botanique, Bologna, 18 luglio
Vadoinmessico, Botanique, Bologna, 19 luglio
Vadoinmessico, Hana-Bi, Marina di Ravenna, 23 luglio
Neil Young & the Crazy Horse, Piazza Napoleone, Lucca, 25 luglio
Sigur Ros, Piazza Castello, Ferrara, 26 luglio
King of the Opera + Fast Animals and Slow Kids, Parco della Resistenza, San Lazzaro di Savena, Bologna, 4 agosto
Melt Yourself Down, Propstore, Londra, 17 agosto
Drenge, Rough Trade East, Londra, 19 agosto
Nine Inch Nails + Tomahawk, Mediolanum Forum, Milano, 28 agosto
Elio e le storie tese, Gran Teatro Geox, Padova, 21 settembre
Fuck Buttons, Locomotiv Club, Bologna, 25 settembre
Bob Log III + Adriano Viterbini, Locomotiv Club, Bologna, 27 settembre
In Zaire + Fulkanelli, Locomotiv Club, Bologna, 3 ottobre
Dimartino + Giovanni Truppi, Locomotiv Club, Bologna, 4 ottobre
Virginiana Miller + Elisa Genghini, Locomotiv Club, Bologna, 10 ottobre
Russian Circles + Chelsea Wolfe, Locomotiv Club, Bologna, 14 ottobre
Man or Astroman? + The Octopus Project, Locomotiv Club, Bologna, 17 ottobre
Julie’s Haircut + Portfolio + Blue Willa, TPO, Bologna, 19 ottobre
65daysofstatic + Sleep Makes Waves, Locomotiv Club, Bologna, 24 ottobre
Sycamore Age, Senza Filtro, Bologna, 25 ottobre
Public Image Ltd. + Soviet Soviet, Estragon Club, Bologna, 26 ottobre
Public Service Broadcasting, Salumeria della Musica, Milano, 27 ottobre
Massimo Volume + Modotti, Bronson, Ravenna, 31 ottobre
Gazebo Penguins + Sex Offenders Seek Salvation, Covo Club, Bologna, 1 novembre
Ovo + Zolle + Uochi Toki, Bronson, Ravenna, 2 novembre
Iceage + Modotti, Locomotiv Club, Bologna, 6 novembre
Kaki King, Locomotiv Club, Bologna, 8 novembre
These New Puritans, Locomotiv Club, Bologna, 12 novembre
Steven Wilson, Teatro Duse, Bologna, 13 novembre
Jennifer Gentle + Universal Sex Arena + C+C=Maxigross, TPO, Bologna, 16 novembre
Unknown Mortal Orchestra + Mozes and the Firstborn + Brothers in Law, Mattatoio, Carpi, 22 novembre
Loop, Locomotiv Club, Bologna, 28 novembre
Nick Cave & the Bad Seeds + Basia Bulat, Paladozza, Bologna, 29 novembre
Califone + Aedi, Locomotiv Club, Bologna, 5 dicembre
Calibro 35 + Junkfood, Locomotiv Club, Bologna, 6 dicembre
Saluti da Saturno, Locomotiv Club, Bologna, 10 dicembre
Iosonouncane + K-Conjog + Tempelhof, TPO, Bologna, 13 dicembre
Massimo Volume + Amaury Cambuzat + Ofeliadorme, Estragon Club, Bologna, 14 dicembre
Egle Sommacal, Kinodromo, Bologna, 16 dicembre

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Pushing the envelope: intervista a Kaki King

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La mia conoscenza di Kaki King è direttamente legata al mondo dei blog. Poco meno di una decina di anni fa, infatti, un’amica-di-splinder, M., mi parlò di questa giovanissima chitarrista che faceva miracoli. “Tipo Ani Difranco?” “Di più”, mi aveva detto M., facendomela ascoltare. All’epoca, però, pensai che quello era funambolismo, più che musica. Qualche tempo dopo, però, cambiai idea e ascoltai attentamente le sue canzoni, trovandoci un’abilità notevole non solo nell’esecuzione, ma anche nella scrittura dei brani. Da allora ho avuto modo di chiacchierare con la musicista, ma solo agli inizi del mese sono riuscito (finalmente) a farla suonare a Maps, poco prima dell’ultimo concerto a Bologna (una città per la quale Kaki non ha mai nascosto il suo amore viscerale). Qui di seguito trovate la trascrizione dell’intervista, che potete sentire sul sito della radio insieme allo showcase.

Vorrei davvero sapere qualcosa sul tuo passato e sul tuo futuro: sono passati dieci anni dal tuo esordio discografico. Pensi di avere raggiunto degli obiettivi che ti eri posta allora, non te ne sei posta nessuno, ti senti più vecchia… Raccontami.
Non avevo obiettivi, all’epoca; neanche mi aspettavo di fare la musicista, per vivere: è successo, attraverso diversi accadimenti. L’unico obiettivo che credo di avere mantenuto è quello che noi chiamiamo “pushing the envelope”, cioè oltrepassare i limiti, sperimentare, cercare di fare sempre qualcosa di nuovo. Non è facile: nel mondo della chitarra, così come nella musica in genere, è stato fatto tantissimo, ma le mie orecchie cercano sempre di captare quella cosa, magari piccola, che ancora nessuno ha considerato. Ecco la sfida: non che ci riesca sempre, è ovvio. Dieci anni dopo mi sembra quindi, sorprendentemente, di avere appena iniziato: forse è un cliché, ma per me è vero. Il processo di scoperta della chitarra è infinito e non finirò mai di imparare. Non diventerà mai qualcosa di facile, è sempre una sfida. Sono grata per questo, perché se raggiungessi il massimo nel mio mestiere e non potessi andare oltre, che vivrei a fare? Quindi ci sono dei progetti molto interessanti nel mio immediato futuro, molto al di là della mia “comfort zone”, dello stare a mio agio.

Quali sono le cose che affronterai che ti metteranno a disagio?
In questo momento sono molto a disagio, perché sto creando un pezzo per chitarra e un’orchestra di sedici elementi, quartetto d’archi, oboe, clarinetti, ottoni, eccetera, che debutterà alla Carnegie Hall nella prossima primavera, a maggio. Sto scrivendo io stessa le partiture, ma non ho davvero imparato a farlo quando studiavo musica: ero un’adolescente, me l’hanno insegnato, ma insomma, devo imparare da capo qualcosa che la maggior parte dei musicisti conosce già. Una bella sfida, per non parlare del rapporto con il direttore d’orchestra e con questi musicisti davvero eccezionali: può intimidire. Inoltre lavoro con gli ETHEL, un quartetto d’archi molto famoso di New York: abbiamo collaborato diverse volte, suonano in un mio disco [l’ultimo Glow, del 2012, ndr] e andremo in tour insieme. Quindi, scrivo anche per loro, ancora una volta scrivendo le parti. Ma quando hai a che fare con persone che suonano così bene il loro strumento, devi scrivere per loro, conoscere quello che sono capaci di fare, ciò che gli piace e che non gli piace… Insomma, è questione di sfumature. Infine, sto progettando un live con una chitarra completamente bianca sulla quale vengono proiettate delle immagini che interagiscono con le mie mani mentre suonano. Le immagini sono proiettate anche su un grande schermo dietro di me, quindi c’è interazione tra queste diverse immagini e animazioni che in qualche modo raccontano una storia. Ecco, questo è il mio nuovo progetto che diventerà il mio nuovo album; d’altro canto, non mi sono mai molto occupata delle luci e simili, e l’aspetto visivo è così focalizzato su me che suono che tutta questa evoluzione è totalmente nuova. Ancora una volta: non sono in una posizione comoda, ma penso di dare il meglio in queste circostanze.

Non so se guardi il pubblico, quando suoni, ma se lo fai ti chiedo quale sia l’atteggiamento di chi ti ascolta che più ti rende felice.
Per me è dura, perché alcune delle mie canzoni sono molto energetiche, ma altre scavano a fondo nelle emozioni, e spesso sembra che la gente, semplicemente, mi fissi quando suono e non capisco cosa provino. Mi guardano e basta e penso: sono arrabbiati? Ho sbagliato qualcosa? Poi, dopo il concerto, vengono da me e mi dicono “Dio, quella canzone è stata un sogno, meravigliosa…” Ti posso dire che mi piace tanto quando dal pubblico mi sorridono, quando mi restituiscono un po’ di amore. Quando sei a teatro e vedi una rappresentazione c’è la quarta parete: il pubblico guarda e non interagisce. Talvolta la gente prende i miei live per uno spettacolo teatrale, perché suono la chitarra in maniera intensa, ma la verità è che amo entrare in contatto con il pubblico, vorrei ricevere anche io un po’ di bene, oltre ai baci che mi mandano.

Capisco il paragone con il teatro, ma, da spettatore dei tuoi live, ti posso dire che guardandoti fare quei prodigi con la chitarra si ha paura di farti perdere la concentrazione. Magari ho voglia di urlare, ma poi mi dico: e se urlo e sbaglia?
(ride) Non ci avevo mai pensato!

Se ci dai il permesso, possiamo urlare e fare un po’ di casino?
Certo, sarebbe meraviglioso! Dovete farlo!

Il 2013 è quasi finito: c’è stato qualche disco che ti ha colpito in qualche modo?
Mi sento un po’ in imbarazzo, perché ho passato il 2013 ascoltando quasi del tutto musica vecchia. Non voglio scegliere il disco sbagliato… Mi è piaciuto molto l’ultimo disco dei Tame Impala: per qualche ragione è finito sul mio stereo e l’ho ascoltato a ripetizione, è figo. Poi… è difficile, sulle cose recenti. Ho sentito molta bossanova brasiliana, ma ho prestato poca attenzione alla musica nuova, quest’anno: ho ascoltato molti chitarristi classici e compositori come Stravinskij, Chopin, Prokof’ev… Stavo imparando di nuovo a leggere e scrivere musica per orchestra, è stata la mia sfida. Quindi rifiuto ufficialmente di rispondere alla domanda, perché sento di essermi persa molto, ma dovevo recuperare alcune altre capacità.

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Semplicemente rock: intervista ai Drenge

Drenge - 19.08.13 -03

Il 19 agosto scorso ero a Londra: un paio di giorni dopo avere intervistato i Melt Yourself Down avevo appuntamento con i Drenge, che quel giorno facevano uscire il loro album di debutto per la Infectious Records, una delle etichette britanniche più attente alla nuova musica che, ancora una volta, non ha sbagliato. Rory e Eoin Loveless, batteria e voce/chitarra, fanno un rock scarno e crudo, senza ammiccamenti, potente. E, soprattutto, che funziona. Poco prima dello showcase alla Rough Trade (dove buona parte del pubblico era coetaneo, se non più giovane, dei due fratelli ventenni di Sheffield) ho chiacchierato con la band, arrivata all’appuntamento in notevole ritardo e con l’imbarazzo di due ragazzi che hanno scazzato di fronte a Pat, il capo dell’etichetta, e al secondo giornalista italiano con cui avevano avuto mai a che fare fino ad allora. Eoin, il più grande, aveva l’aria più spavalda. Il batterista (come molti batteristi?) era più introverso e vagamente vittima del maggiore. Ma entrambi hanno dimostrato qualità che si percepiscono anche nella loro musica: sono sinceri e diretti. Quale band “hype” ammetterebbe di avere suonato cover dei Keane e dei Razorlight?

Come avete cominciato a suonare? Qual è la storia della band ad oggi?
Rory. I nostri genitori ci hanno spinto a imparare il piano quando eravamo piccoli, suonavamo insieme, ma non ci piaceva il piano. Quindi io ho cominciato a suonare la batteria e Eoin la chitarra. Alla fine abbiamo fatto altre lezioni, suonato insieme e imparato delle cover. Quindi, un paio d’anni dopo, abbiamo scritto le nostre prime canzoni…

Che anno era?
R. Circa il 2011…
Eoin. 2010.
R. Nel 2010. E abbiamo iniziato a fare qualche concerto a Sheffield e diciamo che tutto è cominciato da lì. Abbiamo poi fatto un concerto a Londra, quindi a Manchester, a Leeds e poi in tutto il Regno Unito. Abbiamo continuato, registrato qualcosa, quattro pezzi due anni fa, a settembre, e altri tre o quattro un anno dopo. Il contratto discografico è arrivato a dicembre 2012 e quindi abbiamo registrato alcune cose per metterle insieme e fare il disco… che è uscito oggi!
E. Da quelle sessioni abbiamo fatto tanti altri concerti…

Guidando avanti e indietro da Sheffield! Vi ricordate che cosa suonavate agli inizi, che tipo di jam facevate, o erano cover?
R. Sì, facevamo cover di vari musicisti… I Keane…
E. [un po’ imbarazzato] Era molto tempo fa…
R. Abbiamo anche fatto una specie di cover alla lontana di “What A Wonderful World” di Louis Armstrong. E poi i White Stripes…
E. Anche se è un po’ deprimente ammetterlo… anche i Razorlight.
R. Già, i Razorlight.

Di tutte le band citate mi pare che i White Stripes siano gli unici a cui il vostro suono si avvicina, ma sono curioso della scelta di Louis Armstrong…
E. In realtà posso solo dirti che quella canzone mi piace e mi sono chiesto che ne potevo fare.

Di band con la vostra line-up ce ne sono: se doveste, quindi, definire la vostra caratteristica, la vostra peculiarità, cosa direste?
E. JEFF the Brotherhood sono in due, sono fratelli, ma più vecchi di noi. Potremmo quindi definirci la versione più giovane di quella band. Ecco la nostra peculiarità! In realtà penso che molte di questi duo vengono dagli Stati Uniti, non ci sono molte band britanniche così formate che fanno rock. E inoltre veniamo dalla campagna e abbiamo un gusto musicale molto ampio. Ecco, queste sono nostre caratteristiche che si rispecchiano anche nelle canzoni.
R. Quando abbiamo iniziato a suonarle, tre anni fa, non conoscevamo molti gruppi. La maggior parte dei nostri amici ascoltava dubstep o elettronica, cose così. Ovviamente ora è meno strano perché ne conosciamo di più.
E. Ha senso quello che hai detto?
R. No. [ridono]

La stampa musicale inglese è nota per creare fenomeni ogni settimana e il chiacchiericcio intorno al vostro nuovo album è enorme e non solo nell’ambiente strettamente musicale. Questo vi mette sotto pressione?
R. No, non mi sento sotto pressione.
E. Basta ignorare queste cose e andare avanti. Non è che ti dicono che hai fatto il miglior disco del mondo, dicono che è un disco molto buono e va bene così. Non è un album difficile, appartiene a un genere semplice, basilare, uno dei più vecchi. Non è nulla di complesso o che cambi le carte in tavola: è semplicemente rock. A parte quello che si dice intorno al disco, è un genere diretto che credo noi non suoniamo così male.

Un parlamentare inglese vi ha citati come band da ascoltare, in un’intervista ormai nota. In risposta a questa intervista, però, avete detto (cito) che “sarebbe stato meglio che la gente ci avesse conosciuto in maniera diversa”. Qual è il modo migliore di scoprire la vostra musica?
E. Abbiamo fatto da spalla ad alcune delle nostre band preferite: ecco un buon modo. A me piace chi apre i concerti, cerco sempre di vedere le band di supporto perché spesso si fanno delle belle scoperte. Abbiamo visto gli Splashh, quattro ragazzi che vengono dall’Australia, dalla Nuova Zelanda e da Londra, e c’erano due band con loro, i Wolf Alleys e i Big Deal: davvero bravi. Ci siamo ritrovati spesso nel circolo dei festival e siamo diventati amici.
R. Penso che abbia fatto gioco anche una bella comunità on line: blog e simili. E per gli appassionati di musica c’è una ricchezza di buone informazioni. È un bel modo per farsi conoscere. Perché in fondo se piacciamo a Tom Watson [il parlamentare di cui sopra, ndr], questo ci fa conoscere a un pubblico a cui in realtà della nostra musica non interessa poi molto, e d’altro canto la musica che facciamo non è per loro. Viene accolta in maniera frontale e ignorante da persone a cui non interessa la musica.

Qual è la vostra posizione sul download legale o illegale? Rendereste il vostro disco scaricabile liberamente?
R. Non saprei. Penso sia importante avere la possibilità di ascoltare la musica gratuitamente, ma è altrettanto importante dare un sostegno alle band. La gente lo fa venendo ai concerti. Il modo che ho io di comprare la musica è di ascoltare qualcosa on line e se mi piace la compro su un supporto fisico, anche perché in un certo senso se la pago le do più valore. E’ bello tornare a casa da un tour e mettere su un disco: mi piace più che avere musica costantemente. Ma se non hai i soldi e apprezzi la musica, be’, non farei nulla per impedire che tu possa ascoltare ciò che ti piace.
E. Credo che il punto sia come sfrutti l’artista scaricando musica gratuitamente, se suoni questi pezzi in un dj set o in un club. Abbiamo firmato un contratto per vendere il disco, non perché la gente lo scaricasse. Non sono come Kanye [West, ndr, il cui ultimo disco Yeezus non ha copertina], che pare incoraggi la pirateria. Abbiamo fatto in modo che la versione finale su vinile sia la migliore possibile in assoluto che tu possa comprare. Abbiamo impiegato del tempo per l’artwork, è l’unico formato che ha la stampa in caratteri dorati sul retro… Insomma, è speciale. Abbiamo anche fatto uscire dei singoli su sette pollici e ovviamente puoi anche comprarlo in mp3, ma cerchiamo di spingere la gente verso il lato fisico del disco, con la copertina grande e le stampe colorate.

Accidenti, l’ho appena comprato in cd.
E. Ma va bene lo stesso! È venuto molto meglio di quanto credessi: è stata la prima cosa che abbiamo avuto in mano ed ero colpito dalla stampa delle parole… È davvero bello. Insomma, il cd arriva secondo ma di poco, al fotofinish! (ride)

Parliamo un po’ delle parole delle canzoni: hanno a che fare col posto da dove venite? Ha avuto un’influenza sulla scrittura?
R. Certamente. Eoin ha scritto la maggior parte delle canzoni in un anno di pausa: non faceva niente se non stare seduto a casa e scrivere canzoni. Si è annoiato. C’è molto cinismo, cose buffe senza significato, momenti più rabbiosi…

Sei intervenuto nella scrittura delle parole?
R. Ci ho provato, ma mi ha cacciato via!
E. Sarebbe stato bello condividere anche questo, ma era una specie di frustrazione per me e per lui. Insomma, i compiti ce li dividiamo così.
R. Il posto da dove veniamo è distante e remoto: ci vuole un’ora di autobus per arrivare a Sheffield, il che è molto scocciante. Quando suonavamo a Sheffield dovevamo tornate con l’autobus e non potevamo rimanere a sentire le band dopo di noi. Non potevamo fare nulla! Io sono andato a scuola a Sheffield ed ero stupidamente invidioso dei ragazzi che abitavano là.

Ditemi quali sono i vostri dischi dell’isola deserta: cinque, due a testa e uno che vada bene per tutti e due.
E. Il tuo? No, iniziamo con quello che porteremmo entrambi. Moderno o classico?
R. Io direi classico, perché è sicuramente bello. Forse Highway 61 Revisited di Bob Dylan.
E. Sì, va bene, c’è “Desolation Row”, non è un album da spararsi così, è la canzone lunga alla fine… Highway 61 Revisited per tutti e due. Poi io mi porterei White Blood Cells dei White Stripes e anche Romance Is Boring dei Los Campesinos! O Pearl Mystic degli Hookworms.
R. È una domanda difficile… Probabilmente Solid Air di John Martyn, mi piace un sacco. E Los Angeles di Flying Lotus.
E. Quando pensiamo a questa cosa dell’isola deserta, non credo che vengano fuori i nostri dischi preferiti…
R. … ma quelli a cui pensiamo al momento!
E. No, no… Mi viene da pensare: “Sono bloccato su un’isola deserta con questi dischi, quindi devono essere dischi che ho già amato”.

Grazie a Emily Clancy per l’aiuto nella traduzione. L’intervista viene trasmessa oggi a Maps e potete ascoltarla qua.

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La bellezza di “Tookah”: intervista a Emiliana Torrini

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Ci sono delle interviste che sulla carta non sono più difficili di altre, ma che vengono rese ardue dalle condizioni in cui si svolgono. Da quando mi era stata ventilata la possibilità di intervistare la Torrini a quando la chiacchierata è avvenuta effettivamente è passato più di un mese, ma questo è normale. Meno consueto è che proprio nel momento dell’intervista tutti i telefoni della Rough Trade di New York (dove la musicista si trovava per provare il nuovo tour, che tocca Milano l’11 novembre, unica data italiana) abbiano deciso di andare in tilt e che quindi la chiacchierata sia avvenuta via cellulare. “In questi uffici c’è poco campo”, mi ha detto la Torrini prima che cominciassi a registrare. O almeno, credo abbia pronunciato quelle parole: intendere le sue risposte in certi frangenti è stato davvero difficile. Ecco quello che ci siamo detti.

L’ultimo disco si chiama Tookah. Che significa?
“Tookah” è una parola venuta fuori mentre improvvisavo una canzone: ogni volta che la cantavo mi rimandava a qualcosa di dolce, a qualcosa in me. Mi dà l’idea di essere qualcosa di bello, gentile, legato alla felicità, come se fosse un posto bello. Abbiamo avuto fortuna che sia spuntata così. Ormai è qualcosa legata alla mia essenza interiore: è stata una bella scoperta, e l’ho chiamata “tookah”.

Il disco ha un’atmosfera felice, ma talvolta i testi non lo sono, diventano quasi violenti, come nell’ultima traccia che chiude il disco in un modo piuttosto crudo. Quali erano i tuoi pensieri e sentimenti quando la registravi?
Il disco e la sua copertina parlano molto del dualismo: i due lati di noi, inscindibili. Non possiamo esistere solo con uno. L’album inizia con “Tookah” e finisce con “When Fever Breaks”; ci sono alcune canzoni, come “Blood Red”, in cui due voci si parlano, in cui una parte dialoga con l’altra. Il disco racconta dell’opposizione sì/no, di quella buono/cattivo, di questo tipo di conversazioni. L’argomento mi affascina, perché anni fa, quando ho subito un certo trauma, ho avuto un momento difficile, ho sfiorato la malattia mentale e ho dovuto riconsiderare queste due parti. Trovo il concetto molto interessante. È vero, il disco finisce in maniera violenta, ma si tratta di una violenza particolare: nessuno viene ucciso. Si parla più di passione, di perdita, di un dirottamento dell’amore che confonde.

In che periodo della tua vita esce questo disco? Non sei molto prolifica, quindi immagino che ti prenda i tuoi tempi: quando hai colto la prima scintilla e hai deciso di produrre il disco?
C’è stato davvero tanto tanto lavoro dietro all’ultimo disco. Con il disco precedente sono stata in tour per due anni e mezzo e mancavano tre settimane alla fine del tour quando ho scoperto di essere incinta di mio figlio. Ho quindi deciso che sarei rimasta a casa per un paio di anni, a fare la mamma. E mentre facevo la mamma dedicavo del tempo alla scrittura del disco, forse due volte alla settimana: era un’esperienza meravigliosa, ancora una volta c’erano due lati. C’era questa piccola creatura bisognosa di cure: pensavo che doveva mangiare, un giorno sarebbe andato all’università… Volavo con la mente. Ero molto confusa e ho dovuto prendere una pausa dai momenti creativi dedicati al disco perché non ero pronta. E quando ho deciso che non ero pronta… naturalmente è lì che è iniziato il vero lavoro. Ho fatto una sorta di viaggio del suono, ho sperimentato il comporre con altre persone, una sorta di sinfonia… Così venuto fuori un disco, Tookah.

Come hai lavorato con i produttori e coautori del disco, Dan Carey, Simon Byrt e Ian Kellet? Quali sono stati i loro ruoli e a cosa hanno contribuito davvero?
Con Dan abbiamo un metodo di lavoro per cui siamo completamente collegati in studio: lui suona alla chitarra e io sono al microfono con gli accordi. Se, quando inizia a suonare, io reagisco in qualche modo, registriamo e infine spuntano anche le parole. C’è improvvisazione: lui si occupa della parte di chitarra, io della melodia e delle parole.

Cosa mi racconti degli strumenti usati? Ho letto in rete che Dan ti ha portato dei synth e cose del genere: è stato un regalo, una sorpresa o è stata più una cosa di lavoro?
No, stavamo guardando dei video su YouTube di questi cugini che hanno fatto un nuovo strumento: si chiama Swarmatron e l’abbiamo ordinato. È arrivato dopo mesi, perché andava costruito ex novo. Nel frattempo ne abbiamo visto un altro per caso in cui un nerd del sintetizzatore ne suonava uno chiamato Oppenheim che mi ha veramente colpito. Sono diventata patita del mondo dei synth e abbiamo deciso di usarlo per un progetto collaterale a cui stiamo lavorando, di divertirci suonandolo. Insomma, sono io che ho portato questi synth e le idee a loro legate nel disco. È stato un viaggio bellissimo, perché è stata anche una sfida per Dan il fare musica così, il mischiare bene una musica diciamo folk con l’elettronica e i synth. Dev’essere fatta molto bene, o può venire uno schifo. È difficile tenere tenere un suono piacevole ma avere spazio nella musica, silenzi, le dinamiche giuste. Insomma, è stata una sfida su qualcosa di bello, interessante…

Hai registrato il disco pensando alla sua resa live oppure l’ambito di studio e quello dal vivo sono separati del tutto, per cui pensi all’arrangiamento live dopo che hai chiuso l’album?
Di solito accade dopo, sì. Mentre lavoravamo al disco non pensavamo assolutamente a nient’altro. Non si va oltre a “Che bella canzone, questa!”, quando scriviamo. Si tratta di qualcosa di molto chiuso e intimo, una bolla in cui viviamo. Solo dopo pensiamo ai live: talvolta è piacevole, altre è una specie di lotta, perché alcune canzoni non riescono così bene dal vivo, alcune sono migliori di altre. Ma certo, quando pensi al live entri in un mondo completamente diverso: pensi a come renderle sul palco, ma anche a come provarle. È del tutto differente.

Le nuove canzoni, dal punto di vista dei timbri e dei colori, influenzano la resa dal vivo dei brani più vecchi? Lo spirito di Tookah, insomma, le infonde dal vivo?
Sì, ma è una cosa che avviene col tempo, non subito. È qualcosa che ha a che fare con il suonare insieme. Più si suona insieme, più le cose si inquadrano in un disegno preciso, ma non è una cosa che stiamo facendo ora. Per ora sto ancora sudando con le prove con la band, perché sono in un Paese diverso [gli Stati Uniti, ndr], non posso andarmene troppo, ma le cose inizieranno a evolvere, penso. Lo spero! [ride] C’è una nuova band che deve imparare le canzoni nuove… Gli inizi sono sempre momenti interessanti.

Quali dischi ti sono piaciuti di più, tra quelli usciti quest’anno?
In quest’anno ho ascoltato molto il disco di Ásgeir Trausti, nella versione islandese, che adoro. Ho ascoltato anche John Grant. Faccio dei mix cd per mio figlio, perché non intendo sedermi in macchina e ascoltare le canzoni dell’asilo! Ho fatto questi cd, così li ascoltiamo insieme in macchina. Velvet Underground, Harry Nilsson, i Beach Boys, cose così.

A proposito della versione inglese dell’album di Ásgeir Trausti, quando sono stati pubblicati i primi video su YouTube ho visto alcuni commenti piuttosto critici da parte di utenti islandesi a proposito della traduzione. Tu che ne pensi? E, in genere, qual è la differenza tra cantare in inglese o islandese, una lingua peraltro molto musicale.
Non saprei: credo solo che sia bello che ci siano due versioni del disco per Ásgeir. Va bene, chi vuole l’ascolta in inglese, se no c’è quella in islandese. È bello avere la possibilità di scegliere. Adesso, perchè è Ásgeir, probabilmente potrebbe cavarsela anche cantando solo in islandese, ma credo sia fantastico che ci siano entrambe le versioni. Io sono cresciuta parlando anche molto inglese: ero in Germania, Italia (ma non parlo italiano) e ho cominciato a scrivere in inglese presto. In tutta la mia carriera sono stata molto criticata per non cantare in islandese, ma credo che sia una questione legata ai tempi. La musica su internet è in quantità soverchiante, ognuno ha migliaia di dischi sull’iPad, ma nessuno sa cosa possiede. La gente sta tornando alle proprie radici, davvero tanto. Torna al loro Paese e sta accadendo anche in Islanda. Ásgeir Trausti sta tornando a cantare in islandese, molto di più di quanto facesse prima. I fan a casa sono sempre di più, e questo penso che accada ovunque. Le persone stanno perdendo molti legami con la propria musica e con chi la fa. Comunque non so se farò mai un disco in islandese: dovrei cominciare a scrivere in quella lingua e non l’ho mai fatto!

Qui l’intervista audio, che va in onda nella puntata di Maps di oggi.
Grazie a Emily Clancy per l’aiuto nella traduzione.

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“Vogliamo che l’ascoltatore si perda nella nostra musica”: intervista ai MGMT

mgmt

Diciamolo subito: l’ultimo disco dei MGMT, il cui nucleo è formato da sempre da Andrew VanWyngarden e Ben Goldwasser, non funziona quanto il predecessore, Congratulations, un album che in molti, a mio avviso, hanno completamente sottovalutato. Ma il self titled uscito a settembre dimostra come la band persegua una propria strada, rischiando e mettendosi in gioco di continuo. Non è un caso che anche l’ultimo disco veda alla produzione di molti pezzi Dave Fridmann, al lavoro su quasi tutti i dischi dei Flaming Lips, una band per molti versi simile ai MGMT. In entrambi i casi c’è una ricerca del tutto personale nei suoni e nei temi, e un flirt da sempre esplicito con la psichedelia, intesa in diverse accezioni. La scorsa settimana, a Maps, ho intervistato al telefono Andrew: abbiamo parlato del disco, della band, della psichedelia e del potere magico della musica. Ecco la trascrizione della chiacchierata, che trovate in versione audio qua.

Uno dei nuclei tematici di Congratulations, il disco che precede MGMT, aveva a che fare con le conseguenze del successo del disco precedente, Oracular Spectacular: quali sono le basi del nuovo disco e come si collega al precedente?
Nel nuovo disco ci sono un paio di pezzi che, dal punto di vista tematico, dei testi, si rifanno alle esperienze vissute con i primi due album. Dal punto di vista musicale, invece, ci siamo mossi su terreno completamente nuovo: le nuove canzoni sono basate su improvvisazioni, sono un perdersi dentro alla musica. Abbiamo voluto fare delle canzoni che sembrassero provenire da un’altra dimensione.

Sembra che in MGMT abbiate raggiunto una piena “consapevolezza psichedelica”, dopo averne avuto qualche indizio in Oracular Spectacular e alcune piene conferme in Congratulations: avete quindi ottenuto il suono che cercavate da sempre, oppure questo è solo un altro passo verso una nuova tavolozza sonora?
Io e Ben crediamo che il nuovo disco rappresenti bene dove siamo ora, ma non è che abbia il suono definitivo della band. Speriamo sempre di cambiare suoni in ogni disco, pur rimanendo riconoscibili al pubblico. Ci sono alcune band che si comportano così. Quindi sì, credo che il prossimo disco sarà diverso ancora. Comunque credo che nel nuovo album ci siano un paio di episodi dove portiamo all’estremo la psichedelia, o meglio, la nostra idea di psichedelia che è portare la gente altrove (ride).

Come e dove avete registrato il disco?
A differenza del passato, abbiamo completamente scritto e registrato l’album in studio. Solo in occasione della prima sessione avevamo una canzone fatta, per il resto abbiamo lavorato in studio con Dave Fridmann (il produttore del disco, ndr). Lo studio è nella parte occidentale dello stato di New York, vicino al lago Eerie e ci siamo stati anche da soli, Ben e io, in pieno relax. In quei momento la nostra unica preoccupazione era creare musica che per noi fosse naturale e onesta.

Perché avete deciso di registrare la cover di “Introspection” di Faine Jade?
È una delle mie canzoni preferite del periodo psichedelico-pop, o flower-pop degli anni ‘60, che un mio amico mi ha passato un paio di anni fa. A un certo punto eravamo in studio e ci chiedevamo cos’avremmo fatto: abbiamo deciso di registrare una canzone scritta da altri, così da poterci concentrare solo sul suono, non sui testi o sulle strutture. Ci sono un sacco di album da cui estrarremmo delle cover…

Lavorare a una cover è un modo per rilassarsi e staccarsi dalla routine?
Esatto.

“Plenty of Girls in the Sea” è probabilmente la canzone, insieme alla cover citata prima, che si rifà in maniera più evidente all’era psichedelica “classica” degli anni ‘60. Mi ha ricordato alcune delle canzoni più leggere e meglio confezionate di Syd Barrett. Lui e il suo periodo sono i principali punti di riferimento dell’ultimo disco e della vostra musica in generale?
Syd Barrett e i primi Pink Floyd sono certo un riferimento e sono anche d’accordo su “Plenty of Girls in the Sea”: si rifà agli anni ‘60, anche se noi la vediamo orientata anche verso Harry Nilsson e i Cramps. Tuttavia credo che il disco sia anche influenzato da una serie di musicisti elettronici del periodo tra la fine degli anni ‘80 e i primi ‘90, molto importanti nella definizione del suono. Abbiamo cercato di ricrearli.

In molti testi di MGMT troviamo dei riferimenti all’inganno, all’illusione, anche alla bugia, come nel singolo “Your Life Is a Lie”. Come mai sei interessato a questi concetti, che tavolta come in “Congratulations”, la title track del penultimo disco, sono perfino coniugati in maniera concreta e realistica: lì dicevate che il successo non portava alle conseguenze che uno si aspetta o che gli pare di vedere…
Ben e io amiamo molto il concetto di dualismo nella musica: talvolta creiamo musiche ritmate e felici e le accoppiamo a testi sinistri o paranoici. È una delle cose che amiamo di più del fare musica insieme. Ma il tema delle bugie o, se vogliamo, della cospirazione, è ben presente anche nel primo disco. Nel secondo album un pezzo come “Flash Delirium” parla di come ci sia continuamente un mondo di distrazioni, e si fluttua sulla vita senza rendersi conto che ci sono alcune cose che rimangono a lato che sono molto più vere di quanto si creda. Quello che abbiamo voluto trasmettere in diverse canzoni del nuovo disco: credo sia salutare porsi alcune domande anche solo per pochi secondi, come il chiedersi se la propria vita sia una bugia. Il pezzo non è un modo per imporre qualcosa dall’alto alla gente, è più un suggerimento di porsi questa domanda da soli. Insomma, la psichedelia può essere spaventosa, ma allo stesso tempo portare a viaggi bellissimi.

E torniamo al dualismo…
Esatto.

Un’altra figura ricorrente è quella del narratore che trascina l’ascoltatore nel suo mondo, un mondo magico (o fin troppo reale), talvolta in maniera molto esplicita. Penso all’inizio di “Your Life Is a Lie”, dove canti: “Here’s the Deal / Open Your Eyes” (“L’accordo è questo / Apri gli occhi”). Ma in “Introspection” viene messo in discussione il potere delle profezie, o delle visioni. Quindi: la musica ha o non ha un potere sciamanico?
Penso di sì. Ben e io ci giochiamo, con questa cosa: specialmente nell’ultimo album, dove abbiamo improvvisato molto, come dicevo, e siamo arrivati quasi a stati di semi-trance, dove canalizzavamo qualcos’altro nella musica. È qualcosa che ho provato a fare anche nella scrittura di alcuni testi, perché molti autori che amo usano questo metodo per scrivere e creare. Arrivare a questo stato di semicoscienza, o come lo vuoi chiamare, è un approccio sciamanico, magico per fare arte e musica. Ecco perché abbiamo pensato all’Optimizer, questa componente visuale del disco che pensiamo aiuti l’ascoltatore a concentrarsi sulla musica, senza distrazioni. Vogliamo che l’ascoltatore si perda e venga trasportato dal disco.

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Dal Nilo al Tamigi: intervista con i Melt Yourself Down

Melt Yourself Down - 17.08.13 -29

Una delle cose più belle che mi può capitare quando ascolto un disco nuovo, estratto dai pacchi di cd che arrivano, è metterlo nel lettore, magari dando le spalle alle casse o facendo altro e, dopo qualche secondo di musica, venire rapito al punto da lasciare ogni altra attività e rivolgere l’attenzione (anche posturalmente) alla musica. Il debutto dei Melt Yourself Down, band nata da Pete Wareham degli Acoustic Ladyland e formata da membri di Sons Of Kemet, Hello Skinny, Zun Zun Egui, Transglobal Underground e da musicisti che suonano con Fela Kuti e Mulatu Astakte, ha avuto su di me esattamente questo effetto: mi sono letteralmente innamorato del mescolamento di afro ed elettronica del gruppo britannico e sono andato a vederli dal vivo a Londra, in agosto. Su una panchina vicina al Tamigi ho intervistato il sassofonista Pete Wareham.

Come è nata la band? È iniziato tutto per caso o c’era da subito l’intenzione di fare un disco?
No, non ero intenzionato a fare un disco all’inizio, ma solo a creare quel tipo di musica. Con gli Acoustic Ladyland ogni volta andava così: facciamo un disco, registriamo qua, facciamo quest’altra cosa, avevo sempre delle scadenze. Ho scritto un disco, non ha funzionato, non l’abbiamo pubblicato e ho capito che il problema erano proprio le scadenze. Ho sempre pensato di essere bravo con le scadenze, ma poi mi sono reso conto che non lo ero. Quindi stavolta ho pensato: non avrò scadenze né progetti di pubblicazione; mi limiterò a scrivere della musica, mettere insieme una band e vedere cosa succede. Ecco come sono andate le cose. E solamente qualche mese dopo l’inizio di tutto ho pensato che potevamo registrare qualcosa.

Come hai trovato i ragazzi della band?
Ho dato loro un colpo di telefono.

Eravate amici?
Sì, persone che conoscevo e con cui lavoravo da tempo.

Qualcuno che hai chiamato ha iniziato e poi se n’è andato o anche non era interessato dall’inizio?
No, hanno detto tutti di sì.

Quindi hai trovato subito le persone giuste!
Sì, in realtà non è che li abbia chiamati dicendo loro “Ti va di fare parte della band?” o cose del genere. Ho solo chiesto se volevano suonare. Hanno detto “Certo che sì” e poi gli è piaciuto farlo ancora, sempre in maniera rilassata, più come un ritrovo che come le prove per una nuova band.

L’album è un viaggio tra Africa e Europa: quali sono i suoi riferimenti musicali?
La musica nubiana, quella relativa all’Egitto. Ne ascoltavo molta e volevo rifare quel suono. Anche la musica algerina. Quindi praticamente la musica nordafricana in generale. Volevo fare passare questa sensazione, ed ecco perché ho messo insieme questa lineup, che è simile a quella usata da Ali Hassan Kuban. C’è un suo pezzo, “Habibi”, che mi ha fatto pensare che volevo lo stesso tipo di suono. Ci sono gli stessi tipi di strumenti che ha una tipica band nubiana, fiati e percussioni. Volevo fare qualcosa con un sacco di fiati e percussioni. All’inizio c’eravamo solo io e Shabaka [Hutchings, altro sassofono della band, ndr]: abbiamo trovato il cantante più tardi.

Hai pensato di usare anche strumenti antichi e tradizionali, che non fossero percussioni e fiati?
Sì, ci ho pensato e magari ci sarà spazio per loro, ma mi piace l’idea di non fare capire facilmente da dove veniamo e cosa facciamo. Diventa un misto di cose diverse, una sorta di geografia della psiche: mi piace fare le cose a modo mio. Io vivo a Londra, be’, un po’ fuori, ma insomma: sono britannico e non sono mai stato là. Non voglio fare un omaggio a quel tipo di musica, ma suonare la mia. Se usassimo gli strumenti tradizionali, ci legheremmo troppo a quel genere e sarebbe qualcosa di troppo definito. Ma magari in futuro…

Mi racconti della produzione e della registrazione del disco? C’è stato spazio per improvvisazioni che poi sono finite, in qualche modo aggiustate, sul disco, per esempio?
Ho registrato le canzoni sul mio computer, inizialmente usando strumenti midi, campioni e loop, suonando il sassofono, cantando e giocandoci un po’. Poi ho trascritto le partiture, ho messo insieme la band, gliele ho date, le abbiamo suonate, abbiamo registrato le prove. Quindi me le sono riportate a casa, ho editato queste prove, aggiungendovi più fiati e altre cose, le ho riportate alla band… e avanti così.

Il disco è sperimentale, suona fresco e, allo stesso tempo, richiede attenzione allo spettatore. Inoltre ha una schietta attitudine “live”: le canzoni sono state create pensando alla loro resa dal vivo?
Non in maniera precisa, a dire il vero, ma siamo tutti musicisti che suonano soprattutto dal vivo: non passiamo la vita in studio, ma sul palco. Poi, ogni tanto, registriamo. Quindi sì, volevo che fosse una cosa entusiasmante da fare dal vivo, ma non perché ho pensato che la gente dovesse rispondere in un certo modo, ma perché volevo suonare così, volevo che la band avesse quel suono.

Parlando sempre di live: visto che provenite da band diverse, non dev’essere facile trovare del tempo libero comune a tutti per fare dei concerti. C’è un tour in vista?
Sì, faremo qualcosa in Belgio, abbiamo un concerto in Francia, al festival Rencontres Trans Musicales di Rennes, una bella manifestazione a cui partecipa un sacco di gente e anche molti promoter, quindi spero che dopo avremo più lavoro all’estero. Diciamo che dove ci vogliono, ci avranno e andremo a suonare per loro. Semplice.

Qual è il ruolo delle parole nelle canzoni? Ci sono dei collegamenti tra i brani, da quel punto di vista?
Kushal [Gaya, il cantante, ndr] ha un approccio alla musica simile al nostro. Talvolta ci improvvisa sopra, lo spezzetta e lo rimette insieme in una canzone, si inventa una sua lingua. È delle Mauritius, quindi parla il creolo, il francese, l’inglese e qualche altra lingua. Si inventa delle parole, ma poi ripete le stesse, non è che improvvisi ogni volta: sono parole, ma non è che devono significare sempre qualcosa. Quello che mi piace di molta della musica nubiana che mi aveva ispirato all’inizio è che è parte del desiderio di preservare la civiltà nubiana. Quel popolo, infatti, inizia a essere disperso anche a causa della diga di Assuan: molti sono andati a vivere al Cairo e c’è una buona possibilità che quella cultura sparisca. Quindi realizzarono molte cose in quella lingua, per preservarla e ovviamente io non la parlo per nulla: di molta della musica che amo non capisco le parole. Non sono parole inglesi su cui costruisco una storia, ma puramente suoni. Quindi mi piace che le parole di Kushal non significhino nulla, perché così la voce ha a che fare con un lato estetico, non con la narrazione. Ma se vuole avere il lusso di usare parole inglesi può farlo: è libero.

Ultimamente molta musica africana è arrivata tramite musicisti anglosassoni: penso alla musica del Mali portata da Damon Albarn, ai Dirtmusic e al lavoro fatto da Dan Auerbach insieme al chitarrista Bombino. Conosci questi dischi?
A dire il vero non ho sentito quasi niente di quelle cose, ho fatto le mie ricerche, ho trovato delle cose per caso, le ho ascoltate e le amate, ma senza pensare di volere fare parte di una certa scena o movimento. Sento musiche che mi piacciono e penso: voglio fare un suono così.

Ti ricordi delle emozioni che hai provato quando, come hai detto tu, sei incappato in queste musiche per la prima volta?
Sì, è stato nel 2000, un bel po’ di tempo fa. In biblioteca ho trovato un cd, la guida di Rough Guide alla world music: c’era un cantante algerino, Dahmane El Harrachi, e una band nubiana contemporanea che vive al Cairo, i Salamat e ho pensato “Wow, incredibili!” e ho continuato da lì.

Quali sono i tuoi cinque dischi dell’isola deserta?
Intendi classici senza tempo della mia vita? A Love Supreme di John Coltrane, Astral Weeks di Van Morrison, e poi… Dio… che domande mi fai! Pink Moon di Nick Drake, Ready To Die, di Notorius B.I.G. e 2001 di Dr Dre. Non c’è musica africana, perché non sono album interi, ma raccolte. Dai, aggiungo anche Walk Like A Nubian di Ali Hassan Kuban.

Un paio d’ore dopo, Pete e i suoi hanno letteralmente infiammato il piccolo palco dell’altrettanto piccolo Propstore, un locale adiacente al National Theatre. Il live è stato uno dei più intensi visti quest’anno (in cui di concerti belli ce ne sono stati proprio tanti). Vedendo la band dal vivo si percepisce qualcosa che sempre più raramente affiora durante un concerto: l’urgenza di suonare. Basterebbe anche solo questo per fare dei Melt Yourself Down una delle band da tenere d’occhio e da non perdere quando saranno in Italia per alcune date nel prossimo dicembre.

Qui l’intervista audio. Qui la galleria fotografica del live al Propstore.
Grazie a Emily Clancy per l’aiuto nella traduzione.

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